I COMMEDIANTI E I RAGAZZI.

.... Era una gran festa per molti dei miei compagni di scuola, e per

me, quel cartellone che annunziava l'arrivo della compagnia drammatica.

La città era piccola; non ci veniva che una compagnia all'anno, dai

primi di novembre ai primi di dicembre; una compagnia povera e canina,

si sottintende. Ma ci parevano tutti grandi attori. Un'ora dopo

ch'erano arrivati, sapevamo a che albergo eran discesi. — La prima

donna e il brillante sono alla _Sbarra di ferro_. — Il prim'uomo è alla

_Corona_. — È stato visto il padre nobile al _Caffè dell'Unione_. —

Prima che cominciassero a recitare, li conoscevamo di vista dal primo

all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; li esaminavamo

profondamente, al _Caffè d'Italia_, guardando le loro immagini negli

specchi, per non farci scorgere. Quanti ne ho visti passare, dei primi

attori impomatati, col soprabito nero stretto alla vita e spelato

ai gomiti; delle prime donne pallide e tristi, vestite di cenci

zingareschi; dei tirannelli gialli, insaccati in certi casacconi verdi

e imbacuccati in grandi scialli grigi; e dei poveri diavoli d'amorosi

allampanati, tutti cilindro e mantello, che parevan lo spettro della

fame. Nelle città piccole si va poco alla commedia: qualche volta il

teatro si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; la compagnia

non aveva più quattrini nè per rimanere nè per andarsene, e i cittadini

dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava mica la nostra

ammirazione per gli artisti. Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri

occhi, in quella miseria, vittime dell'ignoranza e della barbarie

pubblica; e per lungo tempo dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo,

ricordando i loro atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo che i

signori della nostra città erano un branco d'ignoranti e di pitocchi.

*

Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano erano così

maravigliose, che dovevan parerci animali senza cervello e senza cuore

coloro che non le provavano. Gli effetti della finzione drammatica,

nei ragazzi, sono poco meno profondi che gli effetti della realtà; al

che giova pure il non conoscere affatto, nemmeno per intuito, la classe

degli attori; i quali paiono creature quasi sovrumane, e il mistero che

li avvolge duplica la loro potenza. Anche i peggiori cani, allora, ci

facevano tremare, strepitare dall'entusiasmo, assai più che non abbian

fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del mondo. Come stavamo

immobili, inchiodati sulla panca, col respiro sospeso, col cuore che

ci saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione come

d'una mano che ci serrasse alla strozza, quando il dialogo concitato

di due personaggi accennava a finire in una risoluzione disperata

o in un colpo di spada! Non dimenticherò mai, vivessi cent'anni,

l'effetto che mi fece una scena di _Margherita Pusterla_, una sera

ch'ero in palco con la famiglia, tutto contento, dopo aver fatto il

mio lavoro di quarta elementare. Quando Alpinolo afferrò per il collo

quel _boia_ di Luchino Visconti, e gli appuntò il pugnale sul viso,

caricandolo di contumelie, fremetti e risi di gioia, sprofondando le

unghie nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge, Luchino (che era

un pezzo d'omo, con un vocione spaventevole) si slancia alla finestra,

urlando: — Inseguitelo! — accenna le vicende dell'inseguimento,

grida: — Lo raggiungono.... si salva.... no.... gli son vicini....

sfugge.... è raggiunto! — Quella terribile parola _è raggiunto_ mi

fece scoppiare in un singhiozzo convulso, che fui appena in tempo a

soffocare col fazzoletto. Mio padre mi condusse fuori del palco, nel

corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio arrivava ancora la

voce stentorea di Luchino; capii che Alpinolo gli era stato ricondotto

davanti, legato; era una cosa orribile; ricominciai a singhiozzare;

mio padre dovette accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là

ancora rimbombava quella formidabile voce; fui costretto a uscire

nella strada; ero inconsolabile, avevo il petto rotto, e continuai

a disperarmi per un bel pezzo, in mezzo al cerchio dei monelli che

aspettavan le cicche, non piangendo più, ma singhiozzando ancora, con

quel tiranno esecrato davanti agli occhi.

*

Naturalmente, a noi pareva che quegli attori avessero anche fuori

del teatro l'importanza, la potenza affascinatrice dei personaggi che

rappresentavano sulle scene. Ci pareva che nessun banchiere milionario

avrebbe osato rifiutar la mano della sua figliuola a quel bel primo

attore, ardente e superbo, che aveva fatto così bene _Francesco primo_

la settimana passata; e non eravamo lontani dal credere che, assalito

da una banda d'assassini, il tiranno non avrebbe avuto che a gridare

con quella sua voce sibilante: — Indietro, miiiiseee....rabili! — come

gridava nel dramma _Il delitto misterioso_, per vederli sparire come

uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del Presidente del Consiglio e

l'amicizia del caratterista, avremmo scelto questa, senza un momento

di esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto che sentii per un

mio zio burlone, dopo una sera che, rientrando in casa, disse d'aver

giocato una partita al biliardo col brillante. Quanto alle prime

donne bastava che non fossero mostri: ne eravamo tutti cotti; era un

innamoramento all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre,

regolare e inevitabile, come la pioggia d'autunno. Ne ricordo ancora

una mezza dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone con

una voce di bombarda; una mingherlina, gobbina, che pareva sempre

che piangesse; una bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre

incinta di molti mesi, poveretta; e dell'altre, tozzotte, belloccie,

malaticcie, bruttine, con certe voci stridule e certe pronuncie

dell'altro mondo; ma che ci rapivano in estasi, quando comparivano sul

palco scenico, coi capelli sciolti per le spalle, facendo le pazze col

solito spediente del piantoriso. Ah! Dio grande! Essere amati da una

prima donna! Era la suprema delle felicità e delle glorie umane! Come

dovevano essere superiori a tutte le miserie della vita, che sovrumano

linguaggio dovevan parlare, come ci parevano scolorite e prosaiche

tutte le altre donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi avrebbe

osato sperare neppure uno sguardo da una di quelle creature arcane e

sfolgoranti, che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria Stuarda

e di Diana di Poitiers. Incontrandole per la strada, arrossivamo; e

una loro parola che cogliessimo a volo mentre passavano, una frase

straordinaria e misteriosa, come: Ho aspettato la sarta fino alle

sette.... oppure: — Ci hanno portato i bagagli al _Bue rosso_.... — ci

sonava nel capo per tutta la giornata, come il suono d'un'arpa celeste.

*

Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione più profonda, perchè,

a quell'età, si ammira più il grandioso e il terribile di quello che

non s'ami il tenero e il gentile. La nostra grande passione erano le

scene in cui un personaggio coraggioso e generoso, invasato dall'ira,

incalzava un altro personaggio a traverso al palco scenico, gridandogli

sul viso. — Codardo, sciagurato, infame, miserabile, assassino del

sangue tuo, oppure del sangue mio. — Quanto più ne sputava, tanto più

applaudivamo. E in queste scene, bisogna dirlo, anche i più tangheri

avevano dei momenti felici. Ma sopra tutte ci entusiasmavano le scene

culminanti dei drammi patriottici, che in quegli anni avevano gran

voga. Erano i bei tempi dei _Martiri del 21_, del _Fanciullo Mortara_,

dei _Processi di Mantova_, se non sbaglio il titolo, e di altri drammi

pieni di congiurati, di commissarii di polizia, di sgherri papali,

di gendarmi austriaci: — drammi mediocri, per quanto mi ricordo,

come lavori d'arte, — ma d'efficacia maravigliosa sui giovanetti,

specialmente per le tirate degli oppressi contro gli oppressori, alcune

delle quali non mancavano davvero di eloquenza. Noi pestavamo i piedi,

battevamo i pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle espressioni

clamorose d'amor di patria, nelle quali gli attori ci apparivano

venerabili e gloriosi quanto gli eroi medesimi che rappresentavano.

C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il quale avremmo dato metà del

nostro sangue. E sì che allora le tirate patriottiche erano fatte in

maniera da toglier qualunque illusione artistica. Arrivato a quel

punto, l'attore si voltava addirittura verso la platea, come per

arringare il pubblico, e recitava la sua filastrocca, come un pezzo

staccato dal dramma, cambiando voce e intonazione, con lo sguardo come

perduto verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava! Eran sublimi.

E se qualche volta uno spettatore scettico e impertinente, accanto a

noi, esclamava a mezza voce: — Che cani! — era bell'e giudicato, da

noi altri: non poteva essere che un _asino_ e un _vile_. Che belle,

indimenticabili serate! Ci fermavamo alla porta per veder uscire il

Confalonieri, Silvio Pellico, il vecchio Schiller. — Son loro, — ci

dicevamo nell'orecchio: — eccoli qui. — E ci pareva un nuovo e maggiore

indizio di grandezza quell'aria stracca, e così tra sprezzante e

burlona, con la quale uscivano dal tempio della loro gloria, accendendo

un mezzo sigaro e tirandosi il bavero sugli orecchi, come il comune dei

mortali.

*

Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi disegnare, tanto

mi son rimasti stampati, cesellati nella memoria. Uno m'entusiasmò

principalmente, un primo attore romagnolo, giovane, il quale, a quel

che dicevano, imitava Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso.

Ripensandoci ora, mi sembra che dovess'essere un birbaccione: smaniava

come un ossesso, e aveva una voce arrantolata da metter paura ai

bambini. Ma quando faceva il _Bravo di Venezia_, nell'ultim'atto,

gli avrei gettato sul palcoscenico una bracciata di cartelle del

Debito pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere terribili

e grottesche, delle figure che mi parevano modelli insuperabili di

bellezza e d'eleganza, dei colossi dal passo elefantino, una varietà

infinita di gambe, soprattutto, gambe vestite di maglie di tutti i

colori, gambe sottili e maligne di Luigi undecimi e di Filippi secondi,

ristecchite dalle fatiche continue della caccia al desinare; gamboni

idropici di Don Marzi, gambe torte e bitorzolute di Paoli e di Romei,

belle gambe scultorie di Cesari di Bazan, alle quali paragonavo con

invidia le mie seste ginocchiute di scolaretto cresciuto precocemente.

Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella mente, è un tiranno,

— lombardo, mi pare; — quello stesso che faceva il Luchino Visconti

in quella serata terribile. Ma faceva pure delle parti buone, — le

parti di gran forza, — nei drammi patriottici. Era un curiosissimo

originale: di media statura, tarchiato come un atleta, un po' panciuto,

con un gran naso a gancio, senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di

trentacinque anni, o press'a poco. Capiva pochissimo quello che diceva:

l'ho capito dopo; recitava con una monotonia micidiale; faceva il duca

d'Alba e il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva un organo vocale

di tal potenza, quel buon bestione, che, nelle tirate patriottiche, in

special modo, quando la sprigionava tutta quanta _dalle spaziose atre

caverne_, faceva tremare il teatro, e suscitava un uragano d'applausi.

No, nessuna parola può dare un'idea di quella voce; non ne ho mai più

udita una simile. Aveva un organo di cattedrale, un cannone, un leone,

il corno d'Astolfo nel corpo; avrebbe coperto lo strepito d'un arsenale

col suo mostruoso vocione. Non so più in quale dramma, nominando per

caso gli Svizzeri, faceva una sfuriata contro gli Svizzeri mercenari.

Me ne ricordo sempre. Diceva a voce bassa, naturalmente, terminando

un periodo: — .... come usano gli Svizzeri; — e poi, tutt'a un tratto,

esplodendo come un mortaio: — Oooooh gli Svizzeri! Caaarne ven-du-ta!

Oooooh se l'ombra di Guglielmo Tell potesse levarsi dal suo sepolcro,

ecc. — Pareva di sentire il fragore del tuono in una valle delle Alpi.

E non se la pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il suo accento

non aveva neppure un leggerissimo tremito, la sua faccia rimaneva

impassibile; egli metteva fuori tutta quell'ira di Dio senza scomporsi

menomamente, come se avesse chiacchierato con un amico con la tromba a

volano. Ma come resistere a quella voce? Io me la sentivo rombare poi

nella camera per tutta la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo

che gonfiare il collo, declamando: — Oooooh Svizzeri! Caarne venduta!

— con un entusiasmo.... del quale si risentiva poi miseramente la mia

composizione latina.

*

Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani, allora, dall'immaginare le

miserie e i dolori che nascondevano sotto i loro manti di re e sotto

i loro giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che dovessero essere

tutti felici, fortunati in amore, cercati, festeggiati per tutto dove

si presentavano. Non c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora di

far l'artista drammatico. — La famiglia ci farà un po' di opposizione

sulle prime, — pensavamo — ma poi, quando riconoscerà la vocazione,

e proverà l'ebbrezza degli applausi, acconsentirà, e come! — Intanto

c'ingegnavamo d'imitare gli attori. Copiavamo la pettinatura del

prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il brillante, imitavamo la

pronunzia, il passo, il modo di ridere ora dell'uno ora dell'altro,

avremmo voluto poterci vestire sul loro modello. Quel certo primo

attore romagnolo aveva un cappotto di mezza stagione, color caffè e

latte, che gli stava come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma una

bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra. Mi pareva che passeggiar per

la città con quel cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera

innanzi il _Bravo di Venezia_ com'egli lo recitava, dovesse essere il

più dolce dei trionfi umani: lui, invece, modesto, si fermava delle

mezze ore davanti alle vetrine dei salumai. Noi sapevamo i fatti

loro, come spie, da tanto che n'eravamo curiosi, e con tanto ardore

ne accattavamo notizie da ogni parte. Luigi undecimo faceva cucina in

casa: chi lo avrebbe mai pensato! La prima donna sonava la chitarra.

L'attore che faceva così bene Carlo Quinto aveva detto una sera, nel

_Caffè della rotonda_, ad alta voce: — Val più un pelo dello Shakspeare

che tutta la parrucca di Vittorio Alfieri! — L'amoroso fumava tabacco

turco. E in quei quaranta giorni di convivenza spirituale con loro,

mettevamo un certo affetto a tutti; quando qualcheduno era fischiato,

ne provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo della loro partenza,

si era sempre un po' malinconici come se fossero partiti con loro

mille idee, mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa

dei personaggi storici e delle creature immaginarie che essi avevano

incarnato sulla scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta in un

silenzio stupido e uggioso.

*

E ora, — mi domando sovente, — dove saranno andati a finire quei

commedianti, che vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, con

le loro fisonomie, con la loro voce, coi loro vestiti? I padri nobili,

poveretti, saran morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, è

sfumato un quarto di secolo dopo quegli anni; più d'un tiranno avrà

chiusi gli occhi all'ospedale, pur troppo; altri avranno corso le più

bizzarre avventure; celebre, tra i giovani, non è diventato nessuno,

ch'io sappia. E quelle povere prime attrici? Io le vedo confusamente

proseguire il loro pellegrinaggio faticoso di piccola città in

piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati e semioscuri, piangere

nelle camere nude degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate,

spossate; e ne sento una grande pietà, come se a quel tempo le avessi

amate davvero, non come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, esse

hanno rallegrato e commosso la nostra prima età, e sono come vecchie

amiche perdute, per noi altri. Come possiamo ricordarle senza affetto

e senza gratitudine? Qualche volta, assistendo a una rappresentazione

drammatica nel teatro d'una piccola città dove sono andato a passar

ventiquattr'ore con un amico, riconosco uno di quegli antichi attori,

invecchiato, sfiatato, caduto nelle parti secondarie, con la storia di

venticinque anni di stenti scritta sul viso. Non lo riconosco subito,

naturalmente; bisogna che gli si presenti l'opportunità di fare quel

certo gesto o di metter fuori quel dato grido, per il quale la sua

immagine è viva nel mio capo; allora, alla terza o alla quarta scena,

per lo più, ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il marito di

Maria Giovanna dei tempi antichi, il Conte di Montecristo che mi fece

tornare a casa per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. Che

piacere, un poco triste, ma vivo, riprovo sempre in quel momento! Con

che profonda attenzione lo ascolto allora, quante cose rivedo e risento

al suono della sua voce! E come andrei ad aspettarlo all'uscita del

teatro, per fargli festa, e parlare con lui del _nostro buon tempo_,

se non temessi di esser preso per un burlone o per un matto! Non più

di sei mesi fa, per esempio (è il ricordo che mi ispirò di scrivere

l'articoletto), ne feci uno graditissimo di questi riconoscimenti.

Passeggiando col professore D'Ovidio in piazza Solferino, mi vedo

camminar davanti, a una decina di passi, un poco di sbieco, un signore

grasso, largo di spalle, vestito alla diavola, ma pulito, con una

grossa canna in mano; una figura che mi ridesta una lontanissima

reminiscenza. — Possibile! dico tra me. Che sia proprio lui! Ancora

lui, così saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il passo, guardo

curiosamente quel viso.... Era lui, — lui in corpo e in anima, —

Luchino Visconti, la voce di cannone, quello della _carne venduta_, il

formidabile tiranno che m'aveva fatto scappar dal teatro, soffocato

dai singhiozzi. Il mio primo impulso sarebbe stato di fermarlo, di

dirgli: — Ma come, lei qui? Ma come va? Ma dov'è stato? Ma venga....

— Sai chi è quello lì? dissi al D'Ovidio, e gli raccontai la storia.

— Fermiamolo dunque, — rispose egli ridendo; e mi sospinse verso di

lui. Ma il solito timore di parere un cervello balzano mi trattenne.

Che sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata, avrei desinato

con lui, avrei inteso la storia di chi sa che strane vicende, gli avrei

fatto piacere a raccontargli le mie commozioni di ragazzo, e dopo aver

votato parecchie bottiglie, ci saremmo forse alzati da tavola vociando

insieme: — Ooooooh Svizzeri! Caaaarne venduta! — E invece non feci che

accompagnarlo con lo sguardo finchè svoltò a una cantonata....

Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera e profonda simpatia,

mandandogli un saluto dal più vivo del cuore, e salutando

affettuosamente con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi,

vivi e morti, amorosi e tiranni, bravi attori e poveri cani....

idoli della mia infanzia, cari ricordi della mia gioventù, fantasmi

dolcemente tristi della mia età matura....

Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori · 第 36 / 52 题