Era la vigilia dell’Epifania, e in varie strade di Camaldoli vedevasi
un viavai di ragazzi e di giovinastri con torce e granate accese e
fumanti, e udivansi un tafferuglio, un risuonare di strane vociacce, un
rimbombare di stridule trombe, e per tutto conciliaboli e spauracchi,
quasi la sognata ribaldaglia delle streghe fosse venuta a trescare in
quel luogo.
— Stasera — diceva Gigi merciajo a un rivenditore nel chiudere la
bottega — stasera Camaldoli è divenuto proprio una casa del diavolo.
Ma anche tu, Cencio mio, mescolarti in queste ragazzate! Mi fa specie
davvero, che un uomo che ha moglie e figliuoli....
— Che cosa vuoi che ti dica? È un uso antico; vo dietro alla corrente
io. E poi non fanno la Befana anche quelli della Pergola?[237]
— E se non hanno giudizio loro, lo volete perdere anche voialtri?
E poi quello è uno stillo[238] de’ coristi per far quattrini o per
gozzovigliare a spese degli altri; e voi sciupate senza sugo que’ po’
di soldi che vi costano tanti sudori! Codesta granata per esempio, non
sarebbe meglio serbarla per dare una buona spazzata alla tua bottega?
E quel povero ragazzo del tuo figliuolo con quella tromba alla bocca
si logora i polmoni e va a rischio d’allentarsi. Un buon medico che
pratica molto per questi luoghi e vuol bene alla povera gente, mi
diceva che le chiassate delle rificolone e delle befane,[239] a motivo
dei fischi, degli urlacci e delle trombe, fanno venire l’ernia a una
quantità di persone....
— Tu dira’ bene; ma ormai sono in compagnia, ho promesso; e se manco,
domattina mi fanno martire.
— Perchè s’accorgeranno che hai avuto più giudizio di loro. Guarda che
premura stasera di mantenere le tue promesse! Fa’ a modo mio: o non
v’andare, o provati a dissuadere anche loro....
— Oh sì! e subito mi darebbero retta! Anderei a rischio d’essere
canzonato pel dì delle feste!
— E per fare una buon’azione tu hai paura delle beffe?
— Ormai ho pagato la mia crazia[240] ogni settimana per la spesa del
carro e della cena, e giacchè sono in ballo voglio ballare. Tanto, se
non ci vo, non mi rendono mica i quattrini.
— Meglio perderli e perdere la cena, che andare a rischio di capitar
male in cattiva compagnia, d’ubriacarsi, e qualche cosa di peggio!
Ecco! per le scioccherie i quattrini si trovano, e per farne buon
uso non si sanno mettere insieme. Se tu avessi portato quelle
craziuole[241] nella cassa di Risparmio; o se.... c’intendiamo....
— Oh, i conti addosso poi non li voglio! — E se ne va tutto stizzito,
serrando la bottega in fretta e furia, e correndo col figliuolo alla
bettola, dov’era un ritrovato di bighelloni per accompagnare la più
sciatta befana che mai fosse andata a zonzo per Camaldoli.
Intanto una povera tessitora, mamma senza cervello, rimpinzava di fave
cotte il corpicciuolo d’una sua bambinella di quattro o cinque anni,
dicendo: — Mangiane dell’altre, piccina mia, mangiane dell’altre, sennò
la befana stanotte viene a bucarti il corpo con lo stidione. E sai? non
servirebbe ch’i’ ti mettessi addosso il tagliere o l’asse del pane....
Le senti tu le trombe? Eccola, eccola! vieni alla finestra a vederla
passare.
— Mamma, ho paura!
— Vien via, grulla! Vedrai domani quante chicche vi saranno nella tua
calzina.[242] Oh! svoltano in via dell’Ariento.... Che peccato! Ma più
tardi passeranno anche di qui. Eh la Befana non manca!
— Che viene anche quando si dorme?
— Di buona ragione! Se tu vedessi! Col capo tutto imbacuccato, col viso
nero, zitta zitta, le braccia lunghe che non finiscono mai....
— Picchiano, mamma! — esclama la bambina tutta spaurita, acciuffandola
per la sottana.
— Animo! Che geate[243] son queste? Va’ a vedere chi è.
— Non mi lasciate al bujo! — e piangeva.
— Di che ha’ tu paura? della gatta ignuda? Chétati, o ti sculaccio. Se
ti sente la Befana! non ti porta nulla, o t’empie la calza di carboni
presi dal fondo dell’Inferno. Animo! vien meco. E ora? lo vedi? per
pigliarti in collo mi s’è spento il lume!
— E’ picchiano daccapo, sentite?
— Andiamo ad aprire.
— Al bujo?
— Oh, non sarà il Lupo mannaro,[244] nè lo Smisurato, nè l’Orco che
vengano a portarti via! —
La madre scende le scale con la bambina che trema come una foglia;
apre, ed è la vecchia Liberata che le chiede il piacere di un po’ di
fuoco pel veggio, dicendole: — Fatemela voi questa carità. Tutte le
botteghe sono chiuse, con questa miseria delle befane!
— Qua il veggio. Aspettatemi costì. Uh, questo veggio pesa che gli
spiomba! Che diascolo ci avete vo’ messo, maestrina?
— Un quattrin di brace, ed è pochina bene. A mala pena mi potrò
scaldare il letto, col vento che tira stasera. —
Mentre la Brigida, con la bambina in collo, mette il fuoco nel veggio
della vecchia: — Ecco fatto! — esclama — il fuoco s’attacca alla
paletta. Ci mancava ora che venisse questa strega a farmi restare
al bujo. Era meglio che la fosse andata a ballare co’ diavoli sotto
il noce, se la voleva scaldarsi bene. Vien vien, bambina, andiamo a
portarglielo subito questo benedetto veggio: il lume l’accenderò dopo;
non mi par vero di levarmela di torno. Ma sentite che peso! Scommetto
io che in questo veggiaccio vi sono tutti i denti della Versiera! —
Prima di scendere mette la granata alla finestra, e poi va all’uscio,
e non vede più la povera vecchia. — L’ho detto io? Era venuta a
stregarmi la figliuola! Vecchia perfidiosa! Ho messo la granata, e se
l’è battuta. Va’ via anche tu! — E scaraventato il veggio nel mezzo di
strada, fa un’usciata che ne tremano i vetri delle finestre, e torna su
con la bambina tramortita dalla paura.
La vecchierella, per timore d’esser buttata in terra da certi
scioperati che berciando e barcollando pigliavano tutta la strada e
non le avevano dato tempo di rifugiarsi nell’uscio, erasi rintanata nel
vicino chiassuolo per lasciarli passare. Poi studiato un ringraziamento
umile e cortese, perchè sapeva d’aver che fare con una donna bislacca
e piena d’ubbìe, esciva dal suo nascondiglio, quando udì lo scoppio
del veggio e il tonfo dell’uscio, e vide i cocci e la brace per
terra. Povera Liberata! quella sera le toccò a tremare dal freddo, e
a piangere il suo veggio che le costava molto, perchè era di quelli
impiombati.
La notte s’inoltra; comincia a piovere e a tirar vento. Quando il
fuoco s’attacca alla paletta, perchè il ferro tira l’umido, è segno di
pioggia.
Torna a casa il marito della Brigida; ha le traveggole e sta male in
gambe per essere andato anch’egli alla bettola a vuotare un fiasco ad
onore della Befana. Inciampa ne’ cocci del veggio, perde l’equilibrio,
stramazza per terra, e si spacca la testa. Il male non è grave, ma lo
strepito e gli urli e le disperazioni della Brigida mettono a soqquadro
la strada. Poi un litigio tra lei e il marito, e un rimescolamento
maggiore nella bambina. Allora la madre è più che mai persuasa che
la Liberata sia una strega, che abbia preso a perseguitarla, ed anche
prima di fasciare la testa al marito che grondava sangue, si confonde
a cercare nella cassa il ramo d’abeto per metterlo sulla soglia
dell’uscio.
Alle due dopo mezzanotte si sente gridare: — Al fuoco! al fuoco! Brucia
la bottega di Cencio rivenditore. — O ch’egli nella furia di chiuderla
avesse spento male il lume o lasciato il veggio col fuoco sempre acceso
accanto a’ suoi cenci, o che taluno avesse smorzato una torcia alle
bande mezzo imporrate, fatto è che la bottega bruciava davvero. Il
merciajo andando a letto tardi, perchè aveva voluto mettere in pari
la sua scrittura, sentì il puzzo del fumo e scoperse il fuoco. Avvisò
Cencio ed il vicinato, corse a chiamare le guardie del fuoco, dette
mano a spengere, vigilò ogni cosa perchè Cencio era sbalordito dal
vino e dalla paura; e presto cessò il pericolo, sebbene fosse grande, a
motivo del vento che trasportava le faville per tutto.
Il giorno dopo, un visibilio di congetture sulla cagione del
bruciamento; ma nessuno ne incolpò gli scompigli e le follìe originate
dal baccano della Befana.
La Brigida cominciò a mettere in campo la vecchia Liberata, sospettando
che essa sola fosse cagione di tutte queste disgrazie; e già tra
parecchie altre donnicciuole si bucinava non so che di fattucchierìe e
di stregature. Indi la figliuolina di quella sciagurata madre, per le
paure sofferte, per un’indigestione di fave, di confetti e di panforte,
s’ammalò, dette addietro in pochi giorni, e morì prima che fosse
chiamato il medico a visitarla, e dopo aver preso qualche sciagurato
intruglio di donnicciuole o di ciarlatani.
Allora ribollirono i sospetti contro la Liberata; le chiacchiere
si moltiplicarono; il vicinato incominciò a vedere di mal occhio, a
mortificare, a maltrattare la misera vecchierella, e la faccenda finì
al Commissario con piati e precetti e carcerazioni e spese e discordie.
Sicchè alla fine la Liberata, sebbene fosse stata difesa e assistita
da Gigi merciajo, vedendo che quella non era più aria per lei, con
santa rassegnazione lasciò la sua cameruccia e andò a ricoverarsi
nell’ospizio dei poveri; ma il merciajo non lasciò di andare a
visitarla tutte le domeniche, recandole quando una cosa quando l’altra
per conforto della sua tribolata vecchiaja.
Questo medesimo uomo caritatevole e savio, trovato nel suo bilancio
del mese un guadagno maggiore del solito, cancellò un debito stantìo
del rivenditore che era rimasto brullo[245] pel bruciamento, e gli donò
una cinquantina di lire per sostentare la famiglia finchè non si fosse
riavuto. Cencio lo ringraziava di tanta carità; ma il merciajo: — Non
voglio ringraziamenti — gli disse. — Tu mi devi soltanto promettere
di badar meglio a’ fatti tuoi, e soprattutto nella vigilia di
_Befanìa_. —