NOTE:

[1] _Trattato della lingua Ebraica sue affini del P. Bonifazio Finetti

dellʼOrdine deʼ Predicatori offerto agli eruditi per saggio dellʼopera

da lui intrapresa sopra i linguaggi di tutto il mondo. Venezia presso

Antonio Zatta_ 1756. _in_ 8.

[2] _De antiquitate et affinitate linguae Zendicae, Samscridamicae et

Germanicae. Dissertatio auctore P. Paulino a S. Bartholomaeo Patavii

typis Semin._ 1798. _in_ 4. Il P. Paolino era molto dotto nella lingua

Samscrit, che aveva imparata dai Brammani allʼIndie, dove stette

parecchi anni Missionario. Egli non era abbastanza buon critico, ma

tenace delle sue opinioni, per le quali sostenne un ostinato contrasto

col celebre P. Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue orientali. Ma

di ciò farò parola in altro luogo. Vuolsi avvertire, che egli chiama

Samserdam lʼantica lingua deglʼIndiani, e questo forse è il vero suo

nome, ed io lo chiamo Samscrit, perchè questo nome è più generalmente

adottato, e per ciò più inteso. Lo stesso autore ha scritta pure

unʼaltra breve dissertazione _de latini sermonis origine, et cum

orientalibus linguis connexione. Romae apud Ant. Fulgonium_ 1802. _in_

4. Di questa però non parlo essendo essa posteriore allʼepoca assegnata.

[3] _Tacit. de Situ. ec. Germ._ § 2.

[4] _Saggi di Dissertazioni dellʼAccademia di Cortona_ T. 3.

[5] _Napoli_ 1778. _in_ 8.

[6] _Dellʼantiche Colonie venute in Napoli. Napoli_ 1764. T. 2. in

4. Al Vargas attribuisco questʼopera perchè il suo nome si legge nel

titolo. Ma il Bjoernsthael neʼ suoi Viaggi dice, che è del Mazzocchi,

il quale anzi glie ne mostrò la continuazione, che non fu mai impressa.

[7] Pref. al tom. 1. p. XI.

_Della lingua Ebraica.

Grammatici._

~CAPO~ II.

Dai trattati, che a tutte le lingue, o almeno a molte appartengono,

facciamo ormai passaggio a ciò, che intorno a ciascheduna si è scritto,

e cominciamo dallʼEbraica, che probabilmente è dʼogni altra più antica.

Niuno vʼha precettor di questa lingua, che non abbia preso a mostrarne

lʼutilità e la necessità. Così a cagion dʼesempio il Pasini scrisse

unʼorazione su questo argomento, che abbiamo unita alla sua grammatica,

e più ampio scopo scegliendo il P. Porta stampò in Milano un suo

libro _de linguarum Orientalium ad omne doctrinae genus praestantia_.

Ma sarei infinito, se tutti indicar volessi gli scrittori di questo

genere. Uno però fra tanti e per la sua dottrina singolare, e per

lʼimportanza del suo libro non potrebbe senza colpa esser da me

trascurato. Questi è il Signor Ab. Bernardo de Rossi, di cui dovrò quì

parlare più volte. Era egli nella prima sua giovinezza, e tutto era

dedito allo studio delle lingue Orientali. I giovani compagni suoi, che

avrebbono voluto divenir dotti senza troppa fatica, credevano inutile

quello studio, e molti, e gravi argomenti opponevano al de Rossi, che

pensava altrimenti. A persuadere i compagni scrisse unʼopera sulle

cause principali, per cui lo studio della lingua Ebraica si trascura,

e lo diede alle stampe.[8] Mostra in questo libro, che i testi Ebraici

non sono nè troppo corrotti, nè indegni dʼesser consultati; che le

versioni, e lʼautorità della volgata non ci dispensano dal ricorrere

al testo originale; che colle versioni, e colla volgata non si possono

assai volte convincere gli Eretici, e molto meno gli Ebrei, e di ciò si

offrono occasioni non rare, nè inutili; che hanno gli Ebrei parecchi

libri, dai quali si può trarre giovamento: che questa lingua non è poi

difficil tanto, che lungo tempo richieda per bene impararla. E nel

trattare di queste materie discute questioni sottilissime, alle quali,

aggiunge nuovi lumi di sommo pregio. Si veda a cagion dʼesempio ciò

che ivi p. 38. e seguenti dice di quel famoso versetto _foderunt manus

meas, et pedes meos_ Ps. 25. v. 18. Era egli in età di 26. in 27. anni,

ma se gli anni eran pochi la dottrina era molta, e lʼopera riuscì quale

aspettar si poteva da un uom provetto in questi studj.

Ma venendo più da presso a ciò che spetta alla lingua Ebraica

parlerò prima delle Grammatiche. E quì mi si presenta innanzi ad

ogni altra lʼingegnoso libretto del P. Giovenale Sacchi sul modo

di leggere lʼEbraico senza i punti[9]. Tutti sanno, che in questa

lingua ugualmente che in più e diverse altre Orientali, si suole

scrivere senza le vocali, cui si dee supplire leggendo, e che queste

si vedono espresse per lʼEbraica nella Bibbia, ed ivi pure non in

tutte le edizioni, e per lʼAraba nellʼAlcorano, per assicurare da

ognʼincertezza ed equivoco la lezione in questi libri. Tutti sanno

altresì, o almeno vedono tutti la difficoltà, che deve ciò cagionare.

Alcuni hanno voluto persuadersi, che antichissimamente non fosse

così nella lingua Ebraica, ed han creduto, che lʼAlef, He, Vau, Jod,

Het, Ain fossero vere vocali. Ma ciò ancora supposto non bastava per

poter leggere, perchè molte parole si hanno, nelle quali parecchie

consonanti si trovano unite senza interposizione di veruna di quelle

supposte vocali; onde varj modi si propongono per supplire alla loro

mancanza. Così pensava il Masclef, e poi il P. Giraudau. Si oppose a

queste innovazioni il Benedettino Guarin, ma alle sue opposizioni non

si arrendettero questi novatori, e si vide anche in Italia ristampata

la Grammatica del Masclef,[10] il che mostra fra noi pure aver trovato

fautori il suo sistema. Il P. Sacchi cadde in questo errore, ma la

sua opinione almeno sostenne con maggiore apparato di ragioni, che i

precedenti non fecero. Osserva egli, che i punti furono inventati dai

Masoreti nel sesto secolo dellʼera volgare, o in quel torno, e che S.

Girolamo chiama vocali appunto quelle sei lettere dette di sopra. Vuol

poi, che, tolte le aspirazioni tutte, quelle vocali si pronunzino A,

E breve, E lunga U, I, ed O, ed ove dopo una consonante manchi una di

queste lettere si supplisca un A: onde per esempio בראשית si legga

_barascit_, non _berescit_, come or si legge. Per qual motivo egli

supplisca questa piuttosto, che unʼaltra vocale troppo lungo sarebbe a

ridirsi, e molto più lungo ad impugnarsi. Lasciando dunque star ciò,

lasciando stare ugualmente lʼimprobabilità, che la memoria, e lʼuso

si perdesse dellʼantica pronunzia, quando la regola era così breve, e

facile a ricordarsi, domanderei volentieri, come possa accadere, che la

lingua Ebraica non abbia veruna aspirazione, mentre quelle, che da lei

nacquero ne hanno varie; come possa accadere, che in essa sola non si

abbia scontro di due consonanti, mentre in quelle, che sono più dolci

non solamente due, ma anche tre si uniscono senza vocali fra mezzo, e

quattro e cinque in quelle, che sono più aspre.

Un argomento molto ingegnoso, e al primo aspetto assai forte deduce

il P. Sacchi dal confronto deʼ due alfabeti Greco ed Ebraico e del

valore numerico di ciascheduna lettera. Ma per rispondere a questo

dovrei molto diffondermi, e perciò lo tralascio, tanto più che non

è del mio instituto il fare una completa confutazione di quegli

scrittori, che hanno traviato dalla verità. Dirò però solamente, che

volendo persuadere i suoi lettori doveva almeno rispondere a tutti

gli argomenti, che il citato Guarin ha recati in contrario nella sua

Grammatica, e il Dupuy in una dissertazione sulle vocali della lingua

Ebraica e dellʼaltre Orientali, che si legge negli atti della Reale

Accademia delle inscrizioni e belle lettere di Parigi T. 36.

Alla Grammatica eziandio appartengono le ricerche erudite, che intorno

alle Ebraiche lettere hanno fatte il Bianconi[11] e il P. Arizzara.[12]

Il primo fa vedere qual fosse anticamente la forma delle lettere

Ebraiche e Greche. Riguardo alle prime esamina se Esdra le cambiasse,

e sostiene, che, tranne poche accidentali variazioni introdotte dai

copisti, gli Ebrei conservarono dopo la schiavitù Babilonese gli

stessi caratteri, che avevano innanzi. Nega in secondo luogo, che essi

avessero due sorte di caratteri, cioè uno per le cose sacre, e lʼaltro

per lʼuso comune, come alcuni Rabbini hanno preteso. Mostra altresì,

che gli Ebrei e i Caldei avevano la stessa lingua, e che solamente il

tempo introdusse quelle varietà, che ora vediamo, e che della Caldea

hanno fatto un dialetto dellʼEbraica. Qualche strana opinione sostenne

questo dotto scrittore, siccome è quella, che anticamente gli Ebrei

scrivessero da sinistra a destra,[13] a sostegno della quale opinione

ricorse a certo siclo Samaritano pubblicato dal P. Hardouin.[14] Di

questʼavviso fu pure il P. Ogerio,[15] il quale sullʼorme del Nanclero

attribuì ad Esdra lʼaver introdotto lʼuso di scrivere da destra a

sinistra. Io non confuterò quì questo paradosso, che come ha detto il

P. Fabricy[16] a niuno stabile fondamento è appoggiato, e riguardo

alla interpetrazione di quel siclo è stato già confutato dal Canonico

Francesco Perez Bayero.[17] Nè meno strano è lʼaltro suo divisamento,

con cui dopo il Chishull vorrebbe togliere dallʼalfabeto parecchie

lettere, quantunque i Salmi 9. 25. 36. 37. 118. ed altri luoghi della

Bibbia abbiano i versi, o le strofe contrassegnate colle lettere,

che abbiamo presentemente, e collʼordine stesso. Il P. Arizzara si

è proposto di provare, che il carattere Ebraico adoprato neʼ sacri

libri del vecchio testamento è quello stesso, che usò Mosè, e gli

altri scrittori sacri contro il Cappell il Vossio ed altri, i quali

vollero questo esser Caldaico, e introdotto da Esdra, e quello di Mosè

essere stato il Samaritano. Mostra egli, che nulla provano i contrarj

argomenti tratti dalla schiavitù Babilonica, o da alcuni passi della

Scrittura, o dallʼodio degli Ebrei contro i Samaritani, e quindi da

certe parole dʼIsaia, e di S. Matteo, e da altre ingegnose osservazioni

si sforza di cavar le prove della sua opinione. Egli perciò sostiene la

sentenza del Bianconi; ma gli argomenti sono diversi.

Le Grammatiche di questa lingua pubblicate in Italia nel secolo

decimottavo non sono poche; ma io indicherò quelle solamente, che o per

la celebrità degli autori, o per qualche pregio particolare meritano,

che se ne faccia special menzione. E sia la prima quella di Gennaro

Sisti, che ha per titolo _la lingua santa da apprendersi anche in

quattro lezioni_.[18] Per lʼuniversità di Napoli aveva egli pubblicata

una breve grammatica[19], e poi lʼOfficio Pentaglotto a vantaggio di

quella gioventù. Ma per agevolare vie più lʼapprendimento di questa

lingua immaginò poscia un metodo brevissimo e facile, e lʼespose

in questo libro. Pochi precetti racchiusi in piccoli versi, alcune

tavole peʼ suffissi deʼ nomi, e deʼ verbi e per le conjugazioni, certe

industrie nella maniera dʼespor le regole, di combinare, e riunire

quelle, che hanno fra loro qualche analogia, e regolare gli esercizi,

che dagli scolari si debbon fare, sono le cose, che rendono compendioso

molto il metodo del Sisti. Esso è diviso veramente in quattro lezioni,

ma queste son tali però, che richiedono almeno venti giorni neʼ giovani

più perspicaci dʼingegno. Nè con ciò sʼimpara la lingua, il che sarebbe

impossibile, come ognun vede; ma solamente la declinazione deʼ nomi,

i pronomi, la conjugazione deʼ verbi, i principali precetti intorno

alla mutazione deʼ punti, ed a far uso del Lessico, col quale poi

si possa cominciare a tradurre. Ma per dire il vero volendo esser

breve è riuscito mancante di cose necessarie, e talvolta segue certe

sue opinioni, che non da tutti gli saranno concedute. Quei versi poi

sono affatto barbari, e spesso non intelligibili, e presso che sempre

mancanti talmente, che la spiegazione aggiunta in prosa deve supplire

a molte cose. Quantunque imperfetti però mi sembrano utili quei versi,

come ajuti della memoria, alla quale basta spesso una parola, o un

piccolo cenno, perchè si risvegli lʼidea di più altre cose, che a

quella parola, o a quel cenno sono connesse. Quantunque poi sia nuovo

il metodo del Sisti non è nuovo il vanto dʼinsegnar questa ed altre

lingue in tempo brevissimo.[20] Non può negarsi a questi metodi

la lode di molta utilità, perchè giovano ad imparare la parte, che

chiamano materiale delle lingue, ed a diminuirne la noja, che trattiene

parecchi dal continuarne lo studio. Ma riuscirebbono dannosi ove un

dotto e diligente Maestro non supplisse poi, quando è opportuno, con

altri più diffusi precetti. _In ordine autem, et modo disciplinae_,

diceva Bacone da Verulamio, _illud in primis consuluerim, ut caveatur

a compendiis, et a praecocitate quadam doctrinae, quae ingenia reddat

audacula, et magnos profectus potius ostentent, quam faciant_. Ho quì

voluto notare queste parole, affinchè lʼautorità di tanto scrittore

serva a me di difesa, se tralascerò di registrare tanti compendj, che

per la lingua latina massimamente agli anni passati inondaron lʼItalia

ad imitazione di qualche altra nazione, e al tempo stesso sia dʼavviso

a coloro, che con simili arti vogliono fare deʼ giovanetti tanti

prodigj di dottrina in ogni facoltà; ma formano deʼ prodigj dʼignoranza.

Alcuni accusano la maggior parte delle grammatiche dei Cattolici di

soverchia scarsità di precetti, ed altri condannano quelle degli

Eretici, e molto più quelle degli Ebrei di soverchia prolissità,

e minutezza. Il Pasini si prefisse di tenere una via media, e con

questo intendimento fece la sua grammatica tratta in gran parte dal

Buxtorfio.[21] Discreta e sufficiente quantità di precetti, chiarezza,

e precisione nellʼesporli sono i pregj di questa grammatica, che a

ragione vien molto adoperata in parecchie scuole dʼItalia. Molte

eccezioni ed anomalìe, che sparse nella grammatica annojerebbono i

principianti, e verrebbono dimenticate, si tralasciano, e a ciò si

supplisce più opportunamente col porre in fine il catalogo alfabetico,

e la spiegazione delle voci anomale, che nella Bibbia sʼincontrano.

Io bramerei solamente, che maggior estensione avesse data al trattato

della sintassi, come tra i Cattolici ha fatto il Guarin, e tra gli

Eretici il Buxtorfio, ed altri. Se nella lingua latina, nella quale

tanti ajuti abbiamo per bene impararla, a lungo e minutamente si spiega

la sintassi, e niuno crederebbe dʼaver bene insegnata questa lingua, se

ciò non facesse, io non so comprendere, come altri possa sperare dʼaver

bene insegnata lʼEbraica, facendo altrimenti. Alcuni dicono, che lʼuso

in ciò è il miglior maestro; ma se nella latina allʼuso si vuole unire

lʼabbondanza delle regole, a me pare, che si debba dir lo stesso ancor

dellʼEbraica. Il qual rimprovero io faccio non al Pasini solamente,

ma ancora ad altri molti Grammatici Ebraici, ed a quelli delle altre

lingue orientali, e della Greca. Nè mi si oppongano quelle, che poco

fa hanno mandate alle stampe due chiarissimi luminari in questo genere

di letteratura i signori Abb. de Rossi e Valperga Caluso.[22] Essi

hanno voluto darci dei compendj, i quali io non condanno; anzi li

credo neʼ primi rudimenti giovevoli più che i molti precetti. Ma credo

poi, che ai compendj debba succedere più copioso insegnamento o dʼuna

grammatica più diffusa, o della viva voce dʼun dotto Precettore, quali

sono appunto i due testè nominati. E certamente il primo non tiene in

se racchiuso il tesoro (bisogna bene usar questa voce per parlare di

lui con verità) della sua erudizione, ma lo comunica senza riserva

aʼ suoi uditori. Nè altrimenti fece il secondo, finchè fu moderatore

della scuola Torinese, dove le prime, e vere origini della lingua

Ebraica spiegava secondo glʼinsegnamenti dello Schultens, e degli

altri più insigni letterati Tedeschi ed Olandesi, il che senza dubbio

si pratica ancora dal Signor Peyron, il quale ha meritato dʼessergli

successore.[23]

Oltre alla Grammatica già citata altre opere ha preparate il Signor Ab.

de Rossi, che riuscite sarebbono utilissime agli studiosi, e dobbiamo

dolerci, che gli siano mancati glʼincoraggiamenti per pubblicarle.[24]

Utile altresì dovremo credere, che sarebbe riuscita, se si fosse

pubblicata la Grammatica Ebraica, e Caldaica di Jacopo Cavalli

Veronese, se possiamo congetturarlo dal titolo, che ne porta il P.

Zaccaria negli annali letterarj dʼItalia T. 3. p. 505.[25]

Non mancarono i Lessici allʼItalia. Primo di tempo, se non di merito

è quello del Bouget.[26] Egli non era Italiano, ma nato a Salmur,

e lo pongo quì solamente, perchè fu per più e diversi anni maestro

di questa lingua nel Seminario di Propaganda, e poi della Greca

nellʼUniversità di Roma, e per quel Seminario fece il suo Lessico,

ed una Grammatica.[27] Egli lasciato lʼordine delle radici segue

lʼalfabetico, il che dispiacerà a molti. Ma più assai di questo credo,

che si debba rimproverare al Bouget la totale mancanza dʼesempj,

e il significato non sempre esatto e compiuto delle voci, oltre

allʼesecuzion Tipografica, che spesso genera confusione.

Altri Lessici dettero lo Zanolini e il P. Montaldi. Ambedue seguono

lʼordine delle radici, ambedue ebbero in mira di togliere dalle mani

della gioventù i lessici degli Eretici, neʼ quali vʼha sempre più o

meno nascosta qualche parte deʼ loro errori. Il primo lo fece pel

Seminario di Padova.[28] Egli è diligente nel registrare i significati

diversi di tutte le voci, le diverse modificazioni deʼ nomi, e le

costruzioni loro cogli affissi; ed inoltre vi ha aggiunte alcune

osservazioni intorno alle antichità Giudaiche, ed alla Filologia

Sagra, dove gliene veniva il destro. Io sarò costretto dʼaccusare più

volte di plagio questʼautore, ma non posso dire, se simil taccia abbia

meritata ancora nel Lessico Ebraico, che non ho veduto. Il secondo,[29]

professore della stessa lingua e di controversie nel Collegio Germanico

di Roma ha usato anchʼegli la maggior diligenza nel porre tutte le

modificazioni testè accennate, e le diverse spiegazioni delle voci,

ricorrendo, ove è qualche controversia, ai migliori Lessicografi e

Critici sacri, ed alle interpetrazioni Greche dei Settanta dʼAquila

di Teodozione e di Simmaco, e a quelle delle altre lingue affini

allʼEbraica, ed ai migliori Rabbini, avendo però sempre quel riguardo,

che alla volgata si deve in quelle cose massimamente, che ai costumi

appartengono ed alla Fede. Sì fatta cautela è senza dubbio non solo

commendabile, ma ancor necessaria: e riprendo lʼardir degli Eretici

autori di cose ebraiche, che spesso a lor talento spiegano il sacro

testo. Parmi però, che alcuna volta util cosa sarebbe ricorrere alle

lingue araba, e siriaca, che sono, dirò così, della stessa famiglia

collʼebraica, come hanno fatto parecchi Tedeschi, e massimamente lo

Schultens, il Michaelis, il Simonis, lʼEichorn, ed altri: ed ove ciò si

faccia non a capriccio, ma secondo le regole della critica i cattolici

dogmi rimarrebbono inconcussi, salve le leggi deʼ costumi, e la Santa

Romana Chiesa trionfante. Un Lessico Ebraico compilò il dottissimo

Cardinale Michelangelo Luchi, che si dee conservare fra i molti suoi

manuscritti nella Vaticana. Ed il Bjoernstaehl neʼ suoi viaggj parla

del P. Conreale monaco Benedettino, che nellʼanno 1772. viveva a Monte

Cassino e fece una Grammatica, un Lessico, ed altre opere intorno a

questa lingua in novanta volumi in foglio, di che ha pubblicato ancora

un saggio,[30] ma non mi è riuscito dʼaverne ulterior notizia.

Celebre è la quistione, che fra gli eruditi si agita intorno alla

poesia degli antichi Ebrei. Vogliono alcuni, che essa consistesse in

una determinata disposizione di piedi composti di sillabe lunghe,

e brevi, come la Greca, e la Latina. Altri pretendono, che avesse

rime, e fosse simile alla nostra. Vʼha chi la fa consister tutta

negli accenti. E finalmente alcuni niuna altra poesia concedono agli

Ebrei, fuorchè lo stile. LʼAbate Biagio Garofolo scrivendo intorno

alla poesia degli Ebrei e deʼ Greci difese la seconda opinione.[31]

Vuol però, che le rime degli Ebrei non fossero sempre composte delle

stesse lettere. Confessa, che mancano molte rime, e lo attribuisce a

negligenza deʼ copisti. Quindi parla dello stile, di cui rileva le

bellezze: e finalmente deʼ principali poeti Greci ragiona secondo i

tempi, in cui vissero, e secondo i diversi generi, neʼ quali scrissero,

dando di ciascuno un conveniente giudizio. Incontrò egli un acre

avversario in Raffaele Rabbenio Medico Ebreo, che sotto finto nome

stampò, _squarcio di Lettera del dottissimo Bernabò Sacchi sopra le

considerazioni del signore Biagio Garofolo intorno alla poesia degli

Ebrei_. _Aosta._ (_Padova_) 1709. in 8. E poco dopo una _Lettera di_

*** _scritta ad uno deʼ suoi amici sopra un saggio di critica del

signor Giovanni Clerico intorno alla poesia degli Ebrei_. in 8. Il

Rabbenio voleva provare, che la poesia Ebraica avesse metro consistente

in una determinata misura di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi,

ma gli è accaduto di mostrar solamente, che consiste nelle parti del

tempo, in cui i versi si pronunziano, e che la quantità di questo tempo

dipende dallʼaccento, il che avverte il Garofolo nella sua replica.[32]

Il Rabbenio, negando la rima alla poesia Ebraica, confessò però, che

vi si trovano alcuni _finimenti simili_, nella qual confessione crede

il Garofolo, che egli si contradica, perchè i _finimenti simili_ sono

rime. Ma a me pare, che in ciò lo riprenda a torto, perchè il trovarsi

qualche rima nel testo Ebraico non vuol dire, che nella rima consista

quella poesia. Più altre operette poi si stamparono da ambe le parti,

che tralascio dʼindicare, perchè niun utile ne venne per decidere la

questione, o per illustrare la lingua. Favorevole alla rima si mostrò

ancora il P. Casini Gesuita, e Lettore di Sacra Scrittura nel Collegio

Romano nella sua breve dissertazione _de divina poesia sive de psalmis,

canticis, deque omni re poetica_. _Romae_ 1751. in 4. Ma distingue due

sorte di versi, una a più severe leggi soggetta di certa misura di

piedi, e di desinenze, e la vuole usata nelle lamentazioni neʼ cantici,

e neʼ Salmi; lʼaltra più libera, e quasi media fra la prosa e il nostro

verso nella quale dice, che scritte furono le profezie. LʼAvvocato

Mattei, che trattò anchʼegli della poesia Ebrea[33] molto saviamente

lasciò indeciso, se fosse rimata, o simile alla Greca, e alla Latina,

o se consistesse in altro modo diverso; ma poi, non so con qual

fondamento, pretende, che essa fosse a foggia deʼ ditirambi, neʼ quali

si trovano unite a capriccio molte sorte di versi. Il fatto sta che

non abbiamo più mezzi per decidere sì fatta questione, cui gli eruditi

dovrebbono ormai abbandonare, come insolubile.

Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II · 第 2 / 32 题