[1] _Trattato della lingua Ebraica sue affini del P. Bonifazio Finetti
dellʼOrdine deʼ Predicatori offerto agli eruditi per saggio dellʼopera
da lui intrapresa sopra i linguaggi di tutto il mondo. Venezia presso
Antonio Zatta_ 1756. _in_ 8.
[2] _De antiquitate et affinitate linguae Zendicae, Samscridamicae et
Germanicae. Dissertatio auctore P. Paulino a S. Bartholomaeo Patavii
typis Semin._ 1798. _in_ 4. Il P. Paolino era molto dotto nella lingua
Samscrit, che aveva imparata dai Brammani allʼIndie, dove stette
parecchi anni Missionario. Egli non era abbastanza buon critico, ma
tenace delle sue opinioni, per le quali sostenne un ostinato contrasto
col celebre P. Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue orientali. Ma
di ciò farò parola in altro luogo. Vuolsi avvertire, che egli chiama
Samserdam lʼantica lingua deglʼIndiani, e questo forse è il vero suo
nome, ed io lo chiamo Samscrit, perchè questo nome è più generalmente
adottato, e per ciò più inteso. Lo stesso autore ha scritta pure
unʼaltra breve dissertazione _de latini sermonis origine, et cum
orientalibus linguis connexione. Romae apud Ant. Fulgonium_ 1802. _in_
4. Di questa però non parlo essendo essa posteriore allʼepoca assegnata.
[3] _Tacit. de Situ. ec. Germ._ § 2.
[4] _Saggi di Dissertazioni dellʼAccademia di Cortona_ T. 3.
[5] _Napoli_ 1778. _in_ 8.
[6] _Dellʼantiche Colonie venute in Napoli. Napoli_ 1764. T. 2. in
4. Al Vargas attribuisco questʼopera perchè il suo nome si legge nel
titolo. Ma il Bjoernsthael neʼ suoi Viaggi dice, che è del Mazzocchi,
il quale anzi glie ne mostrò la continuazione, che non fu mai impressa.
[7] Pref. al tom. 1. p. XI.
_Della lingua Ebraica.
Grammatici._
~CAPO~ II.
Dai trattati, che a tutte le lingue, o almeno a molte appartengono,
facciamo ormai passaggio a ciò, che intorno a ciascheduna si è scritto,
e cominciamo dallʼEbraica, che probabilmente è dʼogni altra più antica.
Niuno vʼha precettor di questa lingua, che non abbia preso a mostrarne
lʼutilità e la necessità. Così a cagion dʼesempio il Pasini scrisse
unʼorazione su questo argomento, che abbiamo unita alla sua grammatica,
e più ampio scopo scegliendo il P. Porta stampò in Milano un suo
libro _de linguarum Orientalium ad omne doctrinae genus praestantia_.
Ma sarei infinito, se tutti indicar volessi gli scrittori di questo
genere. Uno però fra tanti e per la sua dottrina singolare, e per
lʼimportanza del suo libro non potrebbe senza colpa esser da me
trascurato. Questi è il Signor Ab. Bernardo de Rossi, di cui dovrò quì
parlare più volte. Era egli nella prima sua giovinezza, e tutto era
dedito allo studio delle lingue Orientali. I giovani compagni suoi, che
avrebbono voluto divenir dotti senza troppa fatica, credevano inutile
quello studio, e molti, e gravi argomenti opponevano al de Rossi, che
pensava altrimenti. A persuadere i compagni scrisse unʼopera sulle
cause principali, per cui lo studio della lingua Ebraica si trascura,
e lo diede alle stampe.[8] Mostra in questo libro, che i testi Ebraici
non sono nè troppo corrotti, nè indegni dʼesser consultati; che le
versioni, e lʼautorità della volgata non ci dispensano dal ricorrere
al testo originale; che colle versioni, e colla volgata non si possono
assai volte convincere gli Eretici, e molto meno gli Ebrei, e di ciò si
offrono occasioni non rare, nè inutili; che hanno gli Ebrei parecchi
libri, dai quali si può trarre giovamento: che questa lingua non è poi
difficil tanto, che lungo tempo richieda per bene impararla. E nel
trattare di queste materie discute questioni sottilissime, alle quali,
aggiunge nuovi lumi di sommo pregio. Si veda a cagion dʼesempio ciò
che ivi p. 38. e seguenti dice di quel famoso versetto _foderunt manus
meas, et pedes meos_ Ps. 25. v. 18. Era egli in età di 26. in 27. anni,
ma se gli anni eran pochi la dottrina era molta, e lʼopera riuscì quale
aspettar si poteva da un uom provetto in questi studj.
Ma venendo più da presso a ciò che spetta alla lingua Ebraica
parlerò prima delle Grammatiche. E quì mi si presenta innanzi ad
ogni altra lʼingegnoso libretto del P. Giovenale Sacchi sul modo
di leggere lʼEbraico senza i punti[9]. Tutti sanno, che in questa
lingua ugualmente che in più e diverse altre Orientali, si suole
scrivere senza le vocali, cui si dee supplire leggendo, e che queste
si vedono espresse per lʼEbraica nella Bibbia, ed ivi pure non in
tutte le edizioni, e per lʼAraba nellʼAlcorano, per assicurare da
ognʼincertezza ed equivoco la lezione in questi libri. Tutti sanno
altresì, o almeno vedono tutti la difficoltà, che deve ciò cagionare.
Alcuni hanno voluto persuadersi, che antichissimamente non fosse
così nella lingua Ebraica, ed han creduto, che lʼAlef, He, Vau, Jod,
Het, Ain fossero vere vocali. Ma ciò ancora supposto non bastava per
poter leggere, perchè molte parole si hanno, nelle quali parecchie
consonanti si trovano unite senza interposizione di veruna di quelle
supposte vocali; onde varj modi si propongono per supplire alla loro
mancanza. Così pensava il Masclef, e poi il P. Giraudau. Si oppose a
queste innovazioni il Benedettino Guarin, ma alle sue opposizioni non
si arrendettero questi novatori, e si vide anche in Italia ristampata
la Grammatica del Masclef,[10] il che mostra fra noi pure aver trovato
fautori il suo sistema. Il P. Sacchi cadde in questo errore, ma la
sua opinione almeno sostenne con maggiore apparato di ragioni, che i
precedenti non fecero. Osserva egli, che i punti furono inventati dai
Masoreti nel sesto secolo dellʼera volgare, o in quel torno, e che S.
Girolamo chiama vocali appunto quelle sei lettere dette di sopra. Vuol
poi, che, tolte le aspirazioni tutte, quelle vocali si pronunzino A,
E breve, E lunga U, I, ed O, ed ove dopo una consonante manchi una di
queste lettere si supplisca un A: onde per esempio בראשית si legga
_barascit_, non _berescit_, come or si legge. Per qual motivo egli
supplisca questa piuttosto, che unʼaltra vocale troppo lungo sarebbe a
ridirsi, e molto più lungo ad impugnarsi. Lasciando dunque star ciò,
lasciando stare ugualmente lʼimprobabilità, che la memoria, e lʼuso
si perdesse dellʼantica pronunzia, quando la regola era così breve, e
facile a ricordarsi, domanderei volentieri, come possa accadere, che la
lingua Ebraica non abbia veruna aspirazione, mentre quelle, che da lei
nacquero ne hanno varie; come possa accadere, che in essa sola non si
abbia scontro di due consonanti, mentre in quelle, che sono più dolci
non solamente due, ma anche tre si uniscono senza vocali fra mezzo, e
quattro e cinque in quelle, che sono più aspre.
Un argomento molto ingegnoso, e al primo aspetto assai forte deduce
il P. Sacchi dal confronto deʼ due alfabeti Greco ed Ebraico e del
valore numerico di ciascheduna lettera. Ma per rispondere a questo
dovrei molto diffondermi, e perciò lo tralascio, tanto più che non
è del mio instituto il fare una completa confutazione di quegli
scrittori, che hanno traviato dalla verità. Dirò però solamente, che
volendo persuadere i suoi lettori doveva almeno rispondere a tutti
gli argomenti, che il citato Guarin ha recati in contrario nella sua
Grammatica, e il Dupuy in una dissertazione sulle vocali della lingua
Ebraica e dellʼaltre Orientali, che si legge negli atti della Reale
Accademia delle inscrizioni e belle lettere di Parigi T. 36.
Alla Grammatica eziandio appartengono le ricerche erudite, che intorno
alle Ebraiche lettere hanno fatte il Bianconi[11] e il P. Arizzara.[12]
Il primo fa vedere qual fosse anticamente la forma delle lettere
Ebraiche e Greche. Riguardo alle prime esamina se Esdra le cambiasse,
e sostiene, che, tranne poche accidentali variazioni introdotte dai
copisti, gli Ebrei conservarono dopo la schiavitù Babilonese gli
stessi caratteri, che avevano innanzi. Nega in secondo luogo, che essi
avessero due sorte di caratteri, cioè uno per le cose sacre, e lʼaltro
per lʼuso comune, come alcuni Rabbini hanno preteso. Mostra altresì,
che gli Ebrei e i Caldei avevano la stessa lingua, e che solamente il
tempo introdusse quelle varietà, che ora vediamo, e che della Caldea
hanno fatto un dialetto dellʼEbraica. Qualche strana opinione sostenne
questo dotto scrittore, siccome è quella, che anticamente gli Ebrei
scrivessero da sinistra a destra,[13] a sostegno della quale opinione
ricorse a certo siclo Samaritano pubblicato dal P. Hardouin.[14] Di
questʼavviso fu pure il P. Ogerio,[15] il quale sullʼorme del Nanclero
attribuì ad Esdra lʼaver introdotto lʼuso di scrivere da destra a
sinistra. Io non confuterò quì questo paradosso, che come ha detto il
P. Fabricy[16] a niuno stabile fondamento è appoggiato, e riguardo
alla interpetrazione di quel siclo è stato già confutato dal Canonico
Francesco Perez Bayero.[17] Nè meno strano è lʼaltro suo divisamento,
con cui dopo il Chishull vorrebbe togliere dallʼalfabeto parecchie
lettere, quantunque i Salmi 9. 25. 36. 37. 118. ed altri luoghi della
Bibbia abbiano i versi, o le strofe contrassegnate colle lettere,
che abbiamo presentemente, e collʼordine stesso. Il P. Arizzara si
è proposto di provare, che il carattere Ebraico adoprato neʼ sacri
libri del vecchio testamento è quello stesso, che usò Mosè, e gli
altri scrittori sacri contro il Cappell il Vossio ed altri, i quali
vollero questo esser Caldaico, e introdotto da Esdra, e quello di Mosè
essere stato il Samaritano. Mostra egli, che nulla provano i contrarj
argomenti tratti dalla schiavitù Babilonica, o da alcuni passi della
Scrittura, o dallʼodio degli Ebrei contro i Samaritani, e quindi da
certe parole dʼIsaia, e di S. Matteo, e da altre ingegnose osservazioni
si sforza di cavar le prove della sua opinione. Egli perciò sostiene la
sentenza del Bianconi; ma gli argomenti sono diversi.
Le Grammatiche di questa lingua pubblicate in Italia nel secolo
decimottavo non sono poche; ma io indicherò quelle solamente, che o per
la celebrità degli autori, o per qualche pregio particolare meritano,
che se ne faccia special menzione. E sia la prima quella di Gennaro
Sisti, che ha per titolo _la lingua santa da apprendersi anche in
quattro lezioni_.[18] Per lʼuniversità di Napoli aveva egli pubblicata
una breve grammatica[19], e poi lʼOfficio Pentaglotto a vantaggio di
quella gioventù. Ma per agevolare vie più lʼapprendimento di questa
lingua immaginò poscia un metodo brevissimo e facile, e lʼespose
in questo libro. Pochi precetti racchiusi in piccoli versi, alcune
tavole peʼ suffissi deʼ nomi, e deʼ verbi e per le conjugazioni, certe
industrie nella maniera dʼespor le regole, di combinare, e riunire
quelle, che hanno fra loro qualche analogia, e regolare gli esercizi,
che dagli scolari si debbon fare, sono le cose, che rendono compendioso
molto il metodo del Sisti. Esso è diviso veramente in quattro lezioni,
ma queste son tali però, che richiedono almeno venti giorni neʼ giovani
più perspicaci dʼingegno. Nè con ciò sʼimpara la lingua, il che sarebbe
impossibile, come ognun vede; ma solamente la declinazione deʼ nomi,
i pronomi, la conjugazione deʼ verbi, i principali precetti intorno
alla mutazione deʼ punti, ed a far uso del Lessico, col quale poi
si possa cominciare a tradurre. Ma per dire il vero volendo esser
breve è riuscito mancante di cose necessarie, e talvolta segue certe
sue opinioni, che non da tutti gli saranno concedute. Quei versi poi
sono affatto barbari, e spesso non intelligibili, e presso che sempre
mancanti talmente, che la spiegazione aggiunta in prosa deve supplire
a molte cose. Quantunque imperfetti però mi sembrano utili quei versi,
come ajuti della memoria, alla quale basta spesso una parola, o un
piccolo cenno, perchè si risvegli lʼidea di più altre cose, che a
quella parola, o a quel cenno sono connesse. Quantunque poi sia nuovo
il metodo del Sisti non è nuovo il vanto dʼinsegnar questa ed altre
lingue in tempo brevissimo.[20] Non può negarsi a questi metodi
la lode di molta utilità, perchè giovano ad imparare la parte, che
chiamano materiale delle lingue, ed a diminuirne la noja, che trattiene
parecchi dal continuarne lo studio. Ma riuscirebbono dannosi ove un
dotto e diligente Maestro non supplisse poi, quando è opportuno, con
altri più diffusi precetti. _In ordine autem, et modo disciplinae_,
diceva Bacone da Verulamio, _illud in primis consuluerim, ut caveatur
a compendiis, et a praecocitate quadam doctrinae, quae ingenia reddat
audacula, et magnos profectus potius ostentent, quam faciant_. Ho quì
voluto notare queste parole, affinchè lʼautorità di tanto scrittore
serva a me di difesa, se tralascerò di registrare tanti compendj, che
per la lingua latina massimamente agli anni passati inondaron lʼItalia
ad imitazione di qualche altra nazione, e al tempo stesso sia dʼavviso
a coloro, che con simili arti vogliono fare deʼ giovanetti tanti
prodigj di dottrina in ogni facoltà; ma formano deʼ prodigj dʼignoranza.
Alcuni accusano la maggior parte delle grammatiche dei Cattolici di
soverchia scarsità di precetti, ed altri condannano quelle degli
Eretici, e molto più quelle degli Ebrei di soverchia prolissità,
e minutezza. Il Pasini si prefisse di tenere una via media, e con
questo intendimento fece la sua grammatica tratta in gran parte dal
Buxtorfio.[21] Discreta e sufficiente quantità di precetti, chiarezza,
e precisione nellʼesporli sono i pregj di questa grammatica, che a
ragione vien molto adoperata in parecchie scuole dʼItalia. Molte
eccezioni ed anomalìe, che sparse nella grammatica annojerebbono i
principianti, e verrebbono dimenticate, si tralasciano, e a ciò si
supplisce più opportunamente col porre in fine il catalogo alfabetico,
e la spiegazione delle voci anomale, che nella Bibbia sʼincontrano.
Io bramerei solamente, che maggior estensione avesse data al trattato
della sintassi, come tra i Cattolici ha fatto il Guarin, e tra gli
Eretici il Buxtorfio, ed altri. Se nella lingua latina, nella quale
tanti ajuti abbiamo per bene impararla, a lungo e minutamente si spiega
la sintassi, e niuno crederebbe dʼaver bene insegnata questa lingua, se
ciò non facesse, io non so comprendere, come altri possa sperare dʼaver
bene insegnata lʼEbraica, facendo altrimenti. Alcuni dicono, che lʼuso
in ciò è il miglior maestro; ma se nella latina allʼuso si vuole unire
lʼabbondanza delle regole, a me pare, che si debba dir lo stesso ancor
dellʼEbraica. Il qual rimprovero io faccio non al Pasini solamente,
ma ancora ad altri molti Grammatici Ebraici, ed a quelli delle altre
lingue orientali, e della Greca. Nè mi si oppongano quelle, che poco
fa hanno mandate alle stampe due chiarissimi luminari in questo genere
di letteratura i signori Abb. de Rossi e Valperga Caluso.[22] Essi
hanno voluto darci dei compendj, i quali io non condanno; anzi li
credo neʼ primi rudimenti giovevoli più che i molti precetti. Ma credo
poi, che ai compendj debba succedere più copioso insegnamento o dʼuna
grammatica più diffusa, o della viva voce dʼun dotto Precettore, quali
sono appunto i due testè nominati. E certamente il primo non tiene in
se racchiuso il tesoro (bisogna bene usar questa voce per parlare di
lui con verità) della sua erudizione, ma lo comunica senza riserva
aʼ suoi uditori. Nè altrimenti fece il secondo, finchè fu moderatore
della scuola Torinese, dove le prime, e vere origini della lingua
Ebraica spiegava secondo glʼinsegnamenti dello Schultens, e degli
altri più insigni letterati Tedeschi ed Olandesi, il che senza dubbio
si pratica ancora dal Signor Peyron, il quale ha meritato dʼessergli
successore.[23]
Oltre alla Grammatica già citata altre opere ha preparate il Signor Ab.
de Rossi, che riuscite sarebbono utilissime agli studiosi, e dobbiamo
dolerci, che gli siano mancati glʼincoraggiamenti per pubblicarle.[24]
Utile altresì dovremo credere, che sarebbe riuscita, se si fosse
pubblicata la Grammatica Ebraica, e Caldaica di Jacopo Cavalli
Veronese, se possiamo congetturarlo dal titolo, che ne porta il P.
Zaccaria negli annali letterarj dʼItalia T. 3. p. 505.[25]
Non mancarono i Lessici allʼItalia. Primo di tempo, se non di merito
è quello del Bouget.[26] Egli non era Italiano, ma nato a Salmur,
e lo pongo quì solamente, perchè fu per più e diversi anni maestro
di questa lingua nel Seminario di Propaganda, e poi della Greca
nellʼUniversità di Roma, e per quel Seminario fece il suo Lessico,
ed una Grammatica.[27] Egli lasciato lʼordine delle radici segue
lʼalfabetico, il che dispiacerà a molti. Ma più assai di questo credo,
che si debba rimproverare al Bouget la totale mancanza dʼesempj,
e il significato non sempre esatto e compiuto delle voci, oltre
allʼesecuzion Tipografica, che spesso genera confusione.
Altri Lessici dettero lo Zanolini e il P. Montaldi. Ambedue seguono
lʼordine delle radici, ambedue ebbero in mira di togliere dalle mani
della gioventù i lessici degli Eretici, neʼ quali vʼha sempre più o
meno nascosta qualche parte deʼ loro errori. Il primo lo fece pel
Seminario di Padova.[28] Egli è diligente nel registrare i significati
diversi di tutte le voci, le diverse modificazioni deʼ nomi, e le
costruzioni loro cogli affissi; ed inoltre vi ha aggiunte alcune
osservazioni intorno alle antichità Giudaiche, ed alla Filologia
Sagra, dove gliene veniva il destro. Io sarò costretto dʼaccusare più
volte di plagio questʼautore, ma non posso dire, se simil taccia abbia
meritata ancora nel Lessico Ebraico, che non ho veduto. Il secondo,[29]
professore della stessa lingua e di controversie nel Collegio Germanico
di Roma ha usato anchʼegli la maggior diligenza nel porre tutte le
modificazioni testè accennate, e le diverse spiegazioni delle voci,
ricorrendo, ove è qualche controversia, ai migliori Lessicografi e
Critici sacri, ed alle interpetrazioni Greche dei Settanta dʼAquila
di Teodozione e di Simmaco, e a quelle delle altre lingue affini
allʼEbraica, ed ai migliori Rabbini, avendo però sempre quel riguardo,
che alla volgata si deve in quelle cose massimamente, che ai costumi
appartengono ed alla Fede. Sì fatta cautela è senza dubbio non solo
commendabile, ma ancor necessaria: e riprendo lʼardir degli Eretici
autori di cose ebraiche, che spesso a lor talento spiegano il sacro
testo. Parmi però, che alcuna volta util cosa sarebbe ricorrere alle
lingue araba, e siriaca, che sono, dirò così, della stessa famiglia
collʼebraica, come hanno fatto parecchi Tedeschi, e massimamente lo
Schultens, il Michaelis, il Simonis, lʼEichorn, ed altri: ed ove ciò si
faccia non a capriccio, ma secondo le regole della critica i cattolici
dogmi rimarrebbono inconcussi, salve le leggi deʼ costumi, e la Santa
Romana Chiesa trionfante. Un Lessico Ebraico compilò il dottissimo
Cardinale Michelangelo Luchi, che si dee conservare fra i molti suoi
manuscritti nella Vaticana. Ed il Bjoernstaehl neʼ suoi viaggj parla
del P. Conreale monaco Benedettino, che nellʼanno 1772. viveva a Monte
Cassino e fece una Grammatica, un Lessico, ed altre opere intorno a
questa lingua in novanta volumi in foglio, di che ha pubblicato ancora
un saggio,[30] ma non mi è riuscito dʼaverne ulterior notizia.
Celebre è la quistione, che fra gli eruditi si agita intorno alla
poesia degli antichi Ebrei. Vogliono alcuni, che essa consistesse in
una determinata disposizione di piedi composti di sillabe lunghe,
e brevi, come la Greca, e la Latina. Altri pretendono, che avesse
rime, e fosse simile alla nostra. Vʼha chi la fa consister tutta
negli accenti. E finalmente alcuni niuna altra poesia concedono agli
Ebrei, fuorchè lo stile. LʼAbate Biagio Garofolo scrivendo intorno
alla poesia degli Ebrei e deʼ Greci difese la seconda opinione.[31]
Vuol però, che le rime degli Ebrei non fossero sempre composte delle
stesse lettere. Confessa, che mancano molte rime, e lo attribuisce a
negligenza deʼ copisti. Quindi parla dello stile, di cui rileva le
bellezze: e finalmente deʼ principali poeti Greci ragiona secondo i
tempi, in cui vissero, e secondo i diversi generi, neʼ quali scrissero,
dando di ciascuno un conveniente giudizio. Incontrò egli un acre
avversario in Raffaele Rabbenio Medico Ebreo, che sotto finto nome
stampò, _squarcio di Lettera del dottissimo Bernabò Sacchi sopra le
considerazioni del signore Biagio Garofolo intorno alla poesia degli
Ebrei_. _Aosta._ (_Padova_) 1709. in 8. E poco dopo una _Lettera di_
*** _scritta ad uno deʼ suoi amici sopra un saggio di critica del
signor Giovanni Clerico intorno alla poesia degli Ebrei_. in 8. Il
Rabbenio voleva provare, che la poesia Ebraica avesse metro consistente
in una determinata misura di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi,
ma gli è accaduto di mostrar solamente, che consiste nelle parti del
tempo, in cui i versi si pronunziano, e che la quantità di questo tempo
dipende dallʼaccento, il che avverte il Garofolo nella sua replica.[32]
Il Rabbenio, negando la rima alla poesia Ebraica, confessò però, che
vi si trovano alcuni _finimenti simili_, nella qual confessione crede
il Garofolo, che egli si contradica, perchè i _finimenti simili_ sono
rime. Ma a me pare, che in ciò lo riprenda a torto, perchè il trovarsi
qualche rima nel testo Ebraico non vuol dire, che nella rima consista
quella poesia. Più altre operette poi si stamparono da ambe le parti,
che tralascio dʼindicare, perchè niun utile ne venne per decidere la
questione, o per illustrare la lingua. Favorevole alla rima si mostrò
ancora il P. Casini Gesuita, e Lettore di Sacra Scrittura nel Collegio
Romano nella sua breve dissertazione _de divina poesia sive de psalmis,
canticis, deque omni re poetica_. _Romae_ 1751. in 4. Ma distingue due
sorte di versi, una a più severe leggi soggetta di certa misura di
piedi, e di desinenze, e la vuole usata nelle lamentazioni neʼ cantici,
e neʼ Salmi; lʼaltra più libera, e quasi media fra la prosa e il nostro
verso nella quale dice, che scritte furono le profezie. LʼAvvocato
Mattei, che trattò anchʼegli della poesia Ebrea[33] molto saviamente
lasciò indeciso, se fosse rimata, o simile alla Greca, e alla Latina,
o se consistesse in altro modo diverso; ma poi, non so con qual
fondamento, pretende, che essa fosse a foggia deʼ ditirambi, neʼ quali
si trovano unite a capriccio molte sorte di versi. Il fatto sta che
non abbiamo più mezzi per decidere sì fatta questione, cui gli eruditi
dovrebbono ormai abbandonare, come insolubile.