In una immensa vasca di marmo bianco dalle sabbie muscose, ella ne
nutriva diverse centinaja cui aveva fatto venire dalla baja di Puteolis
che produce le più belle.
La murena è un serpente di mare, lungo due, qualche volta tre braccia,
dalla testa e coda appuntite, dal corpo sviluppato, coperto di una pelle
viscosa color giallo scuro tigrata di chiazze nere. Questo pesce è
avidissimo di sangue e di carne; ed i Romani per regalarlo d'una
leccornia, e renderlo più saporito, gli gittavano di tempo in tempo uno
schiavo.
Claudia, come i suoi compatriotti, aveva un vivaio di questi pesci, e
prendeva un singolare piacere nell'andarli a vedere, quasi ogni giorno,
all'ora del pasto, divorare un montone, quando la non aveva a servir
loro una delle sue schiave. Questa volta preparava loro una festa
imperiale.
Ella mi attendeva per farmi partecipare al suo divertimento.
Sull'orlo del bacino erano state preparate due sedie, e quattro schiavi
liburniani, quattro giganti, si tenevano in piedi dietro di esse per
farci onore.
Claudia non volle lasciarmi aspettare. Mi prese per mano, e senza dir
motto mi condusse nel giardino. Quando scorsi che la mi conduceva verso
il sito della vasca delle murene, un brivido mi corse per tutte le
membra, tremai ed impallidii. Non osai dirigerle una domanda. Claudia
fe' sembiante di non avvedersi di nulla.
Quando fu giunta vicino al bacino, sedette e mi fece segno di sedere.
Poi con un movimento del capo diede un ordine al _lorarium_, che stava
ritto all'estremità opposta del vivajo.
Le murene che conoscevano l'ora del loro pasto, brulicavano,
saltabellavano nell'acqua, guizzando da ogni parte, accorrendo ad un
piccolo scoppiettìo della lingua di Claudia, appello a cui ella le aveva
abituate.
— Sono graziose, non è vero? mi disse l'atroce Romana: vedrai come
all'opera sono ancor più gentili.
Non risposi verbo. Il mio cuore scoppiava. Allora Claudia volgendosi
verso di me, l'aspetto sarcastico e la voce severa, soggiunse:
— Ebreo, la prima sera che mi hai veduta, a cena, hai osato appoggiare
le tue labbra sopra un riccio dei miei capelli. Ho cercato a lungo la
maniera d'esprimerti il piacere che ne provai. Ho trovato l'equivalente
del tuo bacio. Gioia per gioia.
Il _lorarium_ apparve portando Ida nelle sue braccia. Volli alzarmi. Le
otto mani degli schiavi liburniani che stavano dietro la mia sedia
m'inchiodarono immobile. Volli parlare; un mondo di maledizioni,
d'ingiurie, d'imprecazioni, di parole di disprezzo, si precipitò sulla
mia lingua: ma questa restò paralizzata. La mia vita scoppiava nei miei
occhi.
Il _lorarium_ portò Ida presso al vivajo, e con un sol colpo di mano le
strappò tutti i suoi vestiti, e la mise a nudo. Ella gettò un grido che
arrivò a Dio nel cielo. Claudia la contemplò impallidendo — ed aveva ben
ragione di divenir pallida. Fece un nuovo segno. Il _lorarium_ afferrò
la fanciulla, le legò i piedi, e la lanciò nella vasca.
Quarant'anni sono scorsi da quest'avvenimento. Ho assistito a tutti i
disastri che possono colpire un uomo; nulla ormai mi commuove. Eppure
descrivendo questa scena, il mio vecchio sangue s'agghiaccia ancora
nelle mie vene.
Appena il corpo d'Ida cadde nel bacino, quelle centinaja di serpenti,
come in un sol gruppo, si scagliarono sopra di lui. Ida si rialzò, e
tentò di star in piedi. L'acqua la copriva fino al petto. Cominciò a
strappar colle sue mani le murene che, come enormi sanguisughe, le si
attaccarono con la bocca tutta aperta, formando un disco armato di
succhiatoj, e la morsero. Le sue mani scivolavano su quei corpi
glutinosi, il cui contatto e la cui vista le cagionavano più orrore che
il suo sangue stesso, il quale scorreva da ogni parte sulla sua carne
che era maciullata. Ella non gridò. Un gemito sordo, profondo,
inarticolato, sfuggiva a sua insaputa dalla sua gola, col suo respiro
rantoloso. Per una murena che riesciva a staccarsi dal corpo con un
lembo di carne, dieci se le slanciavano alle braccia, al petto, al
collo. Gli occhi dilatati schizzavano dalle orbite. I muscoli del viso
si contorcevano come quelli d'una isterica. Le murene sprofondavano le
loro teste acute nel suo corpo, e l'allacciavano, come potevano, delle
loro spire poco flessibili.
Ida ricadeva e spariva sotto l'acqua per un istante; poi si rilevava. Il
suo collo, le sue guancie erano state invase e morsicate. Si sarebbe
detta una testa di Medusa. Le mani, le braccia erano avvinghiate di
quegli orribili mostri. Era divenuta una sola piaga: l'acqua arrossava.
In quel punto una murena le saltò alle labbra. Ida piegò. Altre le si
appresero agli occhi. Gettò un grido; fece uno sforzo supremo per
sbarazzarsi da quelle morse viventi, da quei ferri divoratori, riuscì a
sbrattarne per un istante ancora il suo bel viso, orribilmente lacerato,
poi vacillò e si abbiosciò.
Io la vidi spasimar sotto l'acqua, aggrapparsi alla sabbia, mordere i
rettili che la mordevano. Poi i suoi movimenti rallentarono, cessarono.
Ella s'irrigidì, si agghiadò, ed un istante dopo il suo corpo non era
più che uno scheletro. Feci uno sforzo per fuggire.
Claudia era scomparsa. Gli schiavi liburniani non mi ritennero più. Il
_lorarium_ restava sempre ritto ed impassibile all'altra estremità del
bacino. E gli uccelli cantavano; le api ronzavano; le farfalle andavano
a zonzo; l'aria era profumata dai primi baci della primavera. Dei fiori
delle ajuole, dei verdi ramoscelli sugli alberi, e dinanzi a me la sola
donna che io ho amata, divorata! Fuggii, e non so come mi trovai nella
sala del giudizio, ove caddi annichilato.
La voce dello scriba che leggeva la sentenza del Rabbì, mi scosse. Corsi
a Pilato e con voce sorda gli dissi:
— Tua moglie ha assassinato la sorella; non uccidere il fratello.
— Come! cosa vuoi dire?
— L'ho veduta io stesso, vengo di là, dalla vasca delle murene.
— Ah! la sciagurata! sclamò Pilato coprendosi il viso colle mani.
— Salva almeno quest'uomo, continuai.
— Nol posso, diss'egli disperato: queste tigri attendono la loro preda.
La legge è inesorabile.
— Ma gli uomini sanno ridersene, quando vogliono.
— Che posso fare?
— Chi è il centurione che incarichi dell'esecuzione?
Pilato mi guardò fisso, poi disse:
— Sta bene: sarà Lentulus.
Ed uscì sul bima e lesse la sentenza che condannava Gesù a morire per la
croce.
Io uscii con Pilato, ed osservai che uno dei commissarii del sanhedrin
era uno dei miei amici, Giuseppe di Ramatha. Gli dimandai:
— Non hai tu un giardino presso il Golgotha.
— Sì, perchè?
— Reclama a Pilato il corpo del condannato.
— Cosa vuoi che me ne faccia?
— Te lo dirò, reclamalo.
Quando Pilato ebbe letta la sentenza, ed era per rientrare nel suo
palazzo, Giuseppe gli disse:
— Questo condannato non ha parenti. Io ti chiedo il suo corpo per dargli
una tomba.
— Prendilo, rispose Pilato, e si schivò.
I commissarii del sanhedrin consegnarono il prigioniero alle guardie
romane.
Vidi allora il Rabbì, fermo fino a quell'istante, vacillare e quasi
svenire.
Non c'era tempo da perdere. Erano quasi le due ore, ed alle sei, ora in
cui principia il sabato, tutto doveva esser finito, il supplizio
compiuto, i suppliziati seppelliti. Gli altri prigionieri furono tirati
della prigione. Moab e Zabdi mostrarono una grande tranquillità. Bar
Abbas, graziato, principiò a sgambettare nella corte, e dire e fare
mille buffonerie agli Ebrei che avevano ottenuto la sua grazia.
Furono cavate tre croci dai magazzini del pretorio, ed ogni condannato
prese la sua. Il Rabbì avendo protestato che non aveva la forza di
portare il suo legno, si pagò un contadino che s'incaricò della bisogna.
Insorse contestazione tra Osea e lo scriba del pretorio a proposito
della scritta che doveva essere affissa alla croce del Rabbì.
Lo scriba passò oltre, ed il corteggio si mise in cammino. Mi avvicinai
a Gesù e gli susurrai all'orecchio: spera!
Egli sorrise di nuovo tristemente.
Era di costume di dare a bere ai condannati, prima di attaccarli alla
croce un certo vino aromatizzato che li stordiva. Se il condannato non
aveva nè un parente nè un amico per offrirgli questo beveraggio, se
nessuna donna pietosa della città non compiva quest'opera di carità, il
fisco somministrava il vino.
Prevedendo come il processo del Rabbì sarebbe terminato, io aveva fatto
comporre un vino fortemente narcotizzato, di cui bastavano alcune
lacrime per dare l'immobilità cadaverica del coma. Mandai Maria a
prender codesta droga a casa mia, e col cuore lacerato dal dolore,
seguii i condannati.
Quel povero affettuoso Moab mi commoveva. Egli mi chiese d'Ida. Gli
risposi, per non rendergli più amari i suoi ultimi istanti, che sua
madre la conduceva seco a Cafarnaum.
Il supplizio doveva aver luogo al sito ordinario, sul Golgotha.
Partendo dal palazzo d'Erode, la strada era corta. Passando sotto la
torre di Davide, uscimmo dalla porta Genath, e traversammo i boschetti
di mandorli, ed i giardini che coronano la fontana di Hezekiah. Sul
Gareb, fuori della porta, stava il monumento del grande sacrificatore
Giovanni; a pochi passi, il piccolo giardino del mio amico Giuseppe di
Ramatha; ancora un po' più lontano, la piccola altura del Golgotha,
arida, nuda, di pietra bianca calcare. Tutto ciò al nord-ovest della
città. Su quel rialzo di terreno, venivano suppliziati i ladri, gli
assassini, i pirati, gli empii, i traditori, i rivoltosi, i falsi
profeti, ed i falsi rabbì.
Il Rabbì di Galilea andava a frangervisi come falso messia, empio,
ribelle.
La sua condanna era sopratutto politica.
Giuseppe mi aveva presentato al centurione come colui a cui egli doveva
consegnare il cadavere concesso da Pilato, ed aveva posto a mia
disposizione il suo giardino, il giardiniere e sè stesso.
Egli aveva probabilmente indovinato le mie intenzioni.
Ascendendo il colle dei supplizi, Maria mi raggiunse col fiasco del vino
narcotizzato. Le indicai allora Lentulus, un uomo da quarantacinque a
cinquant'anni, dal viso bitorzoluto, il naso rosso, il cranio calvo, le
labbra pendenti, gli occhi infuocati e lagrimanti — in una parola, il
campo di battaglia ove tutti i vizii avevano fatto ressa, e lasciato le
loro ruine.
Io non poteva agire direttamente su quel Romano.
I miei tentativi avrebbero avuto l'apparenza di una grossolana
corruzione, e sarebbero certamente andati a vuoto. Lasciando agire
Maria, tutto ciò ch'ella otterrebbe, e non importa a qual prezzo, per
non importa qual mezzo, acquistava il sembiante di una tenera seduzione,
di una profonda affezione pel condannato, di una faccenda di cuore, che
giustificava nell'istesso tempo e chi la intraprendeva e chi cedeva, ed
aveva un grande valore morale. Maria, d'altronde era ancora così bella,
aveva la voce così dolce, il viso così carezzevolmente seducente, la
parola così penetrante, il fascino così assoluto, che nessuno avrebbe
avuto il coraggio di condannare il legionario voluttuoso se avesse
subìto una malìa, a cui lo stesso austero Rabbì di Nazareth non avrebbe
potuto sottrarsi.
Maria comprese la sua parte, e l'accettò con quella specie di sublime
abnegazione della sua persona che ella metteva in tutte le sue azioni.
Quella donna era un cuore.
Allora io mi diedi a consolare gli ultimi momenti di quell'altra nobile
creatura, Moab, sempre dirigendo Maria con gli sguardi e con monosillabi
nella nostra lingua, che nè il centurione nè i suoi soldati, Siri e
Fenici del resto, non intendevano.
Arrivati al sito dell'esecuzione, i condannati deposero le loro croci. I
fori per riceverle erano bell'e pronti, poichè, per disgrazia,
Gerusalemme non mancava mai di supplizii. Ma questi supplizi erano quasi
tutti ordinati dalle autorità romane, ragione per cui il popolo, che
suole amare questi drammi sanguinosi e commoventi, li lasciava di
frequente compiere nella solitudine.
Il popolo protestava così contro l'oppressore straniero.
Poche persone infatti si trovarono presenti al Golgotha. E ciò ancora
per la ragione che erano circa le quattro, e che il sabato principiava
alle sei, e che bisognava terminare i grandi preparativi della festa del
paschah, e riempire i proprii doveri verso il Tempio. I commissarii del
sanhedrin avevano abbandonati i condannati, dal momento in cui Pilato
aveva confermato la loro sentenza, e ne aveva assunto la esecuzione.
I tre condannati furono spogliati nudi, secondo l'uso. Maria si avvicinò
al Rabbì per fargli bere il vino preparato. Il Rabbì si opponeva. Maria
con un segno degli occhi lo decise, ed egli ne inghiottì uno o due
sorsi. Non era abbastanza, ma non era neppur poco. Moab ed il suo
compagno Zabdi bevvero senza rimorso.
Il Rabbì era agitato da un'inquietudine straordinaria. L'aspetto della
morte lo spaventava. Ebbe delle debolezze che mi sorpresero. Si lamentò
degli uomini e di Dio. Forse non aveva torto. Nessuno dei suoi discepoli
lo assisteva. Alcune donne galilee, che un tempo gli avevano manifestato
tanto attaccamento lo contemplavano ancora da lungi, mezzo nascoste
dietro i mandorleti. Io mi mostrava sollecito piuttosto per Moab, Maria
fu eroica; perocchè ella sentiva gli spasimi doppi soffrendo ad un tempo
per lei e pel Rabbì.
Maria ottenne, dopo aver scambiato qualche parola con Lentulus, che non
si traforassero con chiodi i piedi del Rabbì, ma le mani soltanto.
Ottenne ancora che gli si ponesse sotto ai piedi una tavoletta solida
per sostenere il corpo, e fra le gambe un ceppo fortemente conficcato
nel tronco della croce per farvelo sedere e diminuire così lo strazio
delle mani.
Lentulus accordò tutto, pigolando intorno a Maria come un vecchio
colombo. In dieci minuti ella ne aveva fatto il suo schiavo.
Quando tutto fu pronto, il Rabbì si coricò sulla croce. Gli si legarono
fortemente i piedi alle cavicchie. Egli inforcò il più comodamente che
potè, il piuolo, e tese le mani. Il Rabbì gettò un grido acuto quando i
chiodi gliele traversarono. Di natura eminentemente nervosa, sentiva
vivamente il dolore. Maria gl'innondò il viso di lagrime, dicendogli
dolci parole.
Il Rabbì non rispose motto. La lotta interna gli si dipingeva sul viso,
crispava la sua fronte, offuscava volta a volta, o faceva fiammeggiare
il suo sguardo.
Quando egli si fu convenientemente adagiato sul suo altare di morte, lo
si rizzò dolcemente onde non iscuoterlo troppo; si lasciò scorrere
l'estremità inferiore della croce nel suo buco e la si consolidò con dei
coni. Prendendo la posizione verticale, un'onda di sangue colorò il viso
di Gesù. Ma gli era piuttosto un effetto dell'emozione morale, che del
dolore materiale. Una febbre intensa s'accese immediatamente nel suo
sangue. Poco dopo, e' chiese da bere. Imbevvi una spugna nel vino
speziato, e la portai alle sue labbra. Il Rabbì bevve, e dieci minuti
dopo cadde in una specie di coma così completo, così potente, che Maria
ed io tememmo per un momento che la forte dose di narcotico, che doveva
alleviare i suoi spasimi non l'avesse invece avvelenato.
Erano scorse le quattr'ore della sera.
I pochi curiosi che avevano assistito all'esecuzione erano rientrati in
città. Una dozzina di soldati ed il loro capo, Maria ed io, restavamo
soli sul Golgotha intorno ai crocifissi. Maria sollecitava Lentulus ad
abbreviare la faccenda e Lentulus sembrava più premuroso ancora di lei.
Ma se il Rabbì mostrava tutti i sintomi della morte, gli altri due
condannati parevano ancora rigogliosi di vita. Si fece loro inghiottire
il resto del vino aromatizzato onde stordirli e finirli. Il tempo
stringeva.
Erano le cinque ed alle sei tutto doveva essere terminato, le croci
abbattute, i cadaveri seppelliti per non contaminare il sabato del
Signore, il più solenne di tutto l'anno. Fu mestieri ricorrere al
_crurifragium_ ordinario. Fortunatamente, i due altri suppliziati
principiavano essi pure a cadere come il Rabbì nell'annientamento della
morte. Lentulus diede l'ordine di frangere le gambe e le braccia di Moab
e di Zabdi. L'ordine fu eseguito.
Da un'ora, Gesù non dava più segno di vita. I soldati si accinsero ad
abbassare le croci. Non si usarono molti riguardi nel rovesciare le
croci dei due disgraziati a cui nessuno s'interessava. La croce del
Rabbì invece fu coricata dolcemente per di dietro; ed io m'affrettai a
tagliare le corde dei piedi, mentre due soldati levavano i chiodi delle
mani.
Lentulus, avvegnachè fosse inebbriato dagli sguardi di Maria, non
dimenticava interamente la sua responsabilità. Allontanò dunque i suoi
soldati, e fece che si occupassero dei due altri suppliziati. Questi
furono trasportati, morti o no, sull'orlo del cocuzzolo che domina quasi
a picco la orribile valle dell'Hinnon, e vi furono precipitati. I cani,
gli avvoltoi, i lupi, le aquile, le iene ne fecero la loro pasqua. Il
cadavere del Rabbì mi fu confidato. Lentulus affrettò la sua partenza —
sei ore erano vicine, — promettendo a Maria di ritornare, appena
spicciato il suo rapporto a Pilato.
Mentre io asciugava le qualche goccie di sangue che zebravano il corpo
di Gesù, Maria ed il giardiniere di Giuseppe da Ramatha stendevano un
lenzuolo nel quale lo avvolgemmo per meglio portarlo.
C'era in un angolo di quel giardino una grotta, nella quale il
giardiniere riponeva i suoi utensili, ed ogni sorta di oggetti che
ingombravano il sito. Noi ripulimmo quella cellula e vi deponemmo il
corpo. Il giardiniere fu mandato via. Ciò che restava a fare Maria lo
avrebbe compiuto.
Lentulus ci raggiunse un'ora dopo, portando dei cordiali ed alcuni
vestiti, di cui l'astuto compare prevedeva la necessità.
Maria fu sublime fino all'ultimo istante.
Il terzo giorno, ella sparse la voce fra i discepoli del Rabbì che
questi era risuscitato.
Ciò era necessario onde assicurare il successo di quanto avevamo fatto,
l'impunità di Lentulus, l'oblio di Pilato, e calmare le coscienze
timorose dei membri del sanhedrin, che avevano creduto oltraggiata la
legge e dovevano crederla vendicata.
Pilato ed Hannah seppero però da me la verità.
I discepoli, la cui vergognosa vigliaccheria non aveva scuse,
tribolarono Maria, chiamandola visionaria, quando ella annunziò loro che
il corpo del Rabbì «era stato tolto della sua tomba, e che non si sapeva
punto ove lo si fosse messo[51].»
[51] GIOV., cap. XX, v. 2; LUCA, cap. XXIV, v. 11. _Et visa sunt
illis sicut deliramentum verba ista et non crediderunt illis._
E' non credettero mai — quei semplicioni! — alla resurrezione del loro
maestro.
* * * * *
Tre mesi dopo, mia sorella vedova, Noah, il mio amico ed io c'imbarcammo
a Joppa per Taranto.