L'anno 1240 morì frate Alberto da Pisa, ministro Generale dell'Ordine

de' frati Minori, e fu eletto a sostituirlo frate Aimone d'Inghilterra,

poichè frate Elia aveva apostatato e fatta adesione a Federico. In

Gennaio dello stesso anno gelò si forte il Po che si passava dall'una

all'altra parte del fiume a piedi e a cavallo. E nei mesi di Febbraio,

Marzo e Aprile fu assediata Ferrara con grande oste da Azzone Marchese

d'Este, e da Gregorio da Montelungo, Legato in Lombardia, e dal Doge

di Venezia; e ognuno di loro aveva seco grosso esercito. E allora

era Podestà di Ferrara Raimondo da Sesso. E i Ferraresi fecero la

dedizione della loro città, e consegnarono il Salinguerra in mano ai

prenominati Gregorio di Montelungo, Marchese d'Este, e Doge di Venezia.

Il Salinguerra poi e con lui altri nobili suoi partigiani furono

mandati prigionieri a Venezia; ove il Salinguerra stette a confino, e

vi morì, e vi ebbe sepoltura. Egli fu uomo potente e famoso e celebre

e stimato per gran sapienza. Resse benissimo la Signoria di Ferrara,

come una volta l'aveva retta Guglielmo di Marchesella, e l'aveva

data al Marchese d'Este, che prima non aveva avuto mai in Ferrara

nulla che fosse suo. Ma realmente la città di Ferrara è del Papa, ed

è terra della Chiesa; e l'ho udito io dire le cento volte, perchè io

vi ho soggiornato sette anni, e l'ho udito anche da Papa Innocenzo IV

in pubblica predica, stante che, quando egli predicava dal balcone

del palazzo del vescovo di Ferrara, io era sempre al suo fianco.

Tuttavia il Salinguerra usava dire: Il cielo è di Dio, ma la terra è

degli uomini: Quasi con questo intendesse di gloriarsi come potente

sulla terra. Ma nulla ostante egli morì nella laguna di Venezia. Era

sapiente, ma ebbe un figlio stolto, come Salomone ebbe Roboamo. Quel

suo figlio si chiamava Giacomo Torello, e anch'esso usava frequente

un suo proverbio, che diceva: _L'asen dà per la parè; botta dà, botta

receve;_ che vuol dire: L'asino quando tira calci batte sulla muraglia;

dà un colpo, e un colpo riceve, cioè, percuote ed è ripercosso. Ed i

contadini giudicavano sapientissimo quel motto, perchè credevano che

fosse detto a capello del Papa e dell'Imperatore, che allora erano tra

loro discordi. In quel tempo era Papa Gregorio IX e Imperatore Federico

II: dal quale fu presa Ravenna dopo la morte di Paolo Traversari. Qui

è da notare che in antico eranvi a Ravenna quattro nobili casati, come

ho letto più volte nel pontificale di Ravenna, dove ho dimorato cinque

anni. Ed ora tutti que' casati, che erano i più nobili, e primeggiavano

sugli altri, sono spenti; e l'ultimo a venir meno fu quello di Paolo

Traversari, che a' miei giorni si estinse completamente. Questo Paolo

Traversari fu bellissimo cavaliere, gran barone, straricco e ben

voluto da' suoi concittadini; ma tuttavia ebbe in Ravenna un emulo ed

avversario, che fu un certo Anastasio. Paolo ebbe un figlio, che lasciò

una figlia non legittima, detta Traversaria dal nome del casato di lui.

Io l'ho veduta assai volte, ed era bellissima donna ben costumata, di

mezzana statura, cioè nè alta nè bassa. Papa Innocenzo IV la legittimò

affinchè potesse reditare, e la diede per moglie a Tomaso Fogliani

di Reggio, suo parente, cui fece anche conte nelle Romagne, e fu

caro ai Ravennati. Questo Tomaso poi generò di quella un figlio, di

nome Paolo, ch'io ho conosciuto bellissimo fanciullo ed avvenente, il

quale, giunto al bivio della lettera pitagorica, morì lasciando erede

Matteo Fogliani, che ne occupò poi i beni. Dopo la morte di Tomaso, la

moglie sua si rimaritò col nipote del Marchese d'Este, cioè Stefano,

figlio del Re d'Ungheria, fratello di Sant'Elisabetta, ma soltanto da

parte di padre. Di questo matrimonio nacque un bel fanciullo, che in

processo di tempo morì. E la moglie di Stefano morì e fu sepolta nel

sepolcreto di Paolo Traversari nella chiesa di San Vitale in Artica a

Ravenna. Stefano poi andò a Venezia ove chiuse i suoi giorni miserrimo

e poverissimo. E, come disse Giuseppe parlando di Erode Agrippa, non

era veramente uomo, per cui riguardo sia molto da rimproverare di sua

mutabilità la fortuna. E come Giuseppe narra di tre speciali disgrazie

d'Erode Agrippa, così noi possiamo dire di altrettante che colpirono

Stefano. Prima sventura ad incoglierlo fu che sua madre, dopo la

morte di Andrea Re d'Ungheria, fuggì dall'Ungheria incinta per timore

di essere uccisa dagli Ungheresi, come avevano ucciso altra regina,

cioè la madre di Sant'Elisabetta. Secondo, gli fu messo a carico

che la madre lo avesse concepito da un tal Dionisio; epperciò non lo

riconoscevano per figlio del re d'Ungheria, e non lo ammettevano alla

successione. E questa cosa restò per molti anni dubbia nella mente del

re d'Ungheria. E molti frati Minori Ungheresi, passando per Ferrara,

volevano vederlo, e dicevano che si assomigliava perfettamente al re

d'Ungheria suo padre. Terzo, perchè essendo allevato in Ferrara alla

corte del Marchese d'Este, ed essendo tenuto appartato, perchè per

diritto di più prossimo parente doveva essergliene il successore, come

figlio di una nipote, che era figlia del fratello di lui Aldobrandino,

fu portato in frattanto dalla Puglia sopra un asino un bambino, nato

da una certa nobildonna di Napoli e di un certo principe Rainaldo,

figlio di Azzone marchese d'Este già defunto, come si disse allora, ma

in vero l'Imperatore teneva lo stesso Rainaldo in prigione a Napoli,

come ostaggio. Se questo fatto sia fittizio, e inventato a malizia, o

se sia vero, non so. Ma comunque fosse, Stefano fu espulso da Ferrara,

e andò a dimorare a Ravenna: e il fanciulletto ultimo condotto tenne

la signoria del Marchese d'Este....... E fu pessimo uomo...... Questi è

Obizzo Marchese d'Este, che ora signoreggia in Ferrara, e che pe' suoi

peccati..... è guercio. Perocchè caracollando in un torneo la vigilia

di Pasqua, spezzatasi l'asta, si offese l'occhio destro e ne perdette

la vista. E tali caracollamenti faceva perchè era innamorato di una

donna, che era presente. Così pure fu detto di lui che... stuprava in

Ferrara le mogli de' nobili e de' plebei. Alcuni dissero che questo

Obizzo fosse figlio.... Inoltre spogliò la famiglia Fontana, che lo

aveva esaltato e sublimato, e la espulse da Ferrara. Molto male fece,

e molto ne riceverà da Dio, se non si emenda. Con Ottobono, che diventò

poi Papa Adriano, ebbe sì intima amicizia che sposò poi una parente di

lui, d'onde gli nacquero tre figli ed una figlia. Il primogenito fu

Azzone, che prese per moglie una parente di Papa Nicolò III, romano,

che, quand'era Cardinale, si chiamava Giovanni Gaetani; e al posto

di Cardinale subentrò Matteo Rossi, figlio di Orso, fratello germano

del Papa. Questo Matteo Rossi era governatore, protettore e censore

dell'Ordine de' frati Minori a seconda della loro regola. E Papa

Nicolò lo designò e lo diede all'Ordine, quantunque i frati avessero

già prima fatta domanda di avere Girolamo, stato già loro ministro

Generale. Secondo Cardinale parente del Papa fu Giacomo Colonna, che

è favorevolissimo all'Ordine de' Minori. E quando era ancor giovane e

cittadino privato, quando cioè non era ancora stato elevato ad alcuna

dignità, da Bologna ove era a studio, andò a Ravenna a visitare per

divozione le chiese; perchè in Ravenna, tutto il mese di Maggio, vi

sono amplissime indulgenze; e molti vi accorrono dalle diverse parti

del mondo per conseguire colle preghiere quelle indulgenze che sempre

desiderarono. Perciò dunque Giacomo venne a Ravenna, ove io allora

abitava nel convento de' frati Minori della Chiesa di S. Pietro

maggiore, in cui si venera il corpo di S. Liberio, eletto per mezzo di

una colomba, e fui designato ad accompagnarlo, e lo condussi a tutti

i Santuarii dentro e fuori della città. Terzo Cardinale, parente di

Papa Nicolò III fu Latino dell'Ordine de' frati Predicatori. Questi,

in quanto alla fisonomia, a mio giudizio, si assomigliava pienamente

a Pietro Lambertini di Bologna. Papa Nicolò lo fece Legato per la

Lombardia, e con una certa sua ordinanza diede assai su' nervi a tutte

le donne, comandando che le loro vesti fossero sol tanto lunghe da

arrivare a terra, più la giunta di un palmo. Perocchè prima traevano

per terra la coda delle vesti con uno strascico di un braccio e mezzo.

Onde al proposito dice Patecelo:

_Et drappi longhi ke la polver menna._

La lunga vesta che la polve innalza.

E lo fece pubblicare nelle chiese, e l'impose alle donne come precetto,

ordinando anche che nessun sacerdote potesse assolvere quelle che non

vi si attenevano; la qual cosa fu alle donne più amara che la morte. Ed

una mi disse in confidenza che si teneva più cara quella coda che tutto

il resto del vestiario. Oltrecciò il Cardinale Latino comandò che tutte

le donne, giovinette, donzelle, maritate, vedove e matrone uscissero di

casa col capo velato. La qual cosa fece loro orrore. Ma pure a questa

vessazione seppero trovare un rimedio, mentre non era possibile averlo

per le code. Perocchè fecero fare veli di bisso e di seta intessuta con

oro, coi quali acquistavano un'apparenza dieci volte più seducente, e

provocavano maggiormente a lascivia coloro che le riguardavano. Quarto

Cardinale parente di Papa Nicolò fu Giordano, suo fratello germano,

uomo di poca dottrina e quasi laico. E creò questi quattro Cardinali

suoi parenti per esaltare que' del suo sangue e della sua carne. E così

fece la Chiesa cosa della sua famiglia, come fecero talvolta alcuni

Pontefici romani, de' quali dice Michea.... Ed io in mia coscienza

credo certissimo che l'Ordine del beato Francesco, del quale io sono

un umile, anzi il minimo fraticello, abbia ben mille frati Minori, che

per ragione di scienza e di santità sarebbero più degni del cardinalato

che molti di quelli, che per parentela ne furono insigniti dai romani

Pontefici. E ve n'è un esempio recente. Papa Urbano IV di Troyes

promosse al cardinalato Angero suo nipote, lo esaltò e lo sublimò,

quanto a ricchezze e ad onori, sopra tutti i Cardinali della corte;

mentre prima non era che un vilissimo scolaretto, tanto che portava a

casa dal macello le carni anche per altri scolari, coi quali studiava.

In seguito poi s'è saputo che era figlio del Papa. Quarta sventura di

Stefano fu la morte di suo figlio e di donna Traversaria sua moglie,

dalla quale aveva avuto in Ravenna e per le Romagne ricchezze, onore e

gloria. Laonde dovette rifuggirsi a Venezia, ove morì nella desolazione

e nella miseria. Dopo questo, cioè dopo la morte di Stefano, venne un

certo Guglielmotto dalla Puglia con una certa donna, che lo seguiva,

e che prima si chiamava _Pasquetta_, e le pose poi nome Aica, e la

diceva sua moglie, e figlia di Paolo Traversari. Ma sta di fatto che

l'Imperatore Federico aveva presa l'Aica figlia di Paolo Traversari, e

l'aveva mandata come ostaggio in Puglia, e poi, sdegnato ardentemente

contro il padre della fanciulla, la fece gettare in una fornace accesa,

e così essa volò al cielo. E vi era presente, e la confessò, un frate

Minore di nome Ubaldino, nobil uomo di Ravenna, fratello di Sigorello,

e che dimorava in Puglia. Era bellissima giovane; nè vi è punto da

meravigliare perchè ebbe un bellissimo padre. Guarda Paolo Traversari,

e guarda Re Giovanni, e giudica, se sai, chi di loro sia più bello. Ma

questa Pasquetta, che si dava per figlia di Paolo, e s'era assunto il

nome di Aica, era brutta donna, deforme, misera e oltremisura avara.

Ed io lo so, chè ho parlato secolei in Ravenna, dove io abitava quando

venne colà, e l'ho vista le centinaia di volte. Essa aveva imparato a

conoscere da una sua donna i costumi di colui, che voleva far credere

suo padre; come anche le condizioni di Ravenna. Inoltre un certo

tale di Ravenna, ch'io ben conosceva, e che andava frequentemente

in Puglia, di dette cose maliziosamente la istrusse, sperando, se la

fortuna la portava in alto, di ottenerne da lei un premio. Costui si

chiamava volgarmente Ugo di Barco, ed io lo conosceva. Giunse pertanto

Guglielmotto con sua moglie; e i Ravennati, avendone avuta notizia,

si rallegrarono e andarono loro incontro per fare a loro una festosa

accoglienza. Uscii anch'io col frate mio compagno sin fuori porta S.

Lorenzo, e stetti sul ponte del fiume aspettando per vedere come la

finisse. E intanto mi venne incontro un giovane correndo, e disse: E

perchè non sono venuti gli altri frati? In verità sin anche il Papa, se

fosse a Ravenna, dovrebbe venire a vedere tanta letizia. Ciò udendo,

lo guardai, e sorrisi, e dissi: Che tu sii benedetto, o figlio; hai

parlato bene. Entrato in Ravenna, si recarono tosto alla Chiesa di

S. Vitale a visitare innanzi tutto la tomba di Paolo Traversari. E

Pasquetta, stando davanti all'arca di Paolo, cominciò a piangere a

udita di tutti, quasi piangesse per Paolo, personaggio nobile, valoroso

e prudente, come se fosse stato suo padre. Spiacque però quel mostrarsi

sdegnosa di vedere che anche Traversaria fosse sepolta nel sepolcro di

suo padre. Poscia andarono agli alberghi già per loro allestiti. Queste

particolarità me le raccontò Giovanni monaco sagrista di S. Vitale,

amico mio, che era presente e vide. Il giorno dopo, Guglielmotto

tenne un'allocuzione davanti al Consiglio de' Ravennati. Egli era bel

cavaliere e magnifico oratore. E, terminata la sua orazione, e fatte

nella concione le sue proposte, i Ravennati gli offrirono e promisero

più di quello che aveva richiesto. Perocchè erano lieti che rivivesse

il casato di Paolo. Gli stessi sensi provò anche Filippo Arcivescovo

di Ravenna, oriondo toscano. E Guglielmotto entrò in possesso di tutti

i beni e di tutte le terre di Paolo con sicurezza maggiore di quella,

colla quale li aveva posseduti Paolo stesso. Ed ebbe abbondanza di

denaro e di rendite; e fabbricò corti, casali, mura e palazzi, e molti

anni, come ho visto io, gli arrise la prospera fortuna. Ma dopo si levò

contro la Chiesa, e perciò fu espulso da Ravenna, e si smantellarono

tutti i suoi palazzi e tutti i suoi edifizii. Quella Pasquetta sua

moglie, che si faceva chiamare Aica, da lui non ebbe figli; però mandò

in Puglia e si fece condurre due ragazzi, uno di cinque e l'altro di

sette anni, che diceva essere suoi figli. Finalmente ne morì uno, e

fattolo seppellire nel sepolcreto di Paolo, cominciò a mandar grida

di dolore, e a dire esclamando: Oh! magnificenze di Paolo, ove vi

abbandono? Oh! magnificenze di Paolo ove vi abbandono? Oh magnificenze

di Paolo, ove vi abbandono? Finalmente, insorgendo molte guerre, chiuse

i suoi giorni a Forlì, e Guglielmotto se ne tornò in Puglia spogliato e

nudo; sicchè gli si potrebbe applicare il detto del poeta;

_Non eodem cursu respondent ultima primis._

Non gira sempre egual la cieca Dea;

Or lieta t'accarezza, ed or t'è rea.

Che poi di queste frodi, di queste simulazioni e di queste corbellature

ne possano avvenire al mondo, non è punto da dubitare, perchè ne

abbiamo molti esempi. Ed anzi tutto il finto Alessandro, ai tempi

di Cesare Augusto, di cui parlano le storie. Così si dica del conte

di Fiandra, che morì oltremare. Dopo molti anni arrivò un tale, che

assomigliava in tutto al conte, e si presentò alla contessa di Fiandra

dicendole ch'egli era suo padre; e sapeva dire cose dalle quali si

poteva congetturare che dicesse la verità. Ma avendogli essa, per

suggerimento dei suoi, chiesto chi lo avesse fatto cavaliere, non

seppe rispondere, e quindi lo fece impiccare. Il terzo caso è di

Federico Imperatore deposto, dopo la cui morte si trovò un eremita,

che era di aspetto somigliantissimo all'Imperatore, e conosceva punto

per punto le cose del regno, dell'impero e della corte Reale. Alcuni

principi e baroni della Puglia, volendo invadere ed occupare il regno,

coll'assenso di lui lo tolsero dal romitaggio, e divulgarono che

l'Imperatore viveva ancora. E l'eremita si prestava col suo assenso a

queste cose, perchè sperava acquistarne ricchezze ed onori. Ma Manfredi

figlio di Federico, che era chiamato principe, lo fece prendere e

ordinò che fosse sottoposto a tormenti e fatto morire. Nota che questa

frode, riguardo a Federico, si presumeva facile a condursi a buon fine,

perchè nella Sibilla si legge: _Si divolgherà in mezzo ai popoli: vive

e non vive._ Laonde anch'io per molto tempo stentava a credere che

fosse morto; se non che l'udii poi co' miei orecchi dalla bocca stessa

di Innocenzo IV, quando nel suo ritorno da Lione egli predicava al

popolo affollato in Ferrara. Perocchè io era sempre al suo fianco, e

disse nella predica: _Quel Signore che una volta fu Imperatore, nostro

nemico, e avverso a Dio e alla Chiesa, è morto, come per sicuro è stato

annunziato a noi._ L'udirlo mi riempì di stupore, e appena ancora potei

crederlo. Perocchè io era Gioachimita, e credeva, e m'aspettava, e

sperava che Federico fosse per fare ancora mali maggiori di quelli che

aveva già fatti, sebbene non fossero pochi. Quarto esempio ne è quello

di un certo, che diceva di essere Manfredi, figlio di Federico, quel

Manfredi che era stato debellato da Re Carlo, fratello di Lodovico re

di Francia. E perciò Re Carlo ordinò che quel finto principe Manfredi,

che gli si era presentato, fosse ucciso. E fece uccidere a que' dì

molti che s'infingevano Manfredi. Ma di ciò basti. Perocchè queste cose

non le ho dette di proposito, ma soltanto trattovi dal caso di Paolo

Traversari. _Perchè lo spirito spira quando vuole,_ e non è in potere

dell'uomo impedirnelo. Ora ritorniamo all'anno di cui si cominciò a

parlare. Nel 1240 adunque l'Imperatore assediò Faenza, che si arrese a

patti, ma, entratovi, ruppe la fede loro data.

a. 1241

L'anno 1241 fu presa Faenza, cioè si arrese di accordo all'Imperatore,

il quale, come si disse, non serbò la fede data. Morì Papa Gregorio IX,

che fu amico e padre e benefattore dell'Ordine de' frati Minori, e a

lui successe Celestino IV milanese, che morì subito; cioè diciasette

giorni dopo. E la sede restò vacante dal 1241 sino al 1243, perchè i

Cardinali erano discordi e dispersi. E Federico aveva chiuse le vie,

tanto che molti ne furono presi; e ciò faceva per timore che alcuno di

quei che passassero, diventasse Papa. Ed io stesso in quel tempo fui

preso più volte. E allora pensai e studiai modo di scrivere lettere

come, in cifra.

a. 1242

L'anno 1242 fu Podestà di Reggio Lambertesco dei Lamberteschi

Fiorentino, che aveva amore a far ragione e giustizia ai cittadini; e

appunto perchè il detto Podestà aveva amore a far ragione e giustizia

alcuni reggiani fecero questi versi:

Venuto è 'l liòne

De terra fiorentina

Per tenire raxone

In la città regina.

E allora il Consiglio municipale di Reggio a quasi unanimità di voti

gli concesse facoltà di fare quel che volesse. E nello stesso anno fece

fare la strada di Reggiolo, i ponti sul cavo Tagliata, le fossa attorno

al castello di Reggiolo[67], e trenta braccia della torre.

a. 1243

L'anno 1243, sul finir di Giugno, il dì di S. Pietro, fu eletto

Papa Innocenzo IV, Lombardo, dei conti di Lavagna[68] nella diocesi

di Genova. E governò la Chiesa 11 anni, 5 mesi e 10 giorni. Questi

era stato canonico di Parma, e causa dello smantellamento di questa

città. Per poter adunare un concilio fuggì a Lione, nobile città della

Francia, nella Borgogna, sul Rodano, ove stette molti anni, cioè sino

alla morte di Federico, e vi era andato l'anno 1244. Questi a suo

tempo stipulò un gran trattato con Federico per ricondurre le cose a

pace, e in pendenza della contumacia dell'Imperatore contro la Chiesa,

coll'aiuto de' Genovesi andò in Francia; e celebrando un concilio

a Lione condannò Federico come nemico della Chiesa, e lo depose

dall'Impero, e procurò che fosse eletto re d'Allemagna il Langravio

della Turingia; dopo la cui morte fu eletto Guglielmo d'Olanda. Questo

Papa canonizzò a Lione S. Emondo confessore. Arcivescovo di Cantorbery.

Canonizzò anche a Perugia il beato Pietro[69] dell'Ordine de' frati

Predicatori, Veronese, ucciso dagli eretici tra Como e Milano pel suo

predicare contro di loro. Canonizzò eziandio in Assisi nella chiesa

del beato Francesco, S. Stanislao vescovo di Cracovia, fatto uccidere

dall'iniquo Principe (Federico?). Innocenzo, morto l'Imperatore

Federico, entrò in Puglia con un grande esercito, e poco dopo morì

a Napoli, ove ebbe sepoltura. E queste cose sono dette qui per

anticipazione. A questi tempi fiorì venerabile per vita e per scienza

il Cardinale Ugo, frate dell'Ordine de' Predicatori, che, dottore in

teologia, con dottrina sana e lucidissima commentò tutta la Bibbia. Fu

primo autore delle Concordanze bibliche. Ma in seguito furono fatte

concordanze migliori. Papa Innocenzo lo creò Cardinal prete di santa

Sabina; nella quale dignità si comportò lodevolmente sino alla morte.

Così nel sunnotato millesimo, alla corte dell'Imperatore Federico, morì

Nicolò vescovo di Peggio, a Melfi[70] in Puglia, ove fu anche sepolto.

Nello stesso anno, e contemporaneamente, furono eletti vescovi di

Reggio Guizzolo degli Albiconi, Prevosto di S. Prospero di Castello,

e Guglielmo Fogliani. Perciò nel mese di Settembre vi fu gran contesa

tra gli Albiconi, i Fogliani e il Podestà. Ma fu poi confermato vescovo

di Reggio Guglielmo Fogliani, perchè era parente del Papa Innocenzo

IV, che allora reggeva la Chiesa romana. Così pure il prenominato

Papa spogliò del vescovado di Parma Bernardo Vizio Scotti, che era de'

frati del Martorano, e che già lo possedeva come datogli da Gregorio

di Montelungo Legato in Lombardia, per darlo ad Alberto Sanvitali, suo

nipote di sorella. E Re Enzo figlio dell'Imperatore Federico occupò il

palazzo del vescovo di Reggio, e, in odio del Papa e del partito ostile

non lasciò che il sunnominato Guglielmo vi abitasse.

a. 1244

L'anno 1244 morì frate Aimone Inglese, ministro Generale dell'Ordine

de' frati Minori, e gli succedette frate Crescenzio della Marca

d'Ancona, già molto vecchio. Questi ordinò a frate Tomaso di Cellano

(che fu il primo a scrivere la vita del beato Francesco) che la

scrivesse di nuovo perchè in quella prima erano state ommesse molte

cose. E fece un bellissimo libro dei miracoli e della vita del santo

intitolato: _Memoriale del beato Francesco in mancanza della sua

persona:_ sul quale ne compilò poscia uno eccellente il ministro

Generale frate Bonaventura. E pure vi sono ancora molte cose, che

non sono notate; perchè il Signore tutti i giorni, e in tutte le

parti del mondo, non cessa di operare grandi miracoli per mezzo

del suo servo Francesco. Questi fu invitato al concilio, che si

tenne per la detronizzazione di Federico, da Papa Innocenzo IV con

lettera particolare, ch'io ho veduta; ma egli se ne scusò per la

sua vecchiezza; e in sua vece mandò frate Giovanni da Parma, uomo

santo e letterato; e che gli successe poi nel governo dell'Ordine.

In quest'anno furono inviate da Roberto Patriarca di Gerusalemme a

tutta la cristianità lettere, che portavano gravissime notizie, ed

erano di questo tenore: Io Roberto Patriarca, sebbene indegno, di

Gerusalemme, notifico a tutti quelli che sono inscritti nell'albo de'

cristiani che nell'anno del Signore 1244 ai 17 di Ottobre, cioè la

vigilia di S. Luca Evangelista si fecero quì da noi, cioè in Terra

Santa, molti massacri e molte tradigioni. Un primo massacro avvenne

in Agosto, quando Gerusalemme fu distrutta dai Colisimini. Un secondo,

la vigilia di Santa Lucia, nella pianura di Gadar, cioè sabbia bianca,

ove furono trucidati 312 frati militanti, e 324 difensori delle torri.

Del convento di S. Giovanni furono massacrati 325 frati militanti

e 200 guardie delle torri. Del convento degli Alemanni sopravissero

alla strage soli tre frati; gli altri, ed erano 400, furono passati

a fil di spada. Dell'ospizio di S. Lazzaro furono uccisi tutti i

militi lebbrosi. Caifasso fu ucciso con tutta la sua gente. Il conte

Gualterio di Giaffa restò prigioniero, e di tutti i suoi uomini

fu fatta strage. I militi del Principe d'Antiochia, ch'erano 300,

incontrarono la stessa sorte. Quelli del Re di Cipro, 300 anch'essi,

uccisi. L'Arcivescovo di Tiro con tutti i suoi fu vittima. Parimenti

il vescovo di Rama. Inoltre, e questo è più desolante, 16000 Francesi

versarono il loro sangue per la fede di Cristo, e così tanto numero di

crociati d'altre nazioni da non potersi contare. Ed è da notare che il

Soldano di Damasco, e il Soldano di Camele, e un grande de' Saraceni,

che si chiama Nas, e tutta la milizia del Signore di Allap, che avevano

giurato a noi fedeltà, ed erano più che 25000 Saraceni, sul finire del

combattimento ci tradirono, e i loro nomi saranno maledetti ne' secoli

de' secoli; e così sia.

a. 1245

L'anno 1245 il predetto Imperatore Federico fu detronizzato da Papa

Innocenzo IV in pieno concilio a Lione, città della Francia. Per la

qual cosa Federico esiliò principalmente da Parma e da Reggio tutti

gli amici più stretti del detto Papa, e alcuni li fece prigionieri;

poi raccolse l'esercito su Milano, e non gli tornò bene. Nello stesso

anno Lodovico Re di Francia andò a Cluny da Papa Innocenzo IV: ed

ebbe con lui un famigliare colloquio. Parimenti nello stesso anno,

il primo di Gennaio, giorno di Domenica, nella città di Reggio vi fu

grande stormo intorno alla casa di Scazano; e il lunedì successivo vi

fu armeggiamento tra i Roberti e que' da Sesso; dal qual fatto questi

ritrassero disonore. E fu bruciata la casa dei Calegari; e perciò

vennero espulsi dalla città Giberto de' Tarasconi, Aschiero degli

Aschierì e Viviano Meliorati, che era imputato d'averla incendiata,

o almeno di aver consentito che vi si appiccasse il fuoco. E furono

rigorosamente puniti. Un lunedì poi, 3 Luglio, arrivarono sopra Reggio

Simone di Giovanni di Bonifacio de' Manfredi, e Maravone de' Bonici

con moltissimi fanti e balestrieri, ed incendiarono porta San Pietro

ed entrarono in città per violenza. E quello stesso lunedì e martedì

successivo vi furono di nuovo grossi stormi per città. Quindi furono

espulsi per ordine dell'Imperatore, tutti i Roberti, i Fogliani,

i Lupicini, i figli di Giovanni di Bonifacio, Manfredo da Palù,

i Canini e moltissimi Parmigiani di quel partito. De' Reggiani ne

furono condotti via molti dall'Imperatore. In quello stesso anno Papa

Innocenzo IV era a Lione sul Rodano colla sua Corte e i Cardinali,

e depose l'Imperatore Federico dal trono imperiale, e lo scomunicò;

e l'Imperatore pubblicò un bando contro il Papa, e i Cardinali e i

Legati. E allora in Ottobre l'Imperatore marciò contro i Milanesi sul

Ticino, ed Enzo di lui figlio sulla Tagliata dell'Adda con Parmigiani,

Cremonesi e Reggiani; e presero Gorgonzola[71], nell'assedio della

quale fu fatto prigioniero il Re, che fu poi liberato dai Parmigiani e

dai Reggiani[72].

a. 1246

L'anno 1246 Tebaldo Francesco e molti altri baroni della Puglia si

ribellarono contro il deposto Imperatore Federico. E furono fatti

prigionieri dopo lungo assedio nel castello di Capaccio[73]; e uomini,

donne e fanciulli furono duramente trattati. Lo stesso anno per

intromissione dell'Imperatore Federico fu eletto podestà di Reggio il

Marchese Uberto Pallavicini, che andò all'assedio di Rossena[74] e di

Felina[75] nella diocesi di Reggio; e le ebbe per capitolazione. Il

prenominato Tebaldo Francesco fu poi una volta Podestà di Parma.

a. 1247

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I · 第 6 / 28 段