di Giugno. Questa è la mia città, quella cioè di cui sono nativo, e la
tenne stretta di assedio dal Luglio al Febbraio successivo. Lo stesso
anno durante l'assedio, io uscii di Parma, e andai a Lione, e avendolo
il Papa saputo, subito il dì d'Ogni Santi mandò cercandomi; perocchè,
dal dì della mia partenza sino a quello del mio arrivo a Lione, il Papa
non aveva saputo nulla di Parma nè per notizie sicure, nè per voci
vaghe; e stava aspettando l'esito della contesa. E avendo io parlato
da solo a solo in camera con lui, molte cose si dissero, e poi egli mi
assolse da tutti i miei peccati e mi diede la facoltà di predicare. Lo
stesso anno in cui Parma si ribellò all'Imperatore, fu fatto ministro
Generale frate Giovanni da Parma in un Capitolo generale tenutosi a
Lione in Agosto, mentre ivi ancora soggiornava Papa Innocenzo IV. Lo
stesso anno Boso di Dovara fu podestà di Reggio; e tenne due mesi i
Reggiani col Re nei pressi di Guastalla. E nello stesso anno il Re
con Ezzelino fecero prigione Ugo de' Roberti da Reggio insieme a molti
altri presso Fano[76]. Fano poi è una piccola terra nella diocesi di
Reggio presso l'Enza; come pure vi è Bibiano, Tortigliano e Cavigliano,
ove sono canali e prati. E distrussero Brescello[77], Berceto[78] e
tutta la diocesi di Parma verso Brescello al di qua dell'Enza[79], e
occuparono il ponte che avevano fatto i Mantovani. E lo stesso anno
fu catturata una squadra di barche dei Mantovani presso Brescello, ed
un'altra presso Gramignazzo[80], e furono uccisi molti Mantovani. Ed
i Mantovani incendiarono quanto apparteneva alla diocesi di Cremona
da Torricella[81] in giù. E i Milanesi, i Bresciani, i Bolognesi e
i Veneziani stettero due mesi a campo presso Luzzara[82]; perocchè
eravi una guerra grossa, intricata e piena di pericoli, essendo che la
Repubblica co' suoi alleati contro la Chiesa, e questa contro quelli,
s'erano con grande ardore levati in armi. E morì a Lione il Patriarca
d'Antiochia, che era de' Roberti di Reggio, ed era stato vescovo di
Brescia a' tempi di un gran terremoto; in occasione del quale essendo
uscito di camera per le grida di un frate Minore, che dimorava nella
corte vescovile, subito dopo per scossa di terremoto rovinò la camera
stessa; d'onde riconobbe da Dio la sua salvezza, e si convertì a lui
pienamente. Perciò fece voto, e promise di fermo, che per tutta la
sua vita avrebbe serbata intatta quella castità che per lo innanzi
non mantenne illibata, e che in vita sua non mangerebbe più carni; e
tenne il voto. Tuttavia colla sua famiglia usava largo trattamento,
secondo il consiglio di Grisostomo ecc. Faceva quel che dice l'Apostolo
ai Romani 12: _Rallegratevi con quelli che sono allegri, e piangete
con quelli che piangono;_ e faceva bene; e sapeva sollazzarsi a tempo
e luogo. Onde, essendo un dì a tavola con tutta la sua corte e molti
altri, vide che un certo giocoliere ascose di furto un cucchiaio
d'argento. Pertanto chiamò il suo servo, e gli disse: Non renderò a
te il mio cucchiaio, se prima ciascuno de' commensali non ti abbia
renduto il suo; giacchè dice l'Apostolo agli Efesii IV: _Chi rubava non
rubi più._ E così con queste parole mise sull'avviso il siniscalco, e
ricuperò il cucchiaio. Questo Patriarca fu uomo di poca dottrina; ma
il molto bene che faceva compensava il difetto della scienza. Perocchè
fu largo limosiniere e recitava ogni dì l'uffizio dei morti con nove
lezioni. Perchè adunque il Patriarca d'Antiochia perdurò in bontà di
vita, dacchè aveva rivolto il cuore all'amor di Dio, Iddio per mezzo
di miracoli mostrò alla sua morte che era stato suo servo ed amico
degno di gloria; de' quali miracoli non parlo per brevità, e perchè
mi affretto a parlar d'altre cose. Col Patriarca poi d'Antiochia visse
molt'anni frate Enrico da Pisa dell'Ordine de' Minori, che tante volte
parlò assai favorevolmente del prenominato Patriarca a me e agli altri
frati. Questo frate Enrico da Pisa fu bell'uomo, di mezzana statura,
largo, cortese, liberale e franco. Sapeva star bene a conversazione
con tutti, acconciandosi al fare d'ognuno, ben accetto ai frati e ai
secolari; il che è di pochi. Così pure fu predicatore rinomatissimo
e grazioso al clero e al popolo. Sapeva scrivere, miniare, o, come
dicono, lumeggiare (perchè col minio il libro si lumeggia), scrivere
musica, comporre bellissime e deliziose cantiche non meno a canto
fermo che a canto modulato, cioè note rotte e doppie. Fu distintissimo
nell'arte del cantare. Aveva voce profonda, sonante, che riempiva tutto
il coro. Aveva poi una doppia nota sottile, altissima, acuta, dolce,
soave, dilettevolissima. Fu mio custode nella custodia di Siena, e mio
maestro di canto a' tempi di Papa Gregorio IX. E allora viveva anche
frate Luca di Puglia, dell'Ordine de' frati Minori, di cui è il libro
intitolato: _Sermonum memoria_. Quest'ecclesiastico fu letterato e
dotto in filosofia scolastica, e in Puglia dottore esimio in teologia,
rinomato, solenne e di gran fama; e l'anima sua per la misericordia
di Dio riposi in pace, e così sia. Frate Enrico da Pisa fu uomo
morigerato, divoto a Dio e a S.ª Maria Maddalena. Nè è da meravigliarsi
perchè questa Santa era la titolare della sua parocchia in Pisa. Nella
città poi di Pisa la beata Vergine è la titolare della chiesa matrice,
nella quale io fui ordinato diacono dall'Arcivescovo di Pisa. Frate
Enrico compose molti inni e molte sequenze. Perocchè fece e musicò per
canto la seguente composizione:
_Christe Deus — Christe meus,_
_Christe Rex et Domine._
Per la voce d'una sua divota che andava cantando per la chiesa maggiore
di Pisa musicò:
_E tu no cure de me; — e no curaro de te._
Così fece l'altra a tre voci:
_Miser homo — cogita facta Creatoris._
Musicò pure per canto quel componimento di maestro Filippo Cancelliere
di Parigi:
_Homo quam sit pura — mihi de te cura._
E perchè, quand'era custode, si trovò malato nell'infermeria del
convento di Siena, e non poteva scrivere musica, chiamò me, e fui il
primo a scrivere le note del suo canto, mentre egli cantava. Così mise
in musica per canto quell'altra composizione del cancelliere, cioè:
_Crux, de te volo conqueri._
_E... Virgo, tibi respondeo._
_E... Centrum capit circulus._
_E... Quisquis cordis et oculi._
E per quella sequenza..... _Iesse virgam humi Davit_ compose un canto
delizioso, che si canta con assai diletto, mentre, prima della sua,
aveva una musica rude e dissonante. La composizione della sequenza
l'aveva fatta Riccardo di S. Vittore, come ne compose tante altre.
Musicò anche deliziosamente per canto gli inni di S.ª Maria Maddalena,
composti dal cancelliere di Parigi, cioè:
_Pange, lingua Magdalenae._
con altri inni. Parimente intorno alla risurrezione del Signore fece la
sequenza, composizione e musica, cioè:
_Natus, passus Dominus_
_Resurexit hodie._
Il secondo canto poi che l'accompagna, ossia il concanto, lo compose
frate Vita Lucchese dell'Ordine de' frati Minori, il miglior cantore
che si conoscesse nell'uno e nell'altro canto, cioè nel canto fermo, e
nel canto a note rotte, o doppie. Aveva voce sottile, ma piacevolissima
a udirsi, nè vi era persona tanto severa che non l'ascoltasse con
diletto. Cantava alla presenza di Vescovi, Arcivescovi, Cardinali e
Papi e l'ascoltavano volentieri. E se alcuno avesse chiacchierato
quando frate Vita cantava, tosto si udiva ripetere il detto
dell'Ecclesiastico XXXII: _Non interrompere la musica_. E se talvolta
un usignuolo cantava in un cespuglio, o in una siepe, taceva se udiva
cantare il frate, e l'ascoltava attentamente, e poi ripigliava il suo
canto, e così alternamente cantando risuonavano per l'aria soavissime
voci. E della sua perizia fu tanto cortese, che invitato a cantare non
se ne scusava mai, nè per voce impedita da infreddatura, nè per altra
cagione. E perciò non si potevano applicare a lui que' versi soliti a
dirsi, cioè:
_Omnibus hoc vitium est cantoribus, inter amicos_
_Ut nunquam inducant animum cantare rogati._
D'ogni cantor brutto difetto è questo
Di non voler cantar quand'è richiesto.
Anche sua madre e sua sorella furono abilissime nel canto. Egli fece
anche la nota sequenza, composizione e musica:
_Ave mundi — spes, Maria_
e compose molte cantiche con musica melodica, della quale si
deliziavano assai i chierici secolari. Costui fu mio maestro di canto
in Lucca l'anno 1239, quando avvenne quella orribile oscurità di sole.
E quando Tomaso da Capua Cardinale della corte romana, e il più insigne
scrittore della corte stessa, compose quella sequenza:
_Virgo parens gaudeat_