Il Carceriere.
Grifo era seguito dal mastino, che facevagli fare la sua ronda perchè
all’occasione riconoscesse i prigionieri.
— Babbo, l’è qui la famosa stanza donde Grozio evase; l’avete sentito
nominare, Grozio?
— Sì, sì, quel mariolo di Grozio; un amico di quello scellerato di
Barneveldt, che io vidi giustiziare quando ero bambino. Grozio! ah! ah!
evase da questa stanza. Ebbene, io scommetto che nessuno a suo esempio
potrà evadere.
E aprendo la porta, cominciò dall’oscuro a volgere il suo discorso al
prigioniero.
Quanto al cane, andando a fiutare le polpe al prigioniero, pareva gli
volesse domandare con qual diritto non fosse morto, egli che aveva
veduto uscire col cancelliere e col boia. Ma la bella Rosa chiamollo, e
il mastino obbedì.
— Signore, disse Grifo, alzando la sua lanterna per farsi un po’ di
lume all’intorno, voi vedete in me il vostro nuovo carceriere. Io sono
il capo soprastante, e le stanze tutte sono sotto la mia sorveglianza.
Non sono perverso, ma sono inflessibile per tutto ciò che concerne la
disciplina.
— Oh! vi conosco perfettamente, mio caro Grifo, disse il prigioniero
avanzandosi dentro il circolo di luce, che gettava la lanterna.
— Toh! toh! Siete voi, sig. Van Baerle, disse Grifo; oh! siete voi;
guarda, guarda, come ci si rincontra.
— Sì, e godo infinitamente, mio caro Grifo, nel vedere che il vostro
braccio va a meraviglia, perchè con quello appunto tenete la lanterna.
Grifo aggrottò il sopracciglio e rispose:
— Vedete, come va in politica, si fa sempre qualche sbaglio. Sua
Altezza vi ha lasciato la vita, e io non l’avrei fatto mai e poi mai.
— Voi? domandò Cornelio; e perchè?
— Perchè voi siete uno da cospirare nuovamente; voialtri scienziati
avete commercio col diavolo.
— Ohè! maestro Grifo, non siete stato contento del modo con cui vi ho
rimesso il braccio, ovvero del prezzo che vi ho chiesto? disse ridendo
Cornelio.
— Al contrario, perbacco! al contrario! mormorò il carceriere; me
l’avete rimesso benissimo; vi è sotto qualche stregoneria: in capo a
sei settimane io mi serviva del braccio, come nulla mi fosse accaduto.
A segno tale che il medico del Buitenhof, che sa il fatto suo, voleva
rirompermelo, per rimettermelo nelle regole, promettendomi che questa
volta starei tre mesi senza potermene servire.
— E voi non avete voluto?
— Ho detto: No. Tanto che con questo braccio possa farmi il segno della
croce (Grifo era cattolico) tanto che con questo braccio possa farmi il
segno della croce, mi rido del diavolo.
— Ma se vi ridete del diavolo, maestro Grifo, a più forte ragione vi
dovete ridere dei sapienti.
— Oh! i sapienti, i sapienti! esclamò Grifo senza rispondere alla
domanda; i sapienti! amerei meglio avere da guardare dieci soldati
che un solo sapiente. I soldati fumano, bevono, si ubriacano; sono
trattabili come pecori, quando si dà loro dell’acquavite o del vino
della Mosa; ma un sapiente ha ben altro che fumare, bere, ubriacarsi!
Gli è sobrio, stringato, e conserva la sua testa per cospirare. Ma
comincio dal dirvi che non vi sarà molto facile il cospirare; onde
punti libri, punta carta, punti grimaldelli. Grozio si salvò per i
libri.
— Vi assicuro, maestro Grifo, riprese Van Baerle, che forse per
un momento mi è venuta l’idea di salvarmi; ma che ora non ci penso
neppure.
— Va bene! va bene! rispose Grifo, vegliate su voi che io farò
altrettanto. Ci vuol pazienza, ma Sua Altezza ha fatto un brutto
sbaglio.
— Non facendomi mozzare la testa?.... Grazie, grazie, maestro Grifo.
— Senza dubbio. Guardate un po’ come ora stanno buoni i signori de Witt.
— È atroce quel che dite, o maestro Grifo, disse Van Baerle volgendosi
altrove per nascondere il suo disgusto. Voi dimenticate che uno di
quegl’infelici era mio amico e l’altro.... l’altro mio secondo padre.
— Sì, ma mi ricordo che l’uno e l’altro erano cospiratori. E poi parlo
così per filantropia.
— Ah! davvero? Spiegatemelo dunque un poco, mio caro Grifo, perchè non
lo capisco bene.
— Sì, se voi foste rimasto sul ceppo di maestro Harburck.....
— Ebbene?
— Ebbene! voi non soffrireste più. Mentre, non ve lo nascondo, son qui
per rendervi la vita dolorosissima.
— Grazie della promessa, maestro Grifo.
E mentre che il prigioniero sorrideva ironicamente al vecchio
carceriere, Rosa di dietro alla porta rispondevagli con un sorriso
pieno di angelica consolazione.
Grifo andò verso la finestra. Faceva anche tanto di giorno da vedere
senza distinguere un immenso orizzonte che perdevasi in una nebbia
grigiastra.
— Qual veduta di qui si gode? domandò il carceriere.
— Bellissima, rispose Cornelio, guardando Rosa.
— Sì, sì, troppa veduta, troppa veduta.
In quel frattempo i due piccioni spaventati dalla vista, e più dalla
voce di quello sconosciuto, escirono dal loro nido e disparvero
sbigottiti in mezzo alla nebbia.
— Oh! oh! che cosa è questa? domandò il carceriere.
— I miei piccioni, rispose Cornelio.
— I miei piccioni! esclamò il carceriere, i miei piccioni! Che forse un
prigioniero ha qualcosa di suo?
— Allora, soggiunse Cornelio, i piccioni che Dio buono mi ha imprestati.
— Ecco già una contravvenzione, replicò Grifo; dei piccioni! Ah!
giovanotto, giovanotto, io vi prevengo di una cosa, ed è che non più
tardi di dimani quegli uccelli bolliranno nella mia pentola.
— Bisognerebbe prima di tutto che voi li prendeste, disse Van Baerle.
Non volete che quei piccioni sieno miei, e vi giuro che non lo sono, ma
molto meno sono vostri.
— Il lasciato non è perso, borbottò il carceriere, e non più tardi di
dimani, loro torcerò il collo.
E nel fare questa sgarbata promessa a Cornelio, Grifo si spenzolò al di
fuori per esaminare la struttura del nido: ciò che diede campo a Van
Baerle di correre alla porta e di stringere la mano di Rosa che gli
disse:
— Stasera alle nove.
Grifo tutto occupato dal desiderio di prendere nell’indomani i
piccioni, come aveva promesso di fare, niente vide e niente intese;
e dopo chiusa la finestra prese a braccio la figlia, escì, diede due
girate alla serratura, spinse i chiavistelli e andò a fare le medesime
promesse ad un altro prigioniero.
Appena partito, Cornelio si approssimò alla porta per ascoltare lo
strepito decrescente dei passi; poi, appena acquietato, corse alla
finestra e guastò da capo a fondo tutto il nido dei piccioni.
Amava meglio di cacciarli per sempre dalla sua presenza, che esporre
alla morte i gentili messaggeri, ai quali doveva la felicità d’avere
riveduta Rosa.
La vista del carceriere, le sue minacce brutali, la cupa prospettiva
della sua sorveglianza, di cui egli conosceva gli abusi, nulla di tutto
questo potè distrarre Cornelio dai dolci pensieri e soprattutto dalla
dolce speranza, che la presenza di Rosa veniva a risuscitare nel suo
cuore.
Aspettò impazientemente che le nove suonassero all’orologio di
Loevestein.