--Dunque partite?
--Sì... parto.
--Quando?
--Domani.
Eravamo nel giardino, Carolina ed io, soli. Perchè ci lasciava soli,
Cataldo? Carolina era bruna, aveva gli occhi neri e dolci, aveva le
labbra rosse come le ciliege, le mani piccole piccole, bianche come la
farina del suo molino. E durante la mia breve dimora a Cassino il mio
amico Cataldo non aveva fatto che parlarmi di lei. Ricordo le sue
parole: _Francescone_ ha lasciato in questo molino due pietre
preziose...
E ricordo, come se ora trascorresse ancora sotto gli occhi miei, il
magnifico tramonto che quel giorno imporporava le montagne cassinesi. Il
loro dosso s'infiammava, e un roseo riverbero coloriva ogni cosa intorno
a noi. Il giardino odorava di mentastra, e il silenzio era alto, l'ora
era propizia. Io sentivo battere il mio cuore con palpito insolito. Un
flutto di tenerezza mi veniva alle labbra e si voleva mutare in parole.
Una interna voce mi sospingeva: Su, coraggio, parla, dille che le vuoi
bene da quando l'hai vista! Chiedila al buon Cataldo! Rompi l'indugio!
Seppellisci una buona volta la tua tristezza! Ma non vedi che ti vuol
bene?...
La guardai, muto. Carolina abbassò gli occhi e si mise a tormentare la
frangia del suo grembiale. Io non li vedevo quelli occhi--ma tutto in
lei rispondeva: Sì, sì, signor Vittorio, io vi voglio bene! Chiedetemi a
mio cognato! Prendete la piccola Carolina e formate la sua felicità...
Poche volte da quando esisto mi sono sentito così sconvolgere come in
quel punto. Ero per afferrare il mio momento--ciascuno ha un momento
decisivo della sua vita--e la mia mano s'irrigidiva! I miei occhi si
velarono...
--Che avete?...--ella balbettò.
Io volevo dire: nulla, o volevo chissà che cosa dire, quando la voce di
Rosa suonò dall'alto, da una terrazzetta:
--Carolina!... Carolina!...
Ella rispose:
--Eccomi.
Mi tese la piccola mano. La strinsi dolcemente e la rattenni nella mia
fino a che la poverina non la ritrasse pian piano. Ella scomparve. E,
come se allo stesso tempo un velario si fosse squarciato davanti agli
occhi miei, mi riapparvero, in una rapida successione d'immagini, la mia
triste cameretta in una delle più malinconiche vie di Napoli,
l'affumicata _Trattoria dell'Asso di fiori_, la sala vasta, silenziosa e
fredda della biblioteca _Brancacciana_, ove il meglio della mia
giovinezza era trascorso...
E il tedio di questa mia giovinezza senza coraggio, senza speranze,
senza consolazioni, premette il mio spirito addolorato. Il giardinetto
aveva in quel punto una voce misteriosa, vi passava, con le ombre che
scendevano, come un soffio dolente: le cose attorno, oscurate,
svanivano...