ADDIO, CAROLINA...

I

--Dunque, senti; ti ricordi di quella sera piovosa in cui ci lasciammo

così nervosamente, uscendo dalla _Trattoria dell'Asso di fiori_?

Così cominciò a dire Cataldo Abbadessa, col quale ero seduto a tavola

nel giardino della sua villetta a Cassino, sotto gli alberi di prugne e

tra l'odore acre della mortella. Nel lontano s'infiammavano le cime

degli alberi e la cupola dorata del piccolo campanile di Santa Mariella.

--Come accesi il lume nella mia camera--continuò Cataldo--e lo misi

sulla tavola, m'accorsi che v'era stata lasciata una lettera al mio

indirizzo. L'apersi con qualche trepidazione. Le condizioni dell'animo

mio erano tali, quella sera, e così scombussolato era il mio spirito che

ogni più piccolo avvenimento produceva sui miei nervi l'effetto d'una

punta di fuoco. Letta appena la lettera, dubitai di sognare.

M'annunziava un'eredità. Già: un mio lontano parente, vedovo, senza

figli, era morto a Cassino e mi lasciava tutta la sua sostanza, vale a

dire un gruzzolo rispettabilissimo, la _Fattoria del Cavallo_ e il

molino detto di _Francescone_. Partii subito, il giorno appresso: e

arrivato a Cassino mi recai dal notaio. Il buon vecchio m'abbracciò e

baciò con le lagrime agli occhi: mi conosceva da quando ero bambino e

mia madre mi conduceva a spasso lungo le rive del fiumicello disseminate

di sassolini rotondi che io m'indugiavo a raccogliere. Terminati gli

abbracciamenti e le congratulazioni il notaio mi consegnò una lettera

del mio lontano parente, e mi disse: Don Cataldo, prima di visitare i

poderi che v'ha lasciato il mio cliente, buon'anima, leggetevi questa

lettera ch'egli mi raccomandò di consegnarvi appena foste arrivato

quassù. Lessi la lettera. Il buon'uomo, tra l'altro, aveva voluto

aggiungere al suo testamento una certa clausola riguardante il molino di

_Francescone_. Francesco Battiloro, detto _Francescone_ a causa della

sua statura gigantesca, era stato, fino a pochi anni addietro, padrone

del molino che ora veniva in mie mani. Per le grandi ristrettezze in cui

s'era trovato lo aveva poi venduto al mio parente. Questi era

un'eccellente persona, e non aveva voluto strappare il vecchio e le sue

due figliuole alle loro care pietre: e così, _Francescone_, fino a

morte, era rimasto mugnaio nel molino dei suoi padri. Rosa e Carolina lo

aiutavano a macinare, a riempire i sacchi e a caricare i carrettini. Un

giorno il povero vecchio...

Cataldo s'interruppe. Mi guardò, guardò il mio bicchiere, e mi fece:

--Ebbene, non bevi?

Difatti, dimenticavo il delizioso vinetto bianco del mio amico.

Bevvi. Cataldo riempì per la terza volta il suo bicchiere.

--Alla tua salute, Vittorio!

--Alla tua, Cataldo!

Egli continuò:

--Un giorno, il povero _Francescone_ sentì che la vita lo abbandonava.

Mandò a chiamare il mio parente e con le lagrime agli occhi gli

raccomandò, lo scongiurò di proteggere Rosa e Carolina come aveva

protetto e beneficato lui. Che ne sarebbe stato delle due povere ragazze

se avessero dovuto abbandonare il molino? E il mio parente promise, col

cuor buono che aveva, e mantenne la sua promessa. Rosa e Carolina

rimasero nel molino assieme a un antico e fedele garzone, e il mio buon

parente, durante il resto della sua vita, non s'occupò che di loro.

Venuto a morte anche lui, dopo quattro anni da quella di _Francescone_,

chiamò il notaio, gli ripetette le medesime raccomandazioni del mugnaio

e non una ma cento volte lo pregò che m'interessasse in coscienza alla

sorte delle due ragazze. Da parte mia risposi al notaio che Rosa e

Carolina non avrebbero mai avuto a dolersi di me: sarebbero rimaste nel

molino de' loro avi e nessuno le avrebbe tormentate. Anzi, soggiunsi,

io farò che una parte dell'utile vada proprio a loro vantaggio.

Bevemmo un altro sorso, e Cataldo riprese il suo racconto.

--Fin qua le cose andavano benissimo, e io stesso, non avendo altro da

fare, mi occupavo delle faccende del molino. Quando ecco che v'entro un

giorno, e chi vi trovo? Il figlio d'un carrettiere, un ubriacone della

peggiore specie, alle prese con un giovanotto beccaio. Il carrettiere

aveva cacciato il beccaio in una enorme madia, e quasi era per

schiacciargli la testa sotto il coverchio. Figurati! E tutto ciò

accadeva perchè quei due, tutti e due presi di Rosa, s'erano incontrati

nel molino e lì era venuto loro in mente di saldare i loro conti. E ci

volle il bello e il buono per metterli fuori! Vi riuscii soltanto in

forza della mia qualità di assessore per l'istruzione, titolo e carica

di cui l'onesta cittadinanza di Cassino mi aveva voluto insignire per i

miei meriti letterarii. Intanto le due ragazze piangevano in un angolo,

e la bionda Rosa mi fece, a mani giunte: Per carità, signor padrone, non

ci mandi via dal molino! Io non ho colpa in quel ch'è accaduto! Glie lo

giuro sull'anima di mio padre!

--Non era quella, caro Vittorio--seguitò Cataldo--la prima volta che mi

trovavo faccia a faccia con le due mie protette. Ma quella volta, la

commozione, il dolore di Rosa, non so, mi fecero un'impressione

straordinaria.--Ma come--dissi io--come potete permettere a due

insopportabili gaglioffi di venire ad accapigliarsi giusto nel vostro

molino? Intanto tutti e due si vantano della vostra simpatia per

ciascuno d'essi... (Rosa mi veniva appresso mentre uscivo--e nella

viuzza, davanti al molino, ci trovammo a un tratto soli addirittura). Io

continuavo a dire: Voi volete bene o all'uno o all'altro, non è vero?

Dunque, ditelo. A chi volete bene? Al carrettiere? Al beccaio?...

Ella rispose, semplicemente:

--A nessuno dei due, padrone...

La guardai. Rosa mi guardò co' suoi grandi occhi azzurri e poi li chinò,

e arrossì, e tacque...

L'ignoto: Novelle · 第 32 / 47 题