IL POSTO

L'ultima sera di dicembre del 18... il mio portinaio mi mise sul breve

tavolino che mi serviva da tavola da pranzo e da scrittoio una lettera

sulla cui busta era stampato tanto di _Ministero della Pubblica

Istruzione_. Il decreto di nomina. Professore--finalmente!

Ed eccoti--pensai, spiegando quel foglio e scorrendolo con una rapida

occhiata--eccoti dunque pedagogo a venticinque anni, nel meglio della

vita e con tante altre e ben diverse illusioni nel cuore! Sta bene. E

ora va: e insegna ai giovanetti sulla scorta dei soliti programmi: e

ragiona loro de' fatti di Pirro e di Leonida, delle guerre

peloponnesiache e della ritirata dei Macedoni...

Lentamente, ricacciai quel foglio nella busta è la riposi sulla tavola.

E rimasi lì, seduto davanti ad essa e quasi meravigliato della serenità

con cui accoglievo quella notizia pur così attesa e che quasi non così

presto mi aspettavo. Come!--pensavo--Tu conquisti un posto sicuro e che

t'assicura la vecchiaia--tu riesci a procurarti uno stipendio certo

quando tanti altri, più vecchi di te, e più meritevoli, e più umili ne

sognano invano uno anche minore; tu raggiungi la piccola gloria

dell'insegnamento, un titolo, l'avvenire, infine--e non benedici la

provvidenza, e non ti reputi fortunato?

Vero, vero; solo al mondo, oramai--mia madre era morta nel luglio

dell'anno precedente e avea seguito mio padre laggiù nel breve cimitero

del mio paesello--io avevo dovuto, fin qua, vivere a Napoli--in questa

città così grande, così espressiva, così movimentata--la vita dello

studente povero e sconosciuto che si può appena permettere il lusso d'un

solo e parco asciolvere al giorno e di un unico vestito all'anno. Un

altro, dunque, al posto mio sarebbe stato davvero più contento.

Ma io rimasi lì, al cospetto di quella partecipazione, che parecchi dei

miei compagni m'avrebbero certo invidiata, quasi a malinconicamente

contemplarla. Per altri la vita cominciava di là, da quella carta. Per

me, pareva che lì si dovesse arrestare. Sì, sì, arrestare! Come

ritorcere l'animo mio, che si voltava addietro e vedeva a mano a mano

allontanarsi, svanire quasi come in una nebbia fredda i più teneri

ideali ch'esso aveva accolto fino ad ora? L'arte, la poesia, la

letteratura, tutto un miraggio luminoso di plauso e di successo si

dissolveva--e agli occhi della mia fantasia, che or andava architettando

cose e persone e luoghi novelli, già, con una gelida evidenza,

apparivano la scuola, la simmetrica linea dei banchi, le austere pareti,

e l'ardesia e la cattedra dalla quale sarebbe suonata, su d'un tono

ammonitivo, la mia povera voce non avvezza alla formola pedagogica.

Tornai ad aprire la busta, macchinalmente. Tornai a gettar gli occhi su

quel foglio timbrato, percorso da una di quelle perfette calligrafie

d'amanuensi le quali constituiscono il merito più considerevole

degl'impiegati a' Ministeri. La partecipazione era estetica: il mio nome

era scritto in rondino...

Una voce squillò improvvisamente nella mia camera...

--Carlo! Carlo!

S'era spalancata la porta e Matteo Barra, il mio compagno di studio e di

stanza, quasi mi si precipitava addosso.

Io m'ero levato, commosso. Buon figliuolo! Il portinaio, o qualche

comune amico, o il solito bollettino del Ministero gli avevano

partecipato la mia nomina...

--Come hai saputo? Da chi?

Ci eravamo abbracciati e baciati. Egli mi guardava, ora, con gli occhi

ridenti.

--Ho fatto la scala d'un fiato!--balbettò, ansante.

Mise la mano in petto. Cavò il portafogli, le sue carte d'appunti di

«Diritto Costituzionale», il librettino in cui segnava le mie e sue

spese giornaliere. Spuntò di mezzo a quelle carte un telegramma. Egli

lo spiegò, mi trasse al balcone, me lo pose sotto gli occhi.

--Ecco... leggi!--mi fece--È mia madre. L'ho saputo da lei...

Lessi, sorpreso:

«Caterina acconsente assieme famiglia. Tutto pronto. Vieni passare qui

feste. Ti benedico. Carmela».

--Non capisci?--esclamò Matteo Barra--Non hai capito? Io mi sposo. Io

parto.

--Parti!...

--Ma certamente!--e si mise a misurare la stanza a larghi passi--E che

vuoi che aspetti? Non hai letto? Dice «tutto pronto».

Mi si arrestò d'avanti. Mi mise la mano sulla spalla.

--Tu ti ricordi di Caterina, non è vero? Della sua zia monaca?... Quella

è morta, la zia, a ottant'anni! _Requiescat_! E Caterina eredita.

Ricordi che lotte, che battaglie, che disperazioni? Bene: ora non più...

Tutto è a posto... I parenti di lei mi scrivono lettere

affettuosissime... E lei!... Lei, non ti puoi figurare! È felice, è

orgogliosa della mia laurea. Capirai, abbiamo una laurea adesso...

Dottore in _utroque_!... Ah, mio Dio! Son contento, guarda, son

contento! Andiamo a pranzo. Pago io. Voglio pagare io!...

S'interruppe. Mi guardò, meravigliato. M'afferrò pel braccio e mi

scosse, faccia a faccia.

--Ma, che hai? Carlo? Che hai?...

Guardò intorno, come a interrogare sul mio silenzio le umili e fredde

pareti della nostra stanzuccia. Io ero rimasto impiedi tra la vetrata e

le imposte del balcone. Era un momento in cui l'oscuro Vico Majorani,

laggiù a' Tribunali, taceva, penetrato tutto quanto da quella naturale

malinconia della sera che cade, dalla particolare tristezza dell'ora in

cui pare che tutte le anime si raccolgano. Brillò un lume, di fuori, a

un tratto: di faccia al nostro balcone al primo piano s'accendeva il

fanale al cantone. Arrossato nel volto da quell'improvviso fuoco

esteriore, ritto rimpetto a me, Barra mi stendeva le mani. Io le presi e

le serrai, muto.

--Ma che hai?--mi ripetette--Tu tremi?... Tu hai le mani gelate!

Balbettai:

--Senti... Credevo... M'era parso che tu sapessi...

--Ebbene? Che cosa?...

--Ho avuto il decreto, ecco... Il decreto di professore...

--Come!--esclamò--Ma davvero?...

Gl'indicavo il tavolino, sul quale il lume esterno a pena riesciva a far

biancheggiare, nella oscurità, quel provvido foglio. Barra lo prese,

s'appressò alle vetrate un'altra volta, lo lesse in fretta.

--Perdio!... Ma come!... E non mi hai detto niente!

--Che importava?

--Come! A me! Ma importava moltissimo, importava! Ma è una consolazione,

per un amico!... Carlo! Che diavolo! Dovevi subito dirmelo!... Dunque

bravo! Bravo! Son contento... Dunque eccoti a posto. Son contentone!

Aveva acceso l'ultimo mozzicone che ci era rimasto d'una stearica e ora

badava a cacciare e a pestare in fretta e furia in una valigetta qualche

camicia, de' libri, un paio di scarpe, una spazzola. Andava su e giù per

la stanzuccia, frugandovi, accrescendo a mano a mano il suo bagaglio. E

durante la bisogna continuava:

--Sì... Ti devi chiamar fortunato, via! Non ti pare?... La vita

assicurata. Ma scherzi?... Dimmi, hai visto niente i miei pettini?...

Non ti scomodare. Eccoli. Dunque... Ti dicevo, ringrazia Dio!... Sì, sì,

sono soddisfazioni meritate... Tu sei buono, tu hai un magnifico

talento, tu faresti cose grandi. Si, sì. Ma di questi tempi... La

vita... l'avvenire...

Quali parole vuote, nulle, abituali! E poi, gli premeva davvero la mia

fortuna?...

Nella penombra, ricadendo a sedere davanti alla tavola, sorrisi

amaramente. Ora Barra interrompeva il suo vaniloquio. Aveva preparato la

valigia. E pareva indeciso, mortificato, quasi. Certo, egli mi voleva

dire che l'ora della partenza si appressava, che occorreva che egli se

ne andasse.

E in quel silenzio della cameretta, quasi senza distintamente vederci,

c'intendemmo: il fluido dei nostri pensieri s'incontrò. La nostra

amicizia si spezzava, in quel punto--e a nessuno di noi importava più

dell'altro.

--Va pure--mormorai.

E mi parve di rispondere, freddamente, a quel che egli non aveva il

coraggio di dirmi.

--Senti--disse lui, decidendosi--Ho un'ora. Il tempo per pigliare un

boccone assieme. Vieni?

--No. Non ho fame.

--Non vieni?

--No.

--Hai mangiato?

--Ho mangiato.

--No, non è vero...

--Voglio dormire. Sono stanco.

Vi fu un silenzio.

--Buon viaggio--soggiunsi--Buona fortuna...

M'ero levato. Egli mi si avvicinava, confuso.

--Almeno...--mormorò--Abbracciami, almeno!...

L'abbracciai. Sentii, in quel punto, sciogliersi il mio cuore così

gonfio. Sentii che Barra era stato, dopo tutto, il mio compagno di

speranze, di privazioni, di gioie... Il suo cuore batteva sul mio così

forte, così forte!... E mi prese un tremito invincibile: la gola mi si

serrò...

Ma, novellamente, e d'un subito, rampollò dall'orgoglioso e inasprito

animo mio il tedio di questo ambiguo momento. Barra mi parve volgare e

ipocrita: la sua frettolosa espansione mi disgustò.

--Vai, vai!--gli feci.

E, sulla porta, mentre ancora gli stendevo la mano, un impeto di collera

e di disprezzo me la fece ritrarre.

--Va!--dissi--Addio!... Va pure!... Sii felice!...

--Addio...--mormorò Barra, timidamente.

Scese le scale, da prima lento, poi proprio a rompicollo. Io rinchiusi

l'uscio. Mossi diritto al lume e lo spensi.

Si rifece l'oscurità nella stanzuccia. Nell'angolo della vetrata tornò

più vivo il riflesso rossastro del fanale, e mi parve che il Vico

Majorani diventasse più cupo e più silenzioso.

Mi sentivo piegare. Cercai il letto, tastai la fredda coltre, mi vi

gettai sopra, bocconi. Il silenzio era alto. La fruttivendola, una

storpia, addormentava il suo piccolo giù, nel vico, con una cantilena

lamentosa.

Nascosi la faccia nelli origlieri. E a un tratto mi misi a singhiozzare,

convulsamente.

L'ignoto: Novelle · 第 21 / 47 题