UN PICCOLO TEATRO CELEBRE.

Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo, verso le tre dopo

mezzogiorno, un concorso straordinario al teatro dei fratelli Lupi,

dove si rappresentava _Le sette meraviglie del mondo_. La ressa era

tale che s'eran dovute mettere due guardie municipali ai due lati della

porta per impedire che seguissero disgrazie. La gente formava sulla

piccola scalinata esteriore un monte di teste, a cui sovrastavano i

visi ansiosi dei ragazzini tenuti in collo; alcuni dei quali, piangendo

per il timore di non poter entrare, tendevano le braccia verso lo

sportello del bullettinaio con un atto d'invocazione supplichevole,

che metteva pietà e faceva ridere. La strada era per un buon tratto

affollata, d'una folla diversa dalle solite: eran famiglie numerose

strette in gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una falange di

governanti, di balie, di servitori, soldati di fanteria e bersaglieri,

gente di campagna, donne del popolo. Alcune di queste, vicino a

me, tenevano in mano il programma dello spettacolo, e lo leggevano

forte, compitando, masticando quelle misteriose parole: _Il mausoleo

d'Artemisia, gli orti pensili di Babilonia_, con un viso di divote

che sentissero nominare un miracoloso santuario sconosciuto. Intesi

un operaio, che aveva un po' d'accollo, dire in accento di trionfo

ai vicini, mostrando un suo ragazzetto con la medaglia delle scuole

municipali: — Questo non paga. I premiati hanno diritto. Ah, quei

Lupi, che uomini! — Da ogni parte, girando fra la folla, sentivo

commentare il programma, predir maraviglie della rappresentazione e

decantar la “compagnia„. C'erano ragazzi che saltavano dalla gioia,

che strepitavano dall'impazienza, che si cacciavano fra le gambe

alla gente come cani, e si facevan largo a gomitate e a capate; e

n'arrivavano altri continuamente, precedendo di corsa le loro famiglie,

ansanti e col viso rosso; e al veder la porta affollata qualcuno si

batteva il pugno sulla fronte in atto di disperazione. A un certo

punto arrivarono i musicanti che, dopo aver tentato invano di aprirsi

il passo, ritornando indietro per entrar dalla piazza Carlina, si

soffermarono intorno a un signore alto, in giacchetta e cappello alla

calabrese, fermo a una cantonata. In quel punto un ragazzo accanto

a me, accennando con la mano quel signore, esclamò con accento

appassionato d'ammirazione e di riverenza: — È lui!... Luigi Lupi! —

Fu quell'esclamazione che mi diede l'ultima spinta a scriver queste

pagine.

*

Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato a Ferrara, che cominciò

in qualità di garzone o, come si dice in linguaggio teatrale, di

“personaggio„ d'un marionettista rinomato, il quale girava per le

città del Piemonte e veniva ogni anno a “far la stagione di carnevale„

a Torino. Vennero per molti anni al _Teatro Paesana_, nel palazzo dei

Conti di Paesana, in via della Consolata; poi il Lupi mise su teatro

da sè, e seguitando a girare come il suo maestro, continuò a venire a

Torino l'inverno, non più al _Paesana_, al _San Martiniano_, dove gli

succedette il figliuolo Enrico. Era un piccolo teatro senza facciata,

posto al crocicchio di due strade uggiose della vecchia Torino, e così

si chiamava dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu abbattuta

quando s'aprì la nuova via Pietro Micca. Ricordo che vent'anni fa,

abitando là accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del ballo e

qualche volta scoppi d'applausi e fucilate; ma senza badarci, perchè

non ci attirano le marionette se non quando ci danno una immagine del

mondo che non si conosce ancora o quando ci rappresentano la caricatura

della vita di cui s'è fatto esperienza. Quel nome del compagno di

martirio di San Processo fece per trent'anni battere il cuore di tutti

i ragazzi torinesi d'ogni condizione: non credo che ci sia un mio

concittadino della mia generazione a cui esso non desti un ricordo

confuso di vivi desideri e di vivi piaceri, e che, passando davanti

a quella casa e dando uno sguardo a quella porta, sormontata ora da

un'insegna di tappezziere, non ci veda riflessa come in uno specchio

la sua immagine di fanciullo. In quel teatrino, che vide più volte nei

suoi palchetti Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti celebri,

dove recitò un prologo col capo nelle “nuvole„ Leopoldo Marenco, e di

cui furono frequentatori, nella fanciullezza, la principessa Margherita

e il duca di Genova, vennero su i due figliuoli di Enrico Lupi, ora

proprietari e direttori; i quali, prevedendo che quella casa sarebbe

caduta prima o poi sotto il piccone del conte di Sambuy, ne sloggiarono

nel 1884, e, comperato il _D'Angennes_, un tempo primo teatro della

commedia dopo il _Carignano_, andarono a installare il Gianduja e

Giacometta dove avevano recitato Gustavo Modena e Adelaide Ristori.

Ebbero per un pezzo un rivale formidabile nel _Teatro Gianduja_,

fondato e diretto da un marionettista argutissimo, Giambattista Sales,

che fu il primo a metter sulla scena la maschera di quel nome, e con

questo sostennero una lotta accanita, tirando a superarlo nella varietà

e nella ricchezza degli spettacoli; ma con la morte del Sales il

_Gianduja_ decadde e, dopo aver tentato inutilmente di rialzarsi con

la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865 scomparve. D'allora in

poi, ossia da circa trent'anni, i Lupi non hanno più rivali a Torino,

e poichè nessuna delle altre buone “compagnie„ italiane, essendo tutte

girovaghe, può disporre di un copioso e vario materiale di scena com'è

quello che essi possedono, si può dire che non hanno più emuli neppure

in Italia.

*

Il primo e più forte impulso al perfezionamento del piccolo teatro lo

diede il padre Enrico, che fu uomo singolare per vivacità d'ingegno

e vigore di volontà, non fornito di coltura scolastica, ma ricco di

cognizioni d'ogni ordine acquistate leggendo avidamente ogni specie

di libri, studiando gli uomini e la vita in tutte le classi sociali,

intervenendo, anche vecchio, a conferenze, a riunioni pubbliche, a

lezioni universitarie, e bazzicando pubblicisti, artisti, professori,

con lo spirito sempre inteso all'osservazione e pronto a trar partito

d'ogni cosa. I suoi due figliuoli ereditarono tutte le sue facoltà.

Hanno nome Luigi tutt'e due e si firmano Luigi I e Luigi II, come

due monarchi, padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono, come i

fratelli Goncourt, due lavoratori intellettuali associati, fra cui

esiste un accordo perfetto. Ciascuno, peraltro, ha attribuzioni sue

proprie. Il maggiore cerca i soggetti, compone, traduce, riduce,

dirige l'andamento del teatro; l'altro provvede alla messa in scena,

alla fattura dei personaggi, ai vestiari, a tutti i particolari della

rappresentazione. Il primo, che ha passato la cinquantina, è il più

originale della coppia. Uno dei caratteri più notevoli della sua

originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato nell'ufficio

di polizia del municipio di Torino. È un uomo d'alta statura, di testa

grossa e di membra robuste, che, visto una volta, non si dimentica più:

la fronte ostinata, il naso audace, la bocca comica, gli occhi vivi e

risoluti d'un uomo immaginoso e operoso, il collo e la voce ingrossati

dall'esercizio della recitazione a voce forzata, gli atteggiamenti

e i modi d'un artista. E d'artista ha pure il linguaggio scolpito

e colorito, e correttamente italiano, come il suo modo di scrivere;

ma attraente più che altro per la passione che lo scalda quand'egli

discorre delle cose sue. A sentirlo parlare delle vicende corse dalla

sua compagnia, ch'egli portò a Napoli, a Montevideo, a Buenos Aires,

delle rappresentazioni che andava a dare con suo padre al castello

di Moncalieri per il piccolo principe Oddone e per la principessa

Maria Pia, dei viaggi ch'egli fece a Londra, a Parigi, a Chicago, a

Vienna, a Berlino, in Danimarca per studiare i progressi della sua

arte e osservare le grandi Esposizioni che voleva riprodurre sul suo

teatro; ma sopra tutto a udirlo giudicare, dal lato dell'opportunità

e dell'adattamento alle sue scene, le grandi opere drammatiche e

liriche e gli avvenimenti politici e guerreschi d'ogni paese, ai

quali egli tien dietro con attenzione assidua spiando ai quattro canti

dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o questione “teatrabile„ pare

d'aver dinanzi un grande impresario autore attore e direttore d'una

grande compagnia di prosa, di canto e di ballo, che pensi e lavori

per il gran pubblico, e si riman poi maravigliati, girando lo sguardo

intorno, di veder appesi alle pareti degli artisti di legno. E non

si può disconoscere che nel cogliere i punti culminanti d'un periodo

storico o della vita d'un uomo avventuroso e famoso, nell'intrecciare

a qualunque soggetto i piccoli casi della sua marionetta protagonista,

nella scelta delle situazioni drammatiche e dei quadri finali, ed anche

nella condotta dei dialoghi appassionati ed arguti, e in special modo

nelle “riviste„ egli dia prova di facoltà teatrali singolarissime; fra

le quali primeggia una immaginazione ardente, temeraria, diabolica, ma

sempre corretta, — se questo participio si può congiungere a quegli

aggettivi, — da un buon senso raro, che anche nelle sue corse più

stravaganti la tien legata per un filo sottilissimo a un sano intento

morale e a un severo rispetto della decenza.

*

Domanderete di che si componga il suo repertorio.

È una domanda che sgomenta. Per rispondervi dovrei scrivere un volume.

È un repertorio che, fra drammi, commedie, farse, riviste, balli e

fantasie, abbraccia in tempo e in spazio l'universo; va dal diluvio

universale all'assedio di Makallè, comprende la mitologia, la storia

patria e la cronaca cittadina, si stende dalla China alla California,

dalla Cafreria alla Groenlandia, dalle regioni dell'etere agli

abissi dell'oceano, dai cerchi del paradiso alle bolge dell'inferno.

C'entrano le vecchie commedie dell'arte, drammi raffazzonati di tutte

le letterature, i balli del Pratesi e del Manzotti, le opere del

Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della nazione dalla

battaglia di Goito alla occupazione di Roma, tutti i congressi,

i terremoti, le epidemie, le inondazioni, le incoronazioni, le

esposizioni, le grandi scoperte che si succedettero sulla faccia dei

due continenti negli ultimi cinquant'anni. Tutti i sovrani, tutti i

grandi statisti e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri in

qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 ai nostri giorni,

passarono su quel palcoscenico, non di nome soltanto, ma nella loro

effigie, scolpiti apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti

come vestivano, riprodotti perfino, quanto era possibile, nei gesti

e nella voce, presentati negli atti più importanti della loro vita

pubblica e nei particolari più noti della loro vita privata. Il teatro

dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra nuova vita nazionale.

Gianduia arrischiò il carcere quando la parola non era libera, sfidò

le polizie, preconizzò la rivoluzione, congiurò, fu tribuno, soffiò

negli entusiasmi, glorificò i martiri, celebrò le vittorie, pianse

sulle sventure patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia

dei governi e dei popoli. Con un tal repertorio, pensate al cumulo

dei copioni che debbono dormire nei suoi magazzini: s'avvicinano al

migliaio. E per rappresentare tutta questa roba immaginate quello che

deve aver visto quel palco di vestiari di tutte le fogge, d'armi di

tutte le forme, d'edifizi mobili di tutte le architetture, di onde

e di rocce, di piante e di ponti, di treni e di troni, di animali da

tiro, da corsa e da soma, domestici e selvatici, asiatici ed europei,

immaginari e reali, dall'asino e dal bue di Betlemme ai cammelli

della colonia Eritrea, dal cerbero della _Divina Commedia_ ai draghi

del Celeste Impero; figuratevi le sacca di polvere da schioppo e

di Bengala, di licopodio e di magnesio che vi debbono essere state

bruciate, e i miriagrammi di legno e di cartapesta che vi debbono esser

passati in sembianza umana.

*

Le teste, appunto. Voi certo non immaginate (nè io l'immaginavo) che

le teste degli attori di legno possano dare ai fratelli Lupi assai più

pensieri che non ne diano ai capocomici le teste degli attori in carne

ed ossa. Ed è così, poichè essi vogliono una rassomiglianza perfetta

nelle teste dei personaggi illustri, morti o vivi che siano, e in

quelle di tutti gli altri una corrispondenza rigorosa della fisonomia

col carattere; e non è cosa facile agli artisti il soddisfare a una

tale esigenza attenendosi ad un tempo all'esagerazione dei lineamenti

voluta dall'ottica teatrale, senza spinger neppure questa esagerazione

oltre il limite d'una caricatura discreta. Vi furono in questo genere

due scultori genovesi, i fratelli Pittaluga, morti da circa trenta

anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte da loro servono ancora

di modello e son riprodotte, con poche modificazioni, in centinaia di

esemplari. Ma altre moltissime debbono esser fatte d'immaginazione,

e non riuscendo alla prima, rifatte, e fino a tre o quattro volte

rimodellate in creta, prese nel gesso, gittate in cartapesta, colorite

a olio, con cura e fatica infinita di chi le ordina e di chi le forma.

E così negli scenari, dopo il vecchio Morgari, che fu insuperabile,

son rari i pittori che ottengano gli effetti speciali voluti da certe

rappresentazioni fantastiche d'un teatro di marionette. E per il

vestiario e per tutto ciò che vi si connette è il medesimo: è difficile

trovar lavoratori che abbiano l'abilità e il buon volere di far degli

stivali minuscoli perfetti in ogni loro parte, delle scarpettine

di signora lunghe quanto un dito, delle parrucche grandi come la

mano, brizzolate, architettate, disordinate con arte, e una quantità

innumerevole di piccoli oggetti, come parasoli, panierini, portafogli,

valigette, attorno a cui le dita più agili e più delicate si stancano e

s'impazientano. E ad ogni nuova produzione spettacolosa c'è un esercito

d'attori, d'attrici, di comparse grandi e piccole da vestire, calzare,

incappellare, armare e ingioiellare, secondo l'uso di vari tempi e

paesi, consultando album di costumi, studiando quadri, facendo ricerche

di figurini, utilizzando vestiari smessi; di modo che non bastano

all'opera la signora Lupi e le sue figliuole, e vi s'aggiungono modiste

e crestaine e stiratrici, e qualche volta per un solo spettacolo dura

il lavoro per un mese intero. Durante il quale è bellissimo a vedere il

laboratorio, dov'è uno sfoggio di manti regali, di strascichi di dame,

di sottanine di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione di

piccole cose strane, graziose e pompose, un barbaglio di colori e di

splendori, da impazzirci un collegio di bambine e uno sciame di gazze.

*

Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli, la moglie e

i figliuoli del primo: quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra

i diciannove e i ventidue anni. E bisogna vederli tutti là, tranne

i due più piccoli, appollaiati sul ponte, o appoggiatoio, come lo

chiamano, sovrastante al palcoscenico, durante la rappresentazione.

Ecco il soggetto d'un quadro originale per un pittore ardito. La

prima volta che, stando sul palco, vidi di profilo quelle otto teste

d'uomini e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da quella specie

d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su, ora parlanti ad

una ad una, ora tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle

labbra e di strane intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso

a quella di soprano in falsetto, mentre le sedici mani movevano con

un centinaio di fili una folla di personcine di sotto, mi parve di

vedere una famiglia di numi sorretti da una nuvola che dirigessero

le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola umanità agitantesi

sopra il polo d'un asteroide. Ma riconobbi subito che il fare i

numi a quel modo non doveva essere una delizia. Stare delle ore in

quell'atteggiamento contratto, col calore di tutti quei lumi nel

viso, forzare e variare continuamente la voce, lavorando a un tempo

con le dieci dita e consultando con lo sguardo obliquo il copione

posto nel mezzo che fa l'ufficio di suggeritore, e mentre si parla

e s'opera in alto invigilare e dar ordini a chi lavora in basso e

ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un rompicollo di scaletta

da bastimento quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche dei

numi. Non mi maravigliai, quando calò la tela, di vederli scendere

dall'Olimpo, in maniche di camicia e con le braccia nude, bagnati di

sudore e anelanti, come scendono gli acrobati dai trapezi. E allora

soltanto m'accorsi che le due signorine portavano un vestito maschile,

camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere due

operai; ma due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe

tollerato qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi

alle multe. Ma il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi

ci sale la prima volta, è pieno di altre sorprese piacevoli. Stando

accanto alle quinte mi veniva fatto di scansarmi con un leggiero

inchino, come si fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di

scena una signora, e rimanevo poi stupito al vederla tutt'a un tratto

sollevarsi in aria, invece d'andare al suo camerino, e restarmi appesa

in faccia come un salcicciotto. E così avevo un'illusione amenissima

al veder tra le quinte del lato opposto una delle signorine Lupi

che dava gli ultimi ritocchi all'abbigliamento dei personaggi prima

che si presentassero al pubblico, accomodando a uno una spilla,

stirando a un altro il vestito, aggiustando a un terzo il cappello,

come si fa ai bambini filodrammatici, con atti lesti e carezzevoli,

a cui quelli rispondevano, appunto come i bambini, con gesti che

parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta che li reggeva

dall'alto. E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi pareva

che ragionassero davvero degli affari propri, come fanno gli attori

fra due battute, quei due altri più piccoli che le altre due ragazze,

voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeggiare

e gestire pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena. E

quella confusione che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità,

di personaggi della commedia che stava per finire e dello spettacolo

coreografico che stava per cominciare, di ballerine, di mime, di dame

scollate, di marionette in giubba e in uniforme, con la tuba e con

l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura, mi dava quasi

l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande teatro quando

finisce l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci era solo questa

differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero

allora, non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a

combattere in nome della moralità la dotazione del Teatro Regio.

*

Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte e la valentìa della

famiglia Lupi bisogna vederla all'opera in una giornata campale.

Lo spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso e terribile

osservato dalle scene che visto dalla platea. Già è bellissimo

veder gli apprestamenti della battaglia: le masse d'armati raccolti

nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; i

cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli

carichi di munizioni che s'allungano in fila ai due lati del palco;

i comandanti con la spada sguainata che aspettano dalle due parti

il gran momento, coi grandi occhi sporgenti e fissi davanti a sè,

come spianti il doppio mistero dell'orizzonte e della morte. Quando

l'istante solenne è vicino, i direttori danno gli ultimi consigli,

lanciano gli ordini supremi. Le truppe son pronte? Pronte. I cannoni

sono in batteria? Sono. Le miccie sono accese? Sì. E allora avanti

e Dio ci guardi! Le avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi

cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono il capo di cartapesta

sul palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rialzarsi tra poco

più indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per

imitare il tuono del cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove

la macchina che fa correre in lontananza un reggimento, un quarto

galoppa intorno al palco accendendo i razzi fissi alle quinte che

rendon lo strepito del fuoco di fila.

I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie

feroci, un cozzar di teste e di petti, un grandinar di colpi, un

mulinìo di lame,

un incalzar di cavalli accorrenti,

di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e

dalle rocce, con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio,

i fratelli Lupi, coi figliuoli, agitano le braccia furiosamente

cacciando urli, minaccie, gemiti, grida di soccorso, frammiste a

comandi e ad avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto; questi

e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni atto è preciso,

ogni passo misurato, ogni secondo contato, corrono e ricorrono fra le

quinte e le pareti, staccano le marionette, le porgono, le riprendono,

le riappendono, le riporgono, raccattando di volo armi, elmi, giberne,

bandiere, turbinando come fantasmi in una nuvola densa di fumo e in un

odore acre di zolfo. E quando credete che il pandemonio sia per finire,

non è che un artificio per crescer l'effetto: la battaglia riattacca

più ardente, raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa il

fumo, s'accelera il turbinìo; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i

clamori della platea, con gli urli d'ira dei combattenti si confondono

le grida di entusiasmo dei ragazzi; è una furia febbrile e crescente

d'uomini che salgono e che scendono, di lumi che girano, di marionette

che volano, di fili di ferro che s'incrocian per aria, è un moto

vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di braccia, di attrezzi,

una tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta, un

rovinìo, un casa del diavolo che, quando cala la tela e tutto si queta,

vi lascia sbalorditi, intronati come all'uscir da un manicomio dove

siano scoppiati insieme una ribellione e un incendio.

*

Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame del “personale„

artistico. La prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima

volta il palco scenico, fu la statura dei personaggi, che visti dalla

platea paiono poco più alti d'un palmo, e son più di mezzo metro,

come bimbi. E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin superflua,

dei vestimenti. Non crediate che sian fatti soltanto per ingannar

l'occhio da lontano, chè possono affrontar l'analisi della lente. Ecco,

per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è vestito di panni

logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie d'unto,

spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a

corda, la camicia di tela rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e

crepate. Il signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro

ai polsini e allo sparato, e la catenella dell'orologio che gli pende

dal taschino della sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato, con

un cappello cilindrico che mostra dieci anni di servizio, gli occhiali

sulle orecchie, e una palandrana d'un color di ragno arrabbiato,

che farebbe venir l'acquolina in bocca a Ermete Novelli. Ma le più

belle son le signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con un gusto

squisito, dai fiori del cappellino agli stivaletti, che son piccole

meraviglie, con spille, orecchini, anelli, borsa, ventaglio, con

capelli veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano col

pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e

insaldate, perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda

che son vestite di tutto punto, da signore per bene. E la proporzione

delle loro forme è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi, braccia

di donnine vere, tanto che è un diletto il voltarle e rivoltarle fra

le mani, e col pretesto di vedere come son vestite vi lasciate andare

a prolungar l'analisi con un sentimento di curiosità colpevole. E

la varietà dei tipi! La prima volta che fui sul palco, di giorno,

il signor Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore della sua

aristocrazia, tutte giovani e eleganti, appendendole l'una accanto

all'altra per il loro fil di ferro lungo due metri a una spranghetta

che mi stava sopra il capo, e definendo in due parole ciascuna: — Ecco

un tipo sentimentale — Quest'altra è più bella, ma meno simpatica.

— Veda questa, che aria _distinta_! — E quando me le vidi schierate

davanti, come un comitato di patronesse d'opera pia, aspettanti la

visita d'un pezzo grosso, tutte impettite, con quegli occhi larghi

e luccicanti, che volete? sentii una certa suggezione, mi parve di

dover dir qualche cosa, poco mancò che non dimandassi loro se avevano

sofferto il mal di mare nel viaggio in America.

*

Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene fra gli attori d'un teatro

simile segue un caso psichico curiosissimo, il quale non avviene a

chi visita un magazzino di bambole, sian pure stupendamente formate;

avendo queste tutte lo stesso viso, la stessa età e un vestimento

convenzionale. Fra quelle marionette, invece, che rappresentano una

grande varietà di tipi, ed età, ceti, professioni, caratteri diversi,

con una riproduzione così perfetta, oltre che degli aspetti fisici,

di tutti i particolari del vestire, la nostra immaginazione è presa

a poco a poco in un inganno che, distraendola dalla considerazione

della grandezza, finisce con fargliele vedere e considerare come

persone vive. Riesce maggiore l'illusione quando s'è fatto l'occhio

all'esagerazione dei lineamenti e dell'espressione dei visi, non

sensibile a lungo perchè comune a tutti, e non mai spinta oltre quel

segno che pure nel vero è possibile; la quale, poi, produce quest'altro

strano effetto che, uscendo di là, ci paiono mancanti di rilievo, di

vigore, d'espressione, quasi facce appena abbozzate, i primi visi umani

che ci si paran dinanzi; come accade a chi vive tra i pazzi, che quando

rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito e monotono il

loro linguaggio sensato e pacato. Ed è appunto questa illusione che

rende piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo dei fratelli

Lupi. Io mi ci son divertito, non dico “come„ ma assai più d'un

ragazzo. Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è innumerevole.

Per lo spiraglio d'un guardaroba socchiuso, dietro a una tenda che il

Lupi solleva, negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri delle

pareti, da per tutto vedete crocchi di signore, pattuglie d'armati,

conciliaboli di facce equivoche, personaggi di corte sfolgoranti

d'oro, barboni misteriosi, occhioni che vi scrutano, bocche spalancate

come per cacciare un grido, rattenuto al vostro apparire, frotte di

popolani, brigate di signori in abito nero, gruppi di ballerine in

maglie color di carne. Una di queste mi diede nell'occhio: il Lupi

stese la mano per prenderla. Stavo per dire: — Non la disturbi, — ma

era già sull'impiantito, che faceva le sue piroette, voltando il busto

e il capo dalla parte opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine

trasparenti tempestate di pagliuole d'argento, e _pubblicando_, come

dice l'Aleardi, _le arcane forme_ pienotte con tanta vivacità e tanta

grazia, che non mi parve più una stravaganza quel romanzetto di Felice

Govean, nel quale il protagonista s'innamora perdutamente della prima

ballerina del _Gianduja_. Non fo celia: metteva voglia di prenderla

per la vita e di portarsela via: un impertinente avrebbe domandato

al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa più amena è che fra un

così gran numero di visi verosimili vi occorre ogni tanto di trovarne

uno che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza straordinaria

con qualche persona che conoscete. Ho trovato là, _fra color che son

sospesi_, due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino di casa;

e qualche altro di cui riconobbi il viso, senza ricordare chi fosse,

ma che mi fece dire senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato.

— E, punto dalla curiosità, continuai a cercare, e feci anche delle

scoperte sgradevoli. Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi

scappò un'esclamazione: — La regina Taitù! — Era lei pretta sputata.

Un po' più in là trovai Menelik, Maconnen, Mangascià, il generale

Baratieri, con la sua uniforme d'Africa, somigliantissimo, ma ancora

con l'aria scipionica, perchè era stato modellato dopo Senafè. Il Lupi

alzò una mano, sollevò un personaggio e disse con accento di rispetto:

— Il maggiore Toselli. — Ebbene, nessuno ne avrebbe sorriso, e non mi

parve una profanazione. Era anch'essa una forma di gloria quel piccolo

simulacro che aveva scosso il cuore e fatto batter le mani a tanti

fanciulli e strappato qualche lagrima anche a dei grandi, e pensai

che se il bravo soldato l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso

dolcemente, come un trionfatore che senta fra il plauso d'un popolo

gridare il suo nome da un bambino.

*

Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi perfettamente uguali:

che rappresentino i _Menecmi_ di Plauto o i _Gemelli_ del Goldoni? No.

Il protagonista è uno solo; ma vuole il dramma che a un dato punto egli

si tolga la berretta sulla scena: operazione impossibile a cagione

del filo che regge i suoi destini: e non c'è altro che sostituire a

lui, con uno stratagemma di cui non s'avveda il pubblico, un _alter

ego_ con la berretta in mano: una sberrettata che costa ai signori

Lupi venticinque lire. Trovate qui un personaggio col viso fresco e

coi capelli neri; poco discosto il medesimo col viso rugoso e col pelo

grigio; un po' più oltre ancora lo stesso, con la faccia decrepita

e il cranio pelato: è un personaggio che deve apparir nel dramma

in tre età diverse; e se è vero che nel corpo umano si rinnovano di

continuo le cellule, in modo ch'esso è tutto intero rinnovato ogni

tanto tempo, la marionetta non rappresenta forse più il vero che

l'attore? Così, per rappresentare l'epopea garibaldina, che ebbe un

successo strepitoso, i Lupi fecero fare una famiglia di Garibaldi, da

Garibaldi bambino a Garibaldi morente, e d'uno stesso Garibaldi vari

esemplari, grandi e piccoli, per mostrarlo sul proscenio, a qualche

distanza, e lontanissimo. Così crede il pubblico di vedere tre fratelli

Girard, che fanno i giochi maravigliosi, e ne vede quindici. Di

Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia di ogni età e di ogni altezza,

Gianduia ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti,

contraffatti; come si richiede per un personaggio che è contemporaneo

e cooperatore degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti. Le

teste storiche o di viventi illustri, che potrebbero abbisognare altre

volte, i Lupi le conservano: ne hanno piene delle scatole da petrolio,

ammontate a parte in un magazzino. Luigi Lupi ne aperse una piena di

teste di Gesù, modellate assai bene, e levandole e presentandomele

rapidamente l'una dopo l'altra, mi produsse un'illusione singolare,

somigliante a quella che dà il cinematografo: mi parve di veder

lo stesso viso, da prima sorridente, rattristarsi, balenar d'ira,

rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi da capo, impallidire, stillar

sangue, alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile nella morte.

Le teste di Cristo, badate, sono le sole che non son mescolate con

altre. Ma che bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani nelle altre

scatole! — To', Maino della Spinetta — To', Tommaso Villa — La regina

Vittoria — Davide Lazzaretti. — Mi venne in mano una testa che mi destò

una vaga reminiscenza, ma non accompagnata da un nome. Domandai: era

Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta, mi spiegò il

Lupi, perchè, volendosi fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto

alterare il contorno inferiore del viso; del che si mostrò dolente.

Ma l'effetto di quella mostra di teste ha qualcosa di repugnante: vi

fa pensare ai cestoni orrendi della ghigliottina del Terrore. Corrono

un'altra sorte, però, le teste degli uomini notevoli di second'ordine,

pei quali è improbabile che ritorni un'altra ora di celebrità dopo

quella accidentale che li portò sul palco scenico: le teste di questi,

opportunamente svisate, rimangono in servizio sotto altri nomi, passano

sulle spalle di altri personaggi. A quali marionette saranno toccate

le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni, di consiglieri

comunali e di regi prefetti, che vedemmo passare, salutate dagli

applausi, sulle scene del teatrino di Gianduia? Forse gli stessi

Lupi non le riconoscono più. Saranno diventate teste di portinai, di

mercanti, di lacchè, di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice!

*

V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che serve insieme da magazzino

di vestiari e da laboratorio. Al primo entrare vi si presenta uno

spettacolo tremendo. Pendono in un angolo centinaia di corpi ignudi

d'impiccati, col capo nascosto in un cappuccio da fratelli della

Misericordia, ma bianco e tirato fin sulle spalle, come l'orrido

berretto da notte che si metteva un tempo ai condannati a morte. Vi

par di vedere lo spaventevole _verger du roi Louis_ che descrive

il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta davanti, a

Luigi undicesimo. È il dormitorio delle marionette provvisoriamente

disoccupate. Là potete far degli studi anatomici, ammirare la bella

proporzione delle membra, la perfezione delle giunture, la delicata

fattura dei piedi e delle mani, le polpe delle regine e delle

servette, i toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi trovate

anche pance di Falstaff, schiene di Rigoletti, gambe di Quasimodi,

corpiciattoli di nani, tutte le deformità miserande d'un ospizio di

“incurabili„. Ma non si può immaginare come tormenti la curiosità la

vista di tutti quei cappucci lugubri sotto i quali l'immaginazione

si raffigura dei visi contratti dagli spasimi dell'agonia o composti

nella quiete solenne dell'eternità. Domandai al Lupi se fosse lecito,

per amor dell'arte, violare il segreto della morte. Egli fece un cenno

d'assenso. Io scopersi una testa....

Oh via dagli occhi miei,

Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi,

come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai una più spaurevole faccia

di vecchio pazzo e feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore

delle sue ispirazioni infernali, nè da quella del Goya nel tracciare a

ludibrio dell'uomo le caricature spietate della sua maschera. Mi balenò

un ricordo. Era forse _lui_. Non poteva essere altri che _lui_. Ed era

_lui_ infatti, me lo disse il Lupi. Era un vecchio alchimista matto e

solitario della parodia di _Giulietta e Romeo_, il quale, pochi mesi

addietro, aveva fatto una così profonda impressione al bambino d'un mio

amico, che se l'era sognato di notte e il padre aveva dovuto scender

dal letto per quetare il suo terrore. Con mano peritosa scopersi un

altro impeso, vicino a quello, e prima che ne apparisse il viso, mi

lambì la mano una ciocca morbida di bellissimi capelli biondi. O _nuovo

miracolo gentile_! Era un angiolo, un viso bianco e puro di Margherita,

con due grandi occhi innocenti e un sorriso da pargolo che sogna gli

splendori del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di vernice perchè

gli aveva sciupato una guancia un colpo di trombone dei briganti in un

assalto dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai a scoperchiare

teste, e vidi facce così superlativamente buffe che mi fecero

scoppiare in una risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte

di Cassazione, musi incartapecoriti d'usurai senza viscere, grinte di

megere furibonde, _rictus_ di Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti

dei miracoli e da galera, frontespizi di bricconi così insolenti, così

cinici e odiosi da spendere volentieri qualche franco, come dice il

_sor Camola_, per pagare il piacere _de dagh una martelada_. E anche

dei visi di uomini onesti e simpatici; ma quegli altri erano i più

anche là, come nel mondo.

*

Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi dietro a quelle

scene vedresti ben altre maraviglie. Ce n'è una a ogni passo:

locomotive di strada ferrata che potrebbero far servizio negli

imperi di Blefuscu e di Liliput, carrozze di gala da piccole fate,

batterie di cannoni che sembrano uscite dalla vetrina dei modelli

dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni di velluto, con le

gambe e le spalliere scolpite, con rilievi di vero bronzo e candelabri

che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra una mensa di principi;

poichè i fratelli Lupi vogliono la riproduzione del vero, anche nelle

cose minime, più esatta assai di quanto sia richiesto dall'effetto

teatrale e dai più difficili spettatori; e ciò non per altro che per

amor dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza, come quei

raffinati che mettono il lusso anche nelle cose che non si vedono.

Nè tutto è qui: ecco una flotta di corazzate con le artiglierie, di

piroscafi coi passeggieri, di bastimenti mercantili col carico, di

barche d'ogni forma coi rematori: quanto occorre per rappresentare

splendidamente la gran festa d'inaugurazione del canale di Suez. Ecco

un castello che si sfascia a pezzo a pezzo sotto le percosse degli

arieti o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una mina, come per

un crollo di terremoto. Ecco cavalli che scalpitano e s'impennano,

elefanti che mulinano la proboscide, leoni che squassano la giubba,

scimmie che s'arrampicano su per gli alberi come scimmie vive, serpenti

che strisciano e si rizzano sulla coda da metterti i brividi. Cerca

con la fantasia quanto puoi desiderare di più prezioso per regalo

di capo d'anno e lo troverai qui più grande e più seducente di come

l'immagini. E qui puoi anche vedere con che ingegnosa industria di

fili a una marionetta è fatto levare il portamonete dalla tasca interna

del soprabito con un gesto spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra

cavar la spada dal fodero con la vivace eleganza d'un ufficialetto di

cavalleria, a una terza spegnere una lampada con l'apparenza ch'essa

sia spenta dal suo soffio: una delle prodezze marionettistiche più

freneticamente applaudite. E ti puoi anche fare un'idea dell'attenzione

e della destrezza che si richiedono per fare con garbo tutti quei

movimenti delle gambe, delle braccia, del capo, degli occhi, della

bocca; per evitare quei mille accidenti, così facili, di fili che

s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano, d'ingombri, di contrattempi

e di cozzi, dei quali basta uno solo a mandar a male una scena od un

quadro; per guardarsi, in mezzo ad attori di natura così accensibile,

a un tal cumulo di tela, di legno e di carta, a tanto fuoco di lumi,

di razzi, di lampi, d'esplosioni e di fiammate, da una svista, da una

distrazione momentanea che muterebbe a un tratto tutto quel palazzo

magico in un falò spaventoso. Vedi quanta fatica, quante cure costa a

chi ti diverte quello spettacolo che forse tu credi sia anche per loro

uno spasso; vedi che ardua cosa è il governare anche il più facile dei

popoli, un popolo che non mangia e non parla.

*

Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o piccolo lettore, avresti

anche molte delusioni; le quali, per altro, ti sarebbero compensate da

una più viva ammirazione dell'ingegno e dell'arte con cui le illusioni

ti sono prodotte. Vedi, per esempio: quei cavalieri e quelle dame in

gran gala che nel _Napoleone a Mosca_ ballano con ebbrezza spensierata

in fondo a un salone del Kremlino già morso ai fianchi dall'incendio,

e che ti fecero un effetto così fantastico, non ballano: sono fantocci

tutti d'un pezzo confitti in un disco invisibile che gira come la

ruota d'un arcolaio. Quelle contraddanze così intricate e precise

di zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder l'opera di cento

mani, non sono che il movimento d'una delle così dette scalette, un

apparecchio contrattile di regoli di legno, su cui è piantato il corpo

di ballo, maneggiato da due mani sole. Quelle ballerine innumerevoli

che ne _La coda del gatto_ scendono sul palco come un'onda umana

inesauribile, e che ti strapparono un grido d'ammirazione, non son

che una cinquantina di bambole infitte in un tamburo rotante, il quale

te le ripresenta continuamente, come uno scrittore povero le medesime

frasi e le medesime immagini da un capo all'altro del libro. E anche

quella calata dei mille lumi dell'esercito abissino sopra Amba-Alagi,

che ti scosse quasi come la vista della realtà, non è che l'effetto

di un moccolo acceso fatto passare dietro a uno scenario bucherellato

come un crivello. E non son più vere le belle cascate d'acqua, che

ti fanno batter le mani dall'allegrezza: sono cascate di sabbia

bianca mista con pezzetti di cristallo, che un apparecchio raccoglie

e rimanda in secchielli alla sorgente, senza disperderne un grano. E

quel tuono così bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute

quasi sgomento, ahimè! non è che un rumore di ciottoli cascanti dentro

a un cassone, mossi dalla stessa mano che produce il sibilo del vento

nella foresta per mezzo d'una confricazione di grossi fili di ferro.

E quel mare azzurro, in fine, quel bel mare ondeggiante, che ti pare

debba soverchiare da un momento all'altro le sponde e irrompere nella

platea, non è che un saliscendi di pezzi di legno congiunti a cerniera

che scote dietro le quinte un ragazzo della tua età, il piccolo

Edmondo Lupi; il quale comincia la sua carriera _facendo le onde_ e

rappresentando il _Colosso di Rodi_ nelle _Sette meraviglie del mondo_,

come la cominciarono suo padre e suo nonno, e come la comincieranno, è

da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo, non isvelar questi

segreti ai tuoi compagni, perchè a questo mondo, vedi, non bisogna

togliere alla gente che le illusioni pericolose: strapparle quelle

che, senza danno, ci fanno più belle le cose e più vive le commozioni

piacevoli, è una brutalità, come sciupare i fiori.

*

I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni, non si diverton

meno dei piccoli che gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte

del pubblico. È improprio, in fatti, chiamar teatro dei bambini il

teatro Lupi, nel quale, fuor che i giorni di festa, otto su dieci

spettatori sono adulti. E un buon numero di questi, uomini maturi e

vecchi, e anche gente colta, sono frequentatori assidui. Per effetto

di quali vicende, di quali rivolgimenti psichici si saranno ridotti

al teatro delle marionette? In molti, senza dubbio, non è altra causa

che la semplicità dell'animo; ma in altri dev'essere una castrazione

volontaria della fantasia, desiderosa di diletto, ma amante della

quiete; una repugnanza, nata da un'esperienza amara della vita, alla

rappresentazione troppo verosimile delle miserie e dei dolori umani,

quale si fa nel teatro vero; un ritornare indietro di proposito, un

rifugiarsi nel mondo della fanciullezza per sazietà o per aborrimento

di quello degli uomini; e c'è forse in loro una stretta corrispondenza

fra la passione per le marionette e l'indole delle letture preferite e

di tutti gli altri passatempi: son forse di quei signori che passano

ore ed ore, sui sedili dei giardini pubblici, a veder giocare i

bambini. Ma è singolare come questi bambini con la barba non cerchino

soltanto in quel teatro una ricreazione amena, come prediligano anzi i

drammoni di grande effetto, e brontolino alle commediole e alle farse,

giudicandole quasi una degradazione dell'arte, e paragonino e discutano

quelle produzioni come drammi del Dumas e del Sardou, e propongano

perfino dei soggetti ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie.

E bisogna vedere con che serietà assistono allo spettacolo, come

s'impazientano agli applausi e alle risa intempestive dei ragazzi che

turbano la rappresentazione, e con che sdegno zittiscono gli sbadati

che lascian cascare la canna, come se rompessero una frase dello

Shakespeare in bocca a Tommaso Salvini. A vederli, ci vien sulle labbra

un sorriso di pietà; ma a pensarci bene, non è questo il senso che ci

dovrebbero ispirare. Che uomini i quali hanno vissuto più d'un mezzo

secolo, lottato, sofferto, visto mille casi strani e terribili; e che

hanno ancora passioni, dolori, cure gravi, possano prestar per tre

ore alla conversazione di dieci pupi di legno un'attenzione che non

presterebbero alla disputa d'un Consiglio di ministri intorno agli

interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe destar piuttosto,

confortandoci, un sentimento d'ammirazione per la miracolosa facoltà

che ha la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di consolarsi con

dei fantasmi e dei sogni delle sue miserie infinite?

*

Le sere dei giorni feriali la sala non ha un aspetto diverso da quello

degli altri teatri. Per vederla nella singolarità della sua bellezza

bisogna andare alla rappresentazione diurna della domenica, quando

centinaia di ragazzi e di bambini riempiono le sedie e le panche e

formano in platea e nei palchetti come tanti mazzi, ghirlande, aiuole

di teste bionde, e la varietà dei colori chiari e vivi dei vestiti le

dà l'apparenza d'una sala infiorata e imbandierata per una festa. Anche

prima che s'alzi il sipario v'è in quella piccola folla oricrinita

l'agitazione, il rimescolìo d'una gabbiata d'uccelli digiuni al

momento che si mette il panico nelle cassette. Gli uni son seduti,

altri inginocchiati, altri ritti sulle panche o sulle ginocchia delle

mamme o delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle sedie davanti,

pigiati nei palchetti in doppia, triplice fila di teste, che fanno

scala, le più alte col mento posato sulle teste più basse, e queste

col mento sul parapetto, come disposte da un fotografo per il ritratto.

All'alzarsi del sipario, si può dire che cominciano due spettacoli. È

delizioso, durante una scena spettacolosa, vedere tutti quegli occhi

spalancati come a un'apparizione dell'altro mondo, quelle espressioni

di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita, quelle piccole

bocche aperte in forma di O, di anelli e di semicircoli, quelle piccole

fronti nivee corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione

filosofica, che si riscotono poi bruscamente come al destarsi da un

sogno. Poi, tutt'a un tratto, a una scena comica, a una risposta o a un

atto buffo d'un personaggio, file intere di corpicini si torcono dal

ridere, schiere di teste si arrovesciano indietro, scrollando matasse

di riccioli, scoprendo i piccoli colli bianchi, schiudendo le bocchine

come scrignetti rossi pieni di perle minute, e nell'impeto della gioia

alcuni abbracciano il fratello o la sorella, altri si abbandonano

fra le braccia della mamma, e molti dei più piccoli si buttano sulla

sedia con le gambe all'aria, mostrando innocentemente la biancheria

più segreta. E vedere come nel rapimento dell'ammirazione respingono

furiosamente il fazzoletto importuno che cerca il loro nasino o

ammollano una ceffata senza prefazione a chi para loro la vista del

palcoscenico. Sono trecento paia di mani che applaudono con tutte le

forze e non fanno fra tutte lo strepito di quattro mani virili: par di

vedere e di sentire il frullo di centinaia di alette rosate, rattenute

da altrettanti fili alle panche. E vi sono anche gli spettatori

indifferenti, i ghiottoni piccolissimi che non voltano il viso verso il

palco se non quando sentono delle fucilate; ma per riattaccarlo subito

alla poppa con un giro risoluto del capo, come dicendo: — Corbellerie!

Io ci ho di meglio! — Ma al rumor delle fucilate altri si spaventano e

strillano, a certe scene tragiche qualcuno scoppia in pianto e tende le

braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non piangono, ma, celando

il viso in seno alla mamma, guardano il restante della scena con un

occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche, è una gioia

a sentirle. Allo scoprirsi improvviso di certi quadri, all'apparire di

certi agnelli o asinelli o porcellini che paion vivi, sono scoppi di

_oh!_, lunghi mormorii di maraviglia, a cui tien dietro quasi sempre

qualche esclamazione solitaria d'una vocina sottile, che risuona nel

silenzio come un vagito in una chiesa, un: — _Ah com'è bello!_ — che

prorompe d'infondo all'anima, che esprime una pienezza di contento,

una beatitudine celeste. Ma è sempre Gianduia quello che produce

gli effetti più grandi. Son qualche volta accessi di riso convulso,

cori di singhiozzi e di trilli, risate acute, cantanti, prolungate,

inestinguibili, che fanno voltar tutti gli adulti, col viso sorridente,

verso le panche, come se gli attori fossero saltati dal palco nella

platea, e che quando si smorzano in modo da lasciar riprender la parola

alla famiglia Lupi, lasciano ancora qua e là qualche strascico sonoro,

qualche piccino piegato in due, che non può smettere nè frenarsi, che

col capo chino e col viso nelle mani seguita a ridere e a ridere,

perdendo le lacrime e la saliva, sfinito; ma non acquietato nè da

rimproveri nè da carezze, inebbriato e soffocato dal proprio riso, non

ridotto al silenzio che quando la mamma gli mette un braccio intorno al

collo e gli preme la pezzuola sulla bocca.

*

Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza, anzi un seguito

di scoppi, quasi senza interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo

a traverso la tela, affiochiti e confusi come se venissero di lontano,

fanno un effetto insolito, vanno anche più diritti al cuore che a

sentirli dalla sala. Pareva di udire un suono di cascatelle d'acqua,

il canto di mille uccelli in un bosco, e ogni scroscio di risa finiva

in un lungo sospiro di voluttà, simile al mormorio d'una onda larga e

lenta che viene a morir sulla riva. Si rappresentava _L'ultima notte

dell'anno_. Era un successo così straordinario che gli stessi fratelli

Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio, costretti ogni momento a

interrompere la recitazione, mostravano nei visi accesi e sudanti una

viva compiacenza dell'opera loro. Ed io pensavo, guardandoli, quanti

ragazzi e bambini essi avevano divertiti e commossi, quanti piccoli

dolori avevano consolati; pensavo quanto migliaia di piccole creature,

grazie a loro, s'erano svegliate la mattina d'un giorno di festa

gettando un'esclamazione di contentezza: — È quest'oggi! — e immaginavo

i tanti scolaretti poveri che avevano studiato per un pezzo fino a

notte avanzata per guadagnar la medaglia che dà l'entrata gratuita, e

vedevo i tanti visetti smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un

sorriso alla promessa d'esser condotti a quel teatro. E, pensando a

questo, l'opera loro m'appariva in un aspetto così gentile, la loro

famiglia in una luce così amabile! Non pensavo più che anche per essi

il primo scopo del lavoro era la vita, non vedevo più in loro che dei

benefattori della fanciullezza. Mi pareva che i due fratelli Luigi

avessero qualche cosa di paterno per quella grande famiglia rumorosa

che sentivo e non vedevo, e guardando quelle due belle ragazze,

inginocchiate in alto, mentre agitavano i fili con atti graziosi, rosse

nel viso come se le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori,

mi compiacevo a far passare col pensiero sui loro capelli tutte quelle

manine bianche che applaudivano e sulla loro fronte tutte quelle bocche

vermiglie che ridevano. Oh quelle risa argentine, quel riso fresco

e beato, la più dolce delle musiche della terra, quel riso che ci fa

rivivere nell'infanzia e rivedere il volto di nostra madre giovane,

quel riso che dice innocenza e speranza, ignoranza della vita e gioia

di vivere, che si diffonde intorno nelle anime come una virtù feconda e

consolatrice, sia benedetto chi lo ride e ringraziato chi lo desta.

Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori · 第 13 / 52 题