L'anno 1247 l'Imperatore Federico già deposto perdette Parma sul finir

di Giugno. Questa è la mia città, quella cioè di cui sono nativo, e la

tenne stretta di assedio dal Luglio al Febbraio successivo. Lo stesso

anno durante l'assedio, io uscii di Parma, e andai a Lione, e avendolo

il Papa saputo, subito il dì d'Ogni Santi mandò cercandomi; perocchè,

dal dì della mia partenza sino a quello del mio arrivo a Lione, il Papa

non aveva saputo nulla di Parma nè per notizie sicure, nè per voci

vaghe; e stava aspettando l'esito della contesa. E avendo io parlato

da solo a solo in camera con lui, molte cose si dissero, e poi egli mi

assolse da tutti i miei peccati e mi diede la facoltà di predicare. Lo

stesso anno in cui Parma si ribellò all'Imperatore, fu fatto ministro

Generale frate Giovanni da Parma in un Capitolo generale tenutosi a

Lione in Agosto, mentre ivi ancora soggiornava Papa Innocenzo IV. Lo

stesso anno Boso di Dovara fu podestà di Reggio; e tenne due mesi i

Reggiani col Re nei pressi di Guastalla. E nello stesso anno il Re

con Ezzelino fecero prigione Ugo de' Roberti da Reggio insieme a molti

altri presso Fano[76]. Fano poi è una piccola terra nella diocesi di

Reggio presso l'Enza; come pure vi è Bibiano, Tortigliano e Cavigliano,

ove sono canali e prati. E distrussero Brescello[77], Berceto[78] e

tutta la diocesi di Parma verso Brescello al di qua dell'Enza[79], e

occuparono il ponte che avevano fatto i Mantovani. E lo stesso anno

fu catturata una squadra di barche dei Mantovani presso Brescello, ed

un'altra presso Gramignazzo[80], e furono uccisi molti Mantovani. Ed

i Mantovani incendiarono quanto apparteneva alla diocesi di Cremona

da Torricella[81] in giù. E i Milanesi, i Bresciani, i Bolognesi e

i Veneziani stettero due mesi a campo presso Luzzara[82]; perocchè

eravi una guerra grossa, intricata e piena di pericoli, essendo che la

Repubblica co' suoi alleati contro la Chiesa, e questa contro quelli,

s'erano con grande ardore levati in armi. E morì a Lione il Patriarca

d'Antiochia, che era de' Roberti di Reggio, ed era stato vescovo di

Brescia a' tempi di un gran terremoto; in occasione del quale essendo

uscito di camera per le grida di un frate Minore, che dimorava nella

corte vescovile, subito dopo per scossa di terremoto rovinò la camera

stessa; d'onde riconobbe da Dio la sua salvezza, e si convertì a lui

pienamente. Perciò fece voto, e promise di fermo, che per tutta la

sua vita avrebbe serbata intatta quella castità che per lo innanzi

non mantenne illibata, e che in vita sua non mangerebbe più carni; e

tenne il voto. Tuttavia colla sua famiglia usava largo trattamento,

secondo il consiglio di Grisostomo ecc. Faceva quel che dice l'Apostolo

ai Romani 12: _Rallegratevi con quelli che sono allegri, e piangete

con quelli che piangono;_ e faceva bene; e sapeva sollazzarsi a tempo

e luogo. Onde, essendo un dì a tavola con tutta la sua corte e molti

altri, vide che un certo giocoliere ascose di furto un cucchiaio

d'argento. Pertanto chiamò il suo servo, e gli disse: Non renderò a

te il mio cucchiaio, se prima ciascuno de' commensali non ti abbia

renduto il suo; giacchè dice l'Apostolo agli Efesii IV: _Chi rubava non

rubi più._ E così con queste parole mise sull'avviso il siniscalco, e

ricuperò il cucchiaio. Questo Patriarca fu uomo di poca dottrina; ma

il molto bene che faceva compensava il difetto della scienza. Perocchè

fu largo limosiniere e recitava ogni dì l'uffizio dei morti con nove

lezioni. Perchè adunque il Patriarca d'Antiochia perdurò in bontà di

vita, dacchè aveva rivolto il cuore all'amor di Dio, Iddio per mezzo

di miracoli mostrò alla sua morte che era stato suo servo ed amico

degno di gloria; de' quali miracoli non parlo per brevità, e perchè

mi affretto a parlar d'altre cose. Col Patriarca poi d'Antiochia visse

molt'anni frate Enrico da Pisa dell'Ordine de' Minori, che tante volte

parlò assai favorevolmente del prenominato Patriarca a me e agli altri

frati. Questo frate Enrico da Pisa fu bell'uomo, di mezzana statura,

largo, cortese, liberale e franco. Sapeva star bene a conversazione

con tutti, acconciandosi al fare d'ognuno, ben accetto ai frati e ai

secolari; il che è di pochi. Così pure fu predicatore rinomatissimo

e grazioso al clero e al popolo. Sapeva scrivere, miniare, o, come

dicono, lumeggiare (perchè col minio il libro si lumeggia), scrivere

musica, comporre bellissime e deliziose cantiche non meno a canto

fermo che a canto modulato, cioè note rotte e doppie. Fu distintissimo

nell'arte del cantare. Aveva voce profonda, sonante, che riempiva tutto

il coro. Aveva poi una doppia nota sottile, altissima, acuta, dolce,

soave, dilettevolissima. Fu mio custode nella custodia di Siena, e mio

maestro di canto a' tempi di Papa Gregorio IX. E allora viveva anche

frate Luca di Puglia, dell'Ordine de' frati Minori, di cui è il libro

intitolato: _Sermonum memoria_. Quest'ecclesiastico fu letterato e

dotto in filosofia scolastica, e in Puglia dottore esimio in teologia,

rinomato, solenne e di gran fama; e l'anima sua per la misericordia

di Dio riposi in pace, e così sia. Frate Enrico da Pisa fu uomo

morigerato, divoto a Dio e a S.ª Maria Maddalena. Nè è da meravigliarsi

perchè questa Santa era la titolare della sua parocchia in Pisa. Nella

città poi di Pisa la beata Vergine è la titolare della chiesa matrice,

nella quale io fui ordinato diacono dall'Arcivescovo di Pisa. Frate

Enrico compose molti inni e molte sequenze. Perocchè fece e musicò per

canto la seguente composizione:

_Christe Deus — Christe meus,_

_Christe Rex et Domine._

Per la voce d'una sua divota che andava cantando per la chiesa maggiore

di Pisa musicò:

_E tu no cure de me; — e no curaro de te._

Così fece l'altra a tre voci:

_Miser homo — cogita facta Creatoris._

Musicò pure per canto quel componimento di maestro Filippo Cancelliere

di Parigi:

_Homo quam sit pura — mihi de te cura._

E perchè, quand'era custode, si trovò malato nell'infermeria del

convento di Siena, e non poteva scrivere musica, chiamò me, e fui il

primo a scrivere le note del suo canto, mentre egli cantava. Così mise

in musica per canto quell'altra composizione del cancelliere, cioè:

_Crux, de te volo conqueri._

_E... Virgo, tibi respondeo._

_E... Centrum capit circulus._

_E... Quisquis cordis et oculi._

E per quella sequenza..... _Iesse virgam humi Davit_ compose un canto

delizioso, che si canta con assai diletto, mentre, prima della sua,

aveva una musica rude e dissonante. La composizione della sequenza

l'aveva fatta Riccardo di S. Vittore, come ne compose tante altre.

Musicò anche deliziosamente per canto gli inni di S.ª Maria Maddalena,

composti dal cancelliere di Parigi, cioè:

_Pange, lingua Magdalenae._

con altri inni. Parimente intorno alla risurrezione del Signore fece la

sequenza, composizione e musica, cioè:

_Natus, passus Dominus_

_Resurexit hodie._

Il secondo canto poi che l'accompagna, ossia il concanto, lo compose

frate Vita Lucchese dell'Ordine de' frati Minori, il miglior cantore

che si conoscesse nell'uno e nell'altro canto, cioè nel canto fermo, e

nel canto a note rotte, o doppie. Aveva voce sottile, ma piacevolissima

a udirsi, nè vi era persona tanto severa che non l'ascoltasse con

diletto. Cantava alla presenza di Vescovi, Arcivescovi, Cardinali e

Papi e l'ascoltavano volentieri. E se alcuno avesse chiacchierato

quando frate Vita cantava, tosto si udiva ripetere il detto

dell'Ecclesiastico XXXII: _Non interrompere la musica_. E se talvolta

un usignuolo cantava in un cespuglio, o in una siepe, taceva se udiva

cantare il frate, e l'ascoltava attentamente, e poi ripigliava il suo

canto, e così alternamente cantando risuonavano per l'aria soavissime

voci. E della sua perizia fu tanto cortese, che invitato a cantare non

se ne scusava mai, nè per voce impedita da infreddatura, nè per altra

cagione. E perciò non si potevano applicare a lui que' versi soliti a

dirsi, cioè:

_Omnibus hoc vitium est cantoribus, inter amicos_

_Ut nunquam inducant animum cantare rogati._

D'ogni cantor brutto difetto è questo

Di non voler cantar quand'è richiesto.

Anche sua madre e sua sorella furono abilissime nel canto. Egli fece

anche la nota sequenza, composizione e musica:

_Ave mundi — spes, Maria_

e compose molte cantiche con musica melodica, della quale si

deliziavano assai i chierici secolari. Costui fu mio maestro di canto

in Lucca l'anno 1239, quando avvenne quella orribile oscurità di sole.

E quando Tomaso da Capua Cardinale della corte romana, e il più insigne

scrittore della corte stessa, compose quella sequenza:

_Virgo parens gaudeat_

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I · 第 7 / 28 段