— Animo! per oggi facciamo festa. I’ non ne vo’ sapere più nulla
della lima; è Berlingaccio, — diceva maestro Simone magnano al suo
fattorino di bottega. — È meglio andare sotto gli Ufizj[246] a vedere
le maschere. O tu, maestro Carlo — al magnano di faccia, — che cosa fai
che non serri ancora la tua bottega?
— Che è festa di precetto?[247]
— No, ma un po’ di svago ci vuole per tutti.
— Questa non la ’ntendo. Dello svago ce ne pigliamo abbastanza le
domeniche; e poi mi preme di rimettere il lavoro quando l’ho promesso;
e sinchè ho da fare, non smetto io.
— E non vorrai nè anche vedere du’ maschere?
— Non mi par vero che di qui non ne passino. Sono scioccherie che mi
fanno rivoltare lo stomaco. Gli uomini ho piacere di vederli in viso
io, anche quando si spassano.
— O badate ora che uomo savio, che sputasentenze! Qualche anno fa,
quando s’era garzoni assieme, tu non la pensavi così, fratello.
— È meglio metter giudizio una volta che mai. E quando s’ha moglie e
figliuoli, mi parrebb’ora di far l’uomo posato.
— Che forse la fo mancare di qualche cosa la me’ famiglia?[248]
— Non dirò questo; ma lo vedi? E’ s’era tutt’e due bardotti alla stessa
paga; poi si aprì bottega di nostro, su per giù nel medesimo tempo. Ma
ora tu hai un garzone soltanto, e io n’ho quattro. Ho più famiglia di
te; la mantengo passabilmente, e qualche cosuccia m’avanza sempre.
— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica io? Bazza a chi tocca! Tu se’ più
affortunato di me. Le ordinazioni ti piovono da ogni parte....
— Gli è che levato delle domeniche e delle altre feste d’intero
precetto, i’ lavoro sempre. Per me, sotto la Fortezza, Lungarno di
Carnovale, al Monte alle Croci i venerdì di Quaresima, al Prato delle
Lune per San Luca, alla Cella di Cialdo, lungo Mugnone, alle Mura,[249]
e via discorrendo, per gozzovigliare, per vedere tanti scioperati
che anche dalle feste sacre pigliano occasione di far baldoria e
d’ubriacarsi, chi m’ha visto m’ha visto. E poi non siamo più dell’erba
d’oggi, Simone mio; e a stare a bottega più che si può, è sempre meglio
per l’anima e pel corpo.
— Ed avrai cuore di tener costì a telonio tutta la giornata codesti
ragazzi?
— Io non gli obbligo: chi vuole sdarsi,[250] padrone; e’ fa sul suo.
I garzoni, ridendo sotto i baffi, lavoravano lietamente; e chi diceva:
— Io me ne trovo bene a dar retta al principale; — e chi: — Ho più
gusto a portare un giulio a me’ madre, io, che a veder cento maschere.
— Sai tu come l’è? — rispose maestro Simone — voglio andare sotto gli
Ufizj; la moglie m’aspetta. Oh! guarda, guarda il me’ Biagio vestito
da Arlecchino. Che cosa te ne pare? Non è un giojello? Buffone! ti
riconosco, sai? Eccomi, eccomi. Di’ alla mamma che vengo subito; corri.
Addio, maestro Carlo. Buona veglia!
— Addio. Animo, ragazzi! il lavoro d’oggi rende il doppio. Povero
Simone, vuol rovinarsi; ma il peggio è che quel figliuolo s’avvezza
male! —
Nella strada non si udivano altri strepiti che quelli dei martelli e
delle lime di maestro Carlo e dei suoi garzoni.
Un’ora dopo, cápita un giovine di banco tutto frettoloso in cerca di
maestro Simone, e trova chiusa la bottega. — Volevo maestro Simone —
dice a Carlo; — è il magnano del mio principale; ma si vede che oggi
e’ se la sbirba; suo danno! Venite voi, maestro Carlo; so che posso
fidarmi. Il principale ha bisogno di mutare certe chiavi. Se avete
tempo, pigliate gli arnesi: ci vuole un lavoro lesto e fatto con garbo.
— Grazie; ma io non voglio levare questo guadagno a maestro Simone. È
andato sotto gli Ufizj, posso mandare a cercarlo.
— Vi par egli? Il principale non può aspettare; domani parte. Animo!
Una volta tanto non ci sarà male. Doveva stare a bottega il balordo! Ve
lo chiedo proprio in piacere. E se non venite voi, cerco un altro.
— Quand’è così, eccomi a’ vostri comandi. Lavorerò per Simone.
— Va bene. Ma prendete de’ buoni arnesi; le son toppe indiavolate.
— Se vedrò di potervi contentare, starò all’impegno: sennò, vi
servirete d’un altro.
— Così parlano i galantuomini; ma chi ha meno pretensione, dà più nel
segno.
— Andiamo. Ragazzi, lavorate. Or ora torno. —
Maestro Carlo si comportò da suo pari; lavorò a bottega chiusa fin
dopo la mezzanotte; e il banchiere fu tanto contento della sua abilità
e della sua esattezza, che volle dargli un bello zecchino. L’avrebbe
anche fissato per altri lavori invece di Simone, ed egli rispose: — La
scusi, non mi dà l’animo; non voglio levare il pane a nessuno. Se oggi
Simone ha avuto la disgrazia di non poterla servire, non sarà così da
qui innanzi.
— Hai ragione; mi piace la tua onestà. Ma c’è un forestiero che mi
richiede d’un buon magnano per dargli molto lavoro. Gli propongo subito
te, perchè sono sicuro di farmene onore.
— Ed io lo servirò meglio che potrò. Grazie tante! —
Il giorno dopo, all’aperta di bottega, maestro Carlo andò a trovare
maestro Simone, che era sempre immelensito dal chiasso e dal sonno. — E
com’è andata? Ti divertisti tu a tuo modo?
— Lasciami stare! non ho più fiato; e quel che è peggio, mi trovo
rasciutta la tasca. Buon per me se jeri t’avessi dato retta! Me
ne seguirono d’ogni razza! Che giornataccia! Il figliuolo m’ebbe
a rimanere sotto una carrozza; si conciò tutto, e trema sempre dal
rimescolamento; ho paura che mi s’ammali. La me’ donna si strappò il
vestito nuovo. Io non trovo la via di rimettermi a lavorare. Sarei
capace di andarmene a gironi[251] per passar la mattana.
— Vorresti pregiudicarti più che mai? Animo! a ogni cosa v’è il suo
rimedio. Coraggio! Una buona settimana di lavoro ripara a tutto. E
intanto, vien qua. Lo vedi questo zecchino? È tuo; lo guadagnai jersera
per te, lavorando a un banchiere che aveva mandato a cercarti. E’ mi
ha promesso il lavoro d’un forestiere, e ci combineremo per farlo a
mezzo. —
Maestro Simone gli buttò le braccia al collo; non voleva lo zecchino,
ma finalmente lo prese; fece proposito fermo di non mai più abbandonare
il lavoro pei passatempi frivoli e dannosi, e fu puntuale con sè
stesso.