II

--Stazza l'aspetta--mi disse l'usciere di guardia alla porta, come mi

vide--Ha domandato di lei più volte.

--Stazza? E che vuole? Dov'è?

--Nella stanza del direttore.

Era uno degl'impiegati più anziani, un uomo eccellente, nel cui bonario

sorriso io m'abbattevo ogni mattina, da quattro o cinque anni che

frequentavo l'ufficio: il solo sincero sorriso che ritrovassi là dentro.

Nella biblioteca Stazza era entrato a trent'anni; ora ne aveva

sessantacinque suonati. Era ancora un colosso: nelle sue larghe mani

poderose s'ammucchiavano pile enormi di libri, ed egli le reggeva e le

portava qua e là senza alcuno sforzo visibile, con le braccia tese,

lento, paziente, tranquillo. E come la pratica scienza del luogo ove

quasi aveva vissuto tutta la sua vita ve lo ritrovava acconcio e

disposto alle fatiche più improbe, egli non se ne stancava. Si conosceva

illetterato, sapeva la insufficienza della sua cultura, meno che

mediocre e null'affatto accresciuta neppure dalle più immediate e

continue comunioni co' sapienti compagni locali e con i lettori--e però

badava, offerendo e adoperando come un valore succedaneo la forza delle

sue membra poderose, a compensare questa sua grande pochezza

spirituale.

Di volta in volta, quando per cercare qualche libro mi capitava di

entrare nella sua stanza--ov'egli non s'era fatto portare che una delle

più vecchie e più umili scrivanie e due seggiole, una delle quali per

riporvi il cappello--la bonaria semplicità di quell'uomo mi vi

tratteneva per un pezzo. Era la mezz'ora in cui Stazza si concedeva un

breve riposo. Facevamo quattro chiacchiere: io addossato a uno scaffale,

con tra le mani il libro che mi occorreva, lui seduto alla sua

scrivania, coi gomiti sulla tavola.

Una volta, non so come, non ricordo più perchè, gli chiesi, sorridendo:

--E lei crede che si possa aver passione per la biblioteca, noialtri?

Stazza, serio, socchiuse gli occhi, con quel suo solito vezzo di quando

voleva dir cose gravi.

--Si possa? Si deve, caro collega. Guardi, io non ho moglie, non

genitori, non fratelli. E per me la biblioteca è la moglie, è la madre,

qualcosa come una famiglia. Penso, talvolta, che avrei avuto quasi il

diritto di nascere qui, in una di queste stanze. Lei ride?

--No, anzi, trovo naturale. S'intende, naturale per lei che non fa

altro, che non conosce altro, perdoni.

--Già, lei fa un'altra vita. E poi...

Rimase in forse un momento. Poi soggiunse, con aria di sincera

umiliazione:

--E poi lei sa tante cose ch'io non so. E poi è giovane, e ha da pensare

a tante altre cose.

--No, non è questo. Dica che ciascuno non comprende se non quel che

ritrova in se stesso.

--Sarà. Ma glie ne voglio dire una: stanotte, per esempio, sa lei che

cosa ho sognato? Il nostro gatto rosso che scorrazzava nella sala

degl'incunaboli.

Sorrideva, candidamente. In quel punto mi sentii quasi intenerito da

quella innocenza pacata e soddisfatta, illuminata, come da un dolce

riverbero dell'anima, da due limpidi occhi azzurrini. No, non ponevo, è

vero, quell'inconscia virtù in relazione con tante altre della vita, più

stimabili, più alte, e non mi pareva di doverne cavare ammaestramento:

quella era una forma nulla, una espressione quasi brutale di

accontentamento, l'indizio ignaro e pietoso d'una natura inferiore,

tranquillamente passiva. Tuttavia quella felicità fortificante, d'un

tonico effetto morale, pareva che mi volesse ammonire sulle cose della

vita.

O non avevo davanti a me un essere ch'io forse giudicavo troppo

frettolosamente? La mia fantasia, disposta ad architettare, ora mi

offeriva un più sottile giudizio intorno ad esso: io gli supponevo,

adesso, una rinunzia progressiva, una riduzione continuata delle sue

pretensioni, delle sue speranze, della sua libertà, e tutto questo mi

sembrava mascherato da quel faccione rosso e pletorico, traspirante una

giovialità e una contentezza fanciullesche e rischiarato da un sorriso

perenne.

Così, talvolta, quando potevo coglierlo in qualche momento in cui mi si

mettesse tutto quanto sott'occhi, io facevo scorrere sulla superficie di

quest'uomo il mio sguardo investigatore, e tentavo di penetrarla. Sapevo

ch'egli era solo, che in casa non aveva che una vecchia serva, che

l'abito suo di trovarsi sempre pel primo in ufficio e d'uscirne sempre

l'ultimo--urtante metodicità per gli apprezzamenti d'un malato di nervi

com'io sono--non s'era mutato una sola volta da quando Stazza era

entrato in biblioteca. Costui dunque non aveva avuto gioventù, passioni,

disillusioni, scoraggiamenti? Che cosa era nel passato di questo gigante

rubicondo che violentava e superava tutte le leggi impulsive alle quali

tre quarti dell'umanità va soggetta?

Finii per arrendermi a quella impenetrabilità pacifica e indifferente.

Ma un senso di tedio e di stanchezza mi allontanò dal mio compagno. Lo

incontravo, ci salutavamo freddamente, ed io gli sfuggivo, accrescendo

così, senza forse desiderarlo, il numero delle persone la cui comunione

mi diventava, là dentro, ogni giorno più insopportabile.

L'ignoto: Novelle · 第 15 / 47 题