--Stazza l'aspetta--mi disse l'usciere di guardia alla porta, come mi
vide--Ha domandato di lei più volte.
--Stazza? E che vuole? Dov'è?
--Nella stanza del direttore.
Era uno degl'impiegati più anziani, un uomo eccellente, nel cui bonario
sorriso io m'abbattevo ogni mattina, da quattro o cinque anni che
frequentavo l'ufficio: il solo sincero sorriso che ritrovassi là dentro.
Nella biblioteca Stazza era entrato a trent'anni; ora ne aveva
sessantacinque suonati. Era ancora un colosso: nelle sue larghe mani
poderose s'ammucchiavano pile enormi di libri, ed egli le reggeva e le
portava qua e là senza alcuno sforzo visibile, con le braccia tese,
lento, paziente, tranquillo. E come la pratica scienza del luogo ove
quasi aveva vissuto tutta la sua vita ve lo ritrovava acconcio e
disposto alle fatiche più improbe, egli non se ne stancava. Si conosceva
illetterato, sapeva la insufficienza della sua cultura, meno che
mediocre e null'affatto accresciuta neppure dalle più immediate e
continue comunioni co' sapienti compagni locali e con i lettori--e però
badava, offerendo e adoperando come un valore succedaneo la forza delle
sue membra poderose, a compensare questa sua grande pochezza
spirituale.
Di volta in volta, quando per cercare qualche libro mi capitava di
entrare nella sua stanza--ov'egli non s'era fatto portare che una delle
più vecchie e più umili scrivanie e due seggiole, una delle quali per
riporvi il cappello--la bonaria semplicità di quell'uomo mi vi
tratteneva per un pezzo. Era la mezz'ora in cui Stazza si concedeva un
breve riposo. Facevamo quattro chiacchiere: io addossato a uno scaffale,
con tra le mani il libro che mi occorreva, lui seduto alla sua
scrivania, coi gomiti sulla tavola.
Una volta, non so come, non ricordo più perchè, gli chiesi, sorridendo:
--E lei crede che si possa aver passione per la biblioteca, noialtri?
Stazza, serio, socchiuse gli occhi, con quel suo solito vezzo di quando
voleva dir cose gravi.
--Si possa? Si deve, caro collega. Guardi, io non ho moglie, non
genitori, non fratelli. E per me la biblioteca è la moglie, è la madre,
qualcosa come una famiglia. Penso, talvolta, che avrei avuto quasi il
diritto di nascere qui, in una di queste stanze. Lei ride?
--No, anzi, trovo naturale. S'intende, naturale per lei che non fa
altro, che non conosce altro, perdoni.
--Già, lei fa un'altra vita. E poi...
Rimase in forse un momento. Poi soggiunse, con aria di sincera
umiliazione:
--E poi lei sa tante cose ch'io non so. E poi è giovane, e ha da pensare
a tante altre cose.
--No, non è questo. Dica che ciascuno non comprende se non quel che
ritrova in se stesso.
--Sarà. Ma glie ne voglio dire una: stanotte, per esempio, sa lei che
cosa ho sognato? Il nostro gatto rosso che scorrazzava nella sala
degl'incunaboli.
Sorrideva, candidamente. In quel punto mi sentii quasi intenerito da
quella innocenza pacata e soddisfatta, illuminata, come da un dolce
riverbero dell'anima, da due limpidi occhi azzurrini. No, non ponevo, è
vero, quell'inconscia virtù in relazione con tante altre della vita, più
stimabili, più alte, e non mi pareva di doverne cavare ammaestramento:
quella era una forma nulla, una espressione quasi brutale di
accontentamento, l'indizio ignaro e pietoso d'una natura inferiore,
tranquillamente passiva. Tuttavia quella felicità fortificante, d'un
tonico effetto morale, pareva che mi volesse ammonire sulle cose della
vita.
O non avevo davanti a me un essere ch'io forse giudicavo troppo
frettolosamente? La mia fantasia, disposta ad architettare, ora mi
offeriva un più sottile giudizio intorno ad esso: io gli supponevo,
adesso, una rinunzia progressiva, una riduzione continuata delle sue
pretensioni, delle sue speranze, della sua libertà, e tutto questo mi
sembrava mascherato da quel faccione rosso e pletorico, traspirante una
giovialità e una contentezza fanciullesche e rischiarato da un sorriso
perenne.
Così, talvolta, quando potevo coglierlo in qualche momento in cui mi si
mettesse tutto quanto sott'occhi, io facevo scorrere sulla superficie di
quest'uomo il mio sguardo investigatore, e tentavo di penetrarla. Sapevo
ch'egli era solo, che in casa non aveva che una vecchia serva, che
l'abito suo di trovarsi sempre pel primo in ufficio e d'uscirne sempre
l'ultimo--urtante metodicità per gli apprezzamenti d'un malato di nervi
com'io sono--non s'era mutato una sola volta da quando Stazza era
entrato in biblioteca. Costui dunque non aveva avuto gioventù, passioni,
disillusioni, scoraggiamenti? Che cosa era nel passato di questo gigante
rubicondo che violentava e superava tutte le leggi impulsive alle quali
tre quarti dell'umanità va soggetta?
Finii per arrendermi a quella impenetrabilità pacifica e indifferente.
Ma un senso di tedio e di stanchezza mi allontanò dal mio compagno. Lo
incontravo, ci salutavamo freddamente, ed io gli sfuggivo, accrescendo
così, senza forse desiderarlo, il numero delle persone la cui comunione
mi diventava, là dentro, ogni giorno più insopportabile.