Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava ancora su per le scale
con la cartella del disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello
e, appena le fu aperto, si slanciò nella sala da desinare, dove
l'aspettavano il padre e la madre, coi regali pel suo giorno natalizio.
In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il mazzo di fiori, l'anello,
il libro illustrato e il canestrino da lavoro, disposti sulla tavola
apparecchiata, su cui brillava un raggio di sole; poi, ringraziando e
ridendo, abbracciò e baciò con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si
lasciò guardare.
Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli ondulati e i suoi
grandi occhi parevan più neri del solito, e il bel garofano rosso,
contornato di violette, che le usciva dall'abbottonatura del giubbetto
bianco, non reggeva al confronto della sua piccola bocca capricciosa e
imperiosa.
Suo padre stette un minuto in adorazione davanti a lei; e i suoi occhi
pieni di tenerezza facevano un contrasto singolare coi minacciosi baffi
grigi che gli andavan dalla bocca alle orecchie. Sarebbe bastato uno
sguardo a chi che sia per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor
Mazzi, dalla faccia di vecchio soldato e dalle mani d'antico operaio,
più temuto che amato dai duecento cinquanta lavoratori della sua grande
fabbrica d'ombrelli e di bardature, una delle più fiorenti di Torino,
non era che il servitore umilissimo di quella ragazzina di dodici anni,
in cui pareva che si fosse affinato ancora il sangue signorile della
mamma. Bella, figliuola unica, delicata di salute: aveva tutto quello
che ci voleva per far la tiranna. Una lunga malattia sofferta da lei
due anni innanzi, a cagion della quale, perduto un anno, ripeteva
l'ultimo corso elementare nelle scuole del Municipio, aveva ancor
rinsaldato il suo impero. A ogni sua nuova prepotenza giurava bensì
il signor Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando un'altra volta
la vedeva addolorarsi d'una ripulsa o ricorrere all'arma terribile
del digiuno per far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto,
le vedeva gonfiar per la collera quel bel collo esile e bianco, come
se fosse sul punto di schiattare, ogni forza alla lotta gli mancava.
Faceva ancora un'ultima mostra di resistenza invocando il soccorso
della signora Mazzi, che con la sua mollezza di bionda grassa e
linfatica gli consigliava di cedere per la pace, e poi.... cedeva per
la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo d'Alba una fitta e
intricata vegetazione di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro,
non aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà, nato in lei
e mantenuto vivo da una precoce e quasi maravigliosa intuizione delle
miserie e dei dolori del mondo che non conosceva.
Quando si credette ammirata abbastanza, disse:
— Papà, ti ho da domandare un favore.
Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio la cameriera ad
annunziare che il signor Boleri, avvocato criminale e radicale,
brillante ed entrante, buon amico di casa Mazzi, desiderava dir due
parole al padrone.
Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina che, fra gli altri
difetti, aveva anche quello d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò
all'uscio socchiuso per ascoltare. Ma il dialogo non le arrivò
all'orecchio che a frammenti.
Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo solito accento gioviale,
il Mazzi rispose con tutt'altro accento: — Mi rincresce, non posso.
— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai far scomparire il presidente
onorario della _Fratellanza artigiana_, a cui quel povero diavolo s'è
raccomandato. È un buon operaio, alla fin dei conti; ha lavorato per
due anni nella tua fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene.
Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle ragioni che la ragazza
non intese.
L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta sul serio: — Sta bene,
— disse; — ma pensa che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova; che
chiedendoti d'esser riammesso, fa ammenda del suo torto, se pure ti
fece un torto, e che ha famiglia.... e fame.
Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando. Doveva dare un
esempio. Avrebbe voluto dir di sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno
voluto lottare, — concluse, — lui e gli altri della combriccola, e
hanno perso: tanto peggio per loro. È una guerra a oltranza che si
combatte fra loro e noi. Io non do tregua. Faccio come essi fanno: mi
servo di tutte le armi che sono in mia mano.
— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè il Boleri, — contro un
vinto, che ti chiede grazia.
— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi domani. È inutile che tu
insista. Ho deciso.
— È la tua ultima parola?
— Me ne dispiace per te, che hai preso la cosa a cuore. È l'ultima.
— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi per uscire, — ti credevo non
soltanto più pietoso, ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati
questa, e buon pro ti faccia. Darai alla bambina questo mazzetto. Tanti
saluti.
*
Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare col viso rannuvolato e
porse ad Alba il mazzo di fiori.
— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi quell'operaio.
— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì subito di quella durezza,
e soggiunse benevolmente: — Parliamo d'altro, Albina mia. Avevi un
favore da domandarmi, m'hai detto?
— Era quello.
— Come, quello? — domandò il padre, stupito, fermandosi in mezzo alla
sala.
— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a poco a poco, continuando:
— era quello, appunto; Maria Cinzano, una mia compagna di scuola,
figliuola di quel tuo operaio; è lei che me n'ha parlato questa
mattina; m'ha detto: — verrà un avvocato da tuo padre, per raccomandar
mio padre. Io mi raccomando a te. Faglielo riprendere. È senza lavoro.
Siamo nella miseria. — E m'ha dato questo mazzettino per la mia festa,
un garofano rosso. Io le ho detto di sì. Mi puoi dir di no, tu, il
giorno della mia festa?
E gli saltò al collo.
Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise.
— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso serio, — perchè hai buon
cuore; non te ne faccio rimprovero. Ma non posso contentarti.
— Ma perchè?
— Il perchè non lo puoi capire.
— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti al signor Boleri. Ma
non è un buon perchè. E poi.... come ho da fare a andar a dire alla
mia compagna che m'hai detto di no? E oggi appunto ho da fare un
componimento sopra un signore caritatevole che salva dalla miseria
una povera famiglia! In che maniera ho da trovar le idee? Perchè sono
nella miseria, hai da sapere. Ah! ora capisco. È un mese che la vedo
cambiata, è dimagrita, chi sa come mangia; vive forse di pan nero; non
studia più; viene a scuola con gli occhi rossi. Ho da andarle a dire
che tu vuoi che muoia di fame?
— Non voglio questo, — rispose burbero il padre. — Basta così, e
mettiamoci a tavola.
— Ebbene, — disse la ragazza, — se non mangia lei, non mangio io.
— Alba!... Ti castigo.
— Castigami!
Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto, voltandosi verso sua
moglie che stava seduta sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che
questa ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è mai vista un'audacia
simile! — E tornò a voltarsi verso la figliuola: — Ma che obblighi ho
io verso un briccone che mi piantò da un'ora all'altra, quando avevo
bisogno di lui, e che adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi
offre un lavoro.... di cui non so che fare? — Poi si voltò da capo alla
moglie: — Figurati! Un presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato,
mi mette su una decina di compagni.... fanno tutto il loro armeggio
sott'acqua.... imbastiscono una specie di Cooperativa.... Poi, un bel
giorno, si licenziano, e con che arie! Vanno a offrire i loro servizi
ai miei clienti, brigano al Municipio, fanno parlare i giornali....
In capo a un anno, si capisce, sono andati a gambe all'aria e ci han
rimesso quel po' di fondi raggruzzolati non so come.... E io dovrei
riprendere il caporione! Per far piacere a quel gran protettore di
tutti i cialtroni disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E si voltò
un'altra volta verso la ragazza: — Tu non conosci gli operai, povera
ingenua. Tu non sai che razza di cani son tutti quanti.
— Sei stato operaio anche tu, — rispose la ragazza.
— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli altri; ma per questo li
conosco, e li tratto come si meritano.
— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti mica diventato ricco tu,
se non avessero lavorato per te.
Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere che m'hanno fatto una
grazia. Essi danno a me il loro lavoro; io do loro il mio danaro.
La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma essi te ne fanno
guadagnare molto più di quanto ne dai.
A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa dici? Chi t'ha
insegnato a metter fuori di queste ragioni? — E, dopo un momento di
riflessione, riprese con maggior collera: — Questa non è farina del
tuo sacco.... È forse la maestra che t'imbecca di codesta roba?... A
questi lumi di luna, non ci sarebbe da stupire.... Dimmi un po': ho
indovinato?... Ah, bene! Andrò io a dirle due parole all'orecchio, alla
tua maestra.
— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza.
— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?... O mi dici chi è, o
vo dalla maestra domani mattina.
— L'ho letto.
— Dove l'hai letto?
— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando animo; — l'ho letto nei
libretti che hai tu, che hai portato tu a casa.
— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò il signor
Mazzi, fremente.
Ed entrò a passi concitati nella stanza accanto, seguitato dalla
figliuola, la quale, senza ombra di timore, andò difilata a una
libreria, si chinò e tirò fuori dallo scaffale più basso, di sotto
a un grande album di disegni di macchine, e porse al padre alcuni
opuscoletti impolverati. Erano il _Catechismo dell'operaio_, _I
diritti del lavoro_, _Riflessioni d'un disoccupato_, che il signor
Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di mano a certi giovani operai
della sua fabbrica. Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto come
roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità, li aveva scovati e
sfogliati.
Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche a te si doveva attaccare
questa infezione! — gridò, — non ci mancava altro! — E fece a pezzi
gli opuscoli e li buttò a pedate in un angolo della stanza. — Ed ora,
— soggiunse, agitando l'indice della destra, — non più una parola al
proposito, nè ora nè mai! Siamo intesi, o saran cose serie. A tavola,
signorina.
*
Sedettero a tavola. La figliuola quasi non mangiò. Il padre, risoluto
a tener duro, finse di non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse
fermo una volta se non voleva diventare addirittura lo strofinacciolo
di quella monella. E non disse parola. Ma via via che il desinare
procedeva ed egli la vedeva ostinata a non mangiare, nonostante le
placide esortazioni di sua madre, gli andava succedendo nell'animo allo
sdegno il dolore. Vedete un po'! Una giornata ch'egli si era immaginata
così allegra! Gli altri anni, in quel giorno, soleva riandare a
tavola la breve storia della sua figliuola, rammentare le sue amabili
bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i suoi motti più arguti, i
primi piccoli trionfi della sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan
fatto palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre stato una festa
per lui. Ed ora, doveva vederla digiunare, imbronciata e triste, e
ingozzare egli stesso un pane avvelenato, col cuore gonfio di dispetto.
E la guardava di sfuggita, quasi timidamente, perchè conosceva la sua
caparbietà, e sapeva che era capace, per un punto, di stare a pane
asciutto una settimana, facendogli soffrir le pene dell'inferno e
rischiando di buscarsi una malattia. E tutto questo per la bella faccia
di quel mascalzone di trinciapelli che gli aveva già dato tanti altri
fastidi! Poter del mondo! Al pensare che pel fatto di costui essa gli
faceva una tal scena, al ricordar le ragionacce che aveva pescate in
quegli scellerati libricciattoli per gettargliele in viso con quella
petulanza, egli non sentiva più alcuna pietà, e si raffermava con tutte
le forze nella sua risoluzione, e fissava gli occhi su quel visetto
pallido, contornato di capelli neri, quasi in atto di sfida, come
per esercitarsi alla resistenza in cui avrebbe dovuto persistere per
qualche giorno, per restaurare la sua autorità paterna in rovina.
*
Il desinare finì com'era cominciato, tristamente. Finito appena,
il signor Mazzi uscì a passi risonanti, e la ragazza che, essendo
giovedì, non aveva scuola dopo mezzogiorno, rimase a casa a far con
mille stenti il suo esercizio di composizione sull'argomento della
famiglia indigente e del ricco benefico. La sera, la cena non fu più
gaia del desinare. La signorina mangiò appena una foglia di lattuga e
un bocconcino di pane, che finse d'inghiottire a gran fatica, e rimase
muta e cocciuta. A un certo punto, però, il padre perdè la pazienza, e
l'attaccò con la signora: — Ma scotiti dunque! Come puoi tollerare...?
Non hai nulla da dire a un'impertinente che digiuna apposta per
torturare suo padre?
— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la signora. — Sai pure che
con questa benedetta creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E
poi.... insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala una volta, e che
sia finita. È la più spiccia, mi pare.
Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa! Un bel sistema
d'educazione! La madre che ha anche meno giudizio della figliuola! Ma
non capisci che se ripigliassi quello dovrei ripigliare gli altri, e
che sarebbe un disdoro in faccia a tutti, un atto di debolezza che
mi toglierebbe ogni autorità nella fabbrica! Ma è possibile che tu
non intenda mai nulla di queste cose?... Son io, dunque, che ho il
torto!... Ah, che belle consolazioni mi dà la famiglia!
E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò nella sua stanza, dove
sedette, al buio, e restò a masticar la sua rabbia; con l'orecchio
teso, però, aspettando di sentire da un momento all'altro il passo
della figliuola. Voleva un po' vedere se non sarebbe venuta, come tutte
le sere, a dargli la buona notte. E, in fondo, egli sperava che in
quel momento, che è quello della tenerezza, quando tutto s'accomoda fra
padre e figliuoli, ella avrebbe domandato perdono. Trascorsa mezz'ora,
infatti, udì il suo passo nell'oscurità, e si drizzò sul busto, come
per mettersi sulle difese, e non perdonare alla prima. Ma perdette
un poco della sua forza sentendo che il passo, invece che incerto
e timido come sperava, era risoluto. Quando si vide davanti l'ombra
graziosa della sua figliuola, spiccante nel chiarore crepuscolare della
finestra, fu sul punto di afferrarla e di serrarsela al petto. Ma si
rattenne.
Essa disse con voce fredda: — Buona notte, papà.
— Non hai altro da dirmi? — domandò il padre.
La ragazza titubò un momento; poi rispose:
— Riprendi il Cinzano.
— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando in piedi. — Ah, questo
è troppo!... No! Hai inteso? No, mai! mai al mondo, se anche tu
digiunassi per un mese!... Va a letto.
La ragazza se n'andò, senza rispondere, a passi di ribelle.
*
Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per la casa, il signor Mazzi
si soffermò, col lume in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba, e
pose l'orecchio al buco della serratura. Sentì il suo respiro regolare:
dormiva. Nondimeno dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio
pian piano e, mettendo una mano davanti alla fiammella della candela,
entrò in punta di piedi. La ragazza stava supina sul letto, con tutto
il busto coperto. Non gli era mai parsa così bella e così gentile. Ma
sul suo viso assopito era ancora dipinta la tristezza; il suo labbro
inferiore sporgeva un poco, nell'atteggiamento della bocca dei bambini,
quando si lagnano d'un torto e son lì per piangere; il suo respiro gli
parve affannoso. E a un tratto egli rabbrividì, osservando che aveva le
braccia incrociate sul petto, come una morta. Alla sua immaginazione
eccitata sembrò che quel nasino si fosse assottigliato, che quel
viso fosse già dimagrito, da mezzogiorno in poi. Ansioso, le prese
delicatamente le mani, per disgiungerle, che non le facessero pressione
sul cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto, vedendo fra le sue
dita una macchia rossa, che pareva di sangue. Guardò meglio e riconobbe
il garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase pensieroso. Povera
Alba! Si teneva il fiore dell'amica sul cuore. Era pure affettuosa e
buona! E gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza che, pure in
quel momento, dormiva forse anche essa col respiro affannoso, agitata
in sogno da una dolce speranza o da un presentimento sinistro. Ma si
ribellò subito alla pietà che stava per vincerlo e gli prese un nuovo
senso di sdegno al pensare che quei bricconi avevano scaltramente
abusato della bontà della sua figliuola per giungere al loro fine, e
turbata la pace della sua casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma essa
pure.... aver di quelle idee, alla sua età, nella sua condizione!
Infetta di socialismo.... la sua creatura! E pensò di levarle quel
fiore contagioso dalle mani per rimetterlo nel bicchier d'acqua ch'era
sul tavolino da notte. Ma un senso di delicatezza lo rattenne. E dopo
averla guardata affettuosamente un altro po', usci adagio adagio,
e se n'andò a dormire...; ma vedendosi ancora dinanzi la bambina
addormentata, con quella macchietta rossa sul petto, che pareva una
ferita al cuore.
*
La mattina dopo egli non andò, come di solito, a darle il buon giorno
a letto. Alba ne fu afflitta, perchè sperava che col bacio mattutino
egli le avrebbe portato il consenso desiderato. E si levò col fermo
proponimento di proseguire la lotta. Andò nella sala da desinare, dove
l'aspettava il caffè e latte, mise sulla tavola, come un'insegna di
guerra, il bicchiere d'acqua col garofano rosso, sedette davanti alla
tazza fumante, fece in là il pane con la mano, e stette aspettando che
s'affacciasse all'uscio suo padre per fargli vedere che persisteva nel
digiuno provocatore. Suo padre s'affacciò, in fatti; e data un'occhiata
obliqua al pane intatto, corrugò la fronte e richiuse l'uscio. Allora
Alba sbattè il cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma sperava
ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine di cogliere ogni mattina un
fiore dai vasi del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello del
soprabito perchè uscisse con un suo ricordo. Sarebbe uscito, quella
mattina, senza il fiore?... Pareva di sì, pur troppo, perchè l'ora
della scuola s'avvicinava ed egli non ricompariva. Infine, si dovette
risolvere ad andare a prendere i libri nella sua camera. Suo padre ne
uscì mentr'essa v'entrava. Era forse andato, come altre volte, a legger
di nascosto il suo componimento italiano. Le parve un buon segno.
Tossì. Ma quegli non rispose. Oh! come si sarebbe piegata a supplicarlo
con le più dolci parole per non dover andare alla scuola con la
vergogna di quel _no_ sulla fronte! Ma conosceva addentro suo padre,
la machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo certo di spuntarla
con lui non era quello di deporre le armi e di chinare la testa. E
non si mosse. Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto, con
un'ultima speranza.... Ahimè! Il passo paterno s'allontanò, l'uscio di
casa s'aperse e si richiuse, e la sua ultima speranza si spense.
*
S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera, col cuore pieno di
tristezza e di confusione, rallentando il passo e soffermandosi a ogni
tratto per giunger tardi, quando tutte le sue compagne fossero già
nei banchi e Maria Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E diceva
tra sè, amaramente: — O non sa ancor nulla, e mi verrà incontro piena
di speranza, col viso buono e sorridente, e allora con che cuore le
darò la triste notizia? O le han già dato la notizia, e la vedrò più
pallida del solito, scoraggiata, con gli occhi pieni di lacrime, e come
potrò reggere a quella vista? — Ma la ragazza non le si presentò nè con
l'uno nè con l'altro di quei due aspetti. Entrando nella scuola, nel
punto che v'entrava la maestra, essa la vide seduta al suo posto, nel
primo banco, e incontrò subito i suoi occhi, che l'aspettavano. Come le
trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo, sarcastico, quasi feroce,
che quella le vibrò di sotto in su, mordendo l'asticciuola della
penna! Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso bieco d'una
nemica, la dichiarazione d'una guerra sorda e implacabile, che non le
avrebbe lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per sentimento
d'alterezza, si fece forza, e dovendo passar davanti alla compagna per
andare al suo banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore. Fu
peggio per lei. Maria Cinzano, quand'essa le passò accanto, ebbe il
tempo di dirle all'orecchio, con voce soffocata e fischiante: — Tuo
padre non ha cuore.
Alba sentì come un colpo di stile che le forasse la tempia, e andò
ai posto a passi ineguali, smorta, con gli occhi offuscati come da
una nebbia. La maestra incominciò la lezione; ma essa non sentì.
Le risonavano di continuo all'orecchio, come un fischio mordente,
ripetuto mille volte, quelle terribili parole. Provava un sentimento di
pietà amara per suo padre, un misto di avvilimento e di rabbia, e una
tristezza profonda. Lanciava ogni tanto uno sguardo alla sua nemica,
che le voltava la schiena, curva sul banco, e sentiva a vicenda un
violento bisogno di vendicarsi e una viva e triste pietà alla vista di
quelle spalle ossute e di quel collo sottile, che la facevan pensare
alle privazioni e agli stenti a cui il padre suo la condannava. E si
stringeva il capo fra le mani e faceva un grande sforzo per non dare in
uno scoppio di pianto.
La maestra, — una buona madre di famiglia, che, di nascosto, mentre
faceva lezione, rimendava i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò,
a traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso mutato della ragazza,
e per distrarla dalla tristezza, senza domandargliene la cagione, la
chiamò a leggere il componimento sul quaderno, come solevan far tutte,
accanto al proprio tavolino, mentre essa seguiva la lettura sulla bella
copia.
Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco, dove la maestra
troneggiava. Le mancaron quasi le forze quando si trovò là, sola, in
faccia alla scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era un nuovo
e peggior supplizio per lei il dover leggere ad alta voce, a un passo
dal primo banco, quasi sul viso di Maria Cinzano, quel componimento
malaugurato, in cui si decantava un signore benefico, che con un atto
generoso e delicato salvava dalla disperazione una famiglia povera ad
era colmato di grazie e di benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò
a leggere con voce fioca e con gli occhi velati, come avrebbe letto un
atto d'accusa contro di sè e contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva
lo sguardo iroso della sua compagna confitto nel suo viso, sentiva
che a ciascuna delle sue frasi sulla carità e sulla gentilezza del
signore immaginario, guizzava un sorriso di scherno su quella bocca a
cui suo padre rifiutava il pane. A un certo punto, forzata da non so
qual curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento dalla lettura, e
vide quello sguardo, vide quel sorriso. La voce le si spense, le salì
al viso un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le dita. Si vinse,
nondimeno, e riprese a leggere col viso sempre più pallido, con la voce
sempre più fioca. Ma, ad un tratto, quando voltò la pagina per leggere
le ultime righe, i suoi occhi si fissarono, dilatati, sulla facciata
di destra, dove non c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di
inaspettato, che risplendesse.
— Vada avanti, — disse la maestra.
Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono, il suo viso
s'accese, il suo petto si gonfiò. All'improvviso, con un atto
impetuoso strappò il foglio dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano,
che, stupita, lo afferrò per aria e lo fermò sul banco. La maestra,
maravigliata, stette a vedere. Quella lesse, e rimase un momento come
trasognata; poi pose un braccio a traverso il foglio, chinò la fronte
sul braccio, e si mise a piangere. Allora Alba saltò giù dal palco e
baciò la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio intorno al collo
e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami.
Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — _Dirai a
Maria Cinzano che suo padre può ritornare alla fabbrica e che sarà il
benvenuto._
*
Palpitando di gioia e di gratitudine, appena finita la scuola, Alba
divorò la strada di casa sua, facendo trafelare la cameriera che la
seguiva. Per poco non strappò il cordone del campanello, entrò nella
sala da desinare come un colpo di vento, si gettò d'un salto sul
petto di suo padre, e gli coperse il viso di baci, senza parlare, con
una foga che gli mozzò il fiato e gli fece brillar due lacrime negli
occhi. Dopo l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale dell'avvocato
Boleri, con cui il signor Mazzi, che aveva anticipato il pranzo, stava
per uscire.
— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma non credere che
siano le tue scenate d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E la
madre, con la sua dolcezza flemmatica, soggiunse sorridendo: — È stato
il mazzetto che t'ha visto fra le mani, mentre dormivi.
— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò la ragazza, battendo le
mani.
— Come, _una buona idea_? — domandò il padre meravigliato.
— Ma sì! — rispose Alba, con un sorriso fine; — l'idea del mazzetto.
Io sentii che ronzavi attorno all'uscio; sapevo bene che avresti
finito con entrare. Adora presi il mazzetto di Maria Cinzano e finsi
di dormire. Pensai: Papà è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul
cuore s'intenerirà.... e farà quello che voglio.
L'avvocato Boleri diede in una risata.
Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah! questo è male! È
stata una finzione! Questo mi amareggia tutto il piacere!
— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non hai tu detto che volevi
combatter gli operai con qualunque arma? La tua figliuola ha messo in
pratica il tuo principio, per il suo fine.
— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli le braccia, — non mi far
quel viso, poichè sei stato così buono. Ora tu sei in collera e io non
voglio. — E slanciatasi in un canto della sala, prese dal bicchiere
il garofano dell'amica, glielo infilò nell'occhiello e gli disse: — Va
alla fabbrica di buon umore. Ci troverai il Cinzano. Trattalo bene come
hai promesso sul quaderno; pensa che hai sul cuore il fiore della sua
figliuola.
Il padre la guardò un momento, e poi le diede un bacio sulla fronte.
Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a denti stretti, la sua
frase solita:
— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che la vince.
— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è la prima! Voglio
dire che è la prima di una nuova serie di vittorie.... come la tua
figliuola è forse la prima di una nuova generazione di signorine. Tutte
le grandi lotte sociali, caro mio, cominciano in scaramucce tra padri
e figliuoli. La famiglia è il primo laboratorio d'ogni idea nuova. Che
ci vuoi fare? Tu credi che la tua figliuola sia soltanto più buona di
te; è invece anche più giusta, e vede più lontano. Tu sei il secolo
decimono; lei è il ventesimo; _l'un contro l'altro armato._ E poi, si
chiama Alba. Le hai dato un nome profetico, caro mio. Preparati alla
lotta, e confortati pensando che in mille altre famiglie come la tua
seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè, in questa lotta, non
saranno i vecchi quelli che vinceranno.
— Sciocchezze! — ribattè il Mazzi, aggrottando le sopracciglia, e, come
per distrazione, fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello.
— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli la mano, — non
sarebbe gentile.... E poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane
socialista.
Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, e ritenne il fiore.