Era una promessa fatta a due giovani studenti, miei compagni di viaggio
carissimi; ma speravo di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero
pentito d'aver promesso quando da un piroscafo del lago avevo visto
sospesa nel cielo di Ginevra quella palla color di patata, grossa
quanto un'arancia, e al pensiero di doverci andar dentro il giorno dopo
m'era preso un principio di capogiro. Il giorno dopo fui fortunato:
trovammo scritto sulla porta del recinto: — _Vent trop fort, ascensions
suspendues_; — e sperai nella continuazione del vento. Ma la mattina
seguente il cielo era limpido, l'aria immobile, il fato ineluttabile.
— Sia fatta la vostra volontà — dissi — così in cielo come in terra, —
e m'avviai alla stazione di partenza per le regioni eteree con un buon
umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, da una curiosità
vivissima della sensazione nuova che avrei provata.
*
Vicino al recinto incontrai un mio buon amico di Torino e lo invitai
a fare l'ascensione con noi. Credette che parlassi di montagne.
— No — gli dissi — sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu
vuoi scherzare, — mi rispose, e pestando un piede in terra: — Io amo
questa, — soggiunse. E mi disse la ragione della sua ripugnanza. Era
un ricordo di ventisette anni fa. Un suo conoscente, a Firenze, s'era
voluto levare il capriccio, spendendo un centinaio di lire, di fare
un'ascensione areostatica con altri tre o quattro signori. Ma aveva
fatto assegnamento sopra un “coraggio fisico„ che non aveva. Partito
appena il pallone, con la rapidità d'una freccia, dal Politeama
Vittorio Emanuele, egli era impallidito come un morto, s'era accucciato
nella navicella come un cane, e stando così, stravolto e tremante, non
aveva fatto che ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per tutta
la durata del viaggio; terminato il quale, portato a casa in carrozza,
s'era cacciato in letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai l'amico
dell'incoraggiamento amichevole, pagai a uno sportello (caruccio) il
bel piacere che m'aspettava, e, passato tra i ferri d'un contatore,
mi trovai di faccia all'enorme sfera di seta chinese, chiusa in una
rete di quattrocento corde e gonfia di tremila cinquecento metri cubi
d'idrogeno, che doveva portarmi dove non desideravo di andare.
*
Siamo appena entrati che sopraggiunge una folla di gente d'ogni paese,
fra cui molte signore e signorine impennacchiate, molto più impazienti
di me di levarsi a volo; le quali discutono in dieci lingue della forza
di resistenza della seta e delle corde, delle valvole automatiche e
del palloncino compensatore, come se avessero fatto un corso compiuto
d'areostatica. — Ma noi abbiamo la _fortuna_, — così dicono i miei
due compagni, — d'essere della prima infornata. — I fortunati sono
undici, non contando il capitano; poichè c'è un capitano, col berretto
gallonato, un grosso svizzero biondo e flemmatico, a cui saranno
affidate le nostre vite. E ci stringiamo tutti in un gruppo, col
nostro biglietto numerato alla mano, che fa nascer subito fra di noi
una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono due rotonde signore
quarantenni, due piccole immagini dell'areostato, e il marito d'una
di esse, che sento chiamare da altri viaggiatori _monsieur Charles_,
sferico come la sua compagna, un viso di buon diavolo angustiato,
che mostra una passione per la navigazione aerea anche meno ardente
della mia. Dagli sguardi inquieti che rivolge a tutti i suoi compagni
di viaggio capisco il suo pensiero. Par che il caso abbia raccolto
nella nostra infornata, — fatta eccezione dei miei figliuoli, — le più
maestose moli umane di Ginevra. Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente
la forza di resistenza di duecento chilogrammi che ha ciascuna delle
quattrocento corde? Questa domanda si legge nei suoi occhi, e negli
occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come per pesarsi. Il
colosso, un giovine svizzero burlone, dice forte: — Dove andremo a
cascare? In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? O ci andremo a
infilare nei pini del Brünig? Il cuore non mi dice nulla di buono. —
_Tu l'entends?_ — domanda monsieur Charles alla signora; ed io colgo
a volo un _tais-toi, c'est ridicule_, che mi dice chiaro che è lei,
con quel becco imperioso di pappagallo, che _vuole_ far l'ascensione,
e ch'egli s'è deciso ad avventurarsi nel cielo per evitare una
battaglia sulla terra. Un altro, — un grosso tedesco giallognolo, —
non mi par più smanioso di lui di abbandonare il globo terracqueo.
— _Souffrez-fous le fertige?_ — mi domanda nell'orecchio. — Più del
necessario per divertirmi, — rispondo. Finalmente cade la catena che
chiude il passaggio, e per un ponte mobile montiamo sulla navicella,
dove il capitano distribuisce le nostre gravità in modo da mantener
l'equilibrio. Una voce grida: — _Attention!_ — Tutti si voltano da una
parte, dove scopro la principale ragione per cui molti si decidono a
quel viaggio: una grande macchina fotografica rivolta verso di noi.
Tutti prendono delle impostature d'areonauti temerari. — _C'est fait!_
— grida il fotografo. Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano
dà un fischio, sei inservienti in uniforme staccano a un punto dagli
anelli le sei corde che ci agganciavano al pianeta.... e il pallone si
solleva.
*
Non è che questo? È una delizia. L'ascensione è lenta. Non par di
salire. Io mi trovo fra il colosso e monsieur Charles, che mi volta le
spalle, mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che par la fotografia
animata dello Sgomento. Questo mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io
guardo lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado allargando.
Ma a un certo punto commetto l'imprudenza di chinare il viso sul largo
foro centrale della navicella e di guardar giù, proprio a filo sotto
i miei piedi, misurando con un'occhiata tutto lo spazio — l'altezza
d'un par di torri di Giotto — che ci separa già dalla terra. Mi fo
indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine m'ha acciuffato. Fu
un minuto solo; ma.... lungo. Una tentazione vergognosa mi prese
d'accoccolarmi dolcemente fra i due parapetti della navicella, chinando
il capo e chiudendo gli occhi. Ma uno sguardo mi salvò: vidi la mano
con cui monsieur Charles stringeva una delle corde, e la violenza
compassionevole della commozione che indicavano i muscoli gonfiati e
tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, mi rinfrancò.
Mi rimase un malessere, non di meno, nuovo affatto, e difficile a
esprimere: una maledetta voglia di sedere, un sentimento di solitudine
fisica, un senso fastidioso del mio peso, quasi un ribrezzo della
cedevolezza dei vimini di quel cestone odioso, a cui m'appoggiavo col
fianco.... — _Parfaitement dêsagréable_ — intesi dire da una delle
due signore, che non vedevo. — _C'est ça_, risposi tra me; era pure
la mia opinione. È strano: non avevo quasi coscienza in quel momento
della legge fisica in virtù della quale salivamo, nè dell'apparecchio
macchinoso che ci portava: mi pareva che ci levasse in alto qualche
smisurato uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. La navicella
non faceva il minimo moto, nè le corde il più leggiero fruscìo: avrei
giurato che stavamo immobili nello spazio. — _C'est égal; ce ne sera
jamais mon métier_, — disse una voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che
si dice del mare! È un elemento infido; ma vi sentite sotto qualche
cosa, su cui in qualche modo ci si può reggere; ma l'aria.... l'aria
non è niente. No, non sarà mai questo il mio genere di sport, se ne
dovrò scegliere uno. Cento volte meglio la bicicletta. — E tutti
quei modi coi quali si suole esprimere un sentimento di gioia o
d'entusiasmo: — “parersi sollevato al disopra della terra„ — “sorvolare
a questo basso mondo„ — “sentirsi rapito in alto„ — mi parevano
smargiassate rettoriche. In verità, non avevo creduto mai di essere
così strettamente affezionato, come mi sentivo in quel quarto d'ora, al
mio pianeta nativo.
*
Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, le case scatole,
i parchi aiuole, gli uomini insetti come se una forza mostruosa
stringesse, raccorciasse, rattrappisse ogni cosa. Che mirabile
spettacolo! Ginevra dorata dal sole, l'Arve e il Rodano inargentati,
una vasta corona di colline seminate di borghi e di ville, la grande
mezzaluna color celeste del lago di Leman, i monti verdi del Giura
e le rocce grigie della Savoja, la catena superba del Monte Bianco,
un'immensità d'azzurro, di verzura e di neve, fatta per lo sguardo
d'un'aquila. In quella immensità splendida le due signore si davan la
briga di cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del Voltaire.
Altri due sentivo che discutevano sul confine della Francia. — _Voilà
le capitaine qui lit son journal_ — disse il colosso. Infatti, il
capitano leggeva tranquillamente la _Tribune de Genève_, come se
fosse stato in una sala del _Cafè du nord_. Quest'osservazione parve
che tranquillasse un poco monsieur Charles che tentò d'abbozzare un
sorriso. Se il capitano leggeva il giornale, pericolo imminente d'un
disastro non c'era. Ma una voce che disse: — _Nous dévions_ — lo turbò
da capo. S'era levata veramente un po' d'aria; la grande bandiera
svizzera attaccata al polo inferiore dell'areostato s'agitava; il
pallone era deviato alquanto fuor della direzione del recinto da
cui era partito. Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur Charles
osservava con uno sguardo obliquo il dinamometro appeso all'anello
d'acciaio, come se gli indicasse il grado variante del pericolo, e non
ne staccava gli occhi che per gettare qualche rapida occhiata dentro
la cinta dell'Esposizione. Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza!
Paiono quello che sono in realtà: trastulli di popoli. Vedevo una
piccola città carnevalesca, divisa in due da un ruscello, simmetrica
da un lato, disordinata dall'altro, variata di cento architetture di
mille colori, che innalzavan le cupole, le guglie, le torri, i frontoni
dipinti, i tetti a cono e a piramide, luccicanti e imbandierati,
sopra un labirinto di giardini e di boschetti, biancheggianti di
zampilli e di cascate, e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli
che entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano per le vie
larghe un dito e per le piazze grandi come la mano, come un popolo di
formiche affaccendate. Vidi passare sur uno dei due ponti dell'Arve
il tranvai elettrico che faceva il giro della Mostra. Che miseria! Uno
scarabeo giallo fuggente sopra un fuscello a traverso un fil d'acqua.
Mi diede nell'occhio, a un'estremità della cinta, un qualche cosa della
grandezza e della forma d'un mezzo guscio d'ovo tagliato pel lungo:
era il grande circo per le giostre e per le feste ginnastiche, posto
sulla riva del fiume, di là dal “villaggio svizzero„. E il grande
villaggio, la maraviglia e il trionfo dell'Esposizione, pareva formato
di _châlets_ tolti dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una cosa da
raccattarsi con due mani e da porgersi per balocco a un bambino. Sulla
piazzetta della chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini
rossi e bianchi. Dovevano essere le belle ragazze svizzere che si
preparavano per le danze nazionali. Com'era mai credibile che per uno
di quei puntini rossi uomini tanto fatti potessero perder la pace?
*
— _Nous descendons, monsieur?_ — mi domandò monsieur Charles, senza
guardarmi.
— _Non, nous montons toujours._
— _Diable!_
A lui pareva già d'averne per più di quanto aveva pagato. Ma se
io dicessi che mi sentivo ancora in credito non direi la verità
vera. Stavo molto meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso
quest'osservazione: — Che bisogno c'è di stringer così forte la corda
con la mano destra? — E allentai la mano.... un poco. E m'arrischiai
a guardare un'altra volta per l'apertura del mezzo — un'occhiata
sola, rispettosamente sfuggevole — quanto mi bastò per veder giù — a
una profondità d'abisso — la folla dei viaggiatori aspettanti — una
macchia scura punteggiata di rosa dai visi che guardavano in alto,
verso il piccolo mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, con
un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi raccolsi nell'ammirazione
del lago di Ginevra, una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi
piroscafi apparivano come moscherini anneganti che si dibattessero
senza far cammino, e la lunga fila dei villaggi e delle ville della
riva settentrionale sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli
multicolori, raggruppati in ghirlande e in mazzetti, con gli steli
immersi nell'acqua. Che dolce silenzio! Nè il rumore della galleria
delle macchine, nè lo scampanìo festoso, nè il muggito degli armenti
del villaggio svizzero, nè la musica barbara dell'accampamento dei
negri, nè gli strilli degli arabi venditori del “caffè delle fate„ non
arrivavano più alla nostra “superba altezza„ dove un'aria purissima,
dilatandoci i polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte le vene,
e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. Oh tutti gli altri modi di
viaggio inventati dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua
e sulla terra, tra il fumo, lo strepito e la polvere, molestati
dall'immagine d'uno sforzo continuo delle cose, come ci parevano rozzi,
faticosi ed umili, appetto a quell'ascensione dolce e muta di nuvola
carezzata dall'aria, di cui non si sentiva e non si vedeva il moto,
come se non noi ci movessimo, ma si allontanasse la terra! Nessuno
parlava più, nè badava ai suoi vicini. Ciascuno, da quella terrazza
aerea, beveva da solo, come un ingordo, la grande bellezza, non dicendo
una parola per non perdere un sorso, in un atteggiamento d'ammirazione
immobile, che pareva uno stupore profondo.
*
Ma qui sento un lettore impaziente che mi domanda: — Ebbene, e poi?
Che cosa provaste quando non vedeste più la faccia della terra? Quando
cominciaste a sentir difficoltà di respiro? Quando l'uscita del sangue
dagli orecchi? Quando i primi deliqui?
A questo punto, per chi non ha ancora capito, debbo fare una
dichiarazione.... molto dolorosa alla mia vanità. Debbo dire che
attaccata al pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un diametro
da trent'uno a ventinove millimetri, tessuta di canapa di Napoli, di
qualità sopraffina, capace di sostenere uno sforzo di più di novemila
chilogrammi, e che questa corda — debbo dire anche questo — scendeva
fino a terra, dove s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso da una
macchina a vapore della forza di venticinque cavalli, la quale....
Insomma, il pallone era frenato. — È detta.
Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; ma a venir giù
dall'altezza di sei mila o di cinquecento metri mi pare che la patta
sarebbe stata a un di presso la stessa. E questo è quanto. Ed era certo
del medesimo parere monsieur Charles, il quale mi domandò ancora una
volta, senza voltare il capo: — _Nous montons toujours? — Nous montons
toujours._ — E allora perdette la santa pazienza: — _Eh qu'est-ce
qu'il f.... donc ce capitaine avec son f....u journal?_ — Non credevo
di poter fare una risata a quell'altezza; ma il fenomeno avvenne.
— _On nous a trompé_ — esclamò il colosso, per ispassarsi del pover
uomo; — _il n'y a plus de cable; c'est une ascension libre que nous
faisons!_ — Un _nom de dieu_ inimitabile gli rispose, che il buon Dio
deve aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione che a
una bestemmia. E lo scherzo crudele del mio vicino sarebbe continuato
se non si fosse sentita una voce dall'altra parte della navicella, che
disse forte: — _Wir gehen hinunter_ (noi discendiamo). — Dolce lingua
tedesca! Ma era vero? Non ci accorgevamo di discendere più che non
ci fossimo accorti di salire. Qualcuno anzi sosteneva che si saliva
ancora; altri diceva che s'era immobili. Si discendeva così a rilento,
in ogni modo, che non ce ne poteva accertare l'ingrandirsi delle cose
sottostanti, non apparente ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza
fu breve. Dato uno sguardo in basso, vidi Ginevra più vasta, l'Arve
dilatato, le architetture dell'Esposizione ingrandite, tutto il
formicolìo nero sparso per il labirinto delle vie e delle piazzette,
che cominciava a riprender l'aspetto d'una moltitudine umana. Poi la
discesa si fece ogni momento più sensibile. Sotto, sui frontoni del
palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, dentro alle aiuole, nei
giardini, pareva che le statue crescessero, che le pitture pigliassero
vita, che i fiori sbocciassero, che gli zampilli s'innalzassero a
salti; un ronzìo confuso, soverchiato da mille suoni sparsi di voci,
d'acque, di ruote, di musiche, ci giungeva crescendo agli orecchi;
e guardando per il foro della navicella giù nel recinto le piccole
facce voltate in su della folla che ci aspettava, simili a una gran
canestrata di mele rosee, cominciai a distinguervi i cerchietti degli
occhi e i buchi neri delle bocche aperte. Ancora un minuto, ed ecco
i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che accorrono, eccoci
riattaccati da sei solidi ganci alla superficie terrestre.
O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente il viver lontano da te;
ma non al di sopra! Non sono superbo. E non fui degli ultimi a passare
il ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità camminante. Il
primo, s'intende, fu monsieur Charles, col viso ancora rannuvolato.
Vari conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. Egli
lanciò loro, passando, un'occhiata a colpo di falce, e rispose con voce
rauca: — _Délicieux._
— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei due giovani compagni. —
Un'altra volta faremo un'ascensione libera....
— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma soggiunsi in cuor mio:
— Sì, all'Esposizione internazionale di Carmagnola.