Cominciava ad albeggiare, ma la luce si faceva strada quasi a fatica tra
il fitto d'una caligine opaca. Accesi un fiammifero e ne appressai la
fiamma al polso della mia mano sinistra. Al momento della mia partenza
pel fronte mia madre mi vi aveva ella stessa attaccato un orologetto
d'argento. Ora se l'è ripreso, povera donna; l'ha rivoluto, e lo porta
appeso al collo con una catenina, e mille volte al giorno pare che abbia
bisogno di guardarvi l'ora.
La piccola vampa del fiammifero arrossò in faccia qualcuno--per un
attimo--che m'era vicino, e di cui non distinguevo che l'ombra immobile,
quasi raggomitolata in quella semioscurità della trincea.
--È giorno....--mormorò l'ombra.
--Sì--risposi--A momenti.
L'ombra si rizzò. E, come se ne avesse dato il segno, altre si agitarono
in quella fossa lunga e stretta, umida e fumigante. Adesso, rapidamente,
la luce svelava e coloriva tutto: i soldati, le armi, le corde
arrotolate a cerchio e ammassate, gli apparecchi telefonici riparati in
una buca, i mucchi di vanghe e di gavette il cui metallo accoglieva già
de' riflessi luccicanti.
--Forza!--urlò in quel punto stesso, e ove più la trincea si rinserrava,
una voce roca e beffarda.
Subito un'altra, più lontano, gridò:
--Granata a destra!
Levai pur io gli occhi in cielo. Vidi abbassarsi, nel lontano, su d'un
albero fronzuto, una piccola nuvola tonda che quasi istantaneamente si
squarciò e diventò come un gigantesco polipo giallognolo da' tentacoli
spioventi e scricchianti. Udimmo un rombo, uno scoppio, uno schianto--e
dal posto ov'era l'albero si levò un fumo nero e lento, che rimase lì
quasi immoto.
L'ombra riprese, sottovoce:
--Signor tenente...
E Marcello Sant'Agàveto, novizio teatino, ora soldato semplice nel 141º
di linea, mi si strinse così da presso che ora i nostri corpi si
premevano. Sentii posarsi sul mio braccio la sua mano e, voltandomi,
vidi lucere i suoi grandi occhi scuri. Ma la mano non tremava, e gli
occhi pareva che mi sorridessero.
--Che vuoi!... Fa presto...
--Un minuto soltanto... Sentite... Voi siete stato una volta a Santa
Chiara, da mia prozìa la badessa... Vi ricordate?...
--Sì, sì....
--Ebbene... un favore, signor tenente...
Infilavo in tutta fretta il mio cinturone con la _mauser_, e passavo
sotto il mento e v'affibbiavo nervosamente la correggina dell'elmetto.
Udivo i comandi venire dall'estremo limite della trincea, confusi,
inquieti, accompagnati dal solito vocìo sordo, dal solito strepito di
ferraglia. E qualcosa a noi s'avvicinava dalla vasta spianata, qualcosa
che intendevamo e non distinguevamo.
--Promettetemi di consegnare questi oggettini a quella povera vecchia...
Mi aspetta. È per me che vive ancora... Ditele....
Mi sentii ficcare nella saccoccia destra de' pantaloni una mano che vi
s'addentrò fino in fondo, vi lasciò un involtino, e si ritrasse. Le
confuse voci della trincea ora coglieva e ammorzava un poco un crepitìo
lacerante, che cresceva sempre e, a quando a quando, era superato da
scoppii più sonori. Seguirono, subitamente, a una di queste violente
detonazioni un fumo violaceo, ch'empì tutta la buca formicolante, e un
silenzio improvviso. Non vedevo più nulla: mi credevo accecato. Il
teatino mi doveva tuttora essere accanto, poichè quella che lentamente,
sommessamente terminava una preghiera, mi parve proprio la sua voce.
--... _committo spiritum meum_...
Una vampata, un fragore, un urlio d'assalitori e d'assaliti, e il fumo,
l'orrendo fumo che ci avvolgeva e ci stringeva alle fauci....
Nient'altro....
Non ricordo più nient'altro....
* * * * *
--_Ave Maria!_ Chi volete?
--Vorrei parlare alla signora badessa....
--Figlio, è malata.
--E che ha?
Attraverso la rete di sbarre della duplice inferriata che separa da'
visitatori l'antico e privilegiato _gratino della badessa_, da una
penombra uguale, ove qualcosa di bianco s'agita un poco, trema un
fievole sospiro.
--Che ha?--riprende la voce nella penombra.--Gli anni. Ottantasette,
figlio. È un po' sorda: non può parlar più troppo, e ci fatica a
scendere quaggiù.
Segue un silenzio. Odo, adesso, il tic-tac lento d'uno di quelli orologi
a stipo che si vedono tuttora nei monasteri e pare che quasi siano lì
per accompagnare col cadenzato lor ritmo le preghiere borbottate, o un
canto lieve.
A poco a poco, guardando dentro per la inferriata, gli occhi miei
s'avvezzano a penetrare quelle ombre che prima m'erano sembrate così
tenebrose. L'orologio che subito non avevo visto, ora lo vedo: sta
davanti a uno di quelli enormi canterani ove le monache ripongono la
biancheria e i paramenti--e accanto all'orologio, che pare una bara in
piedi, è un tavolinetto che sostenta uno scarabattolo. Mi pare di
discernere in questo--ora che dal finestrone che sovrasta al canterano e
all'orologio piove di passaggio un lume più diffuso--la testa di cera
che fu cavata dalla maschera di Maria Cristina, _la santa_, e affidata
da' familiari di Ferdinando II alle monache di Santa Chiara. Sì; mi pare
che debba essere quella: ha i capelli di seta nera spartiti sulla
fronte, gli occhi chiusi, la bocca esangue e sottile. Attraverso i vetri
dello scarabattolo, rilevata dal cuscino di velluto amaranto in cui
s'affossa, pare davvero recisa, e cadaverica e molle...
--E dalla signora badessa che volete, voi?
La piccola voce ora m'interroga un poco spazientita.
--Le devo fare un'imbasciata.
--La signora badessa vi conosce?
--Sì, mi conosce. E forse si sarebbe ricordata di me. Le ho parlato un
anno fa, se non mi sbaglio...
Brevemente, dall'altra parte, suonò un risolino che subito si contenne.
--Ma, figlio, un anno fa la signora badessa stava bene! Un anno è un
anno, pe' vecchi... Basta, glie lo dirò che è venuto un signore... E
come vi chiamate?
--Così... Guardate. È scritto qui...
Pe' ferri della grata passò, scivolando sul marmo del largo balaustro e
avanzando verso di me, qualche cosa come una di quelle spole in cui
riponiamo le penne e le matite sui nostri scrittoi. Sbucò dalla mia
parte, vi lasciai cader dentro la mia carta da visita, e la sottile
barchettina si ritrasse e sparì. La donna non fece mostra di leggere la
carta: da quel che potevo distinguere mi parve che se la ficcasse in
saccoccia.
Vidi una cuffia bianca che si chinava.
--_Ave Maria_... Statevi bene.
--E allora, quando posso tornare?
--Che vi posso dire?... Tra una settimana... Tra dieci giorni...
--E quando tornerò...
--Chiamate Maria Agnese la conversa. E io scenderò. E poi porterò
l'imbasciata.
* * * * *
Maria Agnese s'allontanò. Quell'interno appartato ridiventò silenzioso.
L'ora meridiana cadeva: così che là dentro tutto adesso annegava in
un'ombra diffusa, tutto spariva quasi rapidamente. Ma qui dove ero
rimasto, nella stanzetta bianca--ove appiè della grata, sono alcune
vecchie seggiole verdi di forma antica, a spalliere convesse e co'
piedi a colonnine, le seggiole per i visitatori--la luce era ancor viva,
ma d'un riverbero dolce e tranquillo, che si distribuiva ugualmente da
per tutto. Rimasi in piedi un istante ancora--guardandomi intorno. Mi
permettevo d'indugiarmi in quella cameretta come se sapessi che non mi
sarebbe vietato quell'assaporamento d'una pace, d'una solitudine così
profonde, velate dai veli aggraziati dell'arte ch'io vedevo espressa
dalla nobile incorniciatura a cartocci in cui si rinserrava la duplice
inferriata, da quei marmi commessi e policromi--che attorno attorno la
ornavano come circoscrivendo un'arca preziosa--ancora, qua e là, un poco
macchiati di luci. Mi pareva che mi dovesse pure esser lecito di
riposarmi, in silenzio, sopra una di quelle seggiole di paglia, capaci e
grossolane, che dal seicento alla fine del settecento si costruivano e
si vendevano all'Annunziata, ove ancora oggi quell'industria ha gli
ultimi suoi tenaci continuatori. La signora badessa, la conversa, il
misterioso di là della grata, la rischiarata e quasi poetica cameretta
ov'ero rimasto avvolto come da una tenera luce giallina e da un'aria
impregnata di odore di rose secche, assorbivano adesso tutto l'essere
mio, che là dentro sembrava a me stesso come nuovo e forastiero--un
essere che veniva dalle vie, risuonanti di ferro e pregne di ansie,
d'una città non meno delle altre investita anch'essa dal furore e dai
palpiti d'una tragedia immane, una città squassata, anch'essa, volta a
volta, dagl'impeti della sua gioia o dalle contrazioni del suo dolore, e
ancora percorsa da carriaggi e da soldati, e quasi mutata in tanti suoi
aspetti singolari--da quello del suo mare, adesso deserto, ai deserti
delle sue vaste arterie, delle sue piazze, dei suoi vicoli, sepolti in
una notte paurosa e profonda.
Ora, mi pareva davvero che a quel luogo d'antica pace e d'antica
fisonomia mi dovessi sentire estraneo in tutto. La stanzetta secentesca,
que' quadretti in cornici dorate a rigonfii e volute, l'ornato e
marmoreo _gratino della badessa_, la bella mensola addossata a una
parete sotto uno specchietto veneziano dal vetro tutto chiazze si
bagnavano ancora delle ultime luci che vi piovevano da un'alta finestra.
Ma già una parte del pavimento di _riggiole_ istoriate si copriva
d'ombre: l'altra, più in qua, fin sotto ai miei piedi accoglieva tuttora
un lume che andava scemando. Estranei a quell'aria tepida, a quella
luce, a quelle figurazioni, a quel silenzio raccolto tanto sentivo
l'esser mio, la mia figura, la mia divisa, il suono stesso della mia
voce, che mi ritrassi pian piano, fino a quando potetti scivolare lungo
l'usciuolo che si chiudeva sulla portineria e lì, per un momento,
arrestarmi. Nemmeno in portineria era alcuno--ma su uno di quei sedili
di pietra che girano appiè degli archi posava un cesto di fiori freschi.
Chi l'aveva portato era forse per sopravvenire--e forse di là da quella
enorme porta sempre chiusa lo sapevano, poichè mi sembrò udirvi un
pispiglio...
Rifeci la mia strada--passo passo. E con la sua figuretta tutta
raccolta, con que' suoi limpidi occhi azzurrini che vivevano ancor tanto
allora ch'io la prima volta la vidi--che vivevano e sorridevano--la
signora badessa di Santa Chiara, una Caracciolo, mi accompagnò per la
strada--piccola ombra rievocata, che mi tenne così compagnia per buon
tratto, mentre pur mi pareva di udirmi allato quella tremula voce di
bambina...
* * * * *
La mia licenza di trenta giorni era per scadere--e io pensavo che
sarebbe ancora rimasto nelle mie mani il piccolo pacchetto che quel
giovanotto mi aveva ficcato in saccoccia poco prima di far la fine
straziata che fece.
M'urgeva di consegnarlo. Ora mi mandavano a Bari ove, appena arrivato,
avrei saputo dell'ufficio a cui mi destinavano. Ma la guerra era per
finire: ogni giorno ne arrivavano notizie liete per noi, e ogni giorno
si sentiva più che mai il bisogno di liberarsi da quell'incubo orrendo.
In questa nervosa impazienza ero anch'io. Avevo ancor gli occhi pieni di
quelli spettacoli atroci, da' quali m'era sembrato addirittura che ogni
cosa più bella della mia esistenza fosse quasi per essere demolita o
trasformata. Nulla, nulla volevo più ricordare. Anche di quell'involtino
che m'aveva affidato quel piccolo prete anelavo di sbarazzarmi...
Soltanto tre giorni prima della mia partenza per Bari potetti rivedere
la badessa. L'antica mia qualità di funzionario all'Intendenza di
Finanza mi permetteva di accompagnare nell'antico monastero fondato
dalla regina Sancha un ispettore che vi si recava a compilarvi un
inventario.
Ella non mi riconobbe subito. Aveva, ora, un'aria assai stanca e
camminava pian piano, un po' curva, e mi veniva incontro come senza
vedermi. Poi ci ritrovammo in un viale del grande giardino--ristorato
nella prima metà del settecento da Domenicantonio Vaccaro--in piedi
tutti e due là dove i pilastri sono rivestiti di gioconde maioliche
napolitane che iniziano il colore e il disegno delle viti feconde di cui
sostengono il pergolato. Era, intorno, la terra tutta sparsa di quelle
foglie rossicce--e la signora badessa pareva che le stesse a contare.
Poi la sua mano scarna, che tremava un poco, scivolò sulla spalliera del
prossimo sedile e vi si appoggiò, spiegata.
--Mi va il sole negli occhi...
Sedette. E senza levar la testa, con le mani congiunte sulle ginocchia,
riprese a parlare, piano:
--Voi siete quel militare dell'altra volta, che venne da parte di
Marcello... Sì... V'ho subito ravvisato. Sentite... ebbi una lettera
sua, tre mesi fa... O meno?... Non so... Diceva: Se posso venire in
licenza e io verrò, verso maggio, ma è difficile. Io l'ho aspettato...
Pregando il Signore... Unico figlio d'una figlia di mia sorella
Mariantonia...
La lasciavo parlare. Ella parlava più a se stessa che a me, con la testa
un poco reclinata: le due piccole mani di cera parevano inchiodate sulle
sue ginocchia congiunte.
Continuò più lentamente:
--Anche Sabina, mia nipote, il Signore se la chiamò alla gloria degli
angeli... Sia fatta la sua volontà... La madre di Marcello, così, da
dieci anni, sono io... Povera serva di Dio...
Mise un sospiro--e sorrise, con un sorriso di bimba incantata.
--Ah, che consolazione... quando tornerà!... Gli farò dire la prima
messa al nostro altare privilegiato... Immaginate che consolazione... E
poi perchè digiuniamo, da cinque mesi ch'è lassù, alla guerra?...
Signore, aiutateci!... Faccio digiunare anche le converse... Mezz'ora di
preghiera, ogni sabato, la facciamo...
Aveva parlato eccessivamente e ora continuava a fatica, con un po' di
sopraffiato.
--... sulla pietra, in ginocchio...
Un piccolo colpo di tosse la interruppe.
--E la guerra che fa, signor militare?... È tanto giusta la causa...
Anche Marcello me lo scrive... E santa Chiara... santa Chiara
miracolosa...
Non distinsi altre parole. Il loro senso mi sfuggì. Si disperdevano
adesso in un lieve sbadiglio, in un balbettìo di labbra che parevano
affaticate.
A un tratto, lievemente, la vecchietta piegò il capo sulla spalla. Si
sciolsero le sue mani, e una scivolò lungo un ginocchio. Non parlò più.
S'era assopita--in quel giardino pieno di odore e di ronzii.
Mi allontanai pian piano. Le foglie secche ammorzarono il romore dei
miei passi e quando, in portineria, passai davanti a Maria Agnese ella
si levò per aprirmi e s'inchinò mentre uscivo:
--_Ave Maria_--mormorò, sorridendo.