Fu proprio in quel tempo che il bisogno d'una modella della sua età e
del suo stampo divenne per me urgentissimo: un mio quadro di
caratteristici costumi partenopei, colorito della vivacità del color
nostro e materiato degli elementi tra malinconici e grotteschi che
offrono all'assaporante o meditante gastronomia dello sguardo certe
nostre vie popolane, mancava appunto di quell'assai pittoresca figura
senile, ch'io ricordavo d'aver più volte incontrata per la via, rincorsa
dall'odiosa ragazzaglia plebea che non rispetta alcuna peripatetica
sventura: una vecchia bizzarramente vestita, con certe buccole argentee
che le scappavano disotto al cappelletto tutto piume e nastrini e le
sbattevano sulle gote infossate,--con un cestino infilato al braccio e,
attaccato al polso ossuto della mano destra, un bastone con cui
minacciava i suoi persecutori infantili.
--Quella?--mi dissero, come ne parlavo una volta tra conoscenti--Quella
è donna Clorinda.
Finalmente la ripescai, una sera di estate, in una taverna di Piazza
Francese. La vecchia v'era seduta in fondo, quasi accanto al focolare, e
di faccia a lei, alla medesima tavola, cenavano due facchini del Molo
Piccolo e un soldato della vicina caserma. Donna Clorinda reggeva a due
mani la scodella della minestra e con tutta precauzione l'accostava alle
labbra e beveva il brodo. In un tondino era un mucchietto di pesce
fritto. Come l'oste seguitava a frigger pesce e ne lasciava cadere una
minuzzaglia infarinata nella padella piena d'olio bollente e un fumo
acre e denso si spandeva attorno, la testa architettata di donna
Clorinda appariva e spariva in quel fumo. Rimpetto a lei i due facchini
parlavano di sciopero, picchiando di volta in volta sulla tavola con le
larghe mani callose, dalle unghie lucenti d'untume: il soldato, un
settentrionale biondiccio, beveva silenziosamente, e fumava.
--No, no, domani non posso:--ella mi dichiarò gravemente--di domenica
non posso. Domani ci ho la messa. Vado in chiesa, a San Giacomo degli
Spagnuoli, a pregare pe' miei antenati. Sa lei che io discendo dagli
Aragona, dal grande Alfonso?
Il soldato si volse, sorpreso. Con un sorriso concessivo e dignitoso,
inoltrando le dita nel pesce fritto, di cui poi si mise un pizzico in
bocca, donna Clorinda soggiunse, a bocca piena:
--Verrò da voi lunedì. V'accomoda?
--Ma mi dovete giurare di venire. Sul grande Alfonso, non è vero?
Lei levò la mano con un altro pizzico di pesce, solenne.
--Sul grande Alfonso d'Aragona!
E mancò al giuramento. L'aspettai tutto il giorno, e in quello seguente
mi rimisi a rintracciarla. Per fortuna ella m'aveva indicata la casa ove
pernottava da un anno, dalla morte di Mastia.
--Se mai, mandate a chiamarmi lì, sotto l'arco, accanto al teatro del
_Fondo_. A destra, sotto l'arco, è una scaletta. Fate chiedere della
_baronessa_.
L'arco così detto del _Fondo_ dal teatro al quale è attaccato da una
parte, è ancor quello scuro e sozzo passaggio che dalla via
dell'Arsenale, lungo un de' muri del teatro, mette a Piazza Francese. Mi
vi avventurai tra' mucchi di spazzatura e il copioso rigagnolo d'una
fontanina di cui i monelli avevano deviato il corso. Cercai, sulla mia
destra, la scaletta che la vecchia m'aveva indicata. V'era, di fatti;
anzi là sotto non v'era che quella. E come ne ascendevo, cautamente,
gli sconnessi gradini lubrificati dall'umido e dal traffico, una fresca
voce femminile m'incitò, dall'alto.
--Avanti, signorino! Avanti!
Ero giunto al sommo della scala. Mi trovai faccia a faccia con una
ragazzona in camicia color di rosa.
--Bè?--mi fece, seguitando ad arrotolare una sigaretta--Non entra? Se ne
resta lì? Favorisca!
--Chi è?--chiese una voce, di dentro.
--Un signore.
Avevo ben compreso ove fossi cascato. Diamine! Non v'era proprio da
ingannarsi. E pure--confesso--lì per lì fui preso da quel minuto
d'irresolutezza che può far passare anche un provetto per un ingenuo.
--Ha un cerino, per caso?--disse la ragazza in camicia, che aveva
passata e ripassata la punta della lingua sulla Satin della
sigaretta--S'accomodi, intanto: si metta a sedere. Sa, ce ne sono delle
altre.
Si voltò a dietro e chiamò:
--Chiarina! Armida! Ida! La romana!
A una a una, in quella piccola stanza ov'era solo un divano in giro sul
quale ricorrevano specchi appannati in tante cornici barocche, apparvero
altre femmine seminude, sonnolenti, sbadiglianti.
Una si buttò sul divano, appena entrata; un'altra, rannodando
sull'occipite i lunghi capelli neri, balbettò un buon giorno svogliato.
S'aperse, sulla destra della sala, una porta e vi si affacciò un donnone
gigantesco con fra le mani, che parevano gonfie, il macinino del caffè.
Alle sue spalle, per lo schiuso della porta, apparve un pezzo del
focolare e subito nella sala si sparse un odore acre di frittata alla
cipolla. Si udiva scorrer l'acqua della fontanina nella vaschetta e quel
romore quasi copriva le voci.
--Buon giorno al signore--disse il donnone--Scuserà. Ci trova in
_desabigliè_. Queste principesse si levano tardi. S'accomodi! Ida, vai a
chiudere il robinetto!
Quella della sigaretta entrò in cucina. Cessò il romore dell'acqua.
Il donnone soggiunse:
--Forse cerca la Virginia?
Ora la sua voce sonora, maschile s'accompagnava di volta in volta con la
musica del macinino, del quale ella girava a tratti la manovella.
Credetti di non dover perdere più tempo.
--Cerco di donna Clorinda...
M'interruppe uno scoppio di risa.
--La baronessa!--gridò Chiarina.
Le ragazze urlavano:
--La baronessa! La baronessa!
--Voialtre!--minacciò il donnone--Su! Dentro tutte!...
Ma già quelle mi sospingevano, seguitando a gridare e a ridere, per uno
scuro corridoio ove in fondo era una piccola porta.
--È qui, è qui...
--Picchio?--chiese alle compagne una bionda.
--Picchia forte! Ohè! Baronessa! Signora baronessa, aprite!
La bionda picchiava forte, con la mano spiegata. Di fuori s'udiva la
voce del donnone:
--Troie! Non fate chiasso!
--S'è chiusa dentro--disse Chiarina, che guardava pel buco della
serratura.
E si mise a picchiare anche lei.
--Che volete? Chi volete?
Riconobbi la voce aspra, incollerita della vecchia.
--Aprite! C'è un signore!
--Virginia non riceve!--urlò la vecchia, di dentro.
--Ma cerca di voi!
--Vuol vedervi!
--È il vostro innamorato!
--Cristo!--fece il donnone, intervenendo--V'ho detto via! Via tutte!
La chiave stridette nella toppa. S'aperse a mezzo la porticina e tra la
porta e lo stipite apparve una piccola figura femminile, immota. Era una
biondina, sottile, pallida, con due occhi dolci e timidi che
interrogavano or me ora quelle donne.
Vi fu un breve silenzio. Un fiotto di luce si riversò dalla piccola
stanzuccia nel corridoio.
--Che volete?--disse la biondina.
--Niente, niente--disse il donnone--Il signore ha chiesto della
baronessa.
La biondina spalancò l'uscio e poi si trasse da parte. Ora si illuminava
tutta quanta. Era vestita d'un camice azzurrino e già pettinata,
semplicemente. Nella mano destra premeva un mazzo di carte da giuoco:
l'altra mano, pur bianca, fine, esangue, abbottonava il camice sul
petto.
--È la Virginia.--mi soffiò all'orecchio il donnone--Tipo signorile.
Da un letto, in fondo alla camera, la stridula voce di donna Clorinda
gridò:
--Ho capito! È il pittore. Verrò, verrò, signor pittore! Verrò domani
senz'altro!
--Non potreste oggi?
--Oggi? Ebbene, sì, oggi! Oggi senz'altro!
Era beatamente adagiata nel letto della Virginia, con la bianca testa su
due capezzali, con una collana di grossi coralli al collo. Sulla coltre
erano sparse alcune altre carte da giuoco. Accanto al letto era una
poltrona sudicia e sdrucita, in cui la biondina avea fatto il fosso.
--Ha visto la Virginia?--mi fece il donnone riconducendomi all'uscio di
strada--È un peccato. S'è legata alla vecchia e perfino le lascia il suo
letto. E giusto adesso, che avrebbe bisogno tanto di riposare! È malata,
sa: ma è cocciuta...
Pensavo a quel fosso, nella poltrona.
--E dorme lì, nella poltrona?
--Se n'è accorto? Già. Ma guardi! Si può essere più bestia di così!
Farmi le nottate intere accanto alla pazza, che le cava la ventura dalle
carte!
--Che diceva lei? Ch'è malata?
--Ah! Signore Iddio!--sospirò la virago.
E con la punta del medio si toccò a più riprese in mezzo al petto enorme
e molle, ondeggiante a ogni suo più piccolo moto.
--Qui, capisce?
Scendevo le scale, scusandomi.
Il donnone mi gridava dietro:
--Sa, badi: si tenga a sinistra! E non dubiti: penso io a mandarle oggi
la baronessa. E mille rispetti! E ci venga a trovare!
Difatti la pazza m'arrivò allo studio qualche ora appresso, nella sua
solita buffa acconciatura. Durante il primo riposo cercai di farmi
narrare la storia della Virginia: doveva bene avere una storia la
biondina. Ma mi riescì di sapere poco o nulla: la vecchia anzi s'era
rabbuiata e mostrava di non volersi troppo intrattenere dell'argomento.
Sì, la Virginia le aveva ceduto il suo letto, l'aveva fatta accogliere
in quella casa per carità, s'era impietosita, ecco tutto. _Figlia di
signori_, la Virginia: sapeva leggere e scrivere e aveva pur cantato a
teatro.
Tutto questo ella mi andò borbottando con l'abituale sua disordinata
maniera di narrazione, così che non riescii che a comprendere ben poco:
il vaniloquio della pazza raffittiva l'oscurità che io avevo cercato di
penetrare e in cui si perdeva la figura, pur così interessante, della
piccola bionda.
Costei morì sullo scorcio di novembre e donna Clorinda morì due
settimane appresso. La virago mi raccontò che la vecchia s'era seduta
nella poltrona di Virginia e lì s'era lasciata morire. La collana di
corallo se l'era presa la virago: glie la vidi al collo. Chiarina mi
disse che alla pazza non avevano trovato nulla addosso, infuori d'un
piccolo e logoro portafogli nel quale erano due o tre soldi e, avvolto
in un biglietto del lotto, un bel ricciolo di capelli biondi che
somigliavano tanto a quelli della Virginia.
--Ah, caro Lei!--mi fece il donnone, sull'uscio di strada--Non può
immaginare che s'è patito con quelle due! E lei?... Tornerà?... Ora son
finite le malinconie... Badi... si tenga a sinistra... Mille rispetti.
Ci venga a trovare, neh? E per cose allegre, ora, per cose allegre!...