Il Sennerto pei poveri prescrive le seguente

_Polvere da far profumi._

℞. _Bacche di ginepro manipoli o pugni 2, scorze di bacche di lauro

manip. 1, incenso mez. lib., foglie d’assenzio, o sia medichetto, ruta,

quercia, ana manip. 2, segatura di legno di ginepro manip. 4, ambra

bianca onc. 1. Se ne faccia polvere._

Il medesimo e Gregorio Horstio lodano molto per la prova fattane quest’

_Altra polvere da far profumi._

℞. _Bacche o sia grani di ginepro manip. 4, radici di ellenio, di

scorza esteriore di bieta, corno di becco raspato, sabina, ana manip.

2; foglie di quercia, mirra, ana onc. 1. Se ne faccia polvere e si

bruci per le stanze._

Torno poi ad inculcare che il solo solfo può servire d’un mirabil

profumo, poichè il suo alito e fumo resiste mirabilmente agli aliti

pestilenziali e toglie in poco tempo ed ottimamente le corruzioni

dell’aria. Ma perchè solo esso riesce troppo spiacevole e stringe il

respiro, perciò gioverà mischiarlo con altri meno molesti suffumigi.

Anche la pece è stimatissima, ed essa dicono che fu il segreto

d’Ippocrate per correggere l’aria infetta. Lo stesso buon effetto può

sperarsi da altri bitumi. Pazienza se il naso ne ha disgusto: la sanità

ne avrà ben vantaggio. Oltre di che non c’è necessità di star nelle

stanze allorachè si profumano col solfo. È anche migliore il solfo

col nitro, e perciò la polvere da fuoco è tenuta per egregia ed ottima

medicina per purgare l’aria. Levino Lemnio ed altri lodano molto pei

suffumigi le corna delle bestie, siccome ricche di sale volatile, e

massimamente quelle di becco. Possono anche bruciarsi scarpe vecchie,

e peli, e unghie ed anche sterco di bestie bovine: delle quali cose

io fo menzione perchè in difetto di meglio possano i poveri ricorrere

ad un sì facile profumo. Anche il fumo del buon tabacco è creduto

giovevole più di moltissimi altri per impedire o estinguere il contagio

dell’aria nelle case. Sembra poi ottimo consiglio, quando il tempo

non sia piovoso o nebbioso, l’aprire la mattina, una o due ore dopo la

levata del sole, le finestre delle camere, quelle però che riguardano

l’oriente, e molto più le volte a tramontana, acciocchè v’entri

buon’aria, lasciando sempre chiuse quelle che mirano il mezzodì, e le

cloache fetenti o altre case confinanti ove fossero ammorbati. Il vento

aquilone, o sia la tramontana, è tenuto da Ippocrate e dagli altri

medici per molto salutifero in Europa; e all’incontro i venti spiranti

dall’austro, cioè dal mezzodì, sogliono essere nocivissimi, essendo

stato osservato insin da Plinio che spirando gli scirocchi s’aumenta la

peste.

Per conto del mangiare e bere, allora più che mai debbono guardarsi gli

uomini da cibi malsani e di cattivo nutrimento, e dalle bevande guaste

o perniciose anche in altri tempi. Non è qui luogo da copiare la Scuola

Salernitana; e sarebbe anche per altro impresa tendente al ridicolo il

mettersi, come appunto fanno alcuni medici, ma non di prima sfera, in

trattando del contagio, a decidere sopra l’utile o danno d’una lunga

serie di carni, pesci, frutta, ecc., ventilando tutto come vuole la

lor fantasia, e pronunziando: Questo è buono e sano; quell’altro è

cattivo. Una tale scrupolosità viene derisa dai medici più assennati,

perch’eglino sanno non doversi, nè potersi camminare con sì rigoroso

bilancino, e dependere il buono o il cattivo dei cibi non tanto dalla

loro qualità, quanto dalla disposizione di chi ha da prenderli. Basterà

pertanto avvertire che i commestibili, de’ quali abbiam detto di sopra

doversi proibire il mercato, regolarmente si hanno a fuggire da tutti

in tempo di contagio, ed esser bene l’astenersi, per quanto si può,

da quelli che si credono di mal sugo o per la loro troppa grassezza,

o troppa durezza, o troppa facilità a corrompersi, come per esempio

le carni di porco ed altri simili grassumi, i salmoni, le anguille, i

legumi, il latte, i cocomeri, i melloni, le cerase, le pesche, o sia

i persici, esortando insino alcuni a non mangiare quasi mai frutta in

tempo di peste: il che a me sembra troppo, e così credo che parrà ai

più intendenti di me. Convengono ancora gli scrittori doversi allora

più che mai lasciare i cibi molto dolci, come il mele, i canditi, lo

zucchero, ed altre simili dolcezze anche dei vini e delle frutta (nè

l’acquavite è creduta giovevole), attenendosi per quanto si può a

cibi e bevande che abbiano sapore naturale e sano di acido e di amaro.

Perciò sono anche da ricercarsi allora, siccome utilissimi, i limoni,

cedri ed aranci, i pomi cotogni e i granati, il ribes e simili, che

possono coll’acetoso ed astringente loro preservare dalla corruttela

e dallo scioglimento gli umori e il sangue, mischiandone il sugo col

vino o spremendolo sopra le vivande. Anche le scorze degli agrumi sono

buone. Del resto chi è solito a nutrirsi di cibi grossi, non dee allora

mutar registro, siccome nè pure chi è assuefatto a cibi leggeri e di

facile digestione. E perchè è comune opinione, assistita ancora da

non pochi medici, che gli agli e le cipolle sieno un gran preservativo

contro la peste, si vuol avvertire che tal credenza viene impugnata da

altri medici, tenendo essi che sì fatti cibi, almeno l’aglio, sieno di

cattivo sugo, e producano dei mali effetti nel corpo umano. Tuttavia

per la gente di stomaco gagliardo e usata alle fatiche, quali per

l’ordinario sono i contadini e i facchini, l’arte medica li permette,

e forse loro giovano assai. Potrebbe consigliarsi ai delicati e a’

nemici della fatica corporale che se ne astenessero, almeno dall’aglio,

chiamato da Galeno triaca bensì dei rustici, ma non già di tutte le

persone; quando non volessimo supporre che l’aglio, preso in discreta

quantità, potesse colle sue parti saline e penetranti avvalorare la

digestione del ventricolo, spesso languente nelle persone delicate, e

introdurre col suo odore ne’ fluidi certe parti vigorose per resistere

agli aliti pestilenziali. E che questi frutti dell’orto possano, se non

con altro, almeno col grave loro odore difendere dagli spiriti velenosi

della peste, io facilmente il credo, nè trovo chi fra i medici si metta

a risolutamente negarlo, per nulla dire, scriversi dal Sennerto che se

non sono buoni per alimento, sieno ben buoni per medicamento contro il

morbo suddetto.

E questo quanto alla qualità de’ cibi e delle bevande. Quanto alla

quantità, si dee ricordare che il troppo e il troppo poco sono due

estremi da’ quali dee allora più che mai tenersi lontano chi vuol

preservarsi ed ama la sua salute. Se si ha da pendere all’uno di questi

due estremi, si faccia allora verso il poco, più tosto che verso il

molto, con guardarsi accuratamente dai conviti e dalle gozzoviglie e

dalla moltiplicità delle vivande, e sopra tutto da certe composizioni

inventate dal frenetico lusso della gola per rovina degli stomachi

e dispendio delle borse. S’hanno per consiglio di tutti da amare

ed eleggere cibi e vivande semplici e naturali; e ancora di questi

conviene mangiar moderatamente per ischivar le indigestioni e crudità,

cioè la sorgente della maggior parte dei mali che fanno fare il mestier

del corriere ai medici e buone faccende alla morte. Questi sono ricordi

utilissimi per tutti i tempi, ma specialmente per quei del contagio,

ne’ quali per l’ordinario chi ha umori cattivi più degli altri è

in viaggio per quel paese ove i medici non hanno giurisdizione. La

sperienza poi ha fatto vedere con troppi casi (non dovendosi attendere

alcuni pochi in contrario) che l’ubbriachezza allora è più che mai

perniciosa; anzi alcuni proibiscono affatto in quelle congiunture il

vino. Ma per parere de’ migliori esso, purchè sano e moderatamente

preso, è preservativo dalla pestilenza: il che fu asserito ancora

dagli antichi. Anzi alcuni il lodano, e permettono insino alle persone

febbricitanti, ferite dalla peste medesima, e ne concedono più spessi i

bicchieri alle malinconiche.

Che la stessa moderazione s’abbia a servare nell’uso del sonno e della

vigilia, essendo cattivo l’eccesso d’amendue, ce ne avvertì, son già

due mila anni, Ippocrate in uno de’ suoi Aforismi. Ai dormiglioni ha un

gran genio la peste per parere dell’Untzero. Egli è sempre pericoloso

il dormire sopra fieno e paglia fatti di fresco, o di notte a certe

arie, ma specialmente in tempi di peste. Similmente convien temperare

il troppo moto o la troppa quiete del corpo, con questa avvertenza però

che ne’ tempi sani _inertia atque torpedo plus detrimenti facit, quam

exercitium_, come diceva Catone, riferito da Aulo Gellio, ma qualora

l’uomo si trovi in mezzo alle morti, più sicura o meno pericolosa sarà

la quiete e l’ozio, e massimamente per chi non è avvezzo in altri

tempi a tener molto in moto i piedi e le braccia. Certo non sarà

se non giovevole il guardarsi allora da qualunque grave fatica che

riscaldi di soverchio e stanchi le membra, inducendo sudore, perchè

così troppo aperti i pori più facilmente contraggono i malori dell’aria

impura. Hanno osservato i saggi che dopo i violenti esercizi molte

persone venivano sorprese dalla peste, di modo che avvedutisene anche

i contadini, non si arrischiavano poi a continuare le loro necessarie

fatiche. In alcuni paesi il gusto del nuotare ne’ fiumi era pagato

bene spesso dal terribile disgusto della peste che sopravveniva.

Intorno alla ritenzione ed escrezione delle cose consuete non potrei

dire se son cose spettanti alla dietetica di tutti i tempi; e però mi

basterà di aggiungere avere la sperienza insegnato che allora più che

mai s’hanno con gran temperanza da cercare i piaceri leciti del santo

matrimonio, perchè ciò in tempi pestilenziali troppo dispone i corpi

a facilmente ricevere gli spiriti velenosi della pessima influenza che

corre. Sel ricordino specialmente gli sposi novelli, fra’ quali è stato

notato che spesse fiate la morte ha introdotto un eterno divorzio.

Finalmente le gagliarde passioni dell’animo, regnando il contagio,

possono chiamarsi i primi beccamorti dell’uomo. Gridano qui ad una

voce tutti i medici che specialmente la collera, la malinconia e il

terrore s’hanno a fuggire come la peste medesima, e doversi in loro

vece dar luogo all’intrepidezza, ilarità e quiete dell’animo. Tucidide

racconta che nella gravissima peste da lui descritta più degli altri

cadevano estinti i melanconici e paurosi. Altrettanto hanno osservato

ai tempi loro diversi medici; e fra gli altri il Sennerto attesta

essere stati presi da questo morbo non pochi pel solo terrore conceputo

al mirar da lontano, o pure, senza vederlo, al solo ascoltare che

passava sotto le finestre il carro funereo su cui erano condotti i

cadaveri degli estinti. Altri spaventati da un solo sogno funesto,

si sono tanto abbattuti di cuore, che caduti infermi hanno deluso

tutti i medicamenti. Ed è anche stato avvertito essere più rade volte

scampati coloro che dopo un gran terrore contraevano la peste che gli

altri assaliti dal morbo, ma senza precedente costernazione d’animo.

Ferita l’immaginazione e messi in disordinato moto gli spiriti e gli

umori da qualche spaventoso spettacolo, troppo agevolmente si prende il

veleno pestilenziale, ed anche senza peste si muore talvolta di pura

costernazione ed umor nero. Per lo contrario le osservazioni fatte

ci assicurano che i coraggiosi, gl’intrepidi ed allegri sono meno

soggetti all’infezione; e però dovrà allora eleggersi una forma di

costanza cristiana e di allegria onesta d’animo, fuggendo la mestizia

e la paura e le occasioni d’adirarsi, con tenersi a memoria le parole

del Bauderon parlante della peste: _Confidentes ut plurimum servantur;

contra, meticulosi facile corripiuntur_. Tanto è ciò vero, che non

mancano filosofi e medici, condottiere dei quali è l’Elmonzio, i

quali pensano che la cagione prossima ed essenziale della peste altro

non sia che il terrore e non già la comunicazione de’ sottilissimi

spiriti pestilenziali. Anche il Rivino, trattando della peste di

Lipsia dell’anno 1679 o 80, ha tenuta la medesima opinione. Il suddetto

Elmonzio però insegna non bastare il non apprendere per terribil cosa

la peste, ma essere necessario il credere e tener per certo che non

ne resteremo infetti, perchè in tal maniera l’archeo, o sia l’aura

vitale dell’uomo, viene a fortificarsi con un’idea contraria all’idea

perniciosa che può in noi imprimere il terrore e la paura. Io per me

non credo vero tutto ciò che in questo proposito hanno alcuni autori,

e molto meno mi assicuro sopra l’idea fantastica dell’Elmonzio; ma con

tutto ciò possiamo almeno di qui maggiormente imparare essere allora

di sommo giovamento il guardarsi dalla paura e da ogni gagliarda

apprensione di quel morbo micidiale, essendo probabile che una tal

passione cagioni la depressione delle parti spiritose del sangue, nel

quale stato poi si renda esso più atto a ricevere con minore contrasto

le velenose impressioni degli effluvj contagiosi. Finirò con riferir

qui ciò che ha il Rondinelli nella Relazione della peste di Firenze

del 1630 e 1633. Quei che erano portati al lazzeretto si esaminavano

come avessero preso la peste, se per aver mangiato robe infette,

ovvero praticato con appestati, si trovò che alla maggior parte

veniva senza averle dato occasione. Una delle principali era essersi

riscaldato o nel camminare, o nel durar fatica, o per essersi messo

sudato al fresco, o aver bevuto, di modo che l’aver preso una calda

era delle principali disposizioni per la peste. Si conosceva, seguita

egli a scrivere, che quello che per ordinario sarebbe stato male di

punta, febbre maligna, quartana, terzana, si convertiva in buboni e

carboncelli. Nè in Firenze, nè altrove fu in questi tempi alcuna sorta

di febbre, ma quasi tutti i mali battevano in contagio. Io nondimeno,

quanto a me, sarei duro a credere tutto questo. Egli è difficile pel

volgo il saper dire cosa abbia loro nociuto in tempi tali. Ma di questo

non più.

Del governo della peste e della maniera di guardarsene · 第 25 / 55 题