Quando pubblicai questi miei ricordi nel 1876 era persuaso che non mi
sarebbero mancate anche critiche; furono minori di quanto mi attendeva,
ma fra le poche una ve n'ebbe che non posso lasciar passare sotto
silenzio, ed è quella relativa alla bandiera da me recata sul Duomo la
mattina del 20 marzo.
Il testo di questa seconda edizione è letteralmente eguale al primo
che fu oggetto di critica. Come scorgesi io non dava grande importanza
a quel fatto e non la darei nemmeno ora col dedicargli un'appendice se
la questione fosse sempre la medesima, ma la critica gli cambiò natura
non trattandosi più di sapere se fu un fatto d'un'importanza più o
meno mediocre, ma se può ammettersi che io abbia usurpato sui meriti
altrui. Se non vi fosse di mezzo quell'atto ufficiale del Governo
provvisorio che accordò la cittadinanza al sig. Dunant, ginevrino, in
seguito a molti titoli enunciati nella sua istanza, fra i quali quello
di aver portata sul Duomo la _prima bandiera tricolore_, potrei anche
dispensarmi di questa appendice, ma io non posso pretendere che altri
si occupino di questo punto storico proprio microscopico e cerchino
d'essi la verità. Tocca a me il metterla in evidenza e mostrare
il valore di quel decreto nella parte che risguarda la bandiera
_tricolore_ da lui collocata in _mezzo alla mitraglia dell'inimico_.
Si comprenderà come dopo 35 anni si possa facilmente essere disposti
ad una difesa pacata e senza fiele, ma resa necessaria dalla ragione
accennata.
Il primo argomento lo somministra lo stesso sig. Dunant. Nella
relazione che fa ei confessa che _già vi era una bandiera_ allorchè
ei portò la sua, ma asserisce che quella era una bandiera _bicolore_.
Non potendo negare che pur ve n'era già una, e volendo sostenere che
aveva desso portata la prima _tricolore_, dovette cambiare il numero
dei colori della prima senza, ben inteso, accennare quali fossero i
due colori. Cominciamo dunque a dire che d'esso non fu il primo che sia
andato sul Duomo; altri vi era stato. Per poco che si voglia calcolare
il pericolo di incontrarvi i Tedeschi, se non altro la possibilità vi
era e quella non l'affrontò egli di certo; ma ei sentiva perfettamente
che andarvi dopo che altri aveva constatato che realmente i Tedeschi
erano partiti non poteva costituire un merito e cosa ideò egli allora?
Di narrare che l'aveva piantata fra _la mitraglia dell'inimico_. Ora
ciò era impossibile; la mitraglia dell'inimico non poteva arrivare
al quinto e meno ancora della via che avrebbe dovuto percorrere dal
punto più vicino che si trovavano i Tedeschi ed era il bastione di
Porta Tosa. Ma come mai, si dirà, ha potuto il Governo provvisorio
convalidare quel fatto ammettendo quel merito? I titoli ai quali
appoggiò la dimanda di avere la nazionalità furono diversi ed io
sono ben lontano dal voler toccare agli altri, ma quanto a quello
della bandiera, a proposito della quale tutto il merito si concentra
nel fatto del _pericolo_ corso, rimane un assurdo anche a fronte del
decreto. Che direbbesi d'un decreto che dichiarasse che la cupola del
Duomo è alta 150 metri? La cupola non s'alzerebbe d'un millimetro a
fronte di quel decreto. Orbene rapporto alla _possibilità fisica_ è
egualmente assurdo il supporre che il Duomo si possa fare alzare con
un decreto, come il voler far credere che la mitraglia lanciata dai
Tedeschi nelle Cinque Giornate potesse arrivare sulla guglia del Duomo;
ammessa quell'impossibilità cosa mai rimane al signor Dunant?
Venendo poi all'asserta qualità di _bicolore_ della prima bandiera,
credesi forse che sia probabile che fosse tale? La signora che me la
porse doveva ingannarsi d'essa per la prima; io e quelli che erano
meco, dovevamo del pari ingannarsi; io la sventolava, faceva molinelli
per aria, fui trattenuto un istante dalla folla che gridava _no, no
per carità, è un tradimento, la mina, la mina_. Come mai nessuno fece
attenzione che non era una bandiera tricolore?
Del resto già nel 1848 sì tosto venni in cognizione dell'asserto da
parte del signor Dunant, scrissi dal campo piemontese, ove mi trovava
e precisamente da Valeggio, al presidente del Comitato di Pubblica
Sicurezza, l'illustre Angelo Fava, pregandolo di voler rettificare
d'ufficio quell'asserzione e ciò per la ragione che l'annuncio non era
partito da me, ma dal Comitato di Guerra.
Nel 1876 vivendo egli ancora in Milano, ove io pure soggiornava,
gli diressi una mia richiamando quella del 1848 ed allo stesso scopo
d'allora. Ei rispose come suol dirsi _a vista_ ed autorizzandomi a
stampare la sua risposta, il che feci, e la lettera dell'illustre
patriotta fu unita ad alcune copie non ancor vendute del mio libro.
Ora la riproduco, ma non è più sola, ma convalidata da un'altra per
me preziosa attestazione, quella dell'esimio senatore Achille Mauri,
ch'era membro del Governo provvisorio, e se io pubblico anche quella
sì lusinghiera, lo devo al modo violento col quale fui attaccato nel
1876 come usurpatore delle glorie altrui. Del resto si farà la parte
all'amicizia che corre fra noi due. Ora poi se dopo le dichiarazioni di
que' due personaggi, membri entrambi dell'autorità suprema del Governo
provvisorio nel 1848, havvi taluno che persiste a credere, che il
signor Dunant portò la prima bandiera tricolore sul Duomo il 20 marzo
1848 _in mezzo alla mitraglia dell'inimico_, può esser certo che non mi
incomodo più per combatterlo.
Lettera di Luigi Torelli.
Milano, 9 marzo 1876.
_Pregiatissimo signor Commendatore_,
Ho d'uopo di ricorrere alla celebre potenza mnemonica di Vostra
Signoria illustrissima per un favore, ed ecco di che si tratta:
Io ho pubblicato un opuscolo intitolato: _Ricordi intorno alle
Cinque Giornate di Milano_. Accennando i fatti del 20 marzo,
menzionai come io venissi incaricato dall'Anfossi di andare a
verificare se era vero che i Tedeschi avessero abbandonato il
Duomo. Vi andai e per dare il segnale richiesi ad un gruppo
di signore che si trovava su uno dei balconi nel corso, oggi
Vittorio Emanuele, una bandiera tricolore, che mi venne tosto
gentilmente sporta. Cammin facendo incontrai un giovine che
avevo conosciuto alla barricata di san Babila e lo invitai a
venir meco, e venne. I Tedeschi avevano realmente abbandonato
il Duomo nella notte, benchè molti lo credessero una finta o
un agguato e gridassero perfino: _badi alla mina_. Saliti sulla
guglia maggiore vi collocammo la bandiera e poi ritornammo a fare
la nostra relazione. Il Comitato di guerra costituitosi nello
stesso mattino volle che la notizia venisse tosto divulgata e
fece stampare un avviso, che annunciava come il _cittadino Luigi
Torelli valtellinese e Scipione Bagaggia di Treviso, avessero
collocata la prima bandiera tricolore sulla guglia del Duomo_.
Più tardi, ma entro la giornata stessa, certo signor Dunant
che aveva negozio di profumeria nella galleria De-Cristoforis,
sostituì la bandiera da noi collocata con altra assai più grande
e fece benissimo, perchè si vedeva assai meglio.
Il 24 marzo ossia due giorni dopo la ritirata dei Tedeschi
sortì il primo giornale che vide la luce nella Milano libera,
e fu il _Pio IX_, redatto dal ben noto scrittore Vincenzo de
Castro, e nel secondo numero di quel giornale, sotto la data del
25 marzo, è contenuta la notizia intorno alla prima bandiera
nel modo stesso che io l'accennai. Per due mesi interi ch'io
rimasi a Milano, prima di entrare nell'esercito piemontese,
nessuno elevò dubbi su quel fatto che venne riprodotto da tutti
i giornali di quell'epoca. Nel giugno successivo trovandomi io
al campo piemontese, un mio amico mi spedì un opuscolo di _fatti
memorabili durante le Cinque Giornate_ senza nome d'autore, ma
solo coll'indicazione generica che que' fatti erano avvalorati
da 200 e più testimonî. In quell'opuscolo si narra come il
signor Dunant recasse la prima bandiera tricolore sul Duomo in
_mezzo alla mitraglia dell'inimico_. Ei trovò bensì che già
vi era un'altra bandiera, ma quella era _bicolore_; l'amico
soggiungeva che si rideva molto intorno a quella mitraglia
ed alla trasformazione fatta subire alla mia bandiera. Io non
ravvisai però la cosa sotto il solo punto di vista ridicolo;
pensai che se i Milanesi avevano gli elementi per giudicare
del valore di quelle asserzioni non potevasi dire altrettanto
degli altri, ed era poi cosa ben strana che un fatto che non
era partito da me, quello dell'annuncio al pubblico, venisse
convertito in un aggravio a mio carico, e si potesse sospettare
che mi era vantato di cosa non vera e per di più avessi usurpato
sul merito altrui. Scrissi quindi alla S. V. in allora Presidente
del Comitato centrale di Pubblica Sicurezza, protestando contro
quell'asserzione, che la bandiera da me recata fosse una bandiera
_bicolore_. Gli avvenimenti guerreschi che ben presto dovevano
succedersi, fecero rivolgere l'attenzione di entrambi a ben
altro; tuttavolta io non conservai il silenzio fino ad ora; ma
nel 1853, avendo creduto mio dovere, dopo i fatti del febbraio di
Milano, di ripubblicare i _Pensieri sull'Italia_ (del 1845), con
aggiunte relative agli avvenimenti del 1848, menzionai l'affare
della bandiera e lo combattei coi medesimi argomenti che ho
ripetuto nel mio ultimo scritto.
Ripeterò che sono ben lungi dal menomare i meriti reali che può
aver avuto il signor Dunant per chiedere la cittadinanza che il
Governo provvisorio gli accordò, ma davvero se anche venne da
lui adotto quello della bandiera, non fu certo per esso che gli
venne accordata, perchè questo condurrebbe all'assurdo, cioè, che
rimane comprovato che la portò fra _la mitraglia dell'inimico_,
il che costituiva il vero merito, ma invece era cosa impossibile
dacchè la mitraglia non sarebbe arrivata al quinto e forse meno
ancora della distanza, e d'altronde doveva pur trovarsi questa
mitraglia sul tetto del Duomo.
Ora a me pare che se dopo aver dato le prove dirette del mio
assunto, vi aggiungo anche le indirette, ossia che nessuno elevò
dubbio nei primi tempi e nemmeno il signor Dunant, benchè il _Pio
IX_ si stampasse precisamente nella galleria De-Cristoforis, come
ebbe ad osservarmi il chiarissimo De Castro, che non titubò a
riconfermare ora anche pubblicamente quanto scrisse allora[43];
ed io all'opposto protestai immediatamente, la questione
dovrebbesi ritenere esaurita. Or dunque io prego la S. V. a voler
attestare se sta il fatto che le scrivessi dal campo in quel
senso. Scusi l'interpellanza, ma Ella comprende che ora la cosa
non tocca solo l'amor proprio, ma anche l'onor mio e del mio
compagno.
Gradisca i miei rispetti.
_Devot. Serv._
LUIGI TORELLI, _Senatore_.
Risposta del Commendatore Fava.
Milano, 10 marzo 1876.
_Egregio signor Senatore_,
Mi affretto a rispondere alla dimanda che V. S. Ill. mi indirizzò
colla pregiata sua di ieri, e le dico, senza preamboli, che
quanto Ella espone nella medesima è perfettamente conforme a ciò
che io ricordo relativamente ai fatti ivi accennati. Tutte le
circostanze da Lei narrate sulla parte principalissima da Lei
avuta nel collocamento della bandiera tricolore sulla guglia del
Duomo, io le ho presenti al pensiero come fosse di ieri e per
la memoria che serbo tenace degli avvenimenti del 1848, e per
aver dovuto, a cagione del mio ufficio, occuparmene in modo più
attento di molti altri. Rammento benissimo, come al _cittadino
Torelli_ (stile del tempo), fosse dal pubblico grido attribuito
l'onore di avere pel primo piantato sull'alto del Duomo il
nostro vessillo nel mattino della terza giornata della lotta,
rassicurando con tal segnale i cittadini per le strade adiacenti
ed anche lontane. Il nome di Lei e d'un altro giovane che la
aiutò nell'impresa, fu con lode annunziato in uno dei bollettini
che il Comitato di Guerra pubblicava per dar notizia ai cittadini
di quel che accadeva di più notabile, ed anzi, se ben rammento
in quel bollettino oltre i nomi del Torelli e del suo compagno
era indicata perfino l'ora in cui accadde quel fatto. È verissimo
altresì ciò che Ella asserisce intorno alla seconda bandiera, più
appariscente recata dal Dunant al posto della prima, ma quella
opportunissima sostituzione non poteva aversi poi per un fatto
molto eroico, dacchè i nemici eran già iti, ed altri aveva pel
primo arrischiato il passo in luoghi dove le commosse fantasie
sognavano agguati, e mine e tradimenti.
È verissimo che Ella mi scrisse il giorno 15 giugno dal campo
di Valleggio una lettera (che per strana ventura rimase fra le
mie carte e conservo tuttavia), informandomi di cose rilevanti
per la cosa pubblica e nello stesso tempo lagnandosi che il
Dunant spingesse la sua vanità sino ad attribuire a sè stesso
l'operato dagli altri. I casi gravissimi di quei giorni mi
tolsero agio di ristabilire nelle forme legali la verità, ma
posso dire che quanti vennero a sapere le vanterie del Dunant,
o degli amici suoi, ne facevano grosse risa, sentendo parlar
di pericoli superati, di mitraglia affrontata e di altre
fantasticherie mentre era notissimo che quando fu collocata
la seconda bandiera ogni ombra di pericolo era svanita. Tutti
convenivano doversi a Lei il collocamento della prima bandiera.
Del resto, mio caro Signore, se io sono ben contento di poterle
colla mia testimonianza far cosa grata, mi permetta di esprimerle
l'opinione, che dessa sia affatto superflua, quando una persona
che sì meritamente gode la pubblica estimazione, afferma un fatto
che la riguarda. Ad ogni modo faccia la S. V. Ill. delle mie
dichiarazioni l'uso che crede, ed io mi reputerò fortunato ogni
volta potrò mostrarle coi fatti la considerazione e la stima che
nutro per Lei.
_Suo devot. servo ed amico_