III. — La vigilia dell’Epifania.[236]

Era la vigilia dell’Epifania, e in varie strade di Camaldoli vedevasi

un viavai di ragazzi e di giovinastri con torce e granate accese e

fumanti, e udivansi un tafferuglio, un risuonare di strane vociacce, un

rimbombare di stridule trombe, e per tutto conciliaboli e spauracchi,

quasi la sognata ribaldaglia delle streghe fosse venuta a trescare in

quel luogo.

— Stasera — diceva Gigi merciajo a un rivenditore nel chiudere la

bottega — stasera Camaldoli è divenuto proprio una casa del diavolo.

Ma anche tu, Cencio mio, mescolarti in queste ragazzate! Mi fa specie

davvero, che un uomo che ha moglie e figliuoli....

— Che cosa vuoi che ti dica? È un uso antico; vo dietro alla corrente

io. E poi non fanno la Befana anche quelli della Pergola?[237]

— E se non hanno giudizio loro, lo volete perdere anche voialtri?

E poi quello è uno stillo[238] de’ coristi per far quattrini o per

gozzovigliare a spese degli altri; e voi sciupate senza sugo que’ po’

di soldi che vi costano tanti sudori! Codesta granata per esempio, non

sarebbe meglio serbarla per dare una buona spazzata alla tua bottega?

E quel povero ragazzo del tuo figliuolo con quella tromba alla bocca

si logora i polmoni e va a rischio d’allentarsi. Un buon medico che

pratica molto per questi luoghi e vuol bene alla povera gente, mi

diceva che le chiassate delle rificolone e delle befane,[239] a motivo

dei fischi, degli urlacci e delle trombe, fanno venire l’ernia a una

quantità di persone....

— Tu dira’ bene; ma ormai sono in compagnia, ho promesso; e se manco,

domattina mi fanno martire.

— Perchè s’accorgeranno che hai avuto più giudizio di loro. Guarda che

premura stasera di mantenere le tue promesse! Fa’ a modo mio: o non

v’andare, o provati a dissuadere anche loro....

— Oh sì! e subito mi darebbero retta! Anderei a rischio d’essere

canzonato pel dì delle feste!

— E per fare una buon’azione tu hai paura delle beffe?

— Ormai ho pagato la mia crazia[240] ogni settimana per la spesa del

carro e della cena, e giacchè sono in ballo voglio ballare. Tanto, se

non ci vo, non mi rendono mica i quattrini.

— Meglio perderli e perdere la cena, che andare a rischio di capitar

male in cattiva compagnia, d’ubriacarsi, e qualche cosa di peggio!

Ecco! per le scioccherie i quattrini si trovano, e per farne buon

uso non si sanno mettere insieme. Se tu avessi portato quelle

craziuole[241] nella cassa di Risparmio; o se.... c’intendiamo....

— Oh, i conti addosso poi non li voglio! — E se ne va tutto stizzito,

serrando la bottega in fretta e furia, e correndo col figliuolo alla

bettola, dov’era un ritrovato di bighelloni per accompagnare la più

sciatta befana che mai fosse andata a zonzo per Camaldoli.

Intanto una povera tessitora, mamma senza cervello, rimpinzava di fave

cotte il corpicciuolo d’una sua bambinella di quattro o cinque anni,

dicendo: — Mangiane dell’altre, piccina mia, mangiane dell’altre, sennò

la befana stanotte viene a bucarti il corpo con lo stidione. E sai? non

servirebbe ch’i’ ti mettessi addosso il tagliere o l’asse del pane....

Le senti tu le trombe? Eccola, eccola! vieni alla finestra a vederla

passare.

— Mamma, ho paura!

— Vien via, grulla! Vedrai domani quante chicche vi saranno nella tua

calzina.[242] Oh! svoltano in via dell’Ariento.... Che peccato! Ma più

tardi passeranno anche di qui. Eh la Befana non manca!

— Che viene anche quando si dorme?

— Di buona ragione! Se tu vedessi! Col capo tutto imbacuccato, col viso

nero, zitta zitta, le braccia lunghe che non finiscono mai....

— Picchiano, mamma! — esclama la bambina tutta spaurita, acciuffandola

per la sottana.

— Animo! Che geate[243] son queste? Va’ a vedere chi è.

— Non mi lasciate al bujo! — e piangeva.

— Di che ha’ tu paura? della gatta ignuda? Chétati, o ti sculaccio. Se

ti sente la Befana! non ti porta nulla, o t’empie la calza di carboni

presi dal fondo dell’Inferno. Animo! vien meco. E ora? lo vedi? per

pigliarti in collo mi s’è spento il lume!

— E’ picchiano daccapo, sentite?

— Andiamo ad aprire.

— Al bujo?

— Oh, non sarà il Lupo mannaro,[244] nè lo Smisurato, nè l’Orco che

vengano a portarti via! —

La madre scende le scale con la bambina che trema come una foglia;

apre, ed è la vecchia Liberata che le chiede il piacere di un po’ di

fuoco pel veggio, dicendole: — Fatemela voi questa carità. Tutte le

botteghe sono chiuse, con questa miseria delle befane!

— Qua il veggio. Aspettatemi costì. Uh, questo veggio pesa che gli

spiomba! Che diascolo ci avete vo’ messo, maestrina?

— Un quattrin di brace, ed è pochina bene. A mala pena mi potrò

scaldare il letto, col vento che tira stasera. —

Mentre la Brigida, con la bambina in collo, mette il fuoco nel veggio

della vecchia: — Ecco fatto! — esclama — il fuoco s’attacca alla

paletta. Ci mancava ora che venisse questa strega a farmi restare

al bujo. Era meglio che la fosse andata a ballare co’ diavoli sotto

il noce, se la voleva scaldarsi bene. Vien vien, bambina, andiamo a

portarglielo subito questo benedetto veggio: il lume l’accenderò dopo;

non mi par vero di levarmela di torno. Ma sentite che peso! Scommetto

io che in questo veggiaccio vi sono tutti i denti della Versiera! —

Prima di scendere mette la granata alla finestra, e poi va all’uscio,

e non vede più la povera vecchia. — L’ho detto io? Era venuta a

stregarmi la figliuola! Vecchia perfidiosa! Ho messo la granata, e se

l’è battuta. Va’ via anche tu! — E scaraventato il veggio nel mezzo di

strada, fa un’usciata che ne tremano i vetri delle finestre, e torna su

con la bambina tramortita dalla paura.

La vecchierella, per timore d’esser buttata in terra da certi

scioperati che berciando e barcollando pigliavano tutta la strada e

non le avevano dato tempo di rifugiarsi nell’uscio, erasi rintanata nel

vicino chiassuolo per lasciarli passare. Poi studiato un ringraziamento

umile e cortese, perchè sapeva d’aver che fare con una donna bislacca

e piena d’ubbìe, esciva dal suo nascondiglio, quando udì lo scoppio

del veggio e il tonfo dell’uscio, e vide i cocci e la brace per

terra. Povera Liberata! quella sera le toccò a tremare dal freddo, e

a piangere il suo veggio che le costava molto, perchè era di quelli

impiombati.

La notte s’inoltra; comincia a piovere e a tirar vento. Quando il

fuoco s’attacca alla paletta, perchè il ferro tira l’umido, è segno di

pioggia.

Torna a casa il marito della Brigida; ha le traveggole e sta male in

gambe per essere andato anch’egli alla bettola a vuotare un fiasco ad

onore della Befana. Inciampa ne’ cocci del veggio, perde l’equilibrio,

stramazza per terra, e si spacca la testa. Il male non è grave, ma lo

strepito e gli urli e le disperazioni della Brigida mettono a soqquadro

la strada. Poi un litigio tra lei e il marito, e un rimescolamento

maggiore nella bambina. Allora la madre è più che mai persuasa che

la Liberata sia una strega, che abbia preso a perseguitarla, ed anche

prima di fasciare la testa al marito che grondava sangue, si confonde

a cercare nella cassa il ramo d’abeto per metterlo sulla soglia

dell’uscio.

Alle due dopo mezzanotte si sente gridare: — Al fuoco! al fuoco! Brucia

la bottega di Cencio rivenditore. — O ch’egli nella furia di chiuderla

avesse spento male il lume o lasciato il veggio col fuoco sempre acceso

accanto a’ suoi cenci, o che taluno avesse smorzato una torcia alle

bande mezzo imporrate, fatto è che la bottega bruciava davvero. Il

merciajo andando a letto tardi, perchè aveva voluto mettere in pari

la sua scrittura, sentì il puzzo del fumo e scoperse il fuoco. Avvisò

Cencio ed il vicinato, corse a chiamare le guardie del fuoco, dette

mano a spengere, vigilò ogni cosa perchè Cencio era sbalordito dal

vino e dalla paura; e presto cessò il pericolo, sebbene fosse grande, a

motivo del vento che trasportava le faville per tutto.

Il giorno dopo, un visibilio di congetture sulla cagione del

bruciamento; ma nessuno ne incolpò gli scompigli e le follìe originate

dal baccano della Befana.

La Brigida cominciò a mettere in campo la vecchia Liberata, sospettando

che essa sola fosse cagione di tutte queste disgrazie; e già tra

parecchie altre donnicciuole si bucinava non so che di fattucchierìe e

di stregature. Indi la figliuolina di quella sciagurata madre, per le

paure sofferte, per un’indigestione di fave, di confetti e di panforte,

s’ammalò, dette addietro in pochi giorni, e morì prima che fosse

chiamato il medico a visitarla, e dopo aver preso qualche sciagurato

intruglio di donnicciuole o di ciarlatani.

Allora ribollirono i sospetti contro la Liberata; le chiacchiere

si moltiplicarono; il vicinato incominciò a vedere di mal occhio, a

mortificare, a maltrattare la misera vecchierella, e la faccenda finì

al Commissario con piati e precetti e carcerazioni e spese e discordie.

Sicchè alla fine la Liberata, sebbene fosse stata difesa e assistita

da Gigi merciajo, vedendo che quella non era più aria per lei, con

santa rassegnazione lasciò la sua cameruccia e andò a ricoverarsi

nell’ospizio dei poveri; ma il merciajo non lasciò di andare a

visitarla tutte le domeniche, recandole quando una cosa quando l’altra

per conforto della sua tribolata vecchiaja.

Questo medesimo uomo caritatevole e savio, trovato nel suo bilancio

del mese un guadagno maggiore del solito, cancellò un debito stantìo

del rivenditore che era rimasto brullo[245] pel bruciamento, e gli donò

una cinquantina di lire per sostentare la famiglia finchè non si fosse

riavuto. Cencio lo ringraziava di tanta carità; ma il merciajo: — Non

voglio ringraziamenti — gli disse. — Tu mi devi soltanto promettere

di badar meglio a’ fatti tuoi, e soprattutto nella vigilia di

_Befanìa_. —

Racconti popolari · 第 17 / 35 题