Uno de’ primi regali del ricco straniero fu la festa di ballo

in maschera con apparecchio d’inaudito sfarzo, con profusione di

rinfreschi e di vivande, e con larghissimo invito. Già gli sfaccendati

che erano accorsi a strisciargli la riverenza avevano ammirato

le sue carrozze, le magnifiche pariglie, i tanti servi riccamente

vestiti, il perpetuo va e vieni di signori, di negozianti, d’artefici

al suo palazzo; i parassiti più allupati con la consuma in corpo e

l’acquolina in bocca,[93] i più solleciti ad apparecchiare su tutte le

prode, facevano la posta ai cuochi sul canto di mercato, e ronzavano

leccandosi le basette[94] intorno alle finestre della cucina, tirati

dall’odore come i corvi alla Sardinga;[95] e insomma il negozio[96] di

quella festa faceva strepito dappertutto, ed era la più valida ragione

messa fuori da alcuni per dare ad intendere che la città ricavava

gran guadagno dall’oro de’ forestieri. Ma le spese fatte per insulsi

godimenti e per ogni altra cosa superflua non accrescono la ricchezza

d’un paese, poichè allora si tratta per lo più di consumare senza

conclusione, vale a dire senza riprodurre. Lasciamo stare i danni

che dai lucri troppo facili e inaspettati derivano spesso alla morale

degli artigiani, quando non tutti resistono alla tentazione di abusare

della larghezza di chi spende, assuefacendosi così alla malafede, e

sdegnando poi le mercedi moderate secondo giustizia; e alcuni dopo

le furie d’un lavoro abborracciato e ricompensato profumatamente,

s’infingardiscono, scialacquano, e in poco tempo, o con desiderj

smoderati o con svaghi intemperanti, sciupano il loro guadagno;

lasciamo stare il mal esempio che i dissipatori vanno seminando col

lusso sfrenato, con le mollezze fatte palesi a chi deve scoprirne per

necessità del mestiere tutti i segreti; lasciamo stare l’insolente

arroganza di chi ha il solo merito del denaro in casa d’altri, chè

spesso ricchezza e sopruso sono fratelli. Ma pigliando solamente ad

esaminare l’uso materiale della ricchezza, vedete prima quanto tempo

perduto in opere infruttifere da chi si diverte a quel modo, e da chi

deve preparare que’ divertimenti! E il tempo è il capitale che ha più

valore di tutti gli altri. A ogni modo i mestieranti lavorano, voi

dite, e saranno pagati; ma dal lavoro che hanno fatto, che costrutto

ne ricava il paese? Un bel vestito che pe’ suoi guarnimenti avrà

richiesto tre o quattro giornate di lavoro, e che dopo la festa di

ballo non è più portabile, gioverà egli alla prosperità dell’industria

quanto un arnese perfezionato per qualche manifattura utile a tutti?

Le torme de’ servitori guadagnano e consumano; ma il tempo speso nello

stare in un’anticamera o dietro una carrozza, e le forze adoperate per

lisciare uomini, bestie, legni e pavimenti, producono certamente meno

del tempo e delle forze che il contadino spende nel lavoro della terra.

I molti cavalli destinati a trascinare un uomo solo danno guadagno

ai mezzani e ai mercanti che li vendono; ma le loro forze, giacchè,

povere bestie, sono condannate a servirci, darebbero qualche utilità,

quando piuttosto fossero moderatamente usate a movere una macchina.

Nella stalla d’un ozioso vi saranno più pariglie ben pasciute e oziose

come il padrone, mentre un povero somaro scoppierà dalla fatica sul

podere lontano, perchè il contadino che ci somministra il vitto non può

mantenere altro che un povero somaro. Le carni, le droghe, i condimenti

comperati per apparecchiare un sontuoso banchetto impinguano le casse

de’ macellari, de’ negozianti, de’ pizzicagnoli; ma dopo molto strazio

di roba per rendere più squisiti i sapori e più sostanziosi i sughi,

ne escono pochi intingoli da stuzzicare un tardo appetito, e il resto

satolla l’ingordigia dell’ozio subalterno, o va nelle fogne; mentre

una povera madre non potrà allattar bene il figliuolo per mancanza di

nutrimento sano, o l’infermo in uno squallido tugurio morirà senza che

una stilla di gelatina abbia potuto bagnarli le labbra riarse. Ecco

là un branco di cani ben cibati e bene alloggiati: che ci danno forse

la lana come le pecore?... Dunque su questa terra non vi sono più

poveri, e potremo moltiplicare senza bisogno le razze degli animali che

non producono nulla, e dare ad essi il pane e le carni avanzate alle

mense? Ah! finchè le migliaja patiranno la fame ed il freddo, finchè

non sapremo procacciare il lavoro a chi lo chiede, o educare al lavoro

chi vi repugna, i godimenti superflui e l’impiego dei capitali in que’

godimenti saranno spese contrarie alla prosperità d’un paese, perchè,

dopo aver somministrato un guadagno passeggiero, inaridiscono la

sorgente de’ salari. Il cattivo uso della ricchezza è sempre un delitto

contro l’umana famiglia e contro la Provvidenza divina.

Intanto e pel forestiere che dava la festa, e pel suo corteggio e per

gl’invitati padroni e servitori, i negozianti, le sarte, le crestaje

si prepararono a far conti e a segnare spese e fatture su’ libri;

gli usurai levarono da’ nascondigli i loro sacchetti per imprestar

quattrini col pegno in mano e con mallevadoria più che sicura a chi ne

avesse bisogno; e un visibilio di salari, d’elemosine, di pensioni, di

lavori campestri, e via discorrendo, rimasero arretrati, perchè tutti

non possono fare due spese in una volta; e poi, cava e non metti ogni

gran monte scema. Lo credereste? anche Cintio che aveva già tuffato il

romajòlo in quel calderone, e sperava a suo tempo maggiori bocconi,[97]

anche Cintio trovò il modo di condurre a una festa di ballo la povera

tessitorina.

I subalterni di seconda tinta, quelli senza titolo di barone o di

cavaliere, servi anch’essi del ricco forestiere, ma non di camera nè di

stalla, gente insomma di confidenza minuta, senza nome e giornaliera,

avendo non poco braccio nelle faccende di quella baraonda, vollero dare

una festa anche per loro e pei loro amici. Presero a pigione la sala

d’una locanda, e l’addobbarono con lusso; dipoi una bell’orchestra,

uno squisito banchetto, e suono a raccolta di tutto il fiore del

servitorame. Cintio fu tra’ primi e de’ più desiderati, perchè valente

ballerino e perchè aveva da condurre una bella compagna. Così la Maria,

già da lui istruita nel _valzer_ e nella quadriglia, avrebbe potuto

una volta sfogarsi. Ma al solito, bisognava che la non fosse da meno

delle altre nell’eleganza del vestiario; e questa volta mancava la

vincita dell’ambo. S’erano industriati, è vero, e coi numeri della

gogna,[98] e con quelli de’ più accreditati autori di cabale, e col

libro de’ sogni, e con le visitine alla piazza del Carmine[99], e con

le fattucchierie, e coi denari presi dall’usurajo bacchettone, ma non

poterono cavar costrutto da nulla. Che cosa si stilla? Nè la sarta nè

la crestaja voglion più fare a credenza. Inoltre la ragazza non sarebbe

andata alla festa senza la compagnia della mamma, e così cresceva la

spesa per mettere in ghingheri anche la vecchia. Cintio ebbe un bel

dire, e portare esempi e stampar compensi; la Maria in questo tenne

fermo. Pur troppo una benda funesta le s’era messa davanti agli occhi

da un pezzo! Ma il naturale sentimento della propria onestà le incuteva

sempre un utile ritegno, mantenuto anche dalla presenza de’ virtuosi

pigionali, da quella generosa compassione di chi non cova rancore

nè pensa a vendicarsi delle ingiurie, ma invece, se non può far di

meglio, le dimentica e le perdona; di chi non mortifica con disprezzo,

nè ammonisce con presunzione i traviati, ma piuttosto li richiama

e li commove con l’esempio. La virtù dell’Anna era per la Maria un

modello divenuto ormai troppo difficile ad imitare; ma avendolo sempre

davanti, non poteva fare a meno di conoscerne la bellezza. Così il

rozzo montanaro, che anch’esso ha avuto dalla natura occhi e affetto

per ammirare la perfezione delle sue opere, sebbene gli manchi l’arte

per ricopiarle, pur le contempla volentieri sulle tele e ne’ marmi, e

gode in segreto che altri ve le abbia sapute ritrarre sì bene. Forse

talvolta la Maria tornata in sè con lucido intervallo, ponendo il

proprio stato a paragone di quello dell’Anna, e travedendo i pericoli

a’ quali era esposta, si sarà abbandonata a quello scoraggiamento

che ci fa dire: — Ormai non v’è rimedio; non si torna più indietro;

nasca quel che sa nascere,[100] i’ voglio andar sino in fondo; — ma

a vedere che i pigionali incontrandola a caso, non la scansavano con

dispetto sprezzante nè con alterigia, le tornava allora un po’ di

forza per cercare di ravvedersi. Spesso l’intolleranza che pretende

distruggere il vizio a furia di flagelli non produce altro che dispetto

e ostinazione, come quel maestro di scuola che volendo educare con la

sferza i discepoli, provoca l’audacia ribellantesi apertamente contro

ogni legge, o suscita l’ipocrisia peggior d’ogni vizio. Ma invece,

quante volte un colpevole, volgendo lo sguardo, nella quiete d’una

notte serena, alle maraviglie del firmamento, si sarà inginocchiato

da sè nella polvere per adorare uno Dio misericordioso, e chiedergli

perdono con le lacrime del contrito!

Nondimeno il parrucchiere venne a capo di far fare alla Maria e

alla Lisabetta un altro passo falso. La vecchia aveva ancora un

vezzo di perle scaramazze,[101] il miglior capo del suo corredo, il

solo assegnamento che le fosse rimasto per dare un po’ di dote alla

figliuola. Cintio lo sapeva, e cominciò a dire che le perle non usavano

più, che quelle essendo così disunite e anche giallognole, non erano

da mettersi al collo d’una sposa giovane, d’una sposa cittadina; che

quanto a lui sarebbe stato inutile di serbarle;.... e, per fare il

discorso corto, quel vezzo fu bacchettato nell’atto, e convertito in

tante calìe[102] nè più nè meno come i quattrini dell’ambo.

Così la vigilia della festa la fanciulla era all’ordine per andarvi

abbigliata di tutto punto, quand’ecco un altr’inciampo inaspettato;

perchè la Lisabetta, che già pativa d’alcuni dolorucci reumatici,

peggiorò a un tratto per la rigidezza della stagione, e in guisa da non

potersi reggere in gambe. Allora la ciarla del parrucchiere fece nuovi

sforzi per ismovere la Maria dal proposito di restare in casa.

— Non dobbiamo noi essere marito e moglie? Per una volta, che male sarà

uscir fuori senza lo strascico[102a] della mamma? Riguardatevi, Lisabetta,

riguardatevi a questi stridori di freddo. Io.... come si fa egli? Ormai

ho promesso. No’ abbiamo speso.... Voi non avete bisogno di nulla;

basta che stiate calda; domani non sarà altro. —

E seguitando di questo passo, egli arrivò perfino alle minacce di

piantar la ragazza, se non facevano a modo suo. Che cosa volete ch’i’

vi dica? A queste minaccie la povera vecchia s’arrese, e gli sposi

andarono da sè soli.

Per la Maria, che non aveva mai veduto una festa di ballo in una gran

sala, con profusione di addobbi, di lumi, di rinfreschi, tra una matta

allegria, in mezzo allo strepito dell’orchestra, poco ci volle perchè

si abbandonasse tutta al suo brio spensierato. Cintio a metter su e

dirigere le quadriglie, ballerino agile, elegante, fanatico, faceva

la prima figura tra i giovani; e pensate voi se mancarono adulazioni

a lei, sempre bella, in gran gala, pettinata stupendamente dalle mani

di Cintio, e presto sfranchita nel ballo per la sveltezza e la grazia

del personale! Quella festa e quella gozzoviglia durarono fino a

tardi; gli sposi furono degli ultimi a uscire; e la Maria, che per la

novità dello svago non aveva potuto scorgere quanta licenza vi fosse,

andò via desiderando nell’anima che le si desse presto l’occasione di

ritornarvi.

Ragionando lietamente di ciò che avevano visto e di quanto s’erano

divertiti, giunsero sul Prato, apersero l’uscio, salirono le scale, e

costì fecero adagio per non isvegliare la vecchia, immaginandosi

che fosse a letto. Ma appena messo piede sulla soglia, sentirono una

zaffata puzzolente che pareva sito di cenci bruciati. Ratta la Maria

corre in camera: un denso fumo annebbiava la fiaccolina del lume a

mano: il fetore mozzava il fiato. — Vergine santa! Dov’è la

mamma? — La povera vecchia era sdrajata sopra una seggiola, era

basita[103] da quel fumo, da quella peste.[104] Guardano meglio,

e s’avvedono che il veggio aveva dato fuoco alla sottana, e su su,

fino a bruciare le carni. Il riscontro dell’uscio aperto fece

rilevare la fiamma! La Maria, forsennata, perso il lume degli occhi,

tremando tutta, si dà a scoter la mamma e a urlare quanto n’avea

nella canna:

— Oh Dio! è morta! —

A quelle grida i pigionali si svegliano, e senza metter tempo in mezzo

scendono giù. Per buona sorte v’era anche Michele. Vista la disgrazia,

manda l’Anna a prendere olio, lardo, cotone; fa correr Cintio in cerca

d’un medico, e insieme col babbo si mette a spogliare, e a stracciare

le vesti di dosso alla vecchia; poi sdruce la materassa, per adoperarne

in compenso la lana, e versato sulla carne l’olio del lume a mano,

comincia a ungere e a coprire le bruciature; piglia il cotone del

baulino dove pochi giorni avanti stava il vezzo di perle, poi adopera

quello che l’Anna era corsa a prendere in casa, e prosegue a spalmare

con olio e con lardo e a metter cotone finchè bisogna. Allora fece

aprir la finestra, e la sventurata incominciò a dar segno di vita.

L’Anna assisteva la Maria, che pel disperato dolore s’era svenuta. Il

medico venne subito, esaminò lo stato della malata, conobbe che Michele

aveva fatto quel meglio che si poteva; ma ci volle anche una cavata

di sangue. Dopo due ore di terribile ansietà, poterono avere un po’ di

speranza. Ma le bruciature erano affondate e si distendevano per tutta

la gamba e fin sopra il ginocchio. Se il soccorso avesse indugiato, chi

sa? e’ l’avrebbero trovata stecchita. Dopo la partenza del medico la

Maria sciolse un pianto dirotto e convulso, e ci volle tutta la pietosa

misericordia dell’Anna per racchetarla. Cintio se n’andò avvilito e

confuso. Maestro Cecco e Michele vegliarono in sala tutto il rimanente

di quella notte, e l’Anna non uscì di camera.

La medicatura richiedeva molta diligenza e molta pratica, e la

guardaroba ben provvista. Michele esperto infermiere si pose

spontaneamente ad ajutare il medico; e l’Anna.... Che cosa volete? le

cencerìe[105] di moda che la Maria possedeva non erano neanche buone

per far le fasce; e avendo strutto nel lusso tutti i quattrini, non le

era riuscito ancora di mettere insieme un correduccio di biancheria;

sicchè l’Anna che lo aveva bell’e preparato da un pezzo, chiese e

ottenne dal babbo il permesso di adoperarlo in servizio della povera

Lisabetta. Allora dovè rifarsi da una parte, e ogni giorno bisognava

dar sotto a qualche capo di roba; ogni giorno la Maria, maravigliata di

tanta generosità, diceva e diceva.

— Ma zitta! — rispondeva l’Anna, — non ci pensare; lo fo volontieri,

sai? Non siamo amiche? non siamo prossimo? Sì, quando potrai, penseremo

a rimettere in essere il consumato. Po’ poi tu avresti fatto lo stesso

con me.... —

E maestro Cecco e Michele ripetevano su per giù le medesime cose, con

quella sincera benevolenza che non umilia chi ha bisogno del soccorso

degli altri.

Ma alla mancanza di guadagno per aver trasandato il lavoro, alla

pigione, ai debiti.... a tutto questo i pigionali non potevano

riparare. Allora Cintio, che non sapeva più dove si battere il capo,

consigliò la Maria a mettere in ipoteca que’ ciondoli di valore che

erano stati comperati a contanti. Un usurajo de’ più sordidi fu subito

pronto, uno di quelli che appena si contentano di prendere un quattrino

il giorno sopra ogni francescone,[106] prestando la quarta parte del

valsente del pegno, e facendo anche con orribile sacrilegio qualche pia

invocazione, per battezzare quale atto di carità l’assassinio. Portati

a costui gli orecchini, la collana, gli smanigli, a stento s’appagò di

quelle minuzzaglie costose per la fattura e di poco valore intrinseco;

ma lo scioperato parrucchiere stretto dal bisogno si lasciò sgozzar

dall’usura come chi piglia un cavallo morto oggi per rendere un barbero

a San Giovanni.[107] Così la Maria si trovò presto spogliata, e quasi

senza costrutto, di tutte quelle cose che non s’addicevano al suo

stato. Ma questo non le importava, purchè la mamma guarisse. E infatti

per le sue cure e per quelle de’ pigionali, la povera vecchia a poco a

poco si riebbe e andò migliorando.

Intanto s’appressava quel giorno nero in cui non vi sarebbe più stato

nulla da mettere in pegno; e per soprappiù era imminente il mese della

pigione. Cintio, curandosi poco di queste angustie, faceva l’uomo

franco, e al solito metteva in campo la sue speranze spallate[108] per

tirare in lungo più che e’ poteva. Ma le chiacchiere e le apparenze

co’ padroni di casa non contan nulla; e appunto avevano da fare con

un uomo che già li minacciava di spogliarli di tutto, e di non aver

compassione della povera vecchia inferma, pur di non perdere neanche

un picciolo: sicchè o l’anticipato o la disdetta. L’Anna se ne accorse,

ne tenne discorso col babbo e col fratello, i quali erano pronti a fare

tutto quel bene che avessero potuto, e poi trovatasi da sola a sola con

l’amica:

— Maria, — le disse — tu m’avevi dato parola di confidarmi ogni

cosa; ma ho paura che tu non voglia farlo quando sarebbe forse più

necessario. No’ siamo amiche; le disgrazie non fanno vergogna....

— Credi tu ch’i’ non m’accorga che le mie son disgrazie meritate?

— Diciamo che sia vero, benchè i’ direi più che altro che fosse colpa

di poca esperienza; ma questi discorsi ora non ci hanno che fare.

A ogni modo, se vi fu inconsideratezza tu l’hai scontata cara anche

troppo. Ora vien qui, torniamo a quel ch’i’ dicevo dianzi. Vuo’ tu

confidarmi?.... O piuttosto, hai tu gli assegnamenti per pagare la

pigione? Scusa.... non te n’offendere; sa’ tu dove rivolgerti se mai ti

mancassero? —

La Maria si diede a piangere, senza poter mettere assieme quattro

parole di risposta. L’altra, confortandola, aspettò un poco; e alla

fine:

— Sta’ quieta; domani il babbo va a pagare la pigione per sè, e ha

già pensato per quella via di far un viaggio e due servizi col levarvi

questo pensiero. Poi, a vostro comodo, senza stare a dire nè quando nè

come....

— Ma questo è troppo! — esclamò allora con trasporto di tenerezza

la Maria; — dopo tanti benefizi pagarci anche la pigione! Piuttosto,

ecco fatto, ajutatemi a cavar dalle mani dell’ipotecario quelle po’ di

gioje, giacchè i’ voglio credere che a venderle vi sia da ricavare....

— Bada, Maria, i’ ho sentito sempre dire che quando si va a vendere

certe cose col bisogno alle spalle, e’ si perde ranno e sapone.[109]

E poi non ci pensar più, non ti confondere con l’ipotecario, scordati

del passato. Oh quanto pagherei a rivederti, come quando si diventò

pigionali col tuo vestito di rigatino, attenta al telajo, senza

metterti dintorno quello che non ci conviene! E’ si pena poco:[110]

un fiore costa un quattrino, ma non sta bene a tutti. Per me tu sei

la medesima d’allora, e io ti vo’ bene come prima; e quand’i’ ti veggo

afflitta non ti so dire se ci patisco; ma credilo! se tu hai perduto la

pace, la contentezza, io la do a quella smania.... tu m’intendi. E sai?

A non sapersene liberare v’è anche il pericolo di sentirsi tirar fuori

cattivo nome. —

A questo discorso la Maria fu tanto commossa, che non potette fare a

meno d’abbracciare l’amica esclamando:

— Tu dici bene! la m’era venuta anche a me quest’idea; mi mancava il

coraggio; tu me l’hai dato! —

E corse alla cassa, frugò in fondo sotto un fagotto di cenciucci,

bellini all’occhio ma tutta tela di ragno, e cavò fuori il vestito di

rigatino, dimenticato laggiù per tanto tempo.

— Sì, — diceva — con questo mi sentirò meglio. E’ mi par d’essere

un’altra; questo, sempre questo! Benedetta te, che non hai messo da

parte il rigatino! —

E si stringeva al seno quel modesto vestito, come si farebbe d’una cara

persona che non si fosse rivista da qualche anno. Ma nello scoterlo

cadde in terra un libricciòlo che v’era tramezzo. La Maria non seppe

raccapezzare a un tratto che cosa fosse, e andava per raccattarlo;

quando, riconosciutolo, e fatto il viso di mille colori, si rattenne

stupefatta e quasi paurosa.

— È un libriccino.... — diceva l’Anna, — lo raccatterò io. —

E lo prese, e guardatolo bene, capì il motivo di quella temenza.

Michele, sui primi tempi che furono pigionali, lo aveva letto alle

ragazze, ed era tanto piaciuto alla Maria, ch’esso glielo aveva

regalato.

— Prendilo, è tuo; perchè non t’arrischi?

— Oh avess’io dato retta, — e si copriva il volto con le mani, —

avess’io dato retta agli avvertimenti che sono in cotesto libro! Ma!

gli andò in dimenticanza con quel vestito! Mi sta il dovere.

— Tu se’ sempre a tempo. Rileggilo; rileggiamolo insieme. E ricordati

che ad ogni cosa c’è il su’ rimedio. Eccolo qui; i’ lo poso sul

vestito: gli stanno bene assieme. Su quel che ho detto dianzi ci siamo

intese. Il babbo penserà a tutto. Ora poi tu mi devi fare un servizio.

Il mercante m’ha messo furia per la tela, e io avrei da cucir subito

una mezza dozzina di camicie da donna. I’ non ho potuto dir di no.

Figurati: e’ m’hanno fin dato i quattrini anticipati per obbligarmi a

pigliarle. Tu non hai nulla in telajo, la mamma sta benino.... E poi,

per queste non v’è tanta furia. Dunque intanto poss’io far capitale di

te?

— Che discorsi! Ma i’ ho paura di non esser capace....

— Eh via! Che son le prime? Tu cuci veramente bene!

— Le saranno di suggezione....

— No; una cucitura liscia liscia.... Da donna, tu puoi considerare.

Anzi le sono bell’e tagliate. Or ora te le porto giù. Eccoti intanto i

quattrini della fattura.

— No davvero! Vi sarà tempo.

— Quest’è bella! I’ gli ho avuti; il lavoro lo fai tu; dunque son tuoi.

Animo! E più qua, se t’avanzerà tempo, ce ne saranno dell’altre. Addio.

— E se n’andò frettolosa, posando i quattrini sul pancone[111] del

telajo, senza lasciarle il tempo di ringraziarla.

La Maria, rimasta sola, benedì quell’angiolo, benedì la Provvidenza che

per sua mano le mandava lavoro e un guadagno propriamente opportuno;

e poi si messe addosso il vestito di rigatino, prese in mano quel

libricciòlo, e s’inginocchiò a piè del letto. Le parole, i conforti e i

soccorsi dell’amica, il distacco da quelle vanità che l’avevano fatta

traviare, e più che altro la contrizione di cuore, le fecero tanto

bene, che le parve proprio d’esser rinata. Poco dopo l’Anna riscese

con le camicie tagliate, e trovandola con quel vestito e col volto più

sereno:

— Così va bene, — le disse — quando c’è il coraggio, c’è ogni cosa....

— In questo mentre sentiron gente che saliva le scale. Tutt’e due

riconobbero il passo; l’Anna, senza turbarsi:

— Ti lascio, perchè ho da fare — e andò via; l’altra sospirando non

ebbe ardire di trattenerla; fece due passi verso l’uscio, e si trovò

Cintio a fronte.

— Che novità è ella questa? Così presto non t’aspettavo davvero!

— Chi è uscito di qui?

— Tu puoi figurartelo!

— E chi t’ha messo in capo di ripigliare il rigatino? Perchè venir

fuori con quest’anticaglia?

— Così non l’avessi lasciato mai!

— Ho capito! Or ora anche il casacchino e la rete, — e scosse il capo

con un sorriso dispettoso e maligno.

— Del resto, la novità.... Ma ormai pur troppo l’è cosa vecchia. Quel

figuro del padron di casa è duro come un masso. Non vuole aspettar

nemmeno qualche giorno di più. Pochi giorni bastavano, perchè tra pochi

giorni!...

— Oh! tra pochi giorni più panìco o meno uccelli![112]

— Che c’è di nuovo?

— Tu lo saprai allora; ma intanto, bisognerebbe vedere di rimediarla in

tutt’i modi. Voglio parlare a tua madre.

— La dorme.

— Dov’è quel libro?

— Che libro?

— Il libro de’ sogni, non mi capisci?

— Cintio, non ti rovinar più che mai; affidati piuttosto nella

Provvidenza....

— Sì! la ti calerà il panierino co’ quattrini bell’e involtati in una

foglia di fico. L’è una bella parola la Provvidenza!

— Per amor del Cielo, non dir resìe![113]

— Con quell’omaccio non c’è Provvidenza che tenga.

— E io t’assicuro che tu non avrai bisogno di lambiccarti il cervello

per la pigione.

— Perchè?

— Perchè domani sarà pagata.

— Ma come?

— Sarà pagata, e tanto basta. Non ci pensar più, e non mi domandare

altro. E questo è lavoro. Vedi tu? Intanto che aspetto la tela,

ecco un po’ di guadagno per tirarsi ’nnanzi. Ora c’è ella la

Provvidenza? —

Cintio l’affissava, come smemorato, senza rifiatare; e poi guardando il

fagotto delle camicie tagliate, vi scorse accanto quel libricciòlo.

— O questo?

— È mio; l’avevo da tanto tempo!...

— Non te l’ho mai visto. —

E lo prendeva e lo strappava di mano alla ragazza. Quindi

scartabellandolo più qua e più là s’imbattè in un punto dove il libro

ammoniva le persone, e soprattutto i poveri, a non s’inviziare nel

giuoco del lotto. Allora lo gettò via con disprezzo, dicendo:

— Voglio sapere chi te l’ha dato.

— Che c’è qualcosa di male?

— Obbedisci!

— Cintio, oggi tu mi fai paura. Mi merito io forse d’esser trattata

così?

— O io? che cosa t’ho io fatto che tu abbia da venirmi fuori con de’

segreti?

— Per carità, non cominciamo co’ rimproveri! Stiamo zitti, che sarà

meglio per tutt’e due.

— Dacchè ho messo piede in casa tua non me n’è andata una bene! E ora

che sarei, posso dire, a cavallo,[114] peggio che peggio! —

La Maria piangeva; un nodo le serrava la gola...

— Ma ho capito tutto; e so io come regolarmi. Se la mamma dorme, ci

vorrà pazienza; la sveglierò. — E indispettito si moveva per entrare in

camera.

La ragazza, non potendo articolar parola, tanto era lo spasimo de’

singhiozzi, gli si messe davanti ginocchioni per trattenerlo. Cintio,

o che ne fosse davvero intenerito, o che fingesse; — Sta’ zitta! —

disse con dolcezza, rizzandola. — I’ non posso patire che tu pianga

per cagion mia. Quel che t’avrai fatto tu, starà tutto bene. Sì,

ringraziamo la Provvidenza. E anch’io, vedi tu? appunto venivo per

combinare qualche cosa del nostro matrimonio, perchè, com’i’ ho detto,

da qui innanzi le mie faccende spero che piglieranno buona piega.

Bisognava levar di mezzo questa seccata della pigione; e giacchè

non ci devo pensare, tanto meglio! Allora lasciamola dormire. Ci

rivedremo stasera. — E con simulata dolcezza e serenità se n’andò via,

lanciandole uno di quelli sguardi che l’avevano ammaliata. La Maria

non ebbe tempo di trattenerlo; non ebbe ardire d’insistere nelle sue

domande; e pigliando per sincera quell’espansione di cuore, tornò a

rinvigorirsi nell’affetto per lui, si scordò di tutta l’amarezza del

discorso tenuto innanzi, e non le rimase altro pensiero che quello di

poter concludere presto il matrimonio.

Nella sera medesima l’Anna, parlando con Michele fece cascare il

discorso sulla Maria, e gli raccontò l’accaduto della mattina.

— E’ mi pare un buon principio, io l’ho detto sempre; il ravvedimento

è sicuro; sta’ a vedere com’e’ si regola quell’altro. — Michele stava

zitto e sopra pensiero, baloccandosi con un rocchetto che aveva lì tra’

piedi. Poi disse:

— Non andar tanto in là con le congetture.

— Che ti dispiacerebbe?

— No! gli è forse il troppo desiderio, che non mi lascia dar la via

alla speranza.

— Ma a pensare al peggio v’è sempre tempo.

— Anche l’ingannarsi riesce duro; e tu lo sai quanto me.

— Per questo, prima di dirti _rincòrati_, i’ ci ho voluto pensar bene.

— Intanto son passati dei mesi....

— Ma che la medicina opera subito? Qualche volta la guarigione

apparisce quand’uno men se l’aspetta.

— Non ne discorrere con me di medicina e di guarigione!

Disgraziatamente i’ veggo ogni giorno come vi sia da attaccarsi poco a

queste cose.

— Gli è che anche tu se’ malato; e allora come vuo’ tu giudicare della

salute degli altri? E poi, lasciamelo dire, la gioventù, a questi lumi

di luna, ha troppo cattiva opinione di noialtre ragazze....

— Qui poi non mi mettere in un mazzo con gli altri!

— No davvero!

— Gli è che tutte non somigliano te.

— Che cosa c’entro io? Tu devi dire piuttosto che a forza di gridarci

la croce addosso, anche in barzelletta, i giovani s’assuefanno a

pensare sempre a male! Lo senti tu? _Lupus est in fabula;_[115]

senti tu nella strada il vendistorie? _Le malizie delle ragazze per

imbrogliare i giovinotti!_ Le son queste le belle storie ch’e’ vanno

stampando! E girano per tutto, e molti le comprano, e ci ridono

sopra. I’ vorrei sapere se la povera Maria e un’altra persona ch’è qui

hanno tirato a imbrogliare.... Basta! Al più piccolo sbaglio subito

la condanna; e il perdono.... signor no, il perdono non vien mai.

Bisognava che tu l’avessi vista! I’ scommetto io che se tu fossi stato

ad uno spiraglio dell’uscio, a quest’ora tu saresti più persuaso di

me! —

Il giovane, commosso dallo zelo della sorella, rasserenò la faccia con

un sorriso, ed esclamò: — Sì! tu hai ragione; tu m’hai consolato; i’ la

pensavo come te; solamente mi dava noja l’indugio....

— Da cosa nasce cosa, e il tempo la matura. E se tu mi parli di

prudenza, i’ son con te: ma non mi fare lo spericolato; non cerco

d’altro. —

Michele alzò gli occhi al cielo, sospirando e toccandosi il cuore, e

andò in camera, perchè aveva bisogno di star solo. L’Anna si rallegrò

tutta, perchè quello, secondo lei, era buon segno; e chi sa fin dove

l’affettuosa immaginazione allora la trasportasse!

I loro animi erano rimasti in tale stato di speranze, quando maestro

Cecco tornando a cena la sera dopo, restituì all’Anna una parte di

que’ denari che aveva presi seco la mattina per pagar la pigione de’

due piani: — Non ce n’è più bisogno; tu li puoi rimettere insieme con

gli altri già assegnati per rifarti il corredo. — I figliuoli rimasero

stupefatti.

E Michele: — O come va la faccenda?

E l’Anna: — Forse che da un momento all’altro la Maria ha potuto

pagarla da sè?

— Cintio ha disdetto la casa.

— Possibile! Si vede che ancora non sapeva nulla....

— Anzi, lo sapeva. L’ha disdetta stamani; ed ha avvisato il padron di

casa che badasse bene di non pigliar quattrini da me.... E qualche

altra cosetta poi.... ma.... non ci va badato. Il fatto è ch’i’ non

ho potuto insistere.... Che cosa volete voi? Alla fine io non saprei

costringere chi si sia a ricevere da me un servizio per forza. —

Questa notizia per l’Anna fu una saetta a secco. Michele con le

mani incrociate sul petto la guardava in silenzio. E lei non potendo

sostenere i suoi sguardi, quasi fossero un rimprovero per le parole del

giorno innanzi:

— Quei quattrini — esclamò tutta contristata — non li ripiglio davvero!

Fatene voi quel che volete; fatene un’elemosina. I’ non vo’ più pensare

a corredo. La cena è pronta; v’aspetto di là. — E andò via, nascondendo

il viso nel grembiule.

— Che cos’è stato? — disse maestro Cecco al figliuolo.

— Vo’ conoscete il suo buon cuore; non dico altro.

— Eh! tu puoi credere se anch’io ci patisco. Ma no’ siam lì:

quando proprio non vogliono! Quando se n’offendono! Ora mi dispiace

doverglielo detto. I’ non credevo che la se n’avesse ad affliggere

tanto. Gli è vero che l’erano amiche.... Sta tutto bene.... Ma, vedi,

con te posso andar franco; tu devi essere spassionato.... Quel ragazzo,

per non dir altro, ha fatto un diavoleto, una dicerìa contro di noi,

come se no’ volessimo, che so io? metter su la fanciulla a dargli

licenza.... E guarda con chi è andato a sfogarsi! Col padron di casa,

che non gl’importa nè punto nè poco di queste ciance! Si può egli avere

meno giudizio? T’assicuro io che ho durato fatica a non uscire da’

gangheri![116] E quasi quasi ho gusto che se ne vadano. Tanto, secondo

quel che ha detto colui al padrone di casa, presto si mariteranno.

Almeno quella povera ragazza non sarà più menata per bocca dal

vicinato. E può darsi che a lui, dopo averla presa, ritorni quel po’ di

giudizio che aveva prima che imparasse a conoscerla.

— Speriamolo!

— Dunque, senza stare a dir tutto alla tua sorella, tu vedi quanta

prudenza ci vuole! Quel che si poteva fare noialtri, l’abbiamo fatto,

mi pare. Nondimeno, quand’occorra son qua. Troppo sarebbe se in questo

mondo si dovesse far servizio solamente a chi lo merita! Bisogna

compatire l’ignoranza, l’inesperienza, e badar sempre che il giusto non

ne soffra pel peccatore. —

Figuratevi se Michele era spassionato come credeva suo padre, e se

quelle parole gli arrivarono all’anima! Nondimeno e’ fece di tutto

per non gli dare a trapelar nulla, e tornò a nascondere in seno quel

segreto che da un pezzo era solamente palese alla sua sorella. Questa

giudicò subito che Cintio avesse fatto ogni cosa di proprio arbitrio, e

diede nel segno. Sebbene accortamente ammonita da Michele a regolarsi

con molta cautela, tuttavia si propose di cogliere la prima occasione

che si fosse offerta per tentar di nuovo l’animo dell’amica. Passarono

cinque o sei giorni senza che il caso le facesse incontrare insieme.

In questo tempo Cintio concertò molte cose con la vecchia; scovò un

ingarbugliatore,[117] un mezzano di scrocchi, per vendergli a pochi

soldi le sue ragioni su quel meschino assegnamento lasciatogli dallo

zio; e parendogli allora d’esser ricco, fece animo anche alla Maria,

sicchè la non ebbe più ritegno a rimettersi in lui in tutto e per

tutto. Sbrigatasi a cucir le camicie, le riportò all’amica in tanta

fretta, che questa non ebbe tempo d’entrare in discorso di nulla;

ed appena la vecchia potè fare due passi, Cintio condusse lei e la

figliuola a veder la casa che aveva scelto per loro. Il quartierino

era già spigionato; la vecchia ne rimase contenta, e in quattr’ e

quattr’otto[118] messero mano a sgomberare.

L’addio tra le fanciulle in apparenza fu freddo; ma l’Anna era

piena d’afflizione, e le pareva che la sventurata andasse proprio a

precipitarsi senza che a lei rimanesse alcun verso per soccorrerla. La

Maria non aveva parole fatte, in parte per essersi abbandonata alla

speranza di diventar presto moglie di Cintio, giacchè quella volta

sembrava ch’e’ dicesse davvero; in parte per quel rammarico quasi

superstizioso che nasce quando si va via da una casa dove abbiamo

passati molti anni, gli anni più belli della vita, come se quel

cambiamento ci dovesse portare disgrazia, o fosse un distacco dagli

affetti dell’età innocente, un oltraggio alle dolci ricordanze che ci

vengono anche dalle nude pareti. Le fanciulle si diedero un bacio, ma

i’ non vi so dire che cosa le provassero in quel momento! La vecchia

non rifiniva di ringraziare; e, poveretta, sebbene mal prevenuta

contro i pigionali, chi sa da quali fandonie di Cintio, pure i suoi

ringraziamenti erano sinceri ed affettuosi, e le fecero spremere

qualche lagrima. Michele e maestro Cecco dissero poche parole nel

momento della separazione; quasi punte quando furono rimasti soli. In

seguito ognuno si diede a mostrare scambievolmente d’aver dimenticato

le pigionali, ma non era vero. E Dio volesse che i loro taciti voti

fossero poi stati esauditi!

Dopo quella separazione, le giovani tessitore non s’incontrarono più

neanche dal mercante; e solo in capo a qualche settimana Michele seppe

che la Maria era stata sposa di Cintio, e non si curò d’altro, nè di

parlarne all’Anna. Ma lei ebbe la stessa notizia dall’avviatora; e di

più questa donna con la lingua affilata bene, con una chiacchiera da

tenere addietro un avvocato:

— Per una certa congiuntura gli avranno avuto fortuna — aggiungeva, —

ma che import’egli? e’ si son fatti anche scorgere nondimeno!

— Basta che gli abbiano avuto fortuna, come vo’ dite; non m’importa del

resto.

— Uh! che male fo io a dirvi come l’è andata? E’ non c’era principio

di conclusione; sempre il casetto per tirare in lungo; ma tutt’a un

tratto, vo’ l’avrete sentito dire anche voi, una signora, per non

so che festa, dà la dote a due ragazze, ridete! a patto che le si

maritino per l’appunto in quel giorno. E lui, subito a metter di

mezzo persone da ogni banda per fare aver questa dote alla Maria: e

vi riescì, e stiacciò tutto l’affare[119] così su due piedi. Oh! con

le su’ spacconate da bravazzone, col su’ baco[120] di grandezza e di

lusso, un bell’onore! E poi un desinare spropositato, in campagna,

con l’invito a una tregenda[121] di que’ soggettini che vo’ sapete,

e scialo di vestiti, di svaghi alla smargiassona.... Insomma il lupo

perde il pelo, il vizio mai; di lì a pochi giorni s’era ridotto al

verde, dopo aver fatto più spropositi che non ha foglie maggio; sicchè

la dote.... mi spiego? — soffiando sulla palma della mano — _tabula

rasat_. Ecco il bel frutto d’una carità estrosa come quella. Una dote,

non dico.... l’è sempre una carità fiorita; ma vedete voi che razza di

matrimonio per godersi que’ pochi! Un giorno contenti come pasque, e

poi alla fin del salmo, le tenebre per casa, e più tribolati di prima;

un branco di figliuoli come le dita e rilevati male; punto giudizio,

che dovrebb’essere il capo essenziale; litigi un dì sì e un dì sì, e

tutto a traverso. L’è pure la gran passione, figliuola! Io per me, se

fossi una signora che volessi dare la dote, invece di quattrini, una

botteguccia, un telaio, o qualche altro arnese da mestiere; e poi gli

sposi meschinelli, i’ li vorrei prima conoscere ben bene da me; e dare

il tempo di concertar le cose con garbo perch’e’ non avessero a metter

le mire troppo alte quando la scala non v’arriva. Ormai, i’ n’ho visti

tanti di questi matrimoni abborracciati con gli assegnamenti che non

servon neanche a mezza via! Come l’Ammannato «i quattrini son finiti,

e il tempo è avanzato.» E poi chi li leva dagli stenti? Oh! s’e’ ne va

uno bene gli è proprio miracolo!... —

L’avviatora voleva riportare altre chiacchiere o esagerate o false,

un guazzabuglio dal quale veniva anche intaccata l’onestà di Cintio e

forse quella della sua moglie; ma l’Anna le troncò le parole in bocca,

ammonendola a non credere poi tanto al male che si dice di questo e

quello, ed a non spandere le ciarle a danno del prossimo.

— Io li conosco bene tutt’e due.... — soggiungeva.

— Sie guà! ditelo a me! E dopo l’azione ch’e’ v’hanno fatto, i’ mi

maraviglio che vo’ la ripigliate per loro. Quando la bontà passa la

parte, i’ la chiamerei buaggine,... a casa mia.

— Appunto per questo; s’i’ non li conoscessi bene non fiaterei. Ma

la verità sempre a suo luogo: se v’è del guaio e’ dipende tutto da

inconsideratezza e dal bazzicar male, e non importa andare a dirlo al

popolo ed al comune. E poi, le cose sapute in iscorcio, vo’ non dovete

mai correre a crederle, e molto meno a raccontarle se anche le fossero

da potersi dire senza far pregiudizio al terzo ed al quarto. D’avanzo

no’ siam menati per bocca da chi ha sulla cuccuma i poveri,[122] da chi

non vorrebbe confinare con noi! La sarebbe agra ch’e’ ci si avesse a

dar l’asce su’ piedi[123] da noi medesimi!

— V’avete ragione; la mi torna, anche a me mi piace d’essere schietta,

e non mi voglio aggravar l’anima. Oh! prima di buttar fuora una

proposizione ci penso, sapete? E so ch’i’ so che se mettiamo la mano

al petto, anche noi la si leva lebbrosa. Nulladimeno ognuno è figliuolo

delle sue azioni; e bisogna poi vedere di chi si parla. Sicuro, di voi

e de’ vostri uomini com’essere, che vo’ siete benedetti, non c’è da

dirne altro che un mar di bene!

— I miei uomini hanno giudizio....

— E buon cuore; e vo’ tirate da loro, e tutti lo sanno, sapete? E ben

vi sta, che vo’ non abbiate astio a una regina. Benedetta quella mamma

che v’ha fatto!

— I’ ho avuto l’esempio in casa, è naturale ch’i’ cerchi di fame pro.

— Badiamo veh! L’esempio sempre non basta. E ognun ch’è ritto può

cadere. Che v’è egli da dire della Teresa mia cognata? La si strascica

un po’ troppo per le chiese, a dirvela tonda tonda, ma poi l’è una

coppa d’oro. Nulladimeno quella pettegola muffosa[124] della su’

figliuola.... quando la mamma non è in casa, non passa una mosca che la

non sia subito alla finestra; e spesso fuori a giostroni[125]....

— Ma fatemi il servizio; non toccate più questi tasti.

— Insomma è una stirpaccia....

— E con tanto ciambolare[126] vi verrà troppa sete.

— Sie! che bocio come s’i’ fussi in pulpito? Gli è che vo’ non volete

sentir tagliare i panni addosso[127] a nessuno.

— Giacchè vo’ l’avete detto da voi, scusate, ma l’è così.

— E io son del medesimo sentimento.

— Allora tanto meglio.

— Ma zitta come un olio, non mi riprometto davvero! Quando mi sento

sollevar la bile non mi posso tenere. I’ sare’ ita in convento, s’i’

avessi voluto gastigarmi la lingua.

— O che non si può discorrere senza impacciarsi de’ fatti degli altri,

e senza scoprire le magagne del prossimo?

— Provatevi, se vi riesce! Povera fanciulla! Vo’ siete tanto buona voi!

I’ vi compatisco! Lasciatemi dire, tanto son sicura che le rimangon

morte qui. Vo’ non sapete quanto il mondo sia sconsagrato in oggi!

Voltatevi di qua, voltatevi di là, per tutto c’è il baco.... Proprio,

quando ci penso, i’ non vi so dir le pene ch’io provo! E’ me ne va

il sangue a catinelle! Girate un poco e specchiatevi. Un diluvio di

rompicolli oziosi, bighelloni, sfacciati, caparbi...; e i ragazzi

imparano, e vengon su sgloriati e monelli peggio di loro; e prima

d’aver rasciutto il latte su’ denti, non apron bocca se non per dire

delle cosacce.... Ma i’ non l’ho con loro io; i’ l’ho con le mamme, che

della pasta di quelle di prima, se ce ne sono, le si contan proprio

a dito.... Questo poi sì! Chi si sente scottare gridi ohi! Ma viva

la faccia della verità! I’ la dico e posso dirla, perchè non porto la

livrea di nessuno. E benchè povera, quand’i’ n’abbia tanti da campare

col mi’ lavoro, per me gli è tutto quel del mondo.... E ora ch’i’ mi

sono un po’ sfogata, seguitate voi, s’e’ vi garba.

— Vo’ la conoscete, non è vero, l’Assunta di via Gora?[128] Quella che

incanna l’orsoio?[129] la moglie del ciaba?[130]

— S’i’ la conosco! da cima a fondo. Ch’ha ella fatto? Qualche

sproposito? Di lei poi mi parrebbe impossibile, perchè, a dirla

giusta, l’è una buona creatura.... povera sì, e dimolto, ma buona; e

anche il su’ marito.... gli stanno bene insieme. Già i tribolati nelle

barbe[131] che male volete voi ch’e’ ci facciano?

— Or bene; con tutta la miseria che hanno addosso, vedete? gli hanno

preso per figliuola quella povera creaturina che, due mesi fa, restò

senza babbo e senza mamma....

— I’ ho capito. A dire eh? O come fann’eglino a camparla, se gli hanno

un dicatti[132] di mangiar pane e coltello?

— Eppure ci riescono! A forza di lavoro, tutt’e due la rimediano.

L’imbroglio stava nel vestiario, perchè la piccinuccia, poveretta, era

proprio nuda bruca come un vermine, senza neanche un brincelluccio[133]

di camicia. Dunque, e’ non avevan mai chiesto una capocchia di spillo a

nissuno; ma per amor di lei, che cosa volete! Uno spoglio da quella, un

cencio da quell’altra, gli hanno trovato da rivestirla di tutto punto,

e la mandano pulita, ravvìatina che la pare un giojello. E tutta roba

di poveri. O andate a dire!

— Per codesto i’ n’avrei da contare anch’io delle belle! Naturale![134]

Troppo sarebbe che tutti gli avessero a essere a un modo! Dianzi, che

cosa credete voi? i’ ho detto per dire. Quando vedo certe cose....

basta! mi sento arrugginire, e gli metto tutti in un mazzo. Ma poi,

i’ son ragionevole. Anzi bisognerebbe che vedessero, quelli che non

la perdonano a nessuno, quelli che ci vorrebbero vedere sterminati,

noialtri poveri, bisognerebbe che vedessero le cose ch’i’ ho visto

io con quest’occhi!... Oio![135] quelle du’ maestrine che stanno in

Palazzuolo![136] oh quelle sì, benedette loro, che le fanno una carità

fiorita! Come? I’ non ve l’avevo mai detto? State a sentire, veh!

Le son povere la su’ parte anche loro! E’ si può credere quel che le

guadagnano a tenere a scuola una ventina di bambine! Chi dà sei crazie

il mese, chi un giulio,[137] e gala se qualche mamma un po’ meno

in miserie l’arriva fino alla lira;[138] e poi, da certe famiglie,

tribolate come don Vincenzio che sonava la messa co’ tegoli, non c’è da

ricavare neanche un sospiro. E per questo? O che quelle povere piccine

dovrebbero rimanere nel mezzo della via? Padrone d’andare a scuola; e

la stessa assistenza per tutte; e spesso e volentieri, se le v’entran

digiune, le ritornano a casa satolle. Dunque, ora viene il meglio;

e io lo so perchè in quella casa avvìo due telaja; queste maestrine

le seppero di due signore di loro conoscenza che erano ricadute al

basso....[139] il perchè, se fosse vero! volete voi ch’io lo dica?

— Che sarebbe cosa di male?

— Piuttosto! Conseguenza di poco giudizio.

— Dunque chetatevi.

— Tanto la non è certa. Ma insomma, finchè uno ha denti in bocca, non

può saper quel che gli tocca, le non avevano da pagar la pigione nè

da sdigiunarsi; e, meschine loro, per chi non è nato di povera gente,

per tutti veh! ma per loro poi, l’andare a parar mano è cosa troppo

dura. I signori, o in auge[140] o ricaduti, so com’e’ pensano; i’

n’ho praticati a barche! Sicchè, per tornare a bomba, le maestrine

che cosa ti fanno? Alla meglio d’un letto le ne stampan due; una

materassa per loro su quattro legnucci, e una materassa col saccone e

le panchette per le signore. E poi le vanno a profferirlo, così per

poco tempo, tanto che le possano provvedersi di meglio; ma il poco

tempo è diventato dimolto. Intanto le maestrine a mendicar lavoro uscio

a uscio per le signore, a riscoter per esse perchè le non dovessero

rinchinarsi a nessuno; insomma le si riebbero da morte a vita, sapete?

e le vi son sempre; e sempre le vi staranno, perchè le si vogliono

un bene dell’anima. E poi si dirà che tra donne e donne non ci

troviamo mai d’accordo? Lo vedete voi? Inclusive tra quelle di nascita

differente!...

— Lasciamo stare la nascita; no’ siam tutti figliuoli dello stesso

Dio. Gli è che quando si sta insieme per ajutarci l’un con l’altro,

per lavorare, per essere onesti, il baco della discordia non c’entra,

ve lo dico io! State a sentire d’una donna che ho conosciuto in via

dell’Ariento, dove si stava di casa tempo fa! La si chiama Brigida;

vedova d’un cenciajuolo. Una donna di un cuore tanto fatto, vedete!...

e’ ce ne può essere poche! Basta, vi dirò solamente questo: rimasta

vedova, e campucchiando alla meglio col fare i servizi, ma senza voler

mai dormire in casa d’altri!... Gua’, i’ la compatisco.... l’ha caro

di dormire nel su’ letto; con tutto questo, quando la vedde che una

famiglia di tribolati vicino a lei s’era ridotta a non aver altro che

un po’ di paglia per dormire, una sera la prese il suo caro saccone

di foglie, e ratta ratta la lo portò in quel tugurio: «Animo! dormite

qui sopra. Almanco vo’ starete meno sul duro. Sie, sie! vo’ me lo

renderete a vostro comodo!» La l’ha ancora a riavere. Ma aspettate;

la non è finita qui. Poco dopo, una sua compagna che non sapeva nulla

del saccone, la va a raccomandarsi: «Meschina me! la mi’ figliuola,

povera ragazza, la s’è strutta com’una candela; il medico l’ha spedita

per tisica, e non vuole ch’i’ dorma più seco. E’ dice bene lui; ma e’

non considera ch’i’ non ho altro che una materassuccia di capecchio. E

lui, bada a battere,[141] e vuole obbligarmi a mandarla allo spedale.

Allo spedale poi non la mando davvero! piuttosto dormirò in terra.»

E la Brigida: «Vi par egli? i’ vi presterò la me’ materassa.» «Eh

giusto!» risponde quell’altra: «i’ non sono così indiscreta. Prestatemi

’l saccone finch’io non possa avere un lettuccio della Congregazione

di San Giovambatista,[142] chè il priore spera bene.» E la Brigida:

«Fate a modo mio, pigliate la materassa; i’ l’ho più caro.» «Allora

poi,» rispose quell’altra,» che volete voi ch’i’ vi dica? I’ farò a

modo vostro.» E così la Brigida rimase anche senza la materassa per

parecchie sere, e nel cuor dell’inverno; e nessuno trapelò nulla, altro

che quando la si fu ammalata. Allora qualcheduno le rese il bene che

l’aveva fatto.

— E io m’appongo[143] chi glielo rese, quel bene: vostro padre.

— Oh! come se in quella strada non ci fosse stato altri che lui!

— No’ ci siamo intesi. E’ non se ne trova de’ su’ pari. So io!...

— Ma assicuratevi che della buona gente ce n’è più di quel che vo’ non

credete. —

Intanto l’avviatora aveva finito di ripulire e aggiustare tutte le

fila dello strigato, e se n’andò senza pensar più, almeno per quella

giornata, nè agli spropositi di Cintio e della Maria, nè alle ciarle

che correvano sul conto loro. Anzi, alle altre tessitore che vide

dipoi, andò ripetendo invece i racconti delle carità fatte da maestro

Cecco e di quelle che aveva risaputo dall’Anna.

Inoltre, avendo potuto a poco per volta raccapezzare pel su’ verso

quasi tutto quel che era passato di grosso tra le due fanciulle

tessitore, il tradimento della Maria, il perdono generoso dell’Anna, la

sua assistenza alla vecchia anche a costo di rimetterci il corredo, e

via discorrendo, ne tenne discorso per filo e per segno a una tessitora

riposata, moglie d’un onesto magnano, e alla presenza del suo marito

e del suo figliuolo, giovine di venticinque anni, onesto, abile nel

mestiere del babbo, e già capace di fare il maestro di bottega.

Quando l’avviatora se ne fu andata pe’ fatti suoi, il giovine, che si

chiamava Nanni, infiammato dalla passione per la virtù:

— Questa, s’i’ me la potessi meritare, questa — esclamò verso la madre

— la sarebbe una moglie da somigliar voi!

— E sì ch’i’ conosco maestro Cecco, — rispose il padre con un

sorriso di compiacenza. — Ci siamo ritrovati più volte a lavorare

sulle medesime fabbriche. E di certo, alle mani di quel galantuomo

di ventiquattro carati[144] i figliuoli hanno a venire su bene; sì,

e’ posson portare la testa alta; i’ non stento punto a credere che

l’avviatora abbia detto il vero. Nanni mio, tu sai se no’ desideriamo

di vederti accompagnato meglio che sia possibile. Eccoci qui tutt’e due

vicini a batter l’ultima capata.[145] La Provvidenza, grazie a Dio, ci

ha assistito. I’ ti lascio una bottega bene avviata e un buon nome. Tu

non avrai a sgomentarti pel campamento della famiglia; e i’ te l’ho

già detto più volte di sceglierti una ragazza a tuo modo, perchè no’

siamo sicuri che tu saprai sceglier bene. Eh? che cosa ne dite voi,

Maddalena?

— Che domande! Potre’ io morir contenta senza vederlo ammogliato? — E

si rasciugava una lagrima.

Allora Nanni: — Per carità, non m’addolorate con questi discorsi, se

vo’ volete ch’i’ pensi alla moglie!

— Figliuolo mio! — soggiunse maestro Antonio, — le son cose di

questo mondo; bisogna prepararvisi tutti. Iddio ci dà i genitori, i

figliuoli, tutti gli altri beni, e ce li leva secondo la sua volontà.

Quaggiù, dove noi siamo di passaggio, gli è come a dire un imprestito,

per vedere se sappiamo farne buon uso. Vien poi ’l tempo d’andare a

rincalzare i cavoli,[146] e chi s’è visto s’è visto. Ma per imparare

a vivere, massime chi si pone nel caso di mettere al mondo dell’altre

creature, credilo a me, bisogna ch’e’ conosca a puntino in che cosa

consiste questa vita. E quella del saper sopportare le disgrazie, che

spesso vengono all’improvviso, l’è la migliore scuola per tutti. Ma

basta così: discorriamo solamente dell’Anna. L’ispirazione è buona, e

più bel principio di questo non vi sarebbe. Ma a quante cose, Nanni

mio, bisogna pensare! Vo’ non vi siete mai visti nè conosciuti. La

ragazza, che s’è imbattuta tanto male la prima volta, poveretta, i’ la

compatirei se l’andasse a rilento. La vorrà pigliare quelle cautele che

la prudenza consiglia. Insomma,... la faccenda può essere scabrosa, e

tu non ti devi mettere in capo di riuscirvi, se prima non ci si para

davanti qualche buon fondamento.

— Davvero sai? — aggiunse la madre; — che tu non t’avessi ad accorare

per un sogno di fantasia.

— V’avete ragione; e per me, come se non avessi fiatato. I’ starò al

mio posto, fermo com’un piloto.[147] Fate voi, babbo; mi raccomando

a voi. E quando vo’ mi direte: «Fatti conoscere; se tu piacerai alla

ragazza, il parentado sarà fattibile,» io, state pur sicuro, i’ non

guarderò più in là. Che la ragazza debba piacere a me non vi sarà

dubbio, perchè io, lo sapete, non cerco bellezze. E poi, ancorchè

l’avviatora non avesse detto che l’è sana, che l’ha un bel personale,

che l’è piacente, e’ mi basterebbe d’aver saputo quel che i’ ho saputo.

Non avrei altra paura che quella di non la meritare, come v’ho detto

dianzi. — E andò via, perchè doveva tornare a bottega presto.

I genitori, rimasti soli, si confortarono del savio pensare del

figliuolo, e poi maestro Antonio disse sottovoce alla moglie che s’era

messa in qualche apprensione per le dubbiezze del progetto:

— Rincòrati, perchè tu hai da sapere intanto; questo non gliel’ho

voluto dire, e non glielo dirò prima d’aver parlato con maestro

Cecco; tu hai da sapere che quel buono omaccino lo conosce il nostro

figliuolo; e lo conosce per un fatto, che, sta’ pur certa, non gli

uscirà mai dalla mente. A te allora non volli raccontarlo per non ti

metter paura. Tempo fa, maestro Cecco era meco a visitare i lavori

di risarcimento a un mulino e alla pescaja. Noi due di sopra nella

barca, e un bardotto[148] con la stanga a condurla; a un tratto la

stanga riman confitta giù in fondo; e’ fa uno sforzo per cavarla fuori,

ma invece gli scivola un piede, e dà un tuffo; intanto la barca per

quell’urto rimane spinta nella corrente del callone[149] a rischio di

farci precipitare nel tònfane.[150] Io afferro quell’altra stanga, ma

era troppo tardi; mi trovo perso, e m’entra la tremerella per l’amico;

quand’ecco Nanni accorre di sulla schiena della pescaja, afferra la

barca alla punta davanti, e la leva di pericolo; e poi si butta a

nuoto per dare ajuto al bardotto, che sbalordito dal tuffo non si

poteva reggere tanto da arrivare alla panchina. Insomma, in un batter

d’occhio e’ salvò la vita a tre persone. E poi, tu sa’ bene come gli

è fatto: quando si fu rasciugato alla meglio, se ne andò zitto zitto

per non avere altri ringraziamenti. Allora tra me e maestro Cecco

entrammo in discorso di lui; e io, figùrati s’i’ avevo da lodarmi del

nostro figliuolo! Per quella via maestro Cecco mi ragionò del suo, che

davvero non fa astio a Nanni, e poi si venne alla ragazza; e ti so dir

io che se la non aveva cominciato giusto allora a discorrere con quella

coltrice,[151] il pateracchio[152] era bell’e fatto! Dunque che cosa te

ne pare?

— Tu mi dài una gran consolazione!

— E io mi sento rinverzicolire![153] Or ora, se non ci bado, divento

più infatuato di lui. L’amore, sì, l’amore e l’inclinazione devono

andare innanzi a molte cose! Ma i’ mi ricordo che spesso, a tempo

nostro, dicendola qui che nessuno ci sente, i parentadi si concludevano

anche sulla sola riputazione de’ padri e de’ figliuoli. Ed era un buon

fondamento anche quello, sai? Anzi, senza di quello non c’era amor che

tenesse. E noi, se tu ti ricordi....

— Gli è vero; noi ci si discorse solamente un mese prima.

— E subito d’accordo.

— E sempre, tu devi dire.

— E Iddio benedisse il nostro amore con la provvidenza di questo

figliuolo.

— Come benedirà anche il suo. È tanto tempo che non fo altro che

raccomandarmi alla Vergine!...

— Dunque speriamo bene. —

I buoni vecchi alzarono insieme verso il cielo la loro fronte veneranda

e serena, e insieme sparsero qualche lagrima per la dolce speranza di

ritrovarsi finalmente a godere la maggior consolazione che rimanga ai

vecchi su questa terra.

Maestro Antonio, senza dare a divedere nè alla moglie nè al figliuolo

tanta premura, se ne andò diviato[154] in cerca di maestro Cecco; e

subito, tra loro non v’era bisogno di preamboli, incominciò col dirgli

la cosa come la stava.

— Allora fu un sogno, se tu te ne rammenti; posto preso; ma oggi come

oggi, gnorsì, i’ vorrei che questo sogno si avverasse da un momento

all’altro.

— Per me gli è bell’e avverato, non foss’altro perchè i’ posso dire,

me ne ricordo sempre, sai? i’ posso dire d’esser vivo per dato e fatto

del su’ coraggio. — E s’abbracciavano stretti stretti. — Ma se lei non

fosse proprio contenta!...

— Di mio genio; e amici più di prima. Nondimeno, se è possibile, cose

leste!

— A tutto ci vuole il suo tempo.

— Naturale![155]

— I’ te lo dico, perchè, non lo prendere in mala parte, ma i’ t’ho

conosciuto qualche volta un po’ troppo precipitoso.

— Va bene! e io ti davo la quadra[156] per la tu’ flemma; gnorsì, me ne

ricordo. Ma ora gli è un altro par di maniche. Gli anni e l’esperienza

ci mettono i piè di piombo, fratello mio!

— A te non tanto!

— E bada a battere![157] Bisognerebbe che tu avessi sentito il discorso

ch’i’ feci a quel figliuolo!

— Bene, via! Uomo avvisato è mezzo salvo. Zitto, finch’i’ non ti do una

risposta.

— Non si moverà foglia senza di voi. — E con una stretta di mano

lasciò maestro Cecco, sgambettando lesto lesto, benchè più vecchio di

lui, fino a bottega, dove chi l’avesse visto lavorare, comandare a’

garzoni e dirigere i lavori, l’avrebbe preso per un giovinotto, o per

un uomo, come si suol dire, di ferro. I molti anni non l’avevano fatto

incurvare nè ammencire:[158] diritto come un fuso, impresciuttito,

ferrigno; con poche grinzoline tirate sulla faccia rubizza, coi capelli

proprio d’argento e con l’occhio sempre vivace. E il figliuolo tirava

da lui. Un giovinotto svelto, di temperamento sanguigno, di bella

presenza, tutto fuoco nelle parole e negli occhi. Ma nel tempo stesso

non v’era pericolo che l’ardore della gioventù gli facesse commettere

un’imprudenza. In una congiuntura poi tanto seria come quella, sebbene

tutt’e due fossero smaniosi di vederne la fine, pur seppero contenersi

in tal modo, che per loro, bisogna dirlo, v’era dell’eroismo.

Intanto maestro Cecco, sempre avvezzo a andar cauto, per non avere a

rifare la strada due volte, e nondimeno, tanto è vero che la prudenza

non è mai troppa! s’era trovato a sbagliarla con Cintio, volle prima

avvisarne Michele per maturare insieme il disegno; e com’era naturale,

si trovarono presto d’accordo nel riconoscerne la bontà; se non che

avevano ragionevolmente paura che l’Anna, quando anco lo sposo le

andasse a genio, non si volesse risolvere con quella sollecitudine che

gli altri desideravamo.

In que’ giorni l’Accademia delle Belle Arti era aperta al pubblico per

l’esposizione dei quadri, delle sculture e delle opere dell’industria.

Maestro Cecco e Michele vi condussero l’Anna, e dopo avere ammirato

i dipinti e le statue, passarono nella stanza delle manifatture.

Quivi l’artigiano che vedeva i prodotti della sua fatica accolti

ed esposti nello stesso luogo in cui il genio delle arti faceva

di sè bella mostra, si sentiva crescere l’amor del lavoro e il

coraggio, e meglio riconosceva la dignità del proprio stato. Ed è

ben giusto che il grembiule sia onorato al pari della tavolozza e

dello scarpello; essendochè il sudore sparso dall’uomo nelle officine

giova alla prosperità della patria, come alla sua gloria provvedono

le opere degli artisti eccellenti. Perciò tu vedevi più che altrove

affollati in quelle stanze i buoni artigiani, giovani e vecchi, a

esaminare e giudicare con lieta compiacenza i più bei lavori de’

loro compagni; e faceva consolazione il sentire le schiette lodi,

che senza ombra d’invidia distribuivano a questo e quello. La maggior

parte degl’intelligenti ammirava certi serrami da usci e da finestre

immaginati con nuovo congegno, con molta semplicità, con eleganza, e

condotti a pulimento stupendamente, sicchè per tutti questi pregi il

manifattore aveva meritato il premio della medaglia d’oro.

— Eccoli qui, — diceva un vecchio magnano al suo figliuolo, —

eccoli qui i lavori di Nanni. Guarda che diligenza, guarda che lima!

Spècchiati,[159] figliuolo mio. E anche lui è giovane, tu lo sai.

— E neanche gli pesa la fatica — rispose un altro; — i’ lo so io che

l’ho visto lavorare.

— E che buon figliuolo che gli è! Già senz’essere buon figliuolo e

buon cittadino le non si fanno le belle cose, veh? E’ ce lo mettono

sott’occhio gli esempi di chi ordinò e di chi seppe costruire quella

maestosa cupola, che si vede appena usciti fuori da questa strada.[160]

— Beato dunque il babbo del nostro Nanni!

— Già, buona pianta fa buon frutto; quando c’è la probità e la voglia

di lavorare ogni cosa riesce bene.

— La medaglia d’oro? bravi! e’ se la merita davvero! Guardate che fior

di lavoro! Si può egli vedere di meglio?

— Io gliel’avrei data solamente per il buon figliuolo che gli è!

— Felice la compagna che gli ha scelto o che gli sceglierà — diceva tra

sè l’Anna, tutta intenerita da quelle lodi unanimi, e che si potevano

dire pubbliche, e proferite da gente che non sa fingere, che sa ben

valutare le qualità dell’artigiano onesto e del figliuolo virtuoso.

Uscendo dalle Belle Arti passarono dalla bottega di maestro Antonio;

e maestro Cecco accennando da lontano alla figliuola un giovinotto che

stava lì assiduo a lavorare:

— Guarda, gli è quel Nanni — le disse — che ha avuto il premio della

medaglia d’oro. —

La fanciulla lo vide di profilo, ma tanto che le bastasse per avere

un’idea delle sue fattezze; e tirarono di lungo senza fare altri

discorsi. Intanto all’Anna quella fisonomia era andata a genio; e più

che altro le faceva piacevole sensazione il riflettere che quel giovine

stava lì al sizio in maniche di camicia e in grembiule tal quale

come i suoi garzoni, mentre là, in quella sala, tra tanta gente di

stocco portavano in palma di mano il suo nome, e additavano con bella

compiacenza il premio meritato della medaglia d’oro. E’ le parve di

vedergliela luccicare sul petto in mezzo alla fuliggine della fucina,

ma nel tempo stesso la modestia del giovine le compariva molto più

splendida della sua medaglia.

A desinare incominciarono a discorrere delle Belle Arti, e ritornando

con la mente sulle cose vedute, arrivarono col discorso fino ai lavori

del magnano premiato.

— Io lo conosco bene quel giovine, — diceva maestro Cecco — e sono

amico di suo padre. Quello, vedi, sarebbe stato una buona occasione

per te! Dicerto i’ non avrei il rimorso d’averti fatto incontrare tanto

male alla prima.

— Voi? Che rimorso? Per carità, non dite questo. Anzi, vo’ avete sempre

avuta l’intenzione di farmi felice. Se non ci siete riuscito per quel

verso, la colpa non è vostra.

— Ma quella fissazione di non voler più marito, mi aveva fatto star

male, sai? Ora mi rincoro, pensando alla tua promessa!

— Io son figliuola, e tanto basta. Nondimeno ci sarà tempo.

— E ci sia! Ma se ti capitasse un giovinotto come Nanni?

— I’ non la vo’ credere cosa tanto difficile, perchè de’ giovinotti

per bene ce ne sono — e guardava Michele; — ma intanto, prima ch’e’ si

presenti!...

— Ma, dico io, s’e’ si fosse presentato?

— I’ vi posso rispondere come dianzi.... E lui ha egli incontrato bene?

— Chi lui?

— Quel Nanni.

— Quel Nanni è sempre scapolo.

— Ma non gli mancherà la dama.

— Anzi e’ non l’ha, e so ch’e’ vuol moglie. E appunto gli premerebbe

d’incontrar bene. —

A queste parole l’Anna abbassò gli occhi, e non rispose. Maestro Cecco,

ridendo soggiunse:

— Dunque, dimmi un poco; tanto si fa per discorrere; dianzi tu l’ha’

visto. Che cosa te n’è parso?

— Ma oggi vo’ mi fate certi discorsi!

— I’ ti vorrei veder felice, figliuola mia!

— E intanto vo’ pensereste a levarmi di casa? — E quasi le usciva una

lagrima.

— Oh! per darti marito che ci separiamo? E se tu sposavi Cintio, non

sarebbe stata la medesima cosa?

— Se almeno Michele non si ostinasse a rimanere scapolo! Che cosa

vorreste fare, voialtri due, senza una donna in casa? —

E Michele:

— Anna, questo discorso non c’entra; tu lo sai quanto me; e ora non

ne voglio far mistero nemmeno col babbo. Se fosse stato possibile, a

quest’ora, chi sa? Quella disgraziata della Maria....

— Credi tu ch’i’ non me ne fossi avvisto un po’ poco? Ma ora non

usciamo del seminato. Figliuola mia, senza tanti discorsi, a noi tu

non ci devi pensare. A tutto c’è il suo rimedio. Nanni è figliuolo

unico; della sua indole tu n’hai saputo abbastanza. Suo padre e sua

madre, basterebbe che tu li vedessi; e poi i’ non ti direi queste

cose a rischio di fare un buco nell’acqua o qualche cosa di peggio. La

lezione del passato è stata tremenda! Solamente vorrei sapere da te,

se a caso mi fosse fatta qualche domanda, com’i’ dovrei contenermi:

o levar di speranza addirittura, o aspettare.... Pensaci bene, piglia

tutto il tempo, e non istarò a dirti altro, finchè tu non sia la prima

a discorrerne.... Starai tu zitta? E ogni cosa rimarrà seppellita qui.

— Babbo, questo sarebbe troppo. Quel che vo’ farete voi, sarà ben fatto.

— Davvero? Dunque sappi che tu se’ chiesta.

— Da Nanni?

— Da suo padre, a nome di Nanni; ma ancora, sta’ pur certa, non son

corse altre parole che un semplice _proviamo_. Nanni non t’ha vista....

— O come ha egli fatto a pensare a me?

— Questo poi.... Tu hai pur detto dianzi che, secondo te, dei

giovinotti perbene ce ne deve essere. Anche lui ha questa buona

opinione delle ragazze: e’ conosce i fatti tuoi più che tu non

credi....

— Anche dell’occasione ch’i’ avevo?

— Soprattutto di quella.

— E nondimeno mi chiederebbe?

— E sa del bene che tu facesti alla povera Maria....

— Ma chi gli ha detto tutte queste cose?

— L’avviatora. Ha ella fatto male?

— I’ non so più cosa mi dire. Compatitemi.

— Ma bada; tutto questo sarebbe come non detto, se tu ci avessi la più

piccola difficoltà.

— Ho io a rispondere per te? — aggiunse il fratello. — Se sbaglio,

correggimi. Difficoltà non ve ne possono essere. Nanni sarà tuo sposo.

Ho io sbagliato? —

L’Anna era tanto commossa, che non potendo rattenersi abbracciò suo

padre, e gli disse: — Vo’ m’avete detto ch’i’ sono una figliuola

obbediente. Se questa è la vostra volontà, i’ la considero come quella

di Dio.

— E allora, — esclamava il padre intenerito quanto lei — allora abbi da

sapere che tu mi dài la più gran consolazione ch’io potessi desiderare!

Si vede proprio che Nanni era destinato per te. E’ sarebbe già tuo

marito, se non v’era di mezzo quell’altro. Sì, figliuola mia, questo

Nanni salvò la vita a tuo padre!

— Che cosa mi dite voi?

— E al suo nel tempo stesso, perchè s’era tutt’e due nel medesimo

precipizio.... E poi un ragazzo.... Basta, i’ ti racconterò ogni cosa

con più comodo. Ora tu hai bisogno di riposarti.

— No! fatemi questa grazia; ditemi tutto ora subito. Non dubitate, i’

sto bene; i’ patirei troppo se dovessi aspettare. —

E infatti a quella notizia l’Anna parve ispirata da tutto l’ardore

dell’affetto e della riconoscenza. Gli occhi le scintillavano con le

lagrime in pelle in pelle; il volto era acceso; le labbra aperte ad

angelico sorriso; e rattenendo il fiato, la pendeva immobile dalla

faccia del padre, mentr’ei le raccontò minutamente il fatto che noi già

sappiamo.

— Figurati dunque — concluse il padre — s’i’ mi rodevo dentro a pensare

che pochi giorni prima tu eri libera! e che a quest’ora!...

— Oh! a quel che è stato non ci pensate più. Dio voglia ch’i’ possa

farvelo dimenticare per l’affatto!

— Sì, figliuola mia, i’ vedo che la Provvidenza ci ha rimessi davvero

in quella via che la ci aveva aperta innanzi. Nonostante tu sarai

sempre in tempo a rifletterci meglio. Domattina, prima di rivedere

maestro Antonio, sentirò te. — E datole un bacio, la lasciò con Michele

per andare in camera sua.

I fratelli per un poco si guardarono in silenzio con quell’aria di

compiacenza che apparisce sul volto a chi ha già fatto un proposito

buono; quindi l’Anna disse ridendo a Michele: — Ora capisco perchè

in questi giorni tu m’hai parlato tante volte di matrimonio! Sai tu

che quasi quasi me n’era nato qualche sospetto? Bravi! tutt’e due

d’accordo! Ma tu pensi agli altri; e per te....

— Non lo dire. Quel giorno, e ormai secondo me gli è venuto, quel

giorno ch’i’ ti vedrò con uno sposo a modo, tutte le mie malinconie

saranno finite. Credilo! il Cielo m’ha dato molto, quando m’ha dato una

sorella come te! — E veramente nel dirle queste parole e’ mostrava un

giubbilo che l’Anna non aveva più visto in lui da molto tempo. Quello

solo sarebbe bastato per darle animo a seguire la volontà del padre e

gl’impulsi del cuore. Dormendo le comparve in sogno la madre, non più

come altre volte in sembianza di vecchia; ma pareva che la fosse della

medesima età della figliuola, e vestita da nozze, e tutta ridente di

letizia di Paradiso. L’augurio era buono, e v’assicuro io che allo

svegliarsi la non l’aveva dimenticato.

Maestro Cecco non volle più mettere tempo in mezzo, e trovò appunto

per istrada il compagno che andava a bottega un po’ più tardi del

figliuolo. — Che fa’ tu in questi mari?[161] — disse maestro Antonio; —

se non è per venire da me, gira largo. A forza d’aspettare, or ora non

ne posso più.

— Ma lasciami dire. Bisogna che tu sappia che questa volta, a dispetto

della mia flemma, come tu la chiami, i’ son diventato più impaziente di

te. Sì signore, i’ non ho potuto stare alle mosse quant’i’ volevo.

— Dunque la conclusione? Sbrighiamoci!

— Una volta entrato su questo particolare, la fu finita; bisognò andare

fino in fondo. E’ mi pareva d’esser diventato un altro maestro Antonio.

— Ma tu mi fai struggere. Io vo’ sapere la conclusione, t’ho detto.

— E ancora tu non hai indovinato?

— Che storia! I’ non la posso indovinare altro che a un modo.

— E sarà quello.

— Sonate campane![162] — E i due vecchi brillando dal contento

s’abbracciarono stretti stretti nel mezzo di strada, come se fossero

stati in casa da solo a solo.

— Nondimeno — soggiungeva maestro Antonio — tu mi vien fuori col

_sarà_; i’ voglio che tu mi dica _gli è_!

— Aspettiamo ch’e’ si conoscano! —

Nanni che di sulla bottega aveva visto suo padre abbracciare quel

vecchio, s’appose al vero, e corse verso di loro, e li sorprese quando

maestro Cecco proferiva queste parole; e subito:

— Intanto i’ la conosco! — esclamò; — i’ l’ho vista.

— Com’hai tu fatto?

— Maestro Cecco deve compatire un innamorato. Vo’ sapete che per un

innamorato non vi sono nè usci nè finestre....

— Ma, dico io, — interrompeva maestro Antonio — questi non sono i patti!

— Oh non dubitate ch’io abbia commesso imprudenze! I’ ho detto così

per dire. Del resto, in questi giorni la non doveva uscir mai di

casa? E non bastava che il babbo m’avesse dato, non parendo suo

fatto,[163] un’idea della vostra fisonomia? I’ sapevo che vo’ state

di casa sul Prato; e domenica, così alla lontana.... Eh! quest’occhi

tiran di molto sapete? Nulladimeno, vi chieggo scusa d’esser venuto

qui all’improvviso; e se quando la vedrà me, i’ non avessi la fortuna

d’incontrare, eccomi rassegnato senza pretendere di far violenza a

nessuno.

— Sì, vo’ me la fate violenza, giovinotto mio, vo’ me la fate, e l’ho

caro. Nonostante vi piglio in parola quanto alla rassegnazione, perchè,

figliuolo, le combinazioni son tante, che non è mai male abbondare di

cautela. Ma che cosa volete? ora come ora, la mi parrebbe crudeltà a

non dirvi che la v’ha un po’ visto anche lei...:

— Davvero?

— E il resto? — disse subito maestro Antonio.

— Per quel ch’e’ si può giudicare dall’averlo visto passando di qui, da

bottega....

— L’è passata di qui?

— Lascialo dire!

— E’ v’è da sperar bene!

— Dunque sposi addirittura!

— E quando fu che passaste di qui? Ditemi, com’andò ella? E lei sapeva

nulla?

— Vi pare? nemmen per sogno: e’ s’era andati alle Belle Arti, e s’era

visto i vostri lavori. Quelli, vedete? que’ bei lavori, e i nostri

compagni che dicevano di voi ogni bene, mi risparmiarono i primi

discorsi. Voce di popolo voce di Dio! La buona riputazione, figliuolo,

può far miracoli. —

Nanni per modestia non rispondeva, e suo padre guardava ridendo ora

l’uno ora l’altro. — E tu, — proseguì maestro Cecco voltando la parola

all’amico — tu non m’avevi detto nulla nè di que’ lavori nè della

medaglia d’oro....

— Cospetto! se gli era de’ mesi che non ci si vedeva!

— Non aver paura; e’ mi parrebbe che ora si fosse trovato il modo di

rintopparci[164] più spesso! I’ ti darò la figliuola, ma i’ voglio

esser sempre su’ padre, hai tu capito?

— Che discorsi! sempre insieme!

— E lei, poveretta, se c’era una difficoltà, l’era quella di non

potersi risolvere a lasciar soli noialtri.

— Ora pensiamo all’essenziale, e poi, non dubitare; i’ so io come

va fatto. Un’altra cosa: i’ dico a voi, maestro Nanni: com’è egli

possibile, che per riconoscermi v’abbiate avuto bisogno di contrassegni

da vostro padre?

— Come sarebbe a dire?

— O che vi siete scordato di quella pescaja e di quel vecchio che era

nella barca con vostro padre?

— Come! voi stesso?

— Sì, figliuolo; e io non lo dimentico, veh! E l’Anna l’ha saputo!

Intanto vi basti questo, per non aver più nulla da temere! —

Maestro Cecco nel dir ciò si stringeva al petto la robusta mano del

giovinotto, che a capo basso si lasciava condurre da lui verso bottega.

— Ma no, signori, — esclamò maestro Antonio pigliando a braccetto

l’amico, e facendolo voltare all’improvviso con una stratta;[165] — e

ora dov’andate voi? A casa subito! Vi par egli ch’io voglia aspettare

un minuto a dar questa consolazione alla mia donna? E tu gliel’hai

a dire con la tua bocca! Gnorsì, con la tua flemma tu gli hai a dir

subito: «I’ sono il sòcero di Nanni,» e anche di sul pianerottolo,

prima di salir su! E alza la voce, perchè povera vecchiuccia, l’ha

ingrossato un po’ il timpano. — E così gongolando di contentezza, tra

le espansioni di cuore e le facezie, fece allestire il passo a maestro

Cecco, il quale da molti anni non aveva più fatto una marcia forzata

come quella. Se la Maddalena fu lieta a sentirsi dire che maestro Cecco

era suocero del suo Nanni, pensatelo voi!

Per quella via, giacchè i vecchi erano insieme, pensarono anche al

rimanente, e siate pur certi che si trovarono d’accordo nell’atto.

Se non che ragionando del giorno per le nozze, maestro Cecco avrebbe

preso un tempo più lungo, e maestro Antonio a fatica gli dette un mese,

perchè la moglie gli rammentò che a’ tempi de’ tempi era stato fatto

così anche per loro.

— Codesto non importerebbe nulla — diceva egli; — e poi noialtri non ci

s’era visti neanche alla lontana. Ma qui muta specie: questi figliuoli

ormai si conoscono. Ma per non parere ostinato, pigliatevi un mese dal

giorno dell’Esposizione, ecco fatto.

— Bravo! — rispose maestro Cecco ridendo, — allora non è più di qui

a un mese. Tu me lo vuoi dare sbocconcellato. Ma sta’ zitto; i’ l’ho

caro, perchè la ricorrenza di quel giorno è di buon augurio per un

matrimonio. L’industria premiata e la stima de’ conoscenti.... i’ non

cercherei altri testimoni per la scritta di nozze.

— Ehi! se s’avesse a pigliar regola da questo, gli anderebbe contato

il mese dal giorno che l’avviatora venne qui a ragionarci delle virtù

della vostra figliuola. —

La domenica dipoi era una giornata delle più serene che si fossero

viste in quella stagione. La mattina presto, secondo il solito, maestro

Cecco andò con la figliuola a sentir messa in santa Lucia sul Prato,

e poi tornando a casa per far colazione vi trovarono anche Michele.

Quel buon giovine, che era ben veduto nello spedale, poteva avere il

permesso facilmente, quantunque non abusasse mai di questo favore a

pregiudizio del proprio dovere nè dei poveri malati, che trovavano

tanto sollievo nella sua prontezza amorevole e diligente. L’Anna, a

vederlo in casa a quell’ora, vestito come quando egli andava a spasso,

allegro e sorridente:

— Che novità è ella questa? Oggi che è giorno di scialo?

— Tu non lo vedi il bel tempo? Chi non anderebbe a spasso?

— Ma bene! Dunque tu verrai con noi! Anche il babbo ha intenzione di

far due passi alle Cascine.

— Appunto i’ son qui per questo.

— E’ non mi par vero! il tempo è bene scelto; piuttosto ora che dopo

desinare. Stamani non ci sarà quasi un’anima, e potremo goderci quella

bell’aria con libertà, senza tanta signoria tra’ piedi, senza lo

strepito delle carrozze, senza il pericolo che ci venga a ridosso il

cavallo d’un milordino.

— E il fastidio di quelli scimuniti che ogni poco si voltano indietro

tutti d’un pezzo a guardar le ragazze con l’occhialetto, e fanno mille

sguajate svenevolezze. Al vestito parrebbe ch’e’ dovessero essere il

fiore della civiltà, e poi non conoscono educazione, e dicono certe

cose che farebbero vergogna alla vergogna stessa!

— Per codesti poi i’ potre’ dire d’esser cieca e sorda. I’ non ho mai

visto nè sentito nulla. Solamente mi conviene qualche volta turarmi

il naso, perchè ve ne son certi, che appestano l’aria come se tra que’

cespugli ci fossero tante serpi.

— Del resto, i’ credo che oggi no’ troveremo compagnia.

— Come sarebbe a dire?

— Ma non di quella! Una compagnia che ti deve piacere.

— Persone di nostra conoscenza?

— Anche! Non antica, almeno per te, ma che dovrà durare quanto la vita,

e più. —

L’Anna capì subito, tanto più che era già stata avvisata, ma senza

sapere il come nè il quando. Allora abbassò gli occhi, e fece il viso

rosso.

— Ora dunque, — incominciò maestro Cecco, — tu m’hai a dire

sinceramente se questa passeggiata ti va a genio. Se no, vi son tanti

altri luoghi per passeggiare!

— Ma se gli è un fissato.

— Naturale![166]

— Allora — ella soggiunse ridendo — che vorreste mancar di

parola? —

Maestro Cecco s’alzò nell’atto, la prese sotto braccio, e via per le

scale. Scendendo sentì che l’aveva un po’ di tremito, e per la strada

rallentò il passo, domandandole se il camminare le dava noja.

— No, — rispose — andate pure del vostro passo. Credete voi ch’i’ non

venga volentieri a un fissato in vostra compagnia? —

L’Anna era vestita da festa con la semplicità delle giovani tessitore

che serbavano l’usanza di qualche anno addietro: in zucca; le trecce

fermate da un bel pettine di tartaruga; il vestito bianco accollato;

il vezzo di perle della madre, e una bella cuffia di modano che le

copriva le spalle. Suo padre in calzoni corti, in giubbone all’antica,

il cappello di tesa larga, le calze bianche e le fibbie d’argento alle

scarpe. Michele aveva la carniera[167] di velluto, quella carniera che

alcuni hanno a noja, perchè disgraziatamente tra quelli che la portano

vi son pur troppo dei capi scarichi, ma che può essere ed è un vestito

da gente onorata al pari d’ogni altro, da non far vergogna a chi

s’infilza il soprabitino. Anche Nanni andava in carniera, e tutt’e due

seguivano tanto in quella come nel resto del vestiario la costumanza

moderna,[168] ma senza le caricature, le legature, i ciondoli con cui

gli zerbini la fanno essere ridicola e troppo incomoda per chi non è

avvezzo a stare in ozio, per chi ha poco tempo da buttar via, e un po’

di robustezza nelle membra e un po’ di sale in zucca.

Passarono la porticciòla,[169] presero di sull’argine dell’Arno, e per

quanto poteva tirare la loro vista, non videro un’anima. Il vecchio

dopo aver fatto qualche cento di passi, dopo essersi voltato indietro

due o tre volte, guardava in viso Michele senza far motto. L’Anna non

aveva alzato gli occhi subito, ma pure gli alzò anch’essa, e non vide

altro che gli alberi, la macchia, i fiorellini tra l’erba e i fagiani

che svolazzavano terra terra. Invero quella dolce prospettiva a un’ora

sempre freschetta, col placido scorrere dell’acqua, con un venticello

che faceva tremolare le foglie luccicanti ai raggi del sole levato

dietro le loro spalle, era proprio deliziosa; e il canto dell’usignuolo

in que’ boschi, dove l’ingordigia e il trastullo degli uomini non gli

muove guerra, accresceva il diletto del passeggiare. Ma come mai tanta

solitudine? Stava bene esser soli a godersi quell’amena campagna, ma a

volte il troppo è troppo!

E’ se n’andavano zitti zitti, almanaccando in vario modo sulla cagione

dell’indugio degli altri, quando presso allo sbocco d’un viale nel

mezzo al bosco odono la voce di maestro Antonio che diceva: — Ora vo’

vi siete riposata abbastanza; ora saranno per istrada; venite via; —

ed eccolo scaturire snello come un frullino sopra la riva, mentre la

Maddalena sorretta da Nanni s’alzava da sedere. Il rintopparsi tutti

lì all’improvviso, l’esclamare _ben venuti!_ a vicenda, il consolarsi

de’ vecchi e de’ giovani pose tutti in una commozione da non si dire.

Poichè ebbero fatto le presentazioni scambievoli, i due sposi furono

messi in coppia innanzi a tutti; Michele profferse il braccio alla

Maddalena; e i due vecchietti che nuotavano nel contento chiusero il

corteggio andando con le mani di dietro, e col viso tutto ridente. Se

non che maestro Cecco, sospirando talora in segreto, esclamava tra sè e

sè: — Ah! perchè non è ella viva anche lei? —

E noi non saremo indiscreti da voler sentire le parole degli sposi.

Già chi ha fatto con essi un po’ di conoscenza può immaginarsele. E

chi volesse sapere la conclusione del loro colloquio, la domandi a

coloro che si trovarono la domenica dopo in Santa Lucia sul Prato,

dove, appena il Priore ebbe recitato il Vangelo, diede un’altra buona

nuova che principiava con queste parole: _Si denunzia per la prima

volta ec. ec._ Io non so se fosse immaginazione o altro: fatto sta che

quando il sacerdote volse al popolo la veneranda faccia pronunziando

a voce alta e commossa quelle parole e i nomi degli sposi, parve che

quanti erano lì si rallegrassero, e che alcuni dicessero sottovoce al

compagno: — Felice lei! la lo merita davvero! — e che poi, tralasciando

di implorare grazie per sè invocassero la benedizione dell’Eterno su

quel bene augurato matrimonio. E lo stesso, cred’io, sarà accaduto in

Ognissanti, cioè nella cura[170] di Nanni: perchè il giubbilo degli

onesti artigiani è giubbilo di tutti; un giubbilo sincero e veramente

benefico, quantunque non sia stimolato con gli sfarzi e con l’oro,

quantunque non faccia strepito tra la moltitudine pazza d’un’esultanza

che spesso va a finire nel pianto di qualche famiglia, ma si ricoveri

tranquillo nell’anima che non lo dimentica tanto presto, che lo ripone

tra gli esempi della virtù premiata, per invigorire la virtù che non ha

ancora nissuna ricompensa su questa terra.

Venne finalmente il giorno delle nozze. I primi raggi del sole appena

appena indoravano il comignolo dei tetti. Una brigatella di poveri,

ciechi e storpiati, era lì sulla piazzetta di santa Lucia; non già con

molta speranza, perchè la figliuola d’un muratore e il figliuolo d’un

magnano, quella uscita dal telajo per ritornare al telajo, quello con

le mani incallite dal manico del martello e della lima, non possono

farla da generosi. Ma non dubitate! Maestro Cecco d’amore e d’accordo

con maestro Antonio hanno pensato a voi poveretti! E non solamente a

voi che non potendo lavorare siete ormai avvezzi a stendere la mano

al passeggiere; ma e’ si son ricordati che i poveri più infelici son

quelli che non possono nè lavorare nè accattare, e tribolano in certi

tugurj dove l’occhio della carità non penetra sempre quanto sarebbe

necessario, perchè laggiù il bujo è troppo fitto e il tanfo[171]

è troppo ributtante per certi stomachi avvezzi a godere l’aperta

luce del sole e i profumi de’ giardini e delle pomate. Nondimeno

e’ son braccianti, e non potrebbero sostenere due spese, quella del

soccorrere i poveri e quella dello scialo di nozze. Or bene, delle

due hanno scelto la prima: tanta era la dolcezza del loro cuore,

che non pensarono nè punto nè poco a procacciarne anche al palato; e

invece di mangiar troppo, a rischio di guadagnarsi un’indigestione, si

contentarono del vitto consueto, e vollero piuttosto che il superfluo

servisse a chi pativa del necessario.

Vedete ora gli sposi venire in chiesa, in mezzo ai vecchi genitori

e agli altri parenti inteneriti fino alle lagrime, inginocchiarsi

davanti al sacerdote, alzar l’anima ai pensieri di religione e d’amore,

ai doveri di famiglia e di patria, e ricevere con quella di Dio la

conferma di tutte le benedizioni, che accompagnano un sì proferito

nel nome della virtù e della carità del prossimo. Pochi tra i popolani

avevan saputo precisamente il giorno e l’ora dell’anello; ma bastò che

due o tre vedessero gli sposi uscir di casa, e in poco tempo la chiesa

divenne piena di gente. Era stata grande la contentezza comune alle

denunzie degli sponsali, ma crebbe assai più nell’assistervi! Erano

universali i _mi rallegro_ agli sposi, al parentado, e tra l’uno e

l’altro de’ conoscenti, come se si fosse trattato d’una fortuna per

tutti.

La comitiva che era uscita di casa senz’altra accompagnatura, ritornò

in casa in mezzo alla folla. Tra quella buona gente che s’abbandonava a

così liete congratulazioni teneva il primo posto l’avviatora, invitata

alle nozze, tutta in gala e infatuata, e senza poter riparare alle

domande che le facevano le altre donne riguardo allo sposo e alla sua

famiglia, giacchè le sapevano bene che l’andava a raccattar le brache

di questo e quello per fargli poi i gazzettini[172] sull’uscio. Ma

figuriamoci se in quel giorno che si dava bella occasione di parlar

molto dei fatti degli altri, la si sfogò a dir bene del prossimo senza

pericolo di metter fuori sfarfalloni! E il medesimo accadde coll’andar

del tempo, giacchè divenuta sempre più intriseca d’ambedue le famiglie,

che ormai si potevan chiamare una sola, furon palesi anche a lei le

loro azioni, ed erano tali da poterle narrare con frutto di chi le

udiva.

Ma l’Anna ebbe a rimproverarla più volte d’indiscretezza, e anche gli

altri furon costretti a riguardarsi dalla sua smania di raccontare alle

conoscenti il bene ch’essi facevano. Così le persone ciarliere fossero

premurose di divulgare le azioni oneste, e non di riferire, spesso con

aggiunte e scandalo e calunnia, le disoneste! La stessa riservatezza

che ci voleva con l’avviatora, naturalmente era da essi tenuta con

tutti; sicchè poche cose potrei aggiungere a questo racconto, se voi

non vi contentaste di sapere che l’Anna in capo a un anno partorì

felicemente un bel maschiotto; e che maestro Cecco e Michele, sebbene

ogni poco fossero in casa degli sposi, tuttavia non furono contenti

finchè non ebbero trovato un piano di casa da potervi abitare tutti

insieme, con libertà scambievole e con risparmio.

Vorrei lasciarvi l’animo consolato proponendovi a immaginare da voi

stessi le contentezze e la prosperità di quegli onesti artigiani,

la buona riuscita, insomma, d’un matrimonio fatto con giudizio. Ma

qui taluno s’aspetterà di vedere anche il rovescio della medaglia; e

io, a dirla giusta, ho saputo molte cose; ma sarebbe questo un altro

racconto così lungo e così doloroso, che ora non ho cuore di farlo.

Lasciamo passare almeno un par d’anni; tiriamo un velo sulle imprudenze

di quella sventurata, rimasta vittima più che altro de’ traviamenti

di un vanesio, che inciampò in tutte le occasioni per divenire uno

scellerato; non ci funestiamo con la descrizione de’ suoi errori; non

torniamo a umiliar troppo l’ufficio del narratore accennando le sozzure

de’ suoi male scelti compagni e de’ loro padroni; di quella funesta

genìa di viziosi inculti e di viziosi culti, che tanto contaminano i

costumi e la dignità de’ popoli ai quali appartengono, e di quelli tra’

quali vanno girovagando!

Contentatevi dunque di sapere che, in capo a poco più di due anni,

Michele, essendo passato a migliore impiego, non solo per la sua

capacità, ma più che altro pe’ suoi buoni portamenti, era nella

farmacia dello spedale; e talvolta vi faceva di notte giorno per

istudiare e guadagnarsi la matricola, o per adempiere sempre meglio il

proprio dovere. In una di quelle nottate ecco il suono della campana

della Misericordia che gli annunzia una disgrazia. Sebbene e’ fosse già

avvezzo a questi casi pur troppo frequenti, nondimeno e’ ne rimaneva

sempre afflitto, tanto più che qualche volta gli era accaduto di

veder portare nel cataletto un suo conoscente. Quella volta poi, forse

perchè nel silenzio della notte il suono lugubre della campana della

Misericordia fa più specie, gli venne fatto uno scossone e un sospiro.

Udito il secondo rintocco, e poi null’altro:

— È _a caso_, — disse fra sè; — poveretto! — Poi una voce vicino a lui

gridò all’improvviso:

— _A caso!_

— Io son qui, — rispose Michele a quella voce, — presto sarà pronto

ogni cosa secondo il bisogno.

— I’ vengo di fuori, e ho udito dire che si tratta di getti di

sangue. —

— Uomo o donna?

— Donna. — E Michele si sentì un’altra stretta al cuore; s’alzò

sollecito come se volesse accorrere a preparare qualche cosa, ma

piuttosto per distrarsi da un abbattimento maggiore del solito; e

l’altro: — Non c’è furia veh! Benchè gli abbiano a andare sulla piazza

della Nunziata, se il male dice davvero bisognerà ch’e’ camminino come

le formicole. — Il tempo che passò tra questi discorsi e l’arrivo della

malata parve eterno a Michele. Infine ecco lo scoroncìo,[173] ecco il

servo colle facciòle, ecco le vesti nere ed il cataletto; e subito la

poverina più morta che viva fu posta in un letto caldo, e visitata dal

medico astante. Ma pur troppo v’era da ordinar poco!

— Che cosa volete voi medicare, se l’è moribonda? — diceva sottovoce

l’astante. — Una servente e il cappuccino.

— La servente eccola qua, — soggiunse un giovane praticante

accennandola, e facendo posto anco ad una suora misericordiosa che

era di guardia; e in quel mentre scòrse Michele appoggiato a un letto

vicino, e quasi privo di sensi. Nel volto cadaverico dell’inferma egli

aveva riconosciuto la povera Maria! Il giovine che si accòrse del suo

abbattimento:

— Oh — disse forte ridendo — se ci fosse bisogno di medicine, lo

speziale ci darebbe un bell’ajuto e non fo celia! E’ non ne può più dal

sonno, e si direbbe che ci volesse l’olio santo anche per lui!

— Chetati! — esclamò allora Michele con sdegno represso; e ripigliando

tutta la sua presenza di spirito: — Qui non v’è da ridere! Pensa a dare

gli ordini per quello che occorre, e io saprò obbedire. — E si collocò

a piè del letto di quella disgraziata.

— Corbezzole! — soggiunse l’altro sfuggendo lo sguardo fulminante di

Michele, e andandosene con affettata indifferenza. Quindi s’allontanò

anche il medico, dopo aver fatto quel più che v’era da fare in un caso

disperato. Poco dopo venne il cappuccino coi soccorsi della religione.

Anch’egli, quand’ebbe esaminato ben bene l’inferma, abbassò il capo sul

petto, e si pose in orazione, aspettando che la si riavesse col riposo

e coi ristorativi che le erano stati somministrati. Tanto il cappuccino

che la suora erano rimasti uno di qua e uno di là al capezzale, finchè

trascorsa una mezz’ora l’inferma aperse gli occhi a guisa di chi si

sveglia da lungo sonno, si guardò attorno, ed esclamò delirando: — Dove

sono?... Dov’è la mia creatura?... Rendetemi la mia creatura!

— Sì, poveretta! — disse subito il cappuccino. — Come vi sentite?

— Sto bene io; ma la mia creatura! Per l’amor di Dio, rendetemela

subito! Non voglio, non posso morire senza rivederla!

— Ditemi dov’è? Chi ve l’ha presa? — esclamò Michele accostandosi

e chinando il volto su lei. A quella voce la Maria rimase come

impietrita, spalancò gli occhi, fece uno sforzo per alzarsi, ma ricadde

subito, proferendo a mezza voce il nome di Michele! Quello sforzo

cagionò un altro getto terribile che la ridusse agli estremi. Allora

Michele, percotendosi la fronte, si buttò ginocchioni come forsennato,

mentre il cappuccino le raccomandava l’anima. Pochi minuti d’agonia, e

la sventurata era morta!

Michele non fu più in grado di rimanere nello spedale; si sentiva

rodere il cuore dalla gran passione, e dall’impazienza di saper qualche

cosa della creaturina che la moribonda chiedeva di rivedere. Uscì

ratto ratto, e diviato sulla Piazza dell’Annunziata, e a girare in

quei contorni, non sapendo che cosa si pensare, nè dove rivolgersi.

Corse alla polizia, fece un visibilio d’interrogazioni, e non ebbe

risposte che gli potessero dare qualche lume. Ma la mattina gli

venne un pensiero. Corse di nuovo sulla Piazza dell’Annunziata; entrò

nello Spedale degl’Innocenti, e a forza d’indagini gli venne fatto di

raccapezzare l’origine della disgrazia. Un’ora prima che suonasse la

campana della Misericordia era stato abbandonato nel finestrino de’

Nocentini[174] un lattante di pochi mesi; aveva al collo una crocellina

involtata in un foglio. Michele riconobbe la crocellina che era stata

un regalo dell’Anna all’amica, e lesse nel foglio il nome di Maria.

Con l’andar del tempo Michele potè venire in chiaro di tutto, e a noi

basterà sapere che quella meschina, dopo la morte di sua madre, era

stata condotta da Cintio fuori via, a Napoli. Quivi costui, dopo aver

tentato invano d’indurla a secondare le sue prave intenzioni, prese

l’iniqua risoluzione di legarsi le scarpe e fumarsela,[175] mutando

nome e abbandonandola nelle stremezze[176] della povertà. La sventurata

col suo bambino in collo, si trascinò a piedi, figuratevi con quanti

strapazzi, fino a Firenze, dove la miseria, la vergogna e lo sfinimento

l’avevano indotta a lasciare in quel modo il bambino, che non poteva

più essere nutrito dal seno materno. Ma lo spasimo di quel distacco,

dopo i sofferti patimenti, le fece scoppiare il cuore.

Il bambino fu presto levato dagl’Innocenti e preso per suo da Michele,

il quale non avendo potuto salvare la povera Maria, volle almeno

esser padre di quello sventurato figliuolo, e dargli il proprio nome e

l’educazione e uno stato. Così il povero piccino trovò anche una madre,

e voi avete già indovinato chi fosse: l’Anna lo tenne insieme coi suoi

figliuoli, e senza la menoma parzialità lo assistè come quelli.

Il fanciullino era già arrivato all’età di cinque anni, allorchè un

giovine medico, amico di Michele, e venuto su co’ medesimi sentimenti,

ritornando da un viaggio fatto per suo studio nella Francia e

nell’Inghilterra, lo incontrò con esso per mano.

— Oh! — disse il medico nel far le feste all’amico e accarezzando il

bambino — mi rallegro davvero! Tu hai moglie; e che bel figliuolo!

— Eh! non ho moglie io! gli è adottivo — rispose Michele sottovoce; —

ma gli voglio bene come se fosse mio.

— Lo credo! Poi seguitarono a passeggiare, e insieme tornarono col

pensiero alle antiche ricordanze e a discorrere degli amici della prima

gioventù. Allora il medico giugnendo le mani in atto di gran dolore:

— A proposito! sa’ tu chi mi toccò a vedere tra i galeotti nel bagno

di Brest là in Francia? E sì che quando imparammo a conoscerlo pareva

ch’e’ dovesse fare buona riuscita. Quel Cintio....

— Dio mio! zitto! — e non volendo, tirò a sè con una stratta[177]

il fanciullo, che quasi impaurito: «Babbo!» esclamava «non ci sono

carrozze!» L’amico, maravigliato: — Sarebbe mai?...

— Non lo dire a nessuno! Chè sebbene quest’innocente non sappia nulla,

pure potrebbe un tempo.... chi sa?

— Tu hai ragione. Neanche all’aria! — E s’inchinava intenerito a dare

un bacio al fanciullo. Poi Michele soggiunse:

— Disgraziato! E non vi sarebbe verso di far qualche cosa per lui? —

L’amico, guardandolo con un’occhiata di rassegnazione compassionevole:

— Al mio ritorno dall’Inghilterra era morto — articolò con le labbra; e

coprendosi il volto andò via. Michele restò come tocco dal fulmine!

Il buon giovine voleva un gran bene al suo figliuolo adottivo; ma

d’allora in poi l’affetto verso di lui fu anche maggiore, e Michelino

seppe essergli riconoscente qual vero figliuolo.

Queste due famiglie d’onesti popolani solevano fare di nascosto

delle elemosine a chi ne aveva proprio bisogno, e soprattutto quando

ricorreva qualche solennità religiosa o qualche festa domestica.

D’allora in poi ne fecero anche di più; e ogni volta che un

infelice riceveva da essi la carità benedicendo i misericordiosi e

ringraziando Iddio con le lagrime della riconoscenza, essi gli dicevano

all’orecchio: — Pregate per l’anima di due nostri poveri amici! —

Racconti popolari · 第 6 / 35 题