Si somigliavano; ambedue eran magre, alte, coi capelli castani che si
potevan dire quasi biondi; Ada aveva pure castani gli occhi, e Fosca li
aveva grigi; ambedue ridevano volontieri, studiavano senza fatica e
senza passione, andavano alla medesima scuola, e si mettevano accanto
l'una all'altra, nello stesso banco. Parlavan poco, non disturbavano
mai, erano sempre un po' trasognate, rispondevano alle interrogazioni
meccanicamente, guardando il soffitto, come vi avessero letto ciò che
dovevano dire.
Dolci e mediocri in ogni cosa, Fosca Giuntini e Ada Crivelli
appartenevano a famiglie della borghesia milanese e avevan quanto
bastava a far buona figura in ogni occasione, senza esser ricche. La
direttrice dell'Istituto non se ne occupava mai, tanto la loro
personalità era nulla e fuggevole; due ombre che si volevan bene, si
confidavano i loro piccoli segreti, ridevano spesso e non destavan nelle
altre allieve nè simpatia, nè avversione.
Ada Crivelli si sposò a diciannove anni con Vittorio Carminati, un
giovane robusto, largo di spalle e di faccia, precocemente amico della
tavola imbandita. Vittorio aveva due mani smisurate che ne dicevan
l'anima e i gusti; non poteva con quelle mani tener nulla di fragile, nè
fare una carezza leggera; una sola bastava a coprire tutto il pallido
viso magro di Ada. Eran mani foggiate per calar come artigli, stringere,
ghermire; e veramente il giorno in cui la famiglia di Ada aveva accolto
la domanda di Vittorio, questi, afferrata la fanciulla alla cintola e
levatala da terra, le aveva stampato in viso un bacio sonoro, ch'era
parso il suggello d'un possesso ingordo.
Dovevano andare, nel loro viaggio di nozze, lontano, all'estero; ma
Vittorio s'era fermato a Como per tre giorni con Ada, e il viaggio aveva
ripreso poi. Vittorio ne rideva come d'una superba gherminella a parenti
e ad amici, e, per farla più graziosa, proibì ad Ada di dar notizie di
sè durante quei tre giorni. Ada obbedì, provandosi a ridere ella pure
dell'intermezzo non preveduto; e cercava di ridere così sgangheratamente
come lo sposo, il quale voleva che mangiasse molto, che bevesse molto,
che non istesse a guardare i monti e il lago e il sole e le ombre, tutte
cose stupide, di cui una donna maritata doveva non far più caso, come
delle passate malinconie da ragazza.
— Mangiare, bere, e divertirsi. Ecco la vita! — dichiarava Vittorio che
aveva ereditato dal padre una grossa fortuna, e ne sentiva la gioia ogni
giorno.
Egli amava tanto i biglietti da mille, che quando il suo amministratore
gli portava il prezzo dei fitti o il ricavato dei tagliandi o le somme
delle uve e dei bozzoli e del grano, Vittorio si recava da Ada a farle
vedere i “volumetti„; volumetti di carte da cento e da cinquecento,
ch'egli lasciava cascar dall'alto sopra la tavola dello studio, perchè
se ne sentisse meglio il peso.
E Ada guardava e s'interessava, prendendo tra le mani ancor gentili quei
pacchetti, e lentamente sfogliandoli come fossero stati davvero volumi
dalle pagine immortali.
— Ti piacciono, eh? — diceva Vittorio, ridendo. — Quanto bel mangiare,
qua dentro!
E rideva anche Ada, già più accesa in volto e più pesante di forme.
Dacchè era andata sposa non aveva sfogliato altri libri nè toccato il
piano.
La casa dei coniugi Carminati era lucida, piena di roba; mobilia
nuovissima nella quale i visitatori potevano specchiarsi; cantina zeppa
di bottiglie e di fiaschi e di barili; dispensa capace, che aveva di
tutto, in gran copia.
— Crepa di salute la casa, come noi! — dichiarava Vittorio ai suoi
amici.
In quattro anni di matrimonio, Ada regalò a Vittorio tre figli, due
maschi e una femmina, e perdette interamente la sua linea aggraziata; si
fece larga di fianchi, rossa di viso, con un seno abbondante e molle che
nessun busto poteva costringere; e diventò pigra, rimanendo a letto fin
tardi, appisolandosi qualche volta dopo i pasti doviziosi. Amava poco i
suoi bambini, ch'eran confidati alle cure delle persone di servizio; non
si curava che di Vittorio, e si sforzava d'imitarlo nella gaiezza
rumorosa e nell'inclinazione al ben vivere materiale.
I bambini giravano per casa, vestiti alla meglio, poco vigilati; non
sapevan parlare che il loro dialetto e preferivan la cucina al salotto.
Il maggiore, Pieruccio, s'intendeva già di pietanze e d'intingoli,
diventava di mese in mese più rubicondo e mangiava tutto il giorno. Gli
altri due, Claudino e Marietta, studiavan del loro meglio per tenergli
dietro, e sovente erano inchiodati a letto tutti e tre da una potente
indigestione.
Ada ne rideva. Si sa, golosi erano; somigliavano a papà e a mamma;
ognuno faceva a gara a rimpinzarli, la cuoca, la serva, la servetta, i
bottegai da cui si recavano con la cuoca a far le spese.... Forti e ben
piantati, dovevan mangiare. E guariti appena da una gastrica,
ripigliavano a diluviare fino alla gastrica successiva.
Marietta, la più piccola, ne morì un giorno, dopo una scorpacciata di
crema, castagne, biscotti e frutta candite. Fu un gran dolore in casa,
per più d'una settimana; in capo alla quale, avendo visto che Ada
seguitava a piangere, specialmente dopo pranzo, Vittorio le battè su una
spalla e le disse gravemente:
— Ora basta, non è vero? Non bisogna esagerare!
Per non esagerare, Ada si asciugò gli occhi, e di Marietta non si parlò
più. Gli altri due, Pieruccio e Claudino, seguitarono a mangiare.
Un nuovo gran dolore provò Ada quando s'accorse che Giannina, la
cameriera, era incinta. Giannina, piccola bruna di diciott'anni, credeva
a tutto ciò che le dicevano, e non era stato difficile ingannarla
promettendole un bel matrimonio.
Ada non volle ascoltar giustificazioni. Ella era onesta e adorava il
marito, non vedeva uomini al mondo fuori del suo Vittorio. Per tagliar
corto coi pianti e le suppliche e le genuflessioni di Giannina, le fece
gettar le sue robe sulla strada, quantunque nevicasse. Lo scandalo era
già durato troppo a sua insaputa e bisognava finirla con quella
ragazzaccia senza pudore. Un po' di neve le avrebbe rinfrescata la
fantasia.
Messa Giannina alla porta, Ada dovette bere tre bicchieri di Marsala,
tanto era agitata; e Vittorio, tornato a casa, la compianse molto, la
costrinse a mangiare un po' più del solito per riacquistar le forze, e
la lodò per il suo sentimento morale.
Egli era felice perchè Ada ingrassava, si faceva rossa e tonda, rideva
con la gola ampia e bianca, e dava la giusta importanza al buon cibo e
al buon vino. Anche i bimbi, Pieruccio e Claudino, stupidi come tronchi
e maleducati come scozzoni, s'allungavano e s'allargavano. C'era posto
per tutti; onde, a distanza d'un anno dalla morte di Marietta, Ada
regalò il marito d'un quarto bimbo, al quale fu posto il nome di Mario,
per ricordo dell'altra.
Dopo quel parto, Ada, la quale non aveva più di venticinque anni, sembrò
sfasciarsi: perduta ogni ambizione, si vestì alla meglio, rinunziò al
busto, traboccò di grascia e s'ubbriacò di pigrizia. Aveva la casa piena
di gente che veniva a gustar la sua buona tavola, ed ella non si
pigliava nemmen la noia di render le visite, sapendo che i suoi amici,
foggiati alla maniera di lei e di Vittorio, non avrebbero mancato, per
quelle inezie di convenienze, ai succolenti banchetti.
Nella sua vita calma, uguale, monotona e lenta, fu un gran giorno quello
in cui s'imbattè in una signora alta e sottile, pallidetta e fine, che
comperava in un magazzino come Ada, una stoffa per abito da passeggio.
Ada andò scrutando e squadrando la signora, la quale s'appoggiava allo
stesso banco e teneva nelle mani guantate un capo della stoffa, che il
commesso le sciorinava innanzi. Andò scrutando e squadrando, Ada, poi si
fece coraggio, s'avvicinò meglio alla signora, e le disse:
— Ma io non m'inganno. Tu sei Fosca Giuntini, non è vero?
La signora le lanciò un'occhiata rapida, dalla testa ai piedi, piuttosto
sdegnosa; e l'altra comprendendo di non esser ravvisata, soggiunse:
— Io sono Ada Crivelli, oggi Ada Carminati. Ora ti ricordi?
Un lieve sorriso schiuse le labbra della signora, che offerse la mano
all'amica. Fosca pareva ancor fanciulla, tanto era flessibile e fresca;
i suoi capelli s'eran fatti un po' più oscuri e n'aveva guadagnato la
luce limpida e pacata degli occhi grigi. Solo, quel suo piccolo sorriso,
un sorriso breve e freddo, metteva una gran distanza tra lei e coloro ai
quali ella sorrideva così.
— Mi ricordo, — ella disse. — Ma ti sei fatta maestosa, forte, e non
potevo riconoscerti. Ho piacere d'averti incontrata.
— Ed io? — esclamò Ada. — Quante volte ho pensato a te, quante, quante!
E non ti vedevo mai....
— Ho passato questi anni sempre in campagna, con mio marito, il conte
Gino Fássini.... Siam tornati da poco a stabilirci in città.
— Maritata anche tu! E hai bambini? E sei felice?... E il conte?...
Fosca interruppe gentilmente, col piccolo sorriso breve:
— Vieni a trovarmi. Abito in via Cappuccio.
Tese la mano all'amica, e uscì svelta, leggera, preceduta da un
commesso, che l'accompagnò fino alla sua carrozza.
Ada la seguì con gli occhi, attentamente. Era sbalordita. Che signora!
Pareva nata principessa; e s'era fatta bella, bella davvero. Ada si
sarebbe guardata dal dirlo ad alta voce, ma non poteva negarlo a sè
stessa, e per la prima volta l'adipe, la mancanza del busto, il passo
troppo greve per la sua età, le rincrebbero.... Cinque o sei anni
addietro, ella e Fosca si somigliavano, facevan la stessa vita, ambedue
alte, magre, un po' trasognate. E Fosca era tuttora agile, elegante, e
aveva aggiunto alla grazia giovanile un'espressione di nobiltà semplice,
che bisognava ammirare.
Ada ne fece un cenno quello stesso giorno a Vittorio, il quale scoppiò
in una risata fragorosa:
— Magra? Agile? — disse. — Patirà la fame. Ci son delle signore che per
avere la vita stretta non mangiano abbastanza. Le donne sottili, io non
le posso vedere.... Tu sei perfetta.
Quando Ada, spinta da una curiosità invincibile, si recò a trovar Fosca,
i suoi occhi si sbarrarono per veder bene, per veder tutto. Fosca
abitava il palazzo Fássini, una casa tetra, che sapeva di vecchio; e
ogni cosa sapeva di vecchio, dalla scalea di marmo con le balaustrate in
ferro battuto, all'anticamera dal soffitto a cassettoni pallidamente
dorati, ai mobili che avevan le spalliere rôse dai tarli e la stoffa
serica sdrucita, agli specchi di grandezza mediocre la cui luce spenta
pareva arrugginita dal tempo.
— Che trappola! — pensò Ada, mentre aspettava nel salotto penombroso. —
Io non ci starei nemmeno dipinta.
E guardò Fosca, la quale entrava. Era vestita con un abito semplice di
color rosa sbiadito, con la gonna corta; e del medesimo colore era il
nastro con cui aveva leggiadramente raccolti i capelli in due bande;
svelta, leggera, una fanciulla.
— Io me ne vado! — pensò Ada nuovamente, soffocata da quel senso di
nobiltà schietta, che non sapeva definire e le pesava addosso.
Ma si trattenne, invece, per il garbo di Fosca, che le fece subito
un'accoglienza molto gentile.
— Forse non ti piace la mia casa, — ella disse, indovinando l'angustia
dell'altra. — È il vecchio palazzo Fássini, e Gino aveva qui tutte le
memorie di sua famiglia. Era ipotecato, e per riscattarlo abbiamo
condotto questi anni, sempre in campagna, una vita quasi di stenti. Ma
ora siamo felici, perchè ci siam tornati e abbiamo ritrovato le cose
vecchie, le buone cose che parlano al cuore.... Così, vedi, soltanto ora
ci è stato possibile ricomperare cavalli e carrozze, e soltanto ora
potrò andare a qualche ballo e a qualche teatro. Sono molto contenta.
Ero contenta sempre, a dir vero, perchè Gino mi vuol molto bene, e
abbiamo un bambino.
— Uno solo? — interruppe Ada. — Io ne ho avuti quattro, e tre son vivi.
— Uno solo, — ripetè Fosca.
— E ti sei acconciata a stentare in campagna? — soggiunse Ada. — Che
idea!... Io ho sposato il mio Vittorio che è ricchissimo, e viviamo a
modo suo. Egli mi ha detto fin dai primi giorni che bisogna mangiare,
bere, divertirsi e ingrassare, e ho fatto del mio meglio.
Rise, con la gola ampia.
— Ah non ci son malinconie nè ipoteche in casa nostra! — riprese. —
Buoni pranzi e buone bottiglie. Il cuoco è il personaggio principale, e
abbiamo sempre amici, che chiacchierano e ridono. Verrai anche tu,
spero, col conte? Mio marito se ti vedesse, direbbe che sei troppo
magra....
— Ma io non devo piacere a tuo marito — osservò Fosca, tranquilla.
— Hai ragione! Del resto, hai conservato l'aspetto d'una signorina;
sembra che tu abbia ancora diciannove anni. Non devi pesar più di
cinquanta chili; io ne peso settantasei. Vittorio mi ha sottoposta a una
cura di supernutrizione.
Rise di nuovo; ma sentì che Fosca era diventata fredda, e quantunque le
sedesse al fianco sullo stesso divano, s'era come allontanata,
guardandola con ingenuo stupore.
— Tuo marito non la pensa come il mio? — domandò Ada.
— Oh, no!
— È stato lui a foggiarti così fine, così delicata, così amica delle
buone cose vecchie.
— Lo credo! — rispose Fosca con un sorriso aperto di compiacenza.
— Sei veramente una contessa, — osservò Ada — e stai bene in questo
palazzo.
Fosca sorrise di nuovo senza rispondere.
E mentre Ada s'alzava, entrò correndo un bambino di quattro anni, biondo
ed esile con un giro di bel merletto intorno al collo e tutto vestito di
bianco. I suoi grandi occhi tra il grigio e il cilestre rispecchiavano
un lembo di cielo placido. Stringeva sotto un braccio un orsacchiotto
irto di pelo.
— Valfredo, — disse Fosca, — non vedi la signora?
— Guarda che bel pupo! — disse il piccolo ad Ada, stendendole una mano e
piantandole con l'altra l'orsacchiotto sotto il naso.
— Valfredo! — ripetè Ada, mentre carezzava distrattamente il bambino. —
È un bel nome.
— Sì, ricorre spesso nella famiglia Fássini. Valfredo IV. È per lui che
abbiamo fatto tante economie, tante grosse, dure economie! — esclamò
Fosca, attirandosi il bambino al petto e baciandolo.
— Arrivederci, cara, — disse Ada. — Devo fare ancora qualche visita.
Le due signore si abbracciarono. Avevano compreso che in quei brevi
istanti un abisso s'era scavato tra di loro, e che mai più non si
sarebbero cercate.
Ada uscì. Ma nell'anticamera sostò meravigliata.
Già arrivando aveva creduto d'intravedere; ormai vedeva, vedeva bene, e
non s'ingannava.
La ragazza tutta linda, col grembialino candido, che le apriva la porta,
era Giannina, la cameriera ch'ella aveva cacciato di casa.
— Aspetta, — disse. — Ho dimenticato....
E tornò indietro, raggiunse di nuovo il limitare del salotto.
Fosca, sdraiata sul tappeto, giuocava col bambino, che nascondeva
l'orsacchiotto e poi glielo gettava e rideva così forte, che per meglio
esprimere la gioia, si rotolava a terra.
— Fosca! — chiamò l'altra.
La giovane balzò in piedi, e andò incontro all'amica.
— Hai dimenticato qualche cosa? — domandò.
Ada le fe' cenno di parlar più cauta e la trasse in un angolo.
— Devo avvertirti, — disse sottovoce. — Bada che quella cameriera che tu
hai, non è una ragazza onesta.
— Onestissima, t'inganni! — rispose Fosca pacatamente.
— Ti dico di no, — insistette Ada. — Io ne so qualche cosa: ha avuto un
amante e deve aver avuto anche un figlio. Lo so, perchè mi è toccato
cacciarla di casa.
Fosca sorrise.
— Ah, — fece, squadrando Ada, — sei stata tu a metterla sul lastrico, di
pieno inverno, mentre era incinta?
— E che potevo farne? Dunque sai, allora?
— Sì; la poveretta venne al suo paese, dov'ero io con mio marito. La
famiglia di lei la cacciò a sua volta. Noi l'abbiamo raccattata sulla
strada, le abbiamo prestato assistenza, abbiamo pensato al suo bambino;
l'abbiamo salvata, insomma. Ora è savia, buona, onesta, e si farebbe
uccidere per me.
Ada stette un istante in silenzio, poi riprese:
— Non darle retta; alla prima occasione, tornerà daccapo.
— Tu non fai una bella azione, Ada! — osservò Fosca freddamente.
— Credo mio dovere avvertirti. Non è onesta, non può essere onesta!
— Ma perchè insisti, Ada? — chiese Fosca, ancor più fredda.
— Perchè? Perchè voglio renderti un servizio, e toglierti di casa una
persona che non è degna di rimanervi.
— E toglier di bocca a una povera donna e al suo bambino un tozzo di
pane, — seguitò Fosca sorridendo sdegnosamente.
— Ma no, — interruppe Ada, accaldata, ostinata a vincere quella
resistenza. — Vedo che ti sei conservata fanciulla non soltanto
all'aspetto, ma pur nel modo di giudicare.
— Tu mi dai della sciocca, — osservò Fosca tranquillamente.
— No; ma sei ingenua, inesperta, inconsapevole. Bada a quello che fai...
Credi a me, che conosco le cose del mondo....
Fosca sfavillò dagli occhi grigi un lampo di sdegno, e parve quasi
gettarsi all'indietro con un moto superbo del capo.
— Io so vivere, — disse. — Tu sai mangiare!
Ada si volse e uscì.