VI. — Il giorno di Berlingaccio.

— Animo! per oggi facciamo festa. I’ non ne vo’ sapere più nulla

della lima; è Berlingaccio, — diceva maestro Simone magnano al suo

fattorino di bottega. — È meglio andare sotto gli Ufizj[246] a vedere

le maschere. O tu, maestro Carlo — al magnano di faccia, — che cosa fai

che non serri ancora la tua bottega?

— Che è festa di precetto?[247]

— No, ma un po’ di svago ci vuole per tutti.

— Questa non la ’ntendo. Dello svago ce ne pigliamo abbastanza le

domeniche; e poi mi preme di rimettere il lavoro quando l’ho promesso;

e sinchè ho da fare, non smetto io.

— E non vorrai nè anche vedere du’ maschere?

— Non mi par vero che di qui non ne passino. Sono scioccherie che mi

fanno rivoltare lo stomaco. Gli uomini ho piacere di vederli in viso

io, anche quando si spassano.

— O badate ora che uomo savio, che sputasentenze! Qualche anno fa,

quando s’era garzoni assieme, tu non la pensavi così, fratello.

— È meglio metter giudizio una volta che mai. E quando s’ha moglie e

figliuoli, mi parrebb’ora di far l’uomo posato.

— Che forse la fo mancare di qualche cosa la me’ famiglia?[248]

— Non dirò questo; ma lo vedi? E’ s’era tutt’e due bardotti alla stessa

paga; poi si aprì bottega di nostro, su per giù nel medesimo tempo. Ma

ora tu hai un garzone soltanto, e io n’ho quattro. Ho più famiglia di

te; la mantengo passabilmente, e qualche cosuccia m’avanza sempre.

— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica io? Bazza a chi tocca! Tu se’ più

affortunato di me. Le ordinazioni ti piovono da ogni parte....

— Gli è che levato delle domeniche e delle altre feste d’intero

precetto, i’ lavoro sempre. Per me, sotto la Fortezza, Lungarno di

Carnovale, al Monte alle Croci i venerdì di Quaresima, al Prato delle

Lune per San Luca, alla Cella di Cialdo, lungo Mugnone, alle Mura,[249]

e via discorrendo, per gozzovigliare, per vedere tanti scioperati

che anche dalle feste sacre pigliano occasione di far baldoria e

d’ubriacarsi, chi m’ha visto m’ha visto. E poi non siamo più dell’erba

d’oggi, Simone mio; e a stare a bottega più che si può, è sempre meglio

per l’anima e pel corpo.

— Ed avrai cuore di tener costì a telonio tutta la giornata codesti

ragazzi?

— Io non gli obbligo: chi vuole sdarsi,[250] padrone; e’ fa sul suo.

I garzoni, ridendo sotto i baffi, lavoravano lietamente; e chi diceva:

— Io me ne trovo bene a dar retta al principale; — e chi: — Ho più

gusto a portare un giulio a me’ madre, io, che a veder cento maschere.

— Sai tu come l’è? — rispose maestro Simone — voglio andare sotto gli

Ufizj; la moglie m’aspetta. Oh! guarda, guarda il me’ Biagio vestito

da Arlecchino. Che cosa te ne pare? Non è un giojello? Buffone! ti

riconosco, sai? Eccomi, eccomi. Di’ alla mamma che vengo subito; corri.

Addio, maestro Carlo. Buona veglia!

— Addio. Animo, ragazzi! il lavoro d’oggi rende il doppio. Povero

Simone, vuol rovinarsi; ma il peggio è che quel figliuolo s’avvezza

male! —

Nella strada non si udivano altri strepiti che quelli dei martelli e

delle lime di maestro Carlo e dei suoi garzoni.

Un’ora dopo, cápita un giovine di banco tutto frettoloso in cerca di

maestro Simone, e trova chiusa la bottega. — Volevo maestro Simone —

dice a Carlo; — è il magnano del mio principale; ma si vede che oggi

e’ se la sbirba; suo danno! Venite voi, maestro Carlo; so che posso

fidarmi. Il principale ha bisogno di mutare certe chiavi. Se avete

tempo, pigliate gli arnesi: ci vuole un lavoro lesto e fatto con garbo.

— Grazie; ma io non voglio levare questo guadagno a maestro Simone. È

andato sotto gli Ufizj, posso mandare a cercarlo.

— Vi par egli? Il principale non può aspettare; domani parte. Animo!

Una volta tanto non ci sarà male. Doveva stare a bottega il balordo! Ve

lo chiedo proprio in piacere. E se non venite voi, cerco un altro.

— Quand’è così, eccomi a’ vostri comandi. Lavorerò per Simone.

— Va bene. Ma prendete de’ buoni arnesi; le son toppe indiavolate.

— Se vedrò di potervi contentare, starò all’impegno: sennò, vi

servirete d’un altro.

— Così parlano i galantuomini; ma chi ha meno pretensione, dà più nel

segno.

— Andiamo. Ragazzi, lavorate. Or ora torno. —

Maestro Carlo si comportò da suo pari; lavorò a bottega chiusa fin

dopo la mezzanotte; e il banchiere fu tanto contento della sua abilità

e della sua esattezza, che volle dargli un bello zecchino. L’avrebbe

anche fissato per altri lavori invece di Simone, ed egli rispose: — La

scusi, non mi dà l’animo; non voglio levare il pane a nessuno. Se oggi

Simone ha avuto la disgrazia di non poterla servire, non sarà così da

qui innanzi.

— Hai ragione; mi piace la tua onestà. Ma c’è un forestiero che mi

richiede d’un buon magnano per dargli molto lavoro. Gli propongo subito

te, perchè sono sicuro di farmene onore.

— Ed io lo servirò meglio che potrò. Grazie tante! —

Il giorno dopo, all’aperta di bottega, maestro Carlo andò a trovare

maestro Simone, che era sempre immelensito dal chiasso e dal sonno. — E

com’è andata? Ti divertisti tu a tuo modo?

— Lasciami stare! non ho più fiato; e quel che è peggio, mi trovo

rasciutta la tasca. Buon per me se jeri t’avessi dato retta! Me

ne seguirono d’ogni razza! Che giornataccia! Il figliuolo m’ebbe

a rimanere sotto una carrozza; si conciò tutto, e trema sempre dal

rimescolamento; ho paura che mi s’ammali. La me’ donna si strappò il

vestito nuovo. Io non trovo la via di rimettermi a lavorare. Sarei

capace di andarmene a gironi[251] per passar la mattana.

— Vorresti pregiudicarti più che mai? Animo! a ogni cosa v’è il suo

rimedio. Coraggio! Una buona settimana di lavoro ripara a tutto. E

intanto, vien qua. Lo vedi questo zecchino? È tuo; lo guadagnai jersera

per te, lavorando a un banchiere che aveva mandato a cercarti. E’ mi

ha promesso il lavoro d’un forestiere, e ci combineremo per farlo a

mezzo. —

Maestro Simone gli buttò le braccia al collo; non voleva lo zecchino,

ma finalmente lo prese; fece proposito fermo di non mai più abbandonare

il lavoro pei passatempi frivoli e dannosi, e fu puntuale con sè

stesso.

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