Non sono immaginazione mia: li manifestarono per scritto trentacinque
alunni d'una seconda classe elementare delle scuole municipali di
Torino, ai quali la maestra diede per tema: _I miei desideri_, e fece
fare il componimento nella scuola, senza brutta copia, concedendo
un'ora di tempo. La maggior parte sono ragazzi dai sette agli otto
anni, che venti mesi fa non leggevano ancora l'alfabeto, e diciotto
sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho fra le mani i loro
componimenti, — un mucchio di foglietti di carta rigata, coperti d'ogni
forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta alla pura e pretta
raspatura di gallina, e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e
piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e non so risolvermi
a buttarli in un canto, prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori
più belli per offrirli agli studiosi e ai dilettanti di letteratura
fanciullesca.
*
Prima di principiare a leggere pensai che questi componimenti non
potessero essere che elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a
un dipresso, come le vetrine dei venditori di giocattoli; non pensai,
fra l'altre cose, che potesse essere così generale, come lo riscontrai,
in ragazzi di quell'età il desiderio dei viaggi; il quale poteva dare,
come dà infatti, ai loro lavori una varietà inaspettata e dilettevole;
e sono appunto le espressioni diverse di questo desiderio ciò che mi
divertì sopra tutto e che mi parve più meritevole d'osservazione nei
periodi bizzarramente scarmigliati e claudicanti dei miei piccoli
prosatori.
*
Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, il desiderio di viaggiare,
e nominano le città che preferirebbero di vedere. Le città più
“desiderate„ sono, per ordine di voti, Milano, Napoli e Roma. Penso
che abbia il primato Milano per la ragione che, essendo la più vicina
a Torino, è quella di cui i ragazzi sentono parlare più spesso. Quelli
che vorrebbero andare a Roma son quattro, e due di questi paiono
mossi da sentimenti politici opposti, perchè l'uno vorrebbe andarvi
soltanto “_per vedere dove abita il papa_„, l'altro, _per vedere quel
bel palazzo dove ci sta Umberto I_. Il terzo, indifferente al monarca
e al pontefice, dice che desidera di andar a Roma non per altro che
perchè “_c'è stato il suo padrino_„, ed è dubbio il quarto perchè
scrive che vorrebbe andare “_sul bastimento a rona_„ e può darsi che
abbia inteso di scrivere a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, del
resto, che parla d'andare “_col bastimento_„ a Milano. Per Firenze
non ci sono che due aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. Ce
n'è sette, invece, per l'America; ma è da notarsi che i più di questi
dicono l'America perchè ci ebbero o ci hanno qualche parente; ed è
lo stesso dei tre che desiderano d'andare in Francia. Due soli hanno
desideri senza confini; uno che vorrebbe _visitare tutto il mondo_, e
un altro che desidera di _viaggiare tutti i paesi_; e altri due sognano
viaggi avventurosi di scoperte e di lotte. _Il mio desiderio, sarebbe
di attraversare il mare e di cercar le oasi_ (voleva dir le isole
forse), e il secondo: _Mi piacerebbe visitare i deserti dove c'è le
bestie feroci._ C'è anche un originale che vorrebbe non solo andare,
ma _stare in Asia_; in quale parte non lo dice; si può intendere fra
Gerusalemme e Pechino; e la ragione della sua scelta è un po' vaga:
— _perchè è molto bello e mi piace molto e c'è un sole molto caldo._
— Invitato dalla maestra a spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio
pien di mistero. Più comprensibile è uno dei sette già rammentati, che
vorrebbe visitare _quella grande città d'America_ (non dice quale)
_perchè ci sono quelle grosse piante, quei tronchi che sono di una
grandezza straordinaria_; ed esprime in questa forma ingenua la sua
ammirazione per la fecondità della natura: — _E poi da quelle piante
piccole a venire e quelle piante straordinariamente grosse!_ — E gli
accozzamenti delle grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi.
Uno vorrebbe veder _Milano, Firenze, Castellamonte_; un altro vorrebbe
_andare in America, e poi a Crescentino_, un comune della provincia di
Novara, dove dice che è “_puro il cielo_„. Ma la cosa più amena sono
le ragioni che adducono, gli scopi particolari che si prefiggono alcuni
al loro viaggio. Quello che dice: — _vorrei andare a Genova a pigliare
i bagni di mare, ma ho un po' paura della burrasca_ — si capisce; ma
quello che vorrebbe andare a Firenze! Non pensate che sia per veder
Santa Croce, i musei, i monumenti: si può dare in mille a indovinare.
— _Per bere il latte che è squisito!_ — Donde gli sarà mai venuto un
così straordinario concetto del latte fiorentino? Può fare il paio con
quell'altro che desidera d'andare a Napoli, oltre che per vedere il
_vulcano o vesuvio_, sapete perchè? _Perchè si mangiano dei maccheroni
napoletani;_ e questo passi; ma soggiunge il sudicioncello: — _e sono
molto buoni e non si prendono col cucchiaio ma si mangiano con le
mani._ — Chiedo scusa per costui, come cittadino torinese, ai miei
compaesani di Napoli, e li assicuro che si tratta d'un'opinione affatto
personale dello scrittore.
*
Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole che quasi tutti quelli
che v'accennano desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno di
progredita cultura igienica? Perchè non uno su trenta scolaretti di
Torino, quando io ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio;
certo, non ci avrebbe pensato nessun ragazzo di famiglia povera.
L'immagine più poetica, riguardo al mare, è quella del figliuolo
d'un operaio, il quale dice: — _Mi piacerebbe andare sugli alti mari
dove si vede per tutto acqua e celo;_ — ma vorrebbe avere con sè la
mamma, la zia e un cugino “_per dividere i pericoli_„. Sono anche di
più quelli che desiderano di andare in montagna; ed è naturale anche
questo poichè vivono tutti davanti allo spettacolo incantevole delle
Alpi. Uno dice che vorrebbe andare in montagna _per vedere i buoi_;
un altro _per stare molti giorni ad una certa altezza numerosa_; un
bel traslato ardito, se lo volle riferire, come pare, al numero dei
metri d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso desiderio
con una frase semplice e triste che tocca il cuore: — _Vorrei andare
sulle più alte montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non sono
mai andato in nessun paese._ — Andare a passar l'estate in campagna,
senza determinazione di luoghi, è il desiderio più comune; più vivo
in quelli che non lo possono soddisfare, ed espresso da tutti con
un'insistenza e un calore di parola, in cui si sente un bisogno vero
del corpo e dello spirito, un fremito d'uccelletti ingabbiati, assetati
d'aria e di verde. Conviene anche dire, peraltro, che quanto a viaggi
e a escursioni i desideri di una buona parte sono assai moderati,
arrestandosi in alcuni ai Santuari d'Oropa e di Graglia, e in altri a
villaggi dei dintorni di Torino e alla basilica di Superga; nella quale
uno degli scrittori vorrebbe andare a vedere “_quei sotterranei dove
è morto il re_„. Parecchi sono anche più modesti: non desiderano che
“_una passeggiata nel Corso Palestro_„ che vedono ogni giorno, poichè è
a un passo dalla loro scuola, o _una di quelle passeggiate in via Po_
(chi sa quali?), o fino alla _succursale_ (niente di meno), che è una
stazione minuscola della strada ferrata di Milano, dentro la cinta.
Ce n'è uno, poi, che non vuol andare in nessun luogo, e manifesta per
i viaggi un'avversione assoluta; dicendo che vorrebbe star _tutta
la vita a Torino_, per una ragione che siete mille miglia lontani
dall'immaginare: p_erchè c'è aria fina_. E neppure potete immaginare
la ragione, tanto è semplice, che adduce un altro del non poter fare
i grandi viaggi che vorrebbe. — _Ma fare tutti questi viaggi non
posso-_-dice — _perchè o da frequentar la scuola tutte le mattine._
*
Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La propaganda per
la pace ha recato qualche frutto? Si può riconoscere in codesti
componimenti uno scemato spirito guerresco nel desiderio scemato di
quei giocattoli che rappresentano strumenti e idee di guerra e di
morte? — Mi manca, per dare una risposta, il termine di paragone;
ma temo che, se anche l'avessi, non potrei dare una risposta molto
consolante. Su trentacinque sono undici che desiderano trombe, soldati
di piombo, fucili, sciabole, pistole, un intero arsenale. Credo
soltanto minore di quello che sarebbe stata trent'anni fa la richiesta
dei tamburi (due soli ne chiedono) perchè, non usandosi più il tamburo
nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È vero, peraltro, che
uno solo di quegli undici esprime chiaramente delle idee belligere, e
anche in senso puramente difensivo, dicendo: — _Vorrei essere vestito
da soldato per andare in guerra a combattere contro il nemico e salvar
la mia patria._ — Quasi tutti gli altri non chiedono armi che per
giocare. Ce n'è uno, anzi, che confessa la propria avversione alla
guerra in un modo assai comico, ed è di quelli che vorrebbero viaggiare
in Africa. — _Ma andare in Africa_ — soggiunge — _non mi piace perchè
c'è la battaglia, ma io vado quando non fanno la battaglia._ — E dice
anche, contraddicendosi, che non gli piace d'andare in Africa, _perchè
vi sono neri gli Abissini_.
*
Più delle armi sono desiderati gli animali, naturalmente, poichè dopo
l'uomo — primo oggetto d'osservazione pei fanciulli, — son quello che
più gli rassomiglia; e fra gli animali, per la bellezza delle forme, e
per la vivacità delle mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più
desiderato è il cavallo. Sedici alunni vorrebbero averne uno, ma due
soli specificano: _un cavallino sardo_. Poi viene il cane, desiderato
da cinque: uno dei quali vorrebbe _uno di quei cani inglesi_, e un
altro, _un bel can barbone_; ma per licenziare la serva, parrebbe:
_perchè_ — dice — _il can barbone è docile e serve a far la spesa ai
padroni_. Sono desiderati da altri una _pecora_, una _pecorella viva_,
un _asinetto_, ed altri animali domestici; di uccelli non è nominato
che il canarino. Anche il gatto ha un voto solo; forse perchè quasi
tutti ne hanno uno da tormentare in casa propria. Ma a proposito di
bestie il più saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe “_un bel
cane e un cagnolino da guardia_: sentite se si può essere più assennati
e più previdenti; par che ripeta un discorsetto di suo nonno: — _Ma con
questi due cani_ — dice — _uno piccolo, e l'altro grosso, non vorrei
che fossero invidiosi, che non si mordessero malamente, come fanno
certi cani, e non mi piacerebbe niente se venissero arrabbiati, allora
poi li farei uccidere perchè senò si uccidono tra loro_....„
*
Tra le cose inanimate quelle che destano più desideri sono la
lavagnetta col gesso e il teatro coi burattini; ma perchè l'una e
l'altro servono all'imitazione della vita. Anche la lavagnetta, in
fatti, benchè dicano quasi tutti — le mascherine — di desiderarla per
esercitarsi alle operazioni aritmetiche (che suol essere il pretesto
con cui se la fanno comperare), in realtà la vogliono per rabescarvi
su dei fantocci. Quattro desiderano _una biblioteca_, senza dir
altro; uno eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche molto
discrete, poichè la vorrebbe composta di _tutti e cinque i libri di
lettura_ delle cinque classi elementari e di _una bella storia sacra
per leggere la venuta dei magi_. Di altri libri che si desiderino
non trovo accennati che due l_ibri di preghiere_ e _un bel libro di
preghiere a Gesù Bambino_. Opere d'arte ne desidera uno solo, che
vorrebbe _una statua_, e non aggiunge parola: la prima statua venuta.
Non metto fra gli oggetti d'arte _i due quadri, uno del re e uno della
regina_, a cui accenna un altro, perchè possono essere desiderati
per sentimento di devozione alla monarchia; come forse per sentimento
religioso desiderano altri tre un _bel crocifisso, un bel quadro della
Madonna, una Madonna dipinta_. Un solo filarmonico si palesa, uno che
vorrebbe _un pianoforte per imparare a sonarlo molto bene_. Fra gli
oggetti di desiderio più singolari noto _una bell'arnia e un servizio
da caffè_. Ma come badano tutti, quando può nascere equivoco, a far
ben capire che vogliono oggetti da grandi, e non dei trastulli. —
_Vorrei un bell'orologio_ — dice uno — _ma non di quelli da cinque
centesimi, e che vada._ Un altro vorrebbe una barca — _ma proprio di
quelle da metterci noi dentro e partire;_ — l'espressione potrebbe
essere forse più elegante, ma non più chiara. E uno di quelli che
desiderano un cavallo spiega bene: — _un cavallo, ma da andare in
groppa._ Un quarto mette in un mazzo, come tre cose affini, questi
tre desideri: _un teatro, una gallina, una spada._ È strano come
non uno di questi trentacinque ragazzi, di cui la più parte sono di
famiglia povera, esprima il desiderio d'un bel vestito, d'un oggetto
d'ornamento, d'una qualunque cosa che dimostri la vanità di volersi
distinguere esteriormente. Qualcuno si stupirà che non sia stata ancor
nominata la bicicletta, e ci sarebbe davvero da stupire se non l'avesse
rammentata nessuno. I desiderosi del nuovo “locomobile„ come lo chiama
prosaicamente il regolamento municipale, o del _ferreo corsiero_, come
lo chiama poeticamente Lorenzo Stecchetti, son cinque; uno dei quali
espone il suo desiderio con questa piccola spampanata: — _Mi piacerebbe
andare a Napoli a traversare il mare che è veramente bello; ma se io
avevo una bicicletta sarei già andato._
*
Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ i desideri son pochi,
e non irragionevoli. La proprietà più ambita è il giardino — _un
giardino con molti fiori — un giardino tutto fiorito di rose_ — ed
altri, definiti brevemente, con immagini graziose, che esprimono un
desiderio vivo. V'è un solo ragazzo, più pratico, chè vorrebbe “_un
campo pieno di frumento_„. Tre desiderano una casa, che uno chiama _una
costruzione_, e la vorrebbe mobiliare a modo suo, col proponimento,
pare, di rimaner celibe, perchè scrive: _una piccola casetta per
mettervi un lettuccio, un sofà, un guardaroba, con alcune seggiole e un
seggiolone_. Più numerosi son quelli che desiderano indeterminatamente
la ricchezza; ma quasi tutti (e in questo è evidente che esprimono
un'idea inculcata loro alla scuola più che un sentimento spontaneo)
dicono di desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere i poveri.
Uno solo determina l'ammontare del patrimonio che vorrebbe avere,
aggiungendo quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — _Vorrei
avere una lira per fare elemosina agli infelici, cioè come lo storpio,
il cieco e il monchino_. Desideri riguardo all'avvenire, e in specie
alla carriera, tre soltanto ne espongono: uno che vorrebbe esser
_marinaio_, e due che vogliono far l'_avvocato_. E pare che uno di
questi faccia conto di pescar nel Foro fior di quattrini perchè dice:
— _I miei desideri sono pure, quando sarò già avvocato, due bellissimi
cavalli e una magnifica carrozza, e quando avremo voglia d'andare a
cavallo, io e il mio papà, andremo, e quando avremo voglia di andare
in carrozza, andremo._ — E perchè no? Non si direbbe che c'è sotto
una sfida ai socialisti? Un altro, meno ambizioso, dice di desiderare
_un caffè_; ma non si capisce se sia per “esercitare il negozio„ o
solamente per vuotare a suo libito le bocce e le zuccheriere; che è
forse la versione più ragionevole. Osservo, a questo proposito, che non
ci sono in tutti e trentacinque i componimenti se non pochissimi indizi
di ghiottoneria. Quattro soli desiderano dei dolci, pochi altri delle
frutta; e dice uno di questi che vorrebbe andare in America _perchè c'è
lo zucchero_ e in Africa _perchè c'è i datteri_. Cito ancora ad onore
un ragazzo sobrio che vorrebbe _fare una bella cena in un giardino, e
bevere un pochino, ma non bevere molto_, e un altro capetto scarico, il
quale desidera che i suoi genitori diano un pranzo in casa, e numera
le persone che vorrebbe invitate, una caterva di parenti, congiunti,
padrini, madrine ed amici, da dar fondo alle dispense dell'_Albergo
d'Europa_.
*
Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee,
per un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno
parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che
lavori di scuola; e danno perciò a conoscere in parte, l'indole dello
scrittore; la quale rimane affatto nascosta in tutti gli altri, segnati
d'una comune impronta scolastica. Quattro di questi scrittori originali
mi colpirono in particolar modo.
Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà
al componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui
frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri
desideri parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua
maestra; alla quale dà del _lei_ e del _tu_, espandendo l'anima lirica
con una concitazione di stile singolarissima: — _Io vorrei andare a
Roma_ — scrive, salvo i peccati mortali d'ortografia — _stare due mesi
in campagna, ma che lei venisse a vedermi, vorrei giocare alla palla e
pregherò per te che non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio molto
bene e vorrei andar nel mare, e guardi di venire a vedermi, che saremo
felici, e guardi di non esser mai malata, a me piace d'andare a giocare
e guardi di venire al più presto che puoi._ Ma l'adoratore rientra in
sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: — _Con tutta
stima la riverisco._
Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime
rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli
effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con
disordine pensato immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in
villeggiatura, a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul
_vapore_, in vettura, in _tram_, in pallone, e dopo aver aggiunto che
vorrebbe _stare in un gran palazzo_ e che gli _piacerebbe d'essere il
re_, e accennato altre sue vaste aspirazioni e splendidi sogni, finisce
il componimento esprimendo il desiderio modestissimo di _pigliare un
bagno_.
Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con
l'affetto e con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè
medesimo per darsi delle ammonizioni e dei consigli, coloriti di
canzonatura. Dopo aver significato il desiderio d'andare in campagna
per mangiar frutta, dice: — _Ma per te, mio Cesarino, non ci andrai
che quando le scuole saranno al fin dell'anno;_ — e poi enumera le
uve che mangierà — _l'uva bianca, l'uva nera, l'uva mericana_, ecc., e
soggiunge paternamente a sè stesso: — _Ma io ti dirò, caro Cesarino,
che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e fa
perfino venire mal di gola;_ e infine si dà questo memento gentile:
— _Tu mangierai le frutta, ma le viole le governi per portarle alla
maestra, che è tanto buona e gentile coi bambini della sua classe._
L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e
grasso vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe
d'andar l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — _a
spassarmela in campagna_ — dice — _perchè là si sta molto bene, si
mangia, si beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta uva, c'è di
tutto e questi sono i miei più cari desideri_. E dopo aver detto che
andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già suo compagno di
scuola (_antico_ compagno, lo chiama), _che se ne sta coricato nella
sabbia calda dal sole_, esce in questa impagabile frase esclamativa, di
cui rispetto l'ortografia: _E!! — ne son ben malcontento di non poterci
far parte!_ — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che parla
del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero
operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del
componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma
che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza
di spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in
un senso.... terribile: _non posso più trattenermi._
*
V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di
desideri, meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe
più proprio chiamar propositi, di studiare, di esser buoni, di
migliorarsi. Quasi tutti li esprimono: molti, certo, più per sentimento
di convenienza che per impulso dell'animo, o anche per forza di
consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della sincerità
d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro
linguaggio. Dice uno: — _mi piacerebbe che la madonna mi facesse essere
buono a scuola e a casa._ — Un altro: — _Io voglio ancora studiare con
tanta voglia e con tanta bontà_ (non è bellissimo?) _e poi darò ancora
1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai
miei superiori._ C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — _Il
mio più bel desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto
buona, di non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto.
E adesso guarderò di fare tutto quello che posso per star buono._ E
carino è l'esordio che fa un altro al componimento: — _Io farò tutto
quello che so per farlo bene e per scriverlo bene_ (senza dir che
cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei quali è di
possedere _una penna d'avorio_, e il secondo è espresso candidamente,
così: — _Io vorrei che mio padre e mia madre non mi sgridassero mai._
— E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di buona condotta
addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un cortile per
giocare “_ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino
si fa sempre di chiasso_„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il
terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione
d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri,
mostrando di capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non
potrà aver mai, dice che si contenterebbe d'andare alle _Colonie
alpine_ dei ragazzi poveri, e soggiunge: — _Ma i miei genitori non
vogliono perchè dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così._
*
E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano
nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene
trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non
soltanto il ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui
nessuno dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili,
sono appagati, e che, non comprendendo ancora che cosa veramente
sia l'esser poveri, non comprendono che i genitori _non possono_,
e pensano che _non vogliano_, e dicono come quello: — _E sia così!_
— rassegnatamente, ma col cuore di chi si rassegna ad un torto. Ah,
i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo una delle più care e
delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una delle più
dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle amarezze
peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente quei
fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici.
Accanto alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia
bisogno, ci dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa
desidera; dietro la mano che gli dà un pane, una mano che gli porga
un trastullo; perchè non basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli
sorrida; perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso si prepara
l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà e che odierà i suoi simili
per vendetta