Giorgina chiacchierava, i suoi compagni ridevano e interloquivano a voce
alta. Quando Aurelio passò, immediatamente tutti tacquero, quasi colti
da una stupida prudenza.
Aurelio rasentò la tavola, la sigaretta tra le labbra, con una finzione
perfetta d'indifferenza, sotto gli sguardi ironici dei mille curiosi.
Trovò un gatto bianco accosciato pigramente sopra una seggiola di ferro,
poco lungi dalla tavola di Giorgina, e si fermò ad accarezzarne il bel
mantello:
— Tutù, fannullone incorreggibile!...
Tutù si drizzò, inarcando la schiena e strofinandosi ai calzoni chiari
d'Aurelio, che sorrise e uscì.
Ma non appena furono nel viale, egli afferrò Ladislao per un braccio.
La luce elettrica sul viale si diffondeva con minor violenza che sulla
terrazza dei bagni, e lasciava qua e là il dominio alla bella ombra dei
platani e delle acacie.
Qualche brigata di maschi e di femmine si dirigeva alla spiaggia, in
attesa della luna, che già all'orizzonte s'affacciava rossa e tonda fra
le nuvole.
— Hai visto? — disse Aurelio con voce rauca. — Hai visto? Con un branco
di libertini si mostra in pubblico! E vestita che pare seminuda! E beve
sciampagna, e fuma sigarette e ride chiassosamente e fa smorfie e
strizza l'occhio a quei quattro farabutti che l'accompagnano! E
profumata fin nei capelli!...
L'altro non rispose, e i due amici procedettero qualche tratto senza
parlare.
Ladislao guardava l'ombra del suo compagno, che si disegnava a terra in
obliquo, larga e tozza accanto alla sua, lunga e sottile; e scoperse
così che Aurelio doveva aver le gambe un poco storte.
Questo rilievo inaspettato lo fece ridere.
— Rido di me, sai? — disse immediatamente. — Io credeva che tu guardassi
il mare e la nave e il cielo, e tu guardavi invece tua moglie! E come;
ne hai visto perfino le smorfie!
— Non era possibile resistere! — confessò Aurelio. — Non era possibile
ch'io non mi domandassi quale di quei quattro imbecilli dormirà stasera
con Giorgina.
— E che t'importa? — osservò Ladislao rudemente. — Essa non ti
appartiene più. Tu l'hai cacciata di casa perchè aveva un amante, ed
ella si tiene l'amante. Non puoi chiedere che ti sia fedele oggi, libera
e abbandonata, se non ti è stata fedele ieri, amata e protetta.
Aurelio Sangiorgi borbottò qualche frase che Ladislao non riuscì a
capire; quella logica brutale non gli garbava.
Ladislao ascoltò lo scricchiolìo della ghiaia sotto i loro piedi, e si
mise a ridere di nuovo.
— Che hai? — disse Aurelio infastidito.
— Pensavo che tu ti lagni delle minuzie più trascurabili, e perchè beve
sciampagna e perchè fuma sigarette e perchè ride. E non dici nulla delle
noie che ti dà questa donna, ostentando lo spettacolo della sua
perdizione e facendo sogghignare tutta Venezia a tue spese!
— La sua perdizione, la sua perdizione! — mormorò Aurelio. — Che ne
sappiamo noi?
L'altro si fermò di botto.
— Ma lo dicevi tu stesso, un momento fa! — esclamò sbalordito.
— Io diceva che commette delle leggerezze! — dichiarò seccamente
Aurelio. — Quanto ai ghigni di Venezia, questo è proprio l'ultimo dei
miei pensieri, anzi non ci ho pensato mai. Della opinione pubblica io
non mi curo; dirò meglio, l'opinione pubblica per me non esiste.
L'opinione pubblica è rappresentata da un pugno di malfattori fortunati
o di sciocchi paurosi.
Egli parlava, fermo presso il tronco d'un platano, i cui rami lo
avvolgevan d'ombra; e Ladislao lo ascoltava stupito per tanta sincerità.
Aurelio Sangiorgi doveva infatti la sua fortuna a una singolarità
morale, alla incredibile noncuranza della stima altrui, al disprezzo
largo e sicuro della pubblica opinione.
Egli aveva voluto essere ricco, e s'era arricchito tenendo d'occhio il
Codice, a schivar le trappole del quale non solo gli giovava la furberia
innata, ma lavorava una schiera d'avvocati che studiavan per lui e
ch'egli pagava bene.
Ardito e tenace, pronto e inflessibile, prodigiosamente attivo, faceva
paura; il suo nome figurava in parecchi aneddoti di rapacità sfrenata
ch'egli non curava di smentire, che anzi lo divertivano e gli erano
utili perchè gli creavano una leggenda per la quale in breve non avrebbe
trovato chi osasse stargli di fronte.
Aveva accumulato un patrimonio in dieci anni, e travolto ormai dalla
passione del danaro e dal bisogno d'attività, seguitava la sua vita
febbrile d'affarista. Egli poteva dar principio a una dinastia di
plutocrati; se in altri tempi si diceva che avrebbe potuto finire in
carcere, ormai per la sua esperienza e più ancora per la somma di
segreti e d'interessi che stringeva in pugno, quel pericolo era svanito.
— Dove andiamo? — chiese Ladislao, mentre Aurelio ripiombato nel
silenzio s'incamminava nuovamente al suo fianco. — Vuoi che andiamo a
teatro?
Eran giunti alla fine del gran viale, e per recarsi a teatro dovettero
tornare indietro. Nessuno aggiunse più parola; Ladislao squadrò due o
tre volte il suo compagno, tozzo, biondo, rubizzo, che dava imagine d'un
campagnuolo credenzone piuttosto che d'un affarista pericoloso.
— Che c'è a teatro? — domandò Aurelio, come scuotendosi.
C'eran quattro o cinque canzonettiste, le quali, in gonnelle corte dai
colori chiassosi, dimenavan le braccia biaccate e le gambe serrate nelle
maglie; il pubblico si divertiva alla vista delle ragazze e ne guardava
avidamente le ascelle e i ginocchi.
Ladislao disse questo ad Aurelio, che non trovò nulla da osservare; ma
quando furono innanzi al teatro, pregò l'amico:
— Fammi un favore; entra pel primo, e vedi se ci fosse Giorgina. Io ti
aspetto qui.
La precauzione era troppo naturale perchè Ladislao si rifiutasse al
lieve servigio; un altro incontro con la moglie impudica, sotto gli
occhi del pubblico numeroso e pettegolo, avrebbe dato ad Aurelio una
nuova tortura.
Ladislao entrò in platea, guardò attentamente le signore che avevan
posto nelle poltrone, e uscì subito ad avvertire Aurelio.
— Non c'è Giorgina!
— Ah! — mormorò l'altro. — Sei ben sicuro?
— Sicurissimo; puoi star tranquillo.
Egli credeva di vedere Aurelio avviarsi al teatro; ma questi invece gli
voltò le spalle.
— Allora, — disse, — è inutile!
E tornò sul viale, incamminandosi di nuovo verso la terrazza dei bagni.