LE TESSITORE

Ai primi di Novembre del 18..., la casa di maestro Cecco muratore

in via dell’Ariento era tutta sotto-sopra. La mobilia, parte nella

strada e parte nel baroccio, doveva andare ad un secondo piano delle

case-nuove sul Prato.[1]

Maestro Cecco, assistito da Michele e dall’Anna suoi figliuoli,

sgomberava per dar luogo a’ nuovi pigionali venuti anch’essi col loro

carico.

Il medesimo baratto di famiglie e di masserizie accadeva in molti

luoghi del vicinato, come anche nel rimanente della città, sicchè

figuratevi che via-vai, che tramenío, che casa del diavolo! I pigionali

vecchi imbarazzati nello scendere dai pigionali nuovi solleciti di

salire; i carretti o i barocci stracarichi di seggiole, d’arcolai,

di trabiccoli inalberati alle gambe dei tavolini, si rintoppavano

nei punti più stretti delle straducole: là una contesa tra gli

sgomberatori; qui un tafferuglio tra il padron di casa e il pigionale

minacciato del sequestro o del gravamento, e sfrattato per insolvente,

ma che non vorrebbe andarsene, perchè non sa dove; qua un rammarichìo

di donne per qualche attrezzo smarrito e barattato o per qualche mobile

fracassato; e per tutto il polverone che acceca e la spazzatura tra’

piedi: peggio che peggio se il cattivo tempo sopraggiunge ad accrescere

lo sciupìo della roba, la fretta, il parapiglia, la confusione!

Ah sì, una sgomberatura è sempre un tracollo! E chi volesse meglio

conoscere le più riposte miserie dei poveri, dovrebbe introdursi

appunto allora ne’ fondacci de’ Camaldoli,[2] dove e’ si rannicchiano,

perchè i vasti palazzi, i conventi sterminati, le case de’ ricchi

o nuove o ampliate e gli stabili rimpasticciati alla moderna dagli

speculatori, occupano le parti più centrali, più pulite, più ariose

della città, e sempre più rammontano e ricacciano la così detta

marmáglia e il cianùme[3] crescente ne’ luoghi bassi, infetti ed

ottusi. Costì vedrebbe tra le altre quanto sia grande la tribolazione

di non aver sotto i piedi quattro mattoni di suo in tutta l’immensità

della terra, troppo angusta per alcuni e troppo spaziosa per altri;

costì scorgerebbe più chiaramente che passa troppo grande differenza

dalle suppellettili innumerevoli e sontuose venute di fuori via, dai

_rococò_, e dai ninnoli comprati a peso d’oro, dalle voluttà della

mollezza ostentate nei palazzi, ai tréspoli scarsi e fiaccati, ai

cocci fessi, ai cenci luridi nelle soffitte afose o nei terreni umidi,

buj, insalubri della povera gente. Il signore a cassetta d’una bella

carrozza attraversa a caso un crocicchio di Camaldoli, incontra un

uomo che trascina lentamente in bilico sul baroccio tutti gli averi

d’una povera famigliuola: quella lentezza lo infastidisce; gli amici lo

aspettano a un banchetto; ed ei fa chioccare la frusta dietro le nude

spalle del pover uomo perchè si levi subito di mezzo; e tira via con

l’aria minacciosa del Tribbia,[4] maledicendo l’importuno inciampo....

Ma se per disgrazia una seggiola fosse capitombolata fra le zampe

dei focosi cavalli, e gli avesse fatti infuriare e scatenare a fuga

precipitosa...? Oh, non pensiamo a disgrazie!

Io mi ricordo che in mezzo al diascolìo[5] delle sgomberature

camaldolesi, tra il lezzùme d’una gente vilipesa e calunniata perchè

vive senza sua colpa nell’ignoranza e nella rozzezza, ho pur visto

molte povere creature dar prove d’affetti gentili e fare azioni

caritatevoli e generose. Quella famiglia che va via dice addio con

segni di commovente afflizione alle altre che rimangono, come se le

non s’avessero più a rivedere; e da una parte hanno ragione, perchè

il povero non può spendere il tempo nelle visite; e se un giorno

ebbero che dire per qualche cosa, in quella espansione di cuore fanno

monte di tutto, e se ne scordano per sempre; i nuovi pigionali, che

nell’arruffío di mutar casa pajono mosche senza capo, trovano pronti

i vicini a far loro tutti i servigi che in tali occorrenze sono

tanto opportuni; e v’è chi li chiama a cena con sè e li fa dormire

nel proprio letto, e non gli avrà mai conosciuti.... Ma, o che non

siamo noi tutti fratelli? e non hanno essi un distintivo per esser

riconosciuti ed amati addirittura, la povertà? Che se tra loro vi fosse

un vecchio decrepito, un malato, una donna sopraparto, allora sì che le

attenzioni crescono, e sono carità fiorite, carità benedette! Quelli

non trovano un ricovero perchè non hanno da pagarlo quanto l’avidità

del padrone di casa vorrebbe.... Dunque l’albergo della stella nelle

notti di novembre?... Venite via; restate con noi; per qualche po’

di tempo faremo alla meglio: dopo le prime furie che non ha a rimaner

libera una stanzuccia nel casone?[6] e quell’usuraio che farebbe pagar

l’affitto ai topi, piuttostochè non ritirar nulla, si contenterà anche

del poco. Quelli altri hanno mutato casa; ma quando viene la loro

roba? Aspetta, aspetta, non si vede nulla; avevano sotto braccio due

o tre fagottucci di cenci.... l’è tutta quella.... E il letto? A bujo

accatteranno qualche covone di paglia.... Oh! ma se uno se n’avvede, è

capace di dare in prestito a que’ meschini il suo saccone: tra poveri

e poveri sono imprestiti che non fanno vergogna, mentre è delitto pei

ricchi il non rimediare a quelle miserie.

Maestro Cecco non sgomberava perchè non avesse da pagare la pigione

o perchè il padrone volesse mettere la martellina nello stabile o

crescerne il prezzo d’affitto; ma due mesi addietro gli era morta di

mal di petto la moglie!... Era dunque il dolore che lo faceva andar via

da una casa da lui abitata fin da piccino.

La camera della defunta restò chiusa fino al giorno della sgomberatura,

chè il povero vedovo il quale non trovava ben di sè dall’afflizione,

non si potè risolvere a dormir nel suo letto senza la compagnia di

quella coppa d’oro, che era stata con lui in santa pace trentacinque

anni. Del letto poi e’ n’aveva già fatto un’elemosina alla famiglia

più tribolata del vicinato; e cinque creature che da un pezzo

s’accovacciavano tutte insieme sopra un canile, poterono almeno

slargarsi e dormire sul morvido e nel pulito. Così anche il vestiario

usato e varie altre bricciche e carabattole, fu tutta eredità dei più

poveri. Tanto, non dubitate, al vedovo ed ai figliuoli rimanevano le

memorie delle virtù e degli affetti coniugali e materni, senza che

avessero bisogno d’andare a leggerle sopra una lapida in Santa Croce.

Inoltre maestro Cecco poteva dare ascolto alle ispirazioni della

carità, perchè un uomo laborioso e onesto, un padre di famiglia

economo e previdente non è mai povero. La moglie, buon’anima, s’era

guadagnata il pane col tessere la seta; la figliuola faceva lo stesso;

il maschio era servente nello spedale, e metteva in casa una buona

parte della sua paga. Il babbo, sempre sano e robusto, benchè verso

la settantina, riscoteva una giornata di circa tre paoli almeno, e di

rado s’era trovato senza lavoro. Ponete che tre in famiglia guadagnino

di ragguagliato cinque lire il giorno, si rivestano senza lusso, siano

sobri, contentandosi dell’onesto vivere dei braccianti, si ristringano

in poche stanze e dove le case costano meno, stiano sempre d’amore e

d’accordo, e non facciano mai scialo nè per la gola nè per gli spassi,

e vedrete che il bisognevole c’entra senza lasciarsi patire, e n’avanza

da metterne in serbo, o da raccapezzare un po’ di corredo per una

fanciulla.

Appunto l’Anna da un pezzo era dietro a farsi il corredo, e non

le mancava neanche il damo, scelto col consenso della famiglia.

Questo damo si chiamava Cintio, primo garzone d’un parrucchiere di

baldacchino.

Ma la sgomberatura è finita, e la famiglia è sistemata a casa nuova sul

Prato: andiamo dunque a ritrovarla colà, e avremo tempo di conoscerla

meglio.

Già da quel poco che v’ho detto è facile immaginare le buone qualità

del padre e dei figliuoli; e potrebbero farne testimonianza i vicini

di via dell’Ariento che li portavano in palma di mano, e che a vederli

andar via rimasero sconfortati come se avessero perduto il loro

sostegno.

— Quello è un uomo di proposito! se non fosse stato maestro Cecco, cani

e gatti in casa mia; ma ora non v’è pericolo.

— Oh! il mio marito non giuoca più, non mette più piede nella béttola;

e tutto merito di maestro Cecco.

— O il mio? Quella praticaccia!... ve ne ricordate? I pianti ch’i’ non

feci le son cose grosse! Ma benedetto maestro Cecco! Col Commissario[7]

non si concludeva mai nulla; sì.... ogni po’ una chiamata, una

lavataccia di capo; ma chè! Gli era lo stesso che pestar l’acqua nel

mortaio. E’ ci messe le mani lui, e intrafine-fatto[8] la cosa morì lì

senza tanto scalpóre.

— E quelle du’ saette scatenate de’ miei figliuoli? Io guà, povera

vedova, i’ non sapevo proprio come cucinarmeli. Mi raccomando alla su’

donna buon’anima; e lei: sicuro! lo dirò a maestro Cecco.... Insomma e’

non occorre ch’i’ ve lo conti: e’ sono a bottega a salario, si portan

bene.... e in casa, due pulcini e loro l’è tutt’una.

— Oh la si vuol piangere per un pezzo la morte di quella donna!

— I’ lo so io! quand’i’ feci il mio primo! Poverin’a me! senza neanche

du’ stracci, senz’avere da mettere in pentola un po’ di carne....

basta, la ci pensò lei, e mi riebbe da morte a vita.

— E v’hanno portato buon augurio sapete? Roba che è stata addosso a

que’ du’ angioli dell’Anna e di Michele!

— E ora... ch’e’ non s’abbiano a riveder più i’ la stiaccio proprio

male! —[9]

Ma io voglio anche provarmi a darvi alla meglio un’idea delle fattezze

dell’Anna, perchè a sentir parlare d’una ragazza che ha il damo, vien

subito in capo che l’abbia ad avere un bel viso.... Come se una ragazza

onesta e laboriosa non potesse trovar marito senz’essere un occhio di

sole! Ho veduto che quando la Provvidenza assiste le fanciulle con la

sanità e colla voglia di lavorare, le si possono facilmente imbatter

bene, in un giovine di giudizio che guardi alla sostanza e non si

curi poi tanto della mostra. Certo lo so anch’io, le bellezze danno

nell’occhio, e sono subito corteggiate; ma così le fossero anche sicure

da tanti pericoli! Perchè molti s’innamorano solamente del viso, e non

sanno santificare l’amore con la religione della virtù, non considerano

le buone qualità della donna, non si preparano a coltivarle, a farne

prò per il bene della famiglia. E allora un affetto vano svapora

presto, e diventa fredda abitudine o passione invereconda. Allora la

donna si potrebbe rassomigliare ad un libro pieno di belle cose, ma

dato in mano a chi non sa leggere.

L’Anna, volendo stare a rigore, non era bella; bensì era aggraziata

e piacente, e di personale alto e dignitoso; aveva una bell’aria e

gentile, un incarnato pieno di pudore, di serenità, di freschezza; la

fronte spaziosa, i capelli neri e le ciglia grandi e bene inarcate;

ma il naso era piuttosto aquilino, e il labbro inferiore della bocca

un po’ troppo sporgente. In alcune fisonomie de’ nostri popolani[10]

si trova talora qualche lineamento dell’Alighieri. Gli occhi però

che danno vita al sembiante, gli occhi, nell’ampiezza delle nere

pupille e nella movenza risoluta e vereconda, mostravano la bontà e

la fortezza dell’animo e l’acume dell’intelletto; erano propriamente

una luce benigna, che accendeva amore e incuteva rispetto. Il vestito

di rigatino, il fazzoletto di cotone, il vezzo di corallo con una

crocellina d’argento, che era già stata sul petto della mamma, le

buccole di madreperla e il pettine di tartaruga: ecco le sue vesti ed i

suoi ornamenti che facevano spicco per semplicità e per lindura.

Cintio, già amico del suo fratello, se n’era innamorato vedendola

in San Lorenzo alla novena del Natale e le discorreva da qualche

mese. Maestro Cecco avendo avuto buone informazioni di questo giovine

(quantunque non gli andasse gran cosa a genio il mestiere che faceva),

e scorgendo che la figliuola n’era molto invaghita, lo lasciò venire in

casa, e l’assistè anzi di propria tasca, perchè si riscattasse dalla

coscrizione.[11] Di che Cintio aveva mostrato riconoscenza, era stato

puntuale a restituirgli a un tanto la settimana il denaro, e faceva i

suoi conti di poter presto aprir bottega da sè con la riscossione d’un

credito lasciatogli per eredità da uno zio. Intanto gli avventori ch’ei

serviva a tempo avanzato gli davano buon guadagno; e ancora che la

riscossione di quel credito dovesse andare in lungo, a motivo di certi

ammennicoli del debitore, il principale che gli voleva bene, e che già

per esser vecchio si riposava, era pronto ad assisterlo col suo credito

e a dargli avviamento per la nuova bottega.

Nella casa di sul Prato l’Anna trovò subito compagnia di suo genio.

Abitavano al primo piano una vedova e la figliuola, tutt’e due

tessitore; la ragazza era stata alle scuole normali di San Paolo a

tempo dell’Anna, e s’erano volute un gran bene. Quantunque le non si

fossero più riviste da qualche anno, pure nell’atto si riconobbero con

una festa da non si dire, e ristrinsero l’amicizia.

— Ma bene! — esclamava la Maria. — Chi poteva mai figurarsi che dopo

tanto s’avesse a essere pigionali? Almeno si starà allegre insieme!

S’ha a stare allegre, sai?

— Eh! me ne ricordo sì, con te non vi sono malinconie. Anche troppo

brio qualche volta! Ma ora non siamo più bambine.

— Io poi, vedi tu? son sempre la stessa; sempre di buon umore. L’uggia

non mi va a sangue. Povera, ma contenta; che vuo’ tu ch’i’ ci faccia?

Gli è naturale.

— Meglio così, quando non vi son pensieri che affliggano.

— A dire! I pensieri? tu mi parli di pensieri? Me ne sono un po’

accorta, sì, appena che t’ho visto. Che c’è egli?

— Eh! tu puoi considerare! Di donne in casa son rimasta sola....

— A proposito! Tu hai ragione! Che disgrazia! — E intravvenuta da pochi

mesi a questa parte! — Abbi pazienza! Sia fatta la volontà di Dio. Ci

vuole rassegnazione! O io? Tre anni fa! Il mio povero babbo! Figurati

che sebbene tu mi ritrovi allegra come alla scuola, i’ lo piansi, sai?

I’ lo piansi giorno e notte. Ma poi.... Che ci si rimedia col piangere?

Bisogna farsi una ragione: e per amor della mamma, che, poverina, il

dolore la rodeva senza darle pace, i’ feci tanto di smettere. E allora,

si sa, il naturale riprese il sopravvento. —

Questa ragazza leggiadra, briosa e faceta, pareva fatta a bella posta

per sollevar l’animo di chi l’avesse angustiato da una disgrazia,

di chi fosse un pochetto proclive alla mestizia. La conobbero anche

maestro Cecco e Michele; fecero presto amicizia da buoni vicini con

l’Elisabetta e con lei; e soprattutto al giovine piacquero così alla

prima le grazie ingenue della fanciulla.

Il giorno dopo, entrando in discorsi più lieti, la Maria domandò

all’Anna:

— Hai tu il damo?

L’amica rispose con un sorriso abbassando gli occhi.

— Già io me n’era apposta, — continuò la Maria, — e l’ho incontrato

per le scale; e me ne rallegro davvero, perchè gli è anco un bel

giovinotto!

— Bello poi! non lo so, e non importa. Il mi rallegro per questo non ci

ha che fare: se tu dicessi che gli è un giovine di proposito....

— Tu hai ragione.

— E se Dio fa ch’e’ si mantenga....

— Io te lo desidero con tutto il cuore. Ma a quanto veggo, niente

paura, Corbezzole! il damo in giubba?

— Gli è il mestiere, sai! E’ fa il parrucchiere.

— Ah! ora ho capito. Meglio così! Un mestiere che non fa venire i calli

alle mani. E c’è dei parrucchieri che la ricavano molto bene.

— Del resto, la giubba non mi tirerebbe davvero!

— Perchè? Questo poi, scusa, ma gli è uno scrupolo senza sugo.[12] Io

anzi, me ne terrei.

— A proposito! non per sapere i fatti tuoi; ma tu?

— Io? Oh! io non ci penso. Gli ha a passare qualche altro carnevale.

— Perchè?

— Figurati! figliuola d’una povera vedova. Senza aver potuto

raccapezzare ancora una dote.... Chè, chè! E poi voglio stare allegra

dell’altro.

— O che gl’innamorati non possono stare allegri?

— Quelli che ho visto io mi son parsi tutti rimmelensiti.

— Bisogna vedere con che sentimenti si mettono. Basta che l’amore non

levi la dritta al giudizio. Animo, animo! tu hai un buon mestiere, e il

marito ci dev’essere anche per te. Io te l’auguro, e presto. Oh! addio.

Ecco l’avviatora:[13] andiamo a finir questa tela. —

E le due amiche si separarono. La Maria canterellando si pose al

telajo, e l’Anna salì su pensierosa con l’avviatora.

Due o tre settimane dopo quel colloquio, Cintio andò in casa dell’Anna

vestito con più eleganza del solito, e tutto giulivo. Questo giovine

che aveva mostrato in principio buon naturale ed una certa sveltezza

di modi franchi e sinceri, adagio adagio, a forza d’imitare le

affettazioni della galanteria per rendersi ben accetto ai bellimbusti

e alle damine che gli affidavano la loro testa, era divenuto lezioso,

adulatore, loquace, voleva farla da faceto ma riusciva scipito, si

dava aria d’importanza ma cadeva nel ridicolo. Il sorriso continuo, il

passo scivolante, i gesti a scatti, gli occhi irrequieti lo facevano

parere uno scimmiotto. Il capo che in conseguenza del mestiere doveva

essere un capo-modello per la pettinatura, variava spesso di mostra,

ora prevalendo la zázzera ricciuta come se i capelli fossero tanti

cesti d’indivia, ora la zázzera liscia mozzata alla dirittura del

mento che dà alla testa la forma d’un cappello di fungo, ora il ciuffo

ritto a cetriolo; e tutte queste trasformazioni gli facevano variare

fisonomia come avverrebbe di chi si mostrasse con una maschera oggi

e con un’altra domani. Com’è dunque possibile che l’Anna, ragazza

piuttosto seria e molto giudiziosa, continuasse a dar retta a un amante

che diveniva così sguajato? Ricordiamoci che questo cambiamento era

accaduto a poco per volta: e poi fosse accortezza o fosse abitudine,

o piuttosto la soggezione che gli veniva dai portamenti dell’Anna, di

suo padre e di Michele, quand’egli era con loro pareva un altro; tale

quale un comico che sul teatro fa le parti di sciocco, ed in famiglia

sa star sulle sue. E a volte la circospezione d’una fanciulla savia e

l’oculatezza d’un padre prudente non sono rimaste deluse per qualche

tempo dalle apparenze? Quel giovine in casa della fidanzata pare

onestissimo, economo, mansueto, e poi riesce scostumato, sciupone,

collerico. Quell’altro dava a divedere molto senno, e messo alla prova

riesce uno stolido. Vero è che quest’inganni son più frequenti nei

matrimoni dei ricchi, dove le parti interessate per altri rispetti,

congiurano, si può dire, a danno del vero bene degli sposi inesperti;

mentre quando non c’è bisogno di tante stampìte[14] gli spropositi

saltano agli occhi più presto, e vi può essere il verso di rimediare in

tempo.

— Buone nuove — diceva maestro Cecco.

— Per l’appunto — rispose Cintio.

— Buone nuove sicuro! I’ ho succhiellato una bella carta![15] Quella

locanda nuova di Lungarno, lo sapete? c’è un cameriere mio amico, e

tanto basta! Lì arrivano forestieri a tutt’andare; e i forestieri non

hanno il granchio al borsellino.

— Eh allegri pure! I’ ho caro che tu cerchi d’avvantaggiarti. Ma

bada veh! con questi forestieri ci vuol giudizio. Le grosse mance

e straordinarie non sempre fanno prò quanto i guadagni discreti e

consueti. E con la servitù che vien di fuori-via? Con quella sì, che

bisogna stare all’erta! A volte ci s’imbatte in certi fior di virtù

segnati e abboccati,[16] che sono avvezzi a fare d’ogni erba un fascio.

— Davvero! — esclamava l’Anna con apprensione.

— Ditelo a me! — aggiunse francamente Cintio. — I’ non son mica un

ragazzo.

— Non te l’avere a male. Un po’ d’esperienza m’ha insegnato molte cose.

Basta che quando hai fatto il tuo servizio...

— A bottega subito; s’intende! Non mi lascio infinocchiare,[17] no, io!

— E tutta questa gala — proseguiva l’Anna additando il vestito nuovo.

— Oio![18] stasera c’è _appartamento_[19] a Corte; e ho da pettinare

due signore inghilesi che arrivarono jeri alla locanda nuova. Anzi,

ci vorrà pazienza; i’ vi dico addio. Voglio esser puntuale. Con loro

non si sgarra! — E dato un tenero sguardo alla fanciulla, se n’andò

frettoloso.

Nella stanza di passaggio del piano di sotto, Cintio s’imbattè con la

Maria che gli fece un garbato saluto. A quel saluto e’ rimase un poco

sopra sè a guardarla piacevolmente, si pavoneggiò; e restituita la

buona notte, proseguì pel fatto suo.

Intanto maestro Cecco esortava la figliuola a non stare in pensiero.

— Ho detto in quel modo, e quel che ho detto pur troppo è vero! Ma

Cintio finora m’è parso non solo onesto, ma anche avvistato; ad ogni

modo gli staremo alle costole noialtri, non dubitare. E se poi per

disgrazia e’ si lasciasse metter su da certe amistanze... Di giovanotti

non ce n’è carestia.

— Non lo dite nemmeno!

— Aspetta ch’egli abbia potuto aprir bottega da sè. Allora col lavoro

delle parrucche e dei fintini e col bisogno di badare allo sportello,

gli avrà meno occasione di bazzicare per le locande. — Ciò detto andò

a cena; e l’Anna che aveva premura di riportar presto la tela dal

mercante, proseguì a far correre la spola.

D’allora in poi Cintio venne sempre in falda di panno fine e in

corvatta bianca insaldata; e spesso prima di salir su faceva una

fermatina al telaio della Maria, sebbene la Lisabetta sua madre, quando

vi si trovava presente, sgridasse la figliuola e costringesse lui a

girar di bordo.

— Ma che c’è ogni sera il baciamano a Corte e la pettinatura

degl’inghilesi? — disse una volta l’Anna al suo damo nel mentre che

stavano insieme alla finestra.

— Perchè?

— Sempre in lucco!

— Oh bella! quel che ci va ci vuole. Sulle locande che ho a essere da

meno degli altri?

— La pulizia, son con teco.

— Se tu vedessi come vestono i servitori dei _milordi_! Ci sarebbe da

sbagliarli co’ padroni.

— Ma tu non sei obbligato a far tutto come loro.

— Guarda guarda! — e le additava un cameriere francese di sua

conoscenza. — Eccone uno là che torna dalle Cascine. — Il cameriere lo

riconobbe, lo salutò, e fece una scappellata svenevole alla ragazza,

benchè la si fosse subito tirata indietro. Allora Cintio guardandole

con un certo rammarico il vestito di rigatino:

— Anzi — soggiunse — questa robuccia ruvida e ordinaria non istà bene

neanche a te. Chi ti vede meco...

— Oh lasciami portare il rigatino quando non vi sono nè macchie nè tane!

— Tu mi fa’ ridere! E quando saremo marito e moglie?

— Mia madre, buon’anima, s’è vestita sempre da sua pari; e tu sai se il

babbo avrebbe potuto metterla in seta! Ma gnornò: Chi fa la seta, la mi

diceva, si deve contentare di portarla al mercante.

— Codeste sono idee stantìe. Guarda l’altre ragazze, tutte le ragazze

che hanno il damo.

— Giusto quelle, dovrebbero mettere il cervello a partito. Aspetta

ch’i’ abbia bell’e preparato tutto il corredo della biancheria, e

poi se c’entra qualche altra cosa ne discorreremo. Vuo’ tu ch’i’ non

ci abbia gusto anch’io a mettermi d’intorno un bel capo di roba e a

fartene onore?

— Dunque no’ siamo d’accordo.

— Ma prima l’essenziale. —

Questi medesimi discorsi ritornarono in ballo altre volte, perchè

Cintio in cuor suo avrebbe preso che l’Anna si fosse messa alla pari

di certe ragazzette sgargianti,[20] scolarine di crestaie e di sarte,

vagheggiate e ganzate[21] da’ servitori e da’ padroni scapestrati.

Anzi una domenica egli scansò d’andare a spasso con lei e con maestro

Cecco prima di sera, perchè la ragazza non era agghindata a modo suo,

ed il vecchio si manteneva sempre fedele ai calzon corti ed alle scarpe

con le fibbie.[22] L’Anna se n’avvide, ne rimase afflitta, e vi fu

un’ombra di dissapore; ma la n’era sempre tanto innamorata, che presto

si riconciliarono; e, come suole accadere, dopo un breve adiramento,

in lei almeno, si rinvigorì quell’affetto che per parte sua più grande

non poteva essere. — Quando m’avrà presa, pensava tra sè, lo contenterò

un pocolino sul principio, e poi, al primo figliuolo, addio grilli! Un

babbo bracciante ha altro che pensare! I vestiti belli allora sono i

figliuoli tenuti bene. —

Quasi tutti i venerdì, prima delle ventiquattro, la vecchia Lisabetta

andava da sè sola, e come di soppiatto, verso il convento del

Carmine,[23] e spesso si tratteneva fuor di casa fino a tardetto,

fin dopo l’arrivo di Cintio; il quale trovando la Maria senza

custodia, s’arrischiava allora a fermarsi con lei più del solito, per

chiacchierare barzellettando del più e del meno. Il brio della povera

tessitorina dava nel genio al parrucchiere galante, e in lei facevano

breccia le falde, il cappello di felpa rasata, i guanti e le garbatezze

affettate.

— Giovinottino, — la diceva sorridendo — vo’ fareste meglio a andare

pe’ fatti vostri; questa non è aria per voi. La mamma ha ragione; e

povera me se la capitasse qui all’improvviso!

— Vo subito via a gambe, vedete? Fo le scale in un attimo!

— Eh! lo veggo, sì; come il granchio.

— E da qui innanzi me ne vo ratto ratto senza neanche darvi la buona

sera.

— Meglio così; tutto fiato risparmiato.

— E meglio sarebbe che voi vi trovaste una volta un po’ di damo anche

voi. Allora chi s’è visto s’è visto.

— Oh! vo’ l’avete detta bella! I’ non vo’ cascamorti tra’ piedi.

— Anzi, i’ mi son messo in capo di trovarvelo io.

— Bravo! dunque di piantone a San Giovanni.[24]

— Perchè?

— Perchè ancora gli ha a nascere.

— Oh! lo vedremo!

— Lasciamo le celie. I’ ve l’ho detto e ridetto. Io degli uomini non ne

vo’ saper nulla. Se la non vi piace sputatela.

— Vale e che[25] voi ci cascate più presto d’un’altra?

— I’ so dove metto i piedi, ragazzo mio!

— Chi biasima vuol comprare.

— Neanche un quattrin bacato. Oh, bene spesi per tribolare tutta la

vita!

— Voialtre eh? Vo’ fate bene a metter le mani innanzi per non cascare.

— Noi, sempre confitte in casa a fracassarci il petto al telajo, ad

assaettarci coi figliuoli... E voi, chiedete e domandate, tutti gli

spassi son vostri.

— Gli è che anche a tenervi sotto chiave non basta.

— Come sarebbe a dire?

— Lo sapete com’è? Voi non potete soffrire gli uomini; e io lontano

cento miglia dalle donne, e tutti pari!

— E’ si vede!

— Voi non direte così domani.

— Badiamo veh! da qui innanzi, passando per andar su, neanche la buona

sera.

— Non vi sarà questo pericolo.

— E guardare in viso le donne....

— Mai!

— _Bene chidem!_[26] E per far meglio vo’ vi dovreste cavare gli occhi.

— I’ li terrò sempre bassi.

— E a vederne spuntare una da una cantonata....

— Io torno subito addietro.

— E se ce n’è una anche dietro?

— Allora poi....

— Fate una cosa: mettetevi l’ale per camminare tra’ nuvoli!... —

Ma se questo cicaleccio era insulso per le parole, non così per gli

atti e gli sguardi e i sorrisi, pieni di spensierato abbandono nella

Maria, e d’artifiziosa audacia nel giovine. La qual cosa avrebbe dato

molto da pensare a maestro Cecco, o avrebbe subito fatto conoscere

all’Anna quanto pericolo v’era che si fosse ingannata nel mentre che

ella, inconsapevole di tutto, stava su a tessere e ad aspettare il suo

damo. E questi, svagato al primo piano, incominciava a trovare insipida

la conversazione di quelli del secondo. Un amore soave, tranquillo,

verecondo, un conversare onestamente piacevole, assennato e condito

dalle paterne ammonizioni dell’esperienza, andavano perdendo per lui

ogni attrattiva. Egli avrebbe preso che l’Anna fosse stata più docile

a certe dimostrazioni d’amore fatte a modo suo, ma che non andavano

d’accordo con la ritenutezza della modestia. Un giorno, per esempio,

e’ s’ebbe a male che la fanciulla avvezza a ricusare ogni più piccolo

regaluccio, non volesse prendere neanche una bella _camelia_.

— A me piacciono più le rose, — diceva l’Anna — le camelie son belle,

ma non sanno di nulla. —

E chi le avesse detto che quel fiore era stato regalato a Cintio da

una cameriera inglese? Nè il rifiuto veniva da scrupolo eccessivo! ma

ella si ricordava che un’altra volta col pretesto di darle un mazzetto

di viole mammole, ei s’era preso la libertà di stringerle la mano di

nascosto a suo padre. Quando poi si tratteneva in casa il fratello,

non toccandogli sempre la nottata allo spedale, passavano parte della

veglia con un po’ di lettura; la fanciulla e il vecchio la gradivano

perchè sempre bene scelta, istruttiva e piacevole soprattutto quando

leggevano i _Promessi Sposi_ del Manzoni; ma il parrucchiere avrebbe

preferito le chiacchiere oziose o una partitina a briscola; insomma

egli, arrivò a desiderare piuttosto cinque minuti di colloquio insulso

colla Maria, che un’ora di lieta e morigerata conversazione colla sua

ragazza. Inoltre gli dava molestia la vigilanza perseverante di maestro

Cecco; non già che il buon padre dubitasse della sua onestà, chè allora

non l’avrebbe ricevuto in casa; nè era custode sofistico, e anzi gli

dimostrava tutto l’affetto e tutta la fiducia d’un futuro suocero; e

poi sapeva bene che la figliuola poteva guardarsi da sè: ma quale uomo

casalingo e padre veramente amoroso, il suo maggior gusto era quello

di godersi la compagnia della famigliuola, e non s’era mai dato esempio

che l’Anna fosse rimasta da sola a solo con Cintio, sebbene gli amanti

avessero tutta la libertà di ragionare delle loro più liete speranze.

Ma una sera che maestro Cecco, volendo spiegar meglio a Cintio i

regolamenti e i vantaggi delle Casse di risparmio era andato in camera

a prendere il suo libretto di credito, l’audace parrucchiere in un

batti-baleno[27] spiccò all’improvviso un lancio verso l’Anna, e con

tutta la svenevole agilità del ballerino le impresse un bacio sopra

la spalla. Essa fece subito il viso rosso come lo sverzino, e con la

minaccia d’appiccicargli uno schiaffo, lo respinse da sè.

— Dunque tu non mi vuoi bene! — esclamò Cintio.

— E voi non sapete come si fa a voler bene a me.

— Tanto non dobbiamo essere marito e moglie?

— E però queste confidenze non le voglio.

— Tu mi fa’ ridere! Scommetto io che la Maria non sarebbe tanto

schizzinosa. —[28]

Queste parole furono un rasojo al cuore della fanciulla; chinando

il capo si lasciò cadere di mano la spola, e nel raccattarla dovè

rasciugarsi una lagrima.

— Animo! — soggiungeva ridendo il parrucchiere.

— Ho detto per chiasso; ho voluto provare se tu eri gelosa....

— Non importa che vo’ facciate altre prove. Con questi sentimenti vo’

non fate per me!

— Così sul serio? I’ sarei capace di prenderti in parola, guarda! —

Il ritorno del padre troncò il dialogo, e l’Anna fece di tutto per

nascondere l’afflizione. Di lì a poco venne anche il fratello. Cintio

disse allora che aveva una chiamata alla locanda, e se n’andò via

frettoloso. Ma invece d’incamminarsi alla locanda, prese per le

mura[29] con l’animo turbato dalla stizza contro la severa virtù della

buona fanciulla.

Strada facendo raggiunse due donne che passeggiavano, e tirò di lungo

senza guardarle, ma potè udire queste parole:

— Sì, è lui; — e gli parve la voce della Maria, nel tempo che l’altra

con premura strepitava:

— Ti vuo’ tu chetare, poco giudizio? —

Allora si voltò, le riconobbe, e si mosse verso di loro.

— Ecco, — proseguiva la Lisabetta sgridando la figliuola, — I’ ti levo

di casa apposta per non far nascere scangei,[30] e lui anche per le

mura! Oh! i’ sono stufa sapete?

— Zitta via! — interruppe la figliuola pacificandola. — Non abbiate

paura. Cintio è un giovine di proposito; non è capace.... — E

volgendosi a lui: — Che novità son queste? che cosa venite voi a far

qui? a pettinare qualche albero? —

E intanto la vecchia proseguiva a strillare, a condurre indietro la

figliuola, a guardare il giovine a stracciasacco, e ad imporgli ch’e’

se n’andasse pel fatto suo.

— Dunque, — rifletteva questi tra se e sè, — la Lisabetta ha qualche

ragione per dubitare. Ho capito; sono a cavallo. — E poi esclamò a voce

alta, ponendosi dalla parte della fanciulla: — Il fatto mio è questo.

Appunto venivo a cercarvi.

_Maria._ Davvero? Perchè mai?

_Elisabetta._ Finiamola, e subito!

_Cintio._ Il male è che voi la pigliate in burla; ma i’ vi dico e vi

giuro che se vo’ mi volete bene....; meno discorsi! l’Anna non è per

me. Stasera ci siamo sciolti. —

E lo disse con tale veemenza, che le donne s’arrestarono stupefatte,

senza rifiatare, a guardarlo con tanto d’occhi. Poi la Lisabetta

tirando a sè la ragazza, con animo più risoluto:

— Vo’ siete spiritato — gridava. — Vo’ avete perso il giudizio. Già si

sa; le solite cose. Oggi rotti e domani più cotti[31] che mai! Ma non

istà bene motteggiar così con chi non pensa a voi nè punto nè poco.

E se gli è vero che v’abbiate lasciato l’Anna, meglio per tutti; vo’

non avrete più occasione di venirci tra’ piedi; vo’ potete baciare il

chiavistello del nostro uscio. —

La Maria stava zitta, e, forse per la prima volta in vita sua, divenne

seria. Cintio spiegò quel silenzio a modo suo; e vedendo che la teneva

gli occhi bassi e che non badava alle parole della vecchia, credette

d’aver dato nel segno. Allora finse di volere obbedire alla Lisabetta,

prese di furto la mano della fanciulla che non ebbe tempo di ritirarla,

e dicendole sottovoce: — Se tu non vuoi la mia morte, hai capito! —

proseguì a gambe verso la Fortezza.

A quella stretta di mano, a quelle parole da primo amoroso in tragedia,

la Maria mandò un grido sommesso, rabbrividì tutta, e si lasciò

trascinare verso casa dalla madre che non potè udire quel grido nè

accorgersi dell’insolita commozione della fanciulla, perchè infatuata

dalla collera continuava ad esclamare: — Vien via! Al suon d’un raglio

non bisogna cetra.[32] Poerin’a me! a queste suzzàcchere[33] m’ho a

ritrovare? Già l’ho detto veh! Tu gli hai dato troppo braccio. Oh! Ma

i’ la finirò io; i’ glieli leverò io questi grilli del capo. Garbatino!

mettersi oggi con una, domani con un’altra. Una bella moda gli hanno

imparato questi arnesacci trincati![34] E po’ lui che pratica tanti

be’ ciaccherini,[35] tanta signoria, e i cavalier serventi delle dame!

Noe, noe! anco ch’e’ fusse novizio e’ non farebbe al caso per noi; e

tu ne puoi far subito il pianto. Alla larga! S’i’ fussi!... Tu ci ha’

dato e non fo celia! Ma i’ mi farò sentire con una buona parlantina

in grammatica a maestro Cecco e a quell’altra daddolosa![36] E’ se

l’hanno a tener per se quel giojello. E se gli avessero a traccheggiare

dell’altro, so io quel che va fatto! I’ cerco subito du’ stanzucce,

chiama e rispondi, in via San Zanobi o in via de’ Pentolini....[37] Tu

ha’ a dire ch’e’ venga lì con credendo d’appiccicarsi a noi! Prima di

rivederlo tu vuo’ sentir sonare più d’un doppio. E in quel caso, a fin

di giuoco, no’ ci riparleremo! I’ n’ho pochi degli spiccioli, veh io!

Tu lo sai, non c’è bisogno che nissuno mi venga a insegnar cantare; i’

sono stata prima vin che aceto![38] E con questi due cernecchiucci[39]

di capelli, bench’i’ sia povera e vecchia, quand’i’ mi sento

arrugginire il sangue, mi basta l’animo di fare anche un ricorso al

Commissario.[40] —

E di questo passo la vecchia, senza potersi attutire, tirava innanzi a

sgridar la figliuola e a metter fuori proponimenti per troncar diviáto

la tresca; finchè, entrata in casa, la ragazza si lasciò andar bocconi,

sulla sponda del letto, e diede nel piangere.

La mamma, non avvezza a veder le sue lagrime, si lasciò intenerire, e

non aperse più bocca. Su, al secondo piano, non si sentiva uno zitto;

e anch’esse andarono chete chete a dormire, sebbene la Maria stentasse

molto a chiudere gli occhi. Riflettendo a quella improvvisa risoluzione

ed a certi discorsi fatti più volte da Cintio ne’ suoi rincontri alla

sfuggita, la si convinse ch’e’ doveva essersi sciolto per davvero,

e le parve allora d’aver corso un po’ troppo con le risposte. — Ma

come fare? — diceva tra sè, — che l’ho a costringere io a pigliarla

per forza? O se gli avesse conosciuto prima me?... Povero Cintio! Si

vede proprio che gli aveva sbagliato.... E poi, e’ non si troverebbe

mai d’accordo con Michele. Michele, sicuro, anche lui è un giovine di

proposito; ma sempre serio, troppo sorniòne.... Chi sa che cosa sarebbe

seguito con que’ due naturali così opposti fra loro! — E in fine, un

po’ di vanità e un po’ di compassione la persuadevano che non avrebbe

fatto male a dargli retta. Indi la s’affliggeva di questa tentazione,

e poi la ritornava a compiacersene; e così fu quella in vita sua la

prima notte vegliata nelle afflizioni. Anche l’Anna, quando fu rimasta

sola, ebbe bisogno di piangere, anch’ella si trovò a contrastare fra

due opposti sentimenti; ma presto il migliore prevalse; e col pensiero

a sua madre, della quale ricordava sempre i consigli e i conforti, potè

quetarsi nel refrigerio d’un sonno tranquillo.

Sperando intanto la Lisabetta che questa faccenda potesse morir lì come

un capriccio che presto svanisce, non si volle confondere a parlarne

con chicchessia, o pensò che fosse meglio aspettare l’occasione

propizia. In una donna della sua indole il lasciar raffreddare il

primo bollore era lo stesso che non far nulla, lo stesso che succiarsi

una disgrazia come se ormai non vi fosse rimedio. Anzi pareva che

al crescere del rischio la si studiasse più che mai di levarne il

pensiero, non avendo coraggio di mettersi a repentaglio contro di esso.

La sera dopo, Cintio non si fece vedere nè su nè giù. Queste vacanze

non erano insolite: un _circolo_ a Corte, l’_opera_ alla Pergola

o qualche festa di ballo potevano tenerlo impelagato attorno alle

signore fino a tardi; ma l’Anna s’era già messa in sospetto; e benchè

deliberata a disfarsene, la non poteva fare a meno di non patirne; la

spina era troppo confitta dentro. Intanto il parrucchiere che faceva

la posta alla Maria quando andava dal mercante in Vacchereccia, la

rintoppò in Parione allo sbocco del vicolo che mette in una stradella

senza riuscita detta del Purgatorio. La ragazza, appena l’ebbe

visto, avrebbe voluto tirar di lungo; ma come resistere a un’occhiata

fulminante, a un viso pallido e costernato, a tutti gli artifizi d’un

seduttore? E quelle parole «se tu non vuoi la mia morte» le erano

rimaste tanto impresse nell’animo, che zitta zitta si lasciò condurre

in disparte, ed eccoli proprio insaccati nella via del Purgatorio, dove

senz’esser visti da alcuno potevano discorrere a loro bell’agio.

— I’ volevo ben dire che tu avessi il cuore di non mi mantener la

promessa — incominciava Cintio.

— Che promessa? Adagio! — rispose la Maria turbandosi.

— Io son libero, — e all’improvviso si mostrò tutto rasserenato. —

E’ me n’hanno fatte tante che alla fine son libero! Ma che libero? I’

son tuo; tutto tuo in sempiterno. Ora conosco che cosa vuol dire fare

all’amore. Maria, tu eri nata per me. I’ ti cercavo per mare e per

terra. Alla fine ti ho ritrovata. Chi ci volesse separare, sarebbe

lo stesso che distruggere le leggi dell’universo. — E accompagnando

con gesti enfatici questa tirata presa ad imprestito dal libretto

dell’_opera_, si levava di dito un cerchiettino d’oro: — sia questo il

primo pegno del nostro amore; e questo sarà il più bel giorno della mia

vita! —

La Maria ritirava la mano, non voleva prendere l’anellino; ma fu

impossibile, chè in quel mentre udendo i passi di qualcheduno, la

cominciò a tremare come una foglia, e Cintio s’approfittò accortamente

di questa improvvisa apprensione per indurla in fretta e in furia a

promettergli corrispondenza. Il sì, in quel frangente, per un’anima

debole era più pronto del no; e dall’averlo detto, quasi per ripiego

con la paura d’esser trovata a discorrere nella strada con un

giovinotto, facilmente si ridusse a desiderare di sostenerlo. — Se

l’ha a esser questa la volontà del Cielo, facciamola; — ecco la sua

conclusione; ecco il pretesto col quale cercò di nascondere il proprio

rossore nel separarsi da Cintio. Ma gli è anche vero che le ci volle

del buono e del bello prima di ritrovare la diritta via, prima di

muovere il passo con tutta franchezza.

Il parrucchiere poi se n’andò baldanzoso e giulivo, e subito in cerca

di maestro Cecco col quale di punto in bianco si pose a discorrere del

poco fondamento che v’era nelle sue speranze sull’eredità dello zio per

aprir bottega, rimbobolando[41] non so quante fandonie, e toccando ora

un tasto ora un altro per coglier l’occasione di guastare i concerti.

— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica? — rispondeva l’onest’uomo, sorpreso ma

non imbarazzato da quello stravagante guazzabuglio di parole senza

costrutto. — A tutto c’è il suo rimedio. E alle corte, tu sai com’i’

son fatto. La Provvidenza non m’abbandona; sarà il male d’aspettare un

po’ più.

— Mi passa l’anima il pensiero dell’Anna. Se la faccenda va in lungo,

se il diavolo ci mette la coda....

— In quanto all’Anna, figliuolo mio, l’Anna non avrebbe neanche tanta

furia. Tu sai che non ci piace di far le cose alla peggio. E tu non ci

scappi....

— Ma.... e poi ma.... — E a forza di _ma_ il petulante venne fuori con

tanti casimisdei,[42] che maestro Cecco non potendo raccapezzarsi dove

e’ volesse andar a finire colla cantata, si sentì un certo bruscolo

nell’occhio da inferirne assai male. Nondimeno la cosa giungeva tanto

improvvisa, che per paura d’offenderlo con cattivi giudizi, non volle

stringergli i panni addosso con qualche domanda più concludente, senza

prima scandagliare l’animo della fanciulla. Sicchè Cintio, vedendo che

non gli riusciva di far breccia, pensò meglio d’andarsene, sebbene con

le trombe nel sacco, ma deliberato ormai di buttar giù buffa[43] senza

tanti riguardi.

Infatti fece vacanza anche per quella sera; e maestro Cecco, passata

che fu l’ora senza vederlo capitare, guardò in viso alla figliuola,

e conobbe bene che la si sforzava di addimostrare tranquillità e

indifferenza.

— Cattivo segno! — disse tra sè; — qui c’è del buio. Dio voglia ch’i’

non l’abbia indovinata. — Poi volgendole la parola: — E Cintio?

Ma quanto durano le sfuriate del lavoro? Che siano arrivati molti

forestieri? Che c’è _appartamento_?[44] Non ti disse nulla? Non mi

rispondi?

— No, non mi disse nulla.

— E’ par giusto giusto ch’e’ non te n’importi.

— Se gli ha da lavorare, mi farò una ragione.

— Figliuola mia, ha’ tu nulla da confidare al tuo babbo? Ecco qui, no’

siam soli. Discorriamo un po’ tra di noi.

— Volentieri, babbo.

— Dimmi; che c’è stato qualche cosa? Che siete un po’ grossi? Io,

sì.... lo confesso, i’ son piuttosto severo su questo punto. Ma via! se

Cintio avesse il torto.... gli dirò il fatto mio: debbo farlo; ma poi

so anche compatire; non aver paura.

— Che gli perdonereste, puta caso, un’impertinenza?

— Oh! qui poi ne lascerò giudicare a te.

— Io? io no! — E non resse alla pena: chinando il capo sul petto, e

coprendosi il viso con le mani le convenne dar la via alle lagrime.

Il padre la lasciò piangere; e poi: — Tua madre avrebbe fatto lo

stesso. Coraggio! Tu la somigli in tutto e per tutto. E la ti sente,

sai? la ti vede, l’è qui a farti animo. Sì, no’ piglieremo consiglio da

lei. — Datole il tempo di sfogare la commozione di quella memoria: — E

ora, — riprese, — ora che tu ci avrai ripensato anche meglio, puoi tu

dirmi se tu se’ sempre del medesimo sentimento?

— Sì, babbo; — e pronunziò quel sì senza piangere, con la fermezza

della virtù che ha saputo resistere a tutte le seduzioni.

— E domani e domani l’altro? Anche s’e’ venisse qui pentito a

confessare lo sbaglio, e a chiederti perdono?

— E perchè non è ancora venuto?

— Nondimeno aspettiamo dell’altro — concluse il vecchio. — Tutti

possiamo sbagliare; e chi è buono, sa ravvedersi. — Ma in cuor suo

aveva già immaginato che la faccenda fosse senza rimedio.

La sera dipoi aspettavano in silenzio la venuta del parrucchiere,

quando Michele tornando a casa e trovandoli soli, domandò se Cintio

s’era visto.

— Ancora no — rispose l’Anna tranquillamente.

Il padre gli fece cenno di stare zitto, e dopo alcune parole

indifferenti, andò in camera dietro a lui. Costì Michele esclamò subito

con risentimento:

— Dunque non ho sbagliato io! Vorrei un po’ sapere a che giuoco si

giuoca!

— Perchè? di’ adagio.

— Dicerto era lui! Quando passavo dalla Vigna,[45] era lui sotto il

lampione; ho buona vista veh io! a discorrere fitto fitto con la Maria.

— E anche se fosse vero?

— Se fosse vero? Corpo di bacco! — avviandosi minaccioso per uscire.

Maestro Cecco lo rattenne.

— Ma non ti riscaldare senza riflettervi. Poniamo che Cintio fosse

capace d’un tradimento; allora dimmi un poco, il levarselo di torno che

sarebbe perdita o acquisto?

— Senza fargliela pagar cara? senza empirgli il muso di ceffoni?

— Michele! con chi parlo io?

— Ma l’Anna che cosa dirà?

— L’Anna saprà rassegnarsi. La s’è già avvista di qualche cosa.

— E lo smacco? E i braconi subito pronti a pensar male delle fanciulle?

Un giovinotto che ne pianti lì tre o quattro una dietro l’altra, riman

sempre lo stesso; ma per loro è diversa.

— Lascia cantare. Chi ha bene in pratica la mia famiglia non piglierà

la cosa a rovescio come tu credi. E poi tra due mali il peggiore

sarebbe quello d’aver acquistato un cattivo parente. S’e’ non cerca più

di noi, t’assicuro io che non avremo ragione di cercar lui.

— Se gli è un poco di buono, e’ non l’ha a passar così liscia.

— Non facciamo scalpóre quando c’è di mezzo la fanciulla. E scalpóre

perchè? Bisogna anzi ringraziare la Provvidenza che ce l’ha fatto

conoscere in tempo!

— Povera Anna! Dopo tante belle speranze! Dopo tante promesse!

— Ti ripeto che la l’ha capita da sè.

— E per l’appunto la pigionale!

— Lo vedi tu? Per conoscere un uomo bisogna provarlo nel cimento.

— Gli è che mi dispiace anche per la Maria! Dunque sarà ingannata anche

lei! È egli possibile che l’abbia ad avere tanto poco giudizio?

— S’e’ ci si potesse rimediare!

— Proprio ingannata! Perchè i’ la conosco! So io! Gran disgrazia

d’avere per madre...! Basta! s’e’ s’ha a lasciar correre, lasciamo

correre; ma fate conto ch’i’ durerò una gran fatica a mandarla giù. Sì

davvero!

— Michele — e lo guardava con attenzione — i’ t’ho per un figliuolo

prudente. S’e’ si può impedire il male di quella ragazza, facciamolo.

Ma la faccenda è delicata; e questo tuo calore.... Sbaglierò.... Ma

bada!...

— Dio voglia che se Cintio è un cattivo soggetto non la faccia capitar

male. Non dirò altro. E maledetto il primo giorno ch’i’ gli parlai.

— No, figliuol mio, il maledire sta sempre male. Ritorna in te.

Prudenza, e pensiamo all’Anna. Intanto dammi retta. Doman l’altro la

riporta la tela al mercante.... S’e’ non ci sarà nulla di nuovo....

Mi dispiace che per l’appunto ora i’ non posso lasciar la fabbrica!

Basta, tu piglierai un calesse e l’accompagnerai lassù a Malmantile a

casa della mia cognata. E’ s’era detto di farlo anche dopo la disgrazia

della mamma; e per cagione di colui ne levammo il pensiero. Quella

buona creatura v’aspetta a braccia aperte. Che cosa ne dici tu?

— La mi par pensata bene.

— O andiamo di là; ad ogni modo il tempo darà consiglio. —

Le donne, in molte cose, e massime se si discorre d’affetti, sogliono

avere penetrazione più squisita degli uomini; ed i giovani, sempre

più fervidi degli uomini fatti, non sanno contenere quanto bisogna

gl’interni moti dell’animo. È meglio questo che una studiata posatezza,

la quale nell’uomo onesto può essere prudenza opportuna, ma nel giovine

può facilmente diventare simulazione. Perciò l’Anna capì subito il

motivo dell’insolito colloquio tenuto in camera tra il padre e il

fratello; e questi, suo malgrado, le diede a conoscere che la non

s’era ingannata. Anzi, ella fece presto un’altra scoperta; e le bastò

di non trovare secondo il solito la Maria al telajo quando scendeva le

scale per andar fuori, e di non si veder salutata lietamente a viso

aperto come prima dalla Lisabetta. Ebbe poi piena conferma delle sue

congetture, se non fosse bastata l’assenza di Cintio, nell’andare col

fratello a Malmantile.

Il cavallo, povera bestia, giacchè da un pezzo aveva perso il brio

e il vigore della gioventù, non s’era trovato mai a camminare così a

bell’agio come in quel giorno. Appena furono fuor di porta, le guide

sempre ferme, e la frusta sempre zitta.

— Tu hai un bel dire, quel che è stato è stato, — cominciò allora

Michele — ma i’ ho paura che tu te ne voglia ricordare per un pezzo.

— Sì, come quello che s’è visto cascar la saetta accanto senza rimanere

incenerito.

— Dio faccia che la tua salute non ne risenta. Tu t’affatichi a fare

l’indifferente....

— Che ti pensi tu? l’ho pianto sai? Dell’ore da piangere ce ne sono

state, e dimolte!

— Ed io avrò sempre il rimorso....

— Di che? se mai, i’ mi ricordo che tu non eri po’ poi tanto contento.

Ma che cosa occorre tornar sul passato? Se tu ti affliggi di questo,

per carità, non lo fare. Gli è che.... Michele, nessuno ci sente. I’

non vorrei che questa disgrazia ne tirasse dietro un’altra. Ma che

cosa dico disgrazia! Per me la sarà stata una fortuna. Ma se colui si

mettesse dintorno.... Dimmi, ti se’ tu avvisto di nulla?

— I’ stavo zitto io, perchè.... Ma tanto, prima o poi, tu l’avresti a

sapere anche tu.

— Dunque non ho sbagliato.

— I’ stavo zitto per via di te.

— Per via di me? Figúrati! I’ penso a quella povera disgraziata io! Se

la non arriva a conoscerlo in tempo! S’e’ sa fingere con lei come gli

ha fatto con me!

— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica? Suo danno!

— E ora, anche tu mi vien fuori con l’indifferenza. Come s’i’ non mi

fossi accorta d’ogni cosa!

— Ma insegnami il rimedio, se ti riesce! E poi, oramai, no! Ora è

finita! Anco se la l’avesse guardato in viso una volta sola!...

— Michele! questo è troppo! La non sapeva nulla: pensaci bene! La

non ha esperienza. I’ non dirò che tu facessi male ad aspettare, per

conoscerla meglio; questo sì; ma ora la va compatita.

— Gli è inutile!

— No, Michele! tu mi daresti davvero un gran dolore. Guarda, ora i’ ci

vo a mal’in gambe in campagna. Se potessi, tornerei addietro. Ma tu,

oh! tu m’hai a promettere....

— Io? i’ non ci penso più, te lo giuro.

— E per l’appunto perchè tu lo giuri, i’ non te lo credo. Se c’è verso,

te lo chiedo in carità, fa’ di tutto. No’ siamo ancora in tempo. Se non

per te, almeno per lei. Ricordati che l’è mia amica.

— Ancora? Dopo quello che la t’ha fatto?

— E vorresti tu darne tutta la colpa a lei? I’ non credevo che tu fossi

ingiusto come tanti altri. E’ ce li fanno far loro gli spropositi, e

poi non ce li vogliono perdonare.

— Dunque se la Maria si ripentisse?

— Dio lo volesse! Centomila perdoni. E poi ho già perdonato, mentre

considero che la sia stata messa in mezzo.

— E lui?

— Di lui non ne parlo.

— Dunque compatisci anche me.

— Oh! ma la cosa è troppo diversa. E’ mi discorreva da un pezzo; e lei,

poveretta, la non si sarà neanche arrischiata a figurarsi che un giorno

o l’altro tu avessi potuto.... I’ la conosco: con la sua allegria la

par franca; ma non è vero; e tu le davi soggezione!

— Ma levare il damo a un’amica! Senza franchezza non si fa davvero!

anzi, ci vuole sfacciataggine.

— No’ siamo al solito. O tu non mi capisci, o tu fa’ le viste!

— Non t’inquietare: i’ vedrò meglio come sta la faccenda; e poi,

giacchè tu me lo consigli....

— I’ te lo consiglio, e mi raccomando.

— Farò una prova; ma ci spero poco. —

E le medesime cose, con altre parole, ridissero più d’una volta,

venendo sempre alla medesima conclusione, finchè non furono arrivati

alla Lastra a Signa, dove il marito della zia, era giorno di mercato,

gli aspettava, perchè maestro Cecco gli aveva già mandato scritto ogni

cosa.

Sandro, con la sincera cordialità d’un onesto campagnuolo, fece ai

nipoti un visibilio di feste, montò sul suo cavallo, e presero insieme

la strada di Malmantile, discorrendo lietamente del più e del meno.

Arrivati presto alla salita, anche l’Anna volle scendere di calesse; e

allora i modi gioviali di Sandro e la vaghezza del luogo la distrassero

alquanto da’ suoi dolorosi pensieri.

La strada, serpeggiando lungo un torrente, saliva su ripida ripida,

framezzo ad amene collinette, in parte coltivate a vigneti, in parte

rimaste selvatiche. Dopo un bel tratto di verdeggiante e popolata

pianura, quel luogo svariato, un po’ solitario ed alpestre, diveniva

anche più gradevole; e il cielo sereno, l’aria purissima, la fragranza

delle piante aromatiche, le ginestre e le scope fiorite accrescevano la

bellezza della campagna e il diletto di passeggiarvi.

Dopo aver salito alquanto, ecco l’orizzonte a poco per volta farsi più

largo; e a destra, sull’opposta riva dell’Arno, sorgere in lontananza

le pittoresche cime d’Artimino, di Pietramarina e di Montalbano; a

sinistra i gioghi della Romola, e di faccia di quando in quando il

castello di Capraja, o la veduta dell’Arno, o una porzione della

pianura Empolese. Dove la campagna montuosa apparisce meno fertile e

meno coltivata, in quella vece fanno più spicco le collinette scoscese,

e le fettuccine di terreno verdeggiante messe a frutto più qua e più

là dall’industria; e l’occhio è ricreato grandiosamente dalle vedute

di molte miglia di paese lontano, dallo spettacolo delle boscaglie di

pini che incoronano i monti slanciando le folte chiome nell’azzurro del

cielo, e dai gioghi maestosi dell’Appennino che in maggior lontananza

incorniciano il quadro.

— Beato voi, — esclamava Michele verso lo zio — beato voi che vi godete

quest’ameno soggiorno lavorando la vostra terra! Noi altri sempre

laggiù in quel catino, imprigionati fra le case, spesso affogati

nella nebbia, e poi e poi.... non vo’ dir altro! No’ siamo proprio

disgraziati!

— Eh giovanotto mio, — rispose il contadino con un sorriso — tu’ di’

bene, ma questa bell’aria costa dimolti sudori per chi deve campare

della propria fatica.

— L’è la vostra salute.

— I’ vorrei che tu fossi quassù a’ solleoni per le faccende, o agli

stridori del verno, o quando tira la tramontana, che ci rammonta la

neve sull’uscio e ci leva di peso dal focolare.

— Vo’ ci siete avvezzi; e se vo’ aveste a lavorare la terra di un

padrone, forse direi!... ma per il vostro poderetto dove nissun altro

comanda, tutte le intemperie si possono tollerare più volentieri.

— O rimediala quando l’annata va a traverso! E che dopo esserci

sbonzolati,[46] bestie e cristiani, su per que’ greppi, un alidore

brucia le grasce in erba, o, arrivati alla falce, un diluvio ce le

atterra; quando una percossa di grandine ci sperpera l’uva, o quando

un turbine di vento ci porta via l’ulive bell’e annerite! Avendo

da rifarsi con altre terre, pazienza; ma chi ha solamente quattro

zolle?...

— Niente paura! Dopo il cattivo ne viene il buono. Un’annata

d’abbondanza vale per tre di penuria.

— Ma voialtri non avete questi timori: il lavoro a chi sa fare e a chi

ha voglia non manca mai; ed ogni sabato vi viene snocciolato il vostro

salario.

— S’i’ mi lamentassi per me, mi parrebbe di mormorare della

Provvidenza; ma gli è anche vero che la legatura perpetua non

conferisce, e dà più fastidio di tutte le stravaganze delle stagioni.

Io, vedete, i’ starei a patto di non toccar mai la palla d’un

quattrino,[47] purchè la zappa e la vanga mi dassero il campamento

all’aria aperta.

— Vuo’ tu fare a baratto?...

— Insomma, — interruppe l’Anna ridendo — vo’ mi volete far credere

anche voialtri che in questo mondo non ci sia bene per nessuno. Io poi,

ve l’ho a dire? mi ricordo delle parole del babbo: Chi si contenta del

proprio stato sta bene per tutto.

— E ha ragione! — risposero gli altri ad una voce.

Del resto, nessuno de’ due interlocutori era indiscreto, nè avrebbe

osato rammaricarsi sul serio. Ma è troppo naturale al cittadino

innamorarsi delle bellezze campestri, e al campagnuolo vagheggiare

i comodi della città; perchè, lasciando stare tante altre ragioni,

chi visita per poco o quella o questa, ne vede solamente il meglio.

Nondimeno i’ mi sarei messo dalla parte di Michele a preferire la

campagna e l’agricoltura. La semplicità del vivere che molto giova

ai buoni costumi, per dirne una, vale assai più di tutte le agiatezze

cittadinesche che sì facilmente li depravano.

Già erano pervenuti i nostri viaggiatori sotto la diroccata bicocca

di Malmantile, resa tanto celebre da quel bizzarro ingegno del

Lippi,[48] quando videro venirsi incontro tutte giulive la moglie di

Sandro e le sue figliolette. Figuratevi le accoglienze amorose, gli

amplessi ed i baci! Le donne non s’erano viste da molto tempo, e quello

sfogo d’affetti veniva propriamente dal cuore. Attraversando alcuni

campi, giunsero a casa dov’era già apparecchiata la mensa. Michele

si trattenne quanto occorreva per rifocillarsi e per far riposare il

cavallo, e poi gli convenne tornare sollecitamente a Firenze. Nè le

istanze di tutti, perchè si trattenesse dell’altro, nè le seducenti

bellezze della campagna, valsero a fargli scordare il proprio dovere.

In quel luogo ameno e tranquillo, in compagnia di gente proba,

lieta, operosa, l’Anna avrebbe potuto riaversi; e chi l’avesse

vista corrispondere con serenità alle attenzioni degli zii e delle

cugine, avrebbe creduto che il suo animo fosse privo d’afflizioni.

Ma vo’ potete immaginarvi se v’era da starsene alle apparenze! Come

dimenticare così subito un affetto nutrito per lungo tempo, sebbene la

cagione di levarselo dal cuore così all’improvviso non fosse stata sua?

E quante dolci speranze perdute a un tratto? E che rammarico doloroso

d’un inganno durato tanto! Poi la passione de’ pericoli ai quali si

trovava esposta la sconsigliata amica, e più che altro il considerare

il dispiacere del fratello che vedeva andare in fumo una cara speranza.

Che anzi le bellezze della campagna, la contentezza che traspariva dai

volti de’ parenti affettuosi, e la grata vista d’una famiglia governata

dall’amore, e nella quale la temperanza, la semplicità e la voglia

di lavorare producevano beni molto preferibili alle ricchezze; tutto

ciò produceva nell’Anna un doloroso contrasto col suo stato presente.

Quante volte la s’era figurata anch’essa di dover godere della medesima

pace, di vedersi crescere d’intorno una famigliuola sua propria, e

d’accogliere in seno affetti nuovi e puri e soavi e costanti!

Ora non più! Tutto sparito come sogno. Sicchè dopo i lavori e le

ricreazioni della giornata, quando la rimaneva sola nella sua

cameretta, affacciandosi alla finestra per godere la vista del

firmamento, le venivano giù in gran copia le lagrime, rattenute a forza

per tante ore; ed il sonno non era più un dolce riposo per lei, ma il

languido assopimento di chi è stanco di soffrire.

A Firenze v’è chi ride; ma quante volte il riso d’una persona è più

lagrimevole del pianto d’un’altra! La Maria aveva dato facile ascolto

a tutte le fandonie inventate da Cintio per dissipare i suoi scrupoli;

ormai s’era abbandonata per l’affatto alle seduzioni della vanità

e dell’amore capriccioso; non si saziava di giubbilarne; tutto le

compariva color di rosa. Ma la mattina, appena albore, ed essendo

sempre tra il sonno e la veglia, le s’affacciava un rimorso, come

se l’Anna fosse apparita lì per rimproverarla d’un tradimento. Tutta

rimescolata, — Io? — balbettava — non ci ho colpa, veh, io! Gli è stato

il caso; e poi, tu non dovevi licenziarlo. Tu gli ha’ dato lo sfratto;

ora tant’è che sia io od un’altra. Non mi guardare in quel modo; tu mi

fa’ paura. — E riscossa e svegliata con la ricordanza confusa di quel

breve farneticare, la si confortava, rammentandosi che la pigionale

era fuori di casa, e dicendo con un sorriso: — Manco male, l’è andata

via! —

Cintio poi trovava alla fine tutto il suo pascolo nell’aver per dama

una fanciulla ghiribizzosa,[49] di bellezza appariscente, dedita a

fare spocchia[50] di belle vesti, poco austera negli atti e nelle

parole; e godeva più che altro di non ritrovarsi a quella suggezione

d’un padre autorevole ed accorto e d’un fratello assennato. V’era la

Lisabetta; ma come volete voi che la povera vecchia con tutte le sue

sfuriate di chiacchiere non si lasciasse prendere il sopravvento da

un appaltone[51] inforestierato? L’ebbe un bel dirgli e ripetergli: —

Badiamo bene! prima di lasciarvi discorrere con la me’ figliuola i’ vo’

sapere che intenzioni siano le vostre! Che vo’ non vi crediate d’aver

che fare con una milensa; qui vo’ non troverete il terreno morvido come

su. I’ non son maestro Cecco io; quando nacque il suo diavolo, il mio

andava a processione.[52] _In primis_[53] e’ s’ha a fissar bene; e’

voglian esser patti chiari; e promettere e mantenere. In casa mia s’usa

così. Nissuno vi ci ha chiamato.... — e via discorrendo. Promettere? E

che cosa costa far credere il panno largo, ed obbligarsi anche a faccia

fresca per iscrittura a chi s’è fatto spergiuro con un’altra? a chi

non si ricordava d’aver visto morir contenta una madre colla speranza

che fosse assicurato il buono accasamento della figliuola? E dopo le

promesse ed i giuramenti, la povera vecchia si diede maggiormente pace,

vedendo che i pigionali stavano zitti, che l’Anna se l’era battuta, che

Cintio non rifiniva a regali; inoltre ogni repugnanza svanì addirittura

quand’ebbe scoperto in esso una segreta passione, che per lei era buon

requisito, la passione vo’ dire del giuoco del lotto. Con una terzina

battezzata per sicura, con una cabala da tirar fuori la vincita, Cintio

poteva comandare a bacchetta.

Poco ci volle a Michele per accorgersi di questa conformità degli

animi; e per quanto se ne addolorasse molto, e propendesse ad obbedire

alle raccomandazioni della sorella ed ai suggerimenti del proprio

cuore, nondimeno si trovò legate le braccia, e dovè concludere che il

caso era proprio disperato.

Nel medesimo tempo la sorella, benchè sempre distratta dalle amorose

attenzioni de’ buoni parenti, non poteva più sopportare di trovarsi

lontana dalla casa paterna; ed il non saper nulla di quello che Michele

avesse potuto risolvere le dava molto martòro. Dopo una ventina

di giorni maestro Cecco era andato lassù coll’intenzione di farle

solamente una visita e di lasciarvela stare dell’altro, se la zia, come

poteva figurarselo, si fosse opposta alla sua partenza; ma e’ conobbe

che non v’era da farlo, che non conveniva prevalersi d’un’obbedienza

forzata, e che d’altronde la rassegnazione della fanciulla non era più

da mettersi in dubbio.

Vi lasciò considerare se con tutto ciò l’Anna rimanesse intenerita

dalla sincera afflizione che gli zii e le cugine mostrarono nel

separarsi da lei! Per istrada non s’arrischiò ad interrogare il babbo

su quello che le premeva tanto di sapere; e come a sfogo di gratitudine

verso i parenti, non fece altro che raccontargli le loro affettuose

garbatezze: ma appena rivisto il fratello, non indugiò a leggergli

in volto lo scoraggiamento di chi non ha potuto superare gli ostacoli

d’un’impresa troppo difficile.

— E proprio non c’è speranza? — gli disse quando furon soli.

— Tu lo vedrai anche da te. Perchè non se’ tu rimasta in campagna?

— In questo caso sarebbe meglio ch’i’ non ci fossi neanche andata, o

che piuttosto tu vi potessi passar tu una ventina di giorni.

— Anch’io so rassegnarmi.

— Non mi pare; tu se’ andato a male, sai, in questo po’ di tempo!

— Eh giusto! sarà il dispetto; perchè.... perchè non si può veder

di peggio. E non so chi mi tenga dal non rompergli il muso a quello

sciagurato!

— Ho io ragione? Abbi pazienza, ma bisogna che tu mi dia più retta. I’

non vo’ più sentire questi discorsi. Una bella rassegnazione codesta!

— E s’i’ ti dicessi ch’e’ par giusto giusto che gli abbiano ragion

loro! ch’e’ non si riguardano di farsi vedere, di salutarmi come

s’e’ non fosse accaduto nulla, come se dopo un tradimento come questo

s’avesse a essere più amici di prima!

— Compatiscili: e’ saranno più disgraziati che mai. Quand’uno ha perso

la bussola, non sa più quel ch’e’ si faccia. E poi, non dubitare, se

gli è uno sproposito, verrà anche il ravvedimento.

— Venga pure; ma per me l’ha indugiato troppo! —

Anche l’Anna potè convincersi poco dopo che Michele non aveva esagerato

nel darle ragguaglio del loro contegno. L’accecamento durava sempre; e

perchè l’amica tradita non ebbe cuore, al primo incontro casuale con

la Maria, di farle il viso dell’arme, questa riprese animo; credette

che la generosa compassione e la benignità della virtù soccorritrice

fossero invece indizio di sommessione, e godè in cuor suo di poter

liberamente vantare a’ suoi occhi un malaugurato trionfo.

Nel mentre che l’Anna ritornava premurosa al telaio per allestire il

nuovo lavoro e ricattare il tempo perduto in campagna, la Maria e la

Lisabetta inciambellate[54] da Cintio, andavano ogni sera a spasso, e

qualche volta anco al teatro; e per questi svaghi fu necessario buttar

via de’ quattrinelli in fronzoli e sciupar delle ore per metterseli

dintorno. Quindi tra i molti divertimenti co’ quali il parrucchiere

infatuato volle ganzare[55] la nuova dama, vi fu quello d’una merenda

alle Cascine in comitiva d’alcuni servitori di forestieri. Anch’essi

avrebbero condotto le loro donne; e volevano fare, per dirlo con

parola barbara più imbarbarita che mai, un _picchinicche_[56] appunto

come facevano i loro padroni con grande scialacquìo di vivande,

con sfarzo di vestiario, e perfino colla scarrozzata, pigliando a

nolo due o tre _fiaccherre_. Figuratevi se Cintio si sbracciò a far

l’impossibile perchè la Maria e la Lisabetta fossero della brigata,

e non scomparissero a petto alle altre! Ma ci voleva il vestito di

seta, ci volevano le gioie, e tutto all’ultima moda, e tanto per la

vecchia che per la giovane! La spesa era molta e gli assegnamenti

mancavano. Per combinazione, una tra centomila, il giuoco del lotto

venne improvvisamente a fargli crescere quella smania. Gnorsì, dacch’e’

faceva all’amore con la Maria s’era messo a giocare disperatamente da

sè ed a mezzo con la Lisabetta, studiando la cabala degli _autori_[57]

di grido, e dando retta alle più scempiate stregonerie, che l’ignoranza

del gonzo tiene quali articoli di fede e che l’iniquità dell’impostura

fomenta per assassinarlo. Pochi giorni innanzi a quello che era stato

fissato per la merenda, eccoti la vincita, una gran vincita veh! quella

d’un ambo. Avevano già speso più del doppio di quel ch’e’ riscossero;

ma che cosa volete? l’immaginazione de’ giocatori di lotto, si sa, al

primo barlume di fortuna, si riscalda, s’infiamma, come quella d’un

cortigiano che precipitandosi in terra per baciar le impronte delle

pedate del principe abbia potuto una volta metter le labbra anche sopra

una cócca del manto reale.

— C’è ella la Provvidenza? — esclamò la vecchia tutta ringalluzzata,

appena vide Cintio dopo la famosa consolazione.

— O andate a dire ch’i’ non l’azzecco!

— Sempre voi! Come il cacio su’ maccheroni.

— Eh figliuolo! — e gli si accostava all’orecchio perchè neanche l’aria

la sentisse — I’ non ci vo per nulla laggiù, voi mi capite! sulla

piazza del Carmine![58]

— Un viaggio e due servizi — diceva allora tra sè il parrucchiere

pensando alla Maria lasciata sola. — E questo gli è anche un buon

augurio — soggiunse forte. — E’ si vede bene che la Maria era destinata

per me.

— Sicuro! quando vo’ mi dite che alle mani di maestro Cecco non c’era

verso di giocare? Vecchio trullo![59] Per onestà e’ sarà un uomo da

mettergli il capo in grembo. Dio l’abbia in gloria! ma se gli ha a noia

il lotto, e’ mi dà in ciampanelle,[60] e’ patisce nel comprendonio. Lo

vedete voi? gli è inutile confondersi, nondimeno per la povera gente

non c’è altro rinfranco!... Che pretende di saperne più lui di chi l’ha

inventato? Basta darci dentro e saper capire l’_autore_! Oio![61] a

quest’altra girata s’ha a raddoppiare la posta; e i numeri ci sono, da

fare un bello sdrucio, di quelli di sott’il banco; e gli ho già messi

in prova.[62] Eh! v’insegnerò io il segreto per tenere la strada aperta

alla fortuna. Chi la dura la vince. —

Ma Cintio allora le dava poca retta, perchè l’essenziale consisteva nel

preparare l’occorrente per la merenda.

Presto, con la sua tessitorina, dalla sarta e dalla crestaia; il

lavoro è di furia; i denari lì, uno sopra l’altro; dunque da parte i

vestiti delle signore; e poi chi direbbe di no all’accorto e piacevole

parrucchiere che sa guadagnarsi la protezione delle sue ricorrenti, che

può avere ordinazioni co’ fiocchi e ordinazioni per forestiere, sempre

ricche sfondate?[63]

Poi andarono sul Ponte Vecchio, entrarono in una delle botteghe più in

giorno con la moda, e l’orefice penò poco ad avvedersi che si trattava

d’innamorati e di quattrini vinti al lotto. La vecchia che non aveva

mai visto un gruzzoletto di plurimi[64] ballanti e sonanti, facilmente

si diede a credere ch’e’ fosse la miniera del monte gaio, e che prima

di vederne il fondo la potesse lasciar andare la briglia a que’ due

capi sventati. E se v’è un giuocatore che dopo la più meschina vincita

non si figuri d’aver acciuffato pe’ capelli la fortuna, e non si

creda di poter subito rinnocare,[65] e non pigli la rincorsa verso il

precipizio che l’aspetta, segnatelo col carbon bianco.

Finalmente arrivò la domenica del _picchinicche_;[66] il tempo era

bellissimo: due _fiaccherre_ si fermarono dinanzi al marciapiede

delle case-nuove. Colui che poco prima aveva paura che la sua bella

dovesse far poco spicco, ebbe la soddisfazione di vederla superare in

leggiadria e in lusso tutte le compagne.

Le finestre del vicinato messo a rumore erano affollate di gente per

vederla salire in carrozza col suo milordino; e i cavalli a chiocchi di

frusta condussero via gloriosa e trionfante la comitiva. E nella strada

un bairamme:[67]

— A voi! — diceva una ragazza in un capannello di donnicciòle in

sacchino e rete[68] — la l’ha trovato il verso di fare spocchia!

— Sì, che la duri! — soggiunse una donna attempata.

— Ma quello non era il geo[69] della pigionale?

— Gli è quel ch’i’ dico; e la non può andare a finir bene. Con l’asino

che non trova basto che gli entri, si fa poca strada.

— Io resto della vecchia!

— E’ l’ha saputa infinocchiare perbenino con le sue pastocchie.[70]

— Chi di venti non n’ha, di trenta non ne aspetti.

— Bellina, strascicata[71] anche lei!

— E com’e’ s’impancano[72] al fumo de’ signori!

— Per farsi mettere in favola e in canzona!

— Qui poi, adagio a dire. Puta caso[73] noialtri poveri non potremo

spasseggiare tra’ lustrissimi? Che siam concio noialtri? che perderanno

uno spicchio di croce?

— I’ son con voi: l’è giusta: il mondo è di tutti e i’ so andar sempre

dove mi par’e piace; ma da povera! I’ lascio il guardinfante[74] e

l’alluminìo[75] a chi n’ha bisogno; e non ho gusto a entrar nella calca

per farmi pigiare.

— Che t’anderebbe a’ versi a te quello spaccone[76] tutto razzimato e

liscio liscio com’un subbio?

— Figurati! sapone e muffa![77]

— I’ ho più a noia le falde... e quelli che parlano in quinci e quindi!

— Hai tu visto eh! E dacchè gli ha piantato il bordone al primo piano,

la strada non mette erba.

— Una bella cosa! tutti patatucchi impacciosi, prepotenti e

impertinenti da perderci anche la riputazione!

— Ma intanto la va oltre in contegno, e non v’è carestia di spassi nè

di regali!

— Ch’e’ se li tengano per le donne del loro paese!

— Ma il vestito di quella bellezza patita gli è una maraviglia da

maledetto senno!

— Ma la scimmia anche vestita di seta è sempre scimmia. E badate ch’e’

non le abbia a costar troppo caro!

— Bisogna vedere chi spende!

— Ragazze, non pensate a male. Io credo ch’e’ sian quattrini del lotto.

— Bene spesi davvero!

— Questo gli è un altro conto. —

E lì, e più lontano, il bisbiglìo e il cinguettìo durarono un pezzo.

Una vecchia strucia,[78] più meschina e più tribolata di quante ve

n’erano sulle case-nuove, che seminava cirindelli[79] da tutte le

parti, che non s’arrischiava a mescolarsi nel cicaleccio con le altre,

che sapeva pur troppo, per propria e dolorosa esperienza, a qual misero

fine conducano gli spropositi della gioventù inesperta, guardò con

lungo sospiro la coppia baldanzosa; e zitta zitta tentennando la testa

si pose a passeggiare sotto gli alberi del prato.[80] L’Anna in quel

tempo era a vespro, e pregava Dio per la prosperità del padre e del

fratello.

Ora non vi starò a raccontare se la pappata dei servitori fu riboccante

di squisite vivande! proprio da far gola ai più ghiotti parassiti dei

loro padroni. Avevano fissato di gozzovigliare a bocca e borsa;[81]

ma il vincitore dell’ambo volle metterci di suo la coda, una coda più

lunga di quante e’ n’aveva pettinate a’ suoi giorni.

Dopo avere speso l’osso del collo, dopo essersi impinguati d’intingoli

e di boria, tutta roba troppo indigesta, massime per chi non ci è

avvezzo, i nostri amanti finirono la loro comparsa sull’imbrunire

della sera. Vi sarebbe stata la voglia di far la chiusa col teatro

o col ballo; ma era giocoforza sottomettersi ai doveri del proprio

stato. E Cintio doveva lasciare la bella nella casipola del telaio,

e levarsi i guanti bianchi per impugnare il pettine in un palazzo

o in una locanda, e lisciare con la pomata i fintini delle signore

anziane o le trecce delle novizie; gli altri erano aspettati chi dalla

spazzola in guardaroba, chi dai cavalli nella scuderia. Già se la

Maria avesse dovuto rimanere più a lungo striminzita[82] nel busto e

fra i gangheri, si sarebbe svenuta. Inoltre le vivande rimpasticciate,

i vini forestieri e artefatti, il caldo della stagione e la polvere

avevano fatto impallidire il suo incarnato, e messole un’arsione da

aver la lingua a mezzo la gola, con un frizzìo doloroso negli occhi.

La vecchia.... Oh meschina! portatela a letto; vo’ non vedete come l’è

sbalordita e rifinita dalla strepitosa scorpacciata? E poi nella quiete

della sua cameretta nessuno vada a vederla quando non sia per porgerle

assistenza, chè se lo strapazzo della gioventù malcapitata riempie

l’anima di mestizia, la vecchiaia che si lascia trascinare dove non è

chi sappia rispettarla, diviene anche ributtante. Dopochè la fanciulla

si fu sciolta di quelle pastoie, ebbe bisogno di sdraiarsi sopra una

seggiola. Costì fu presto travagliata dai languori di stomaco, da

lunghi sbadigli, da giramenti di capo, e poi assalita da sonnacchioso

sbalordimento; e allora le sopravvenne una confusa ricordanza

dell’accaduto: messa da parte l’ambizione di comparire insignorita agli

occhi delle vicine, e di esser da più delle commensali, la ritornò

con la fantasia agli atti e ai discorsi di Cintio e dei servitori.

Le sue orecchie avevano sentito come venisse straziato da costoro il

dolce linguaggio nativo, e la verecondia le aveva fatto salire spesso

sul volto le vampe del rossore. Per lungo tempo fu un delirio tra la

sorpresa e il pentimento, un chieder perdono a Dio dell’aver sorriso

come gli altri alle bestemmie, agli sfacciati equivoci, agli osceni

racconti di quanto può inventare la feccia d’ogni paese a scapito

dell’onestà e della modestia. E sempre più la postema cresceva! La

non ebbe neanche fiato di moversi dalla seggiola; e il sonno era

interrotto, soffocante, convulso, pieno di spasimi e di visioni. Ora le

pareva di veder Cintio, con la faccia strafigurita e con orrido ghigno

pigliarsi gusto di strapazzarla e d’incolpare lei sola de’ suoi proprj

traviamenti; ora di comparire dinanzi a uno specchio e di ritrovarsi

scarna, lividosa e nuda bruca mendicando misericordia in mezzo a una

strada, senza potersi scansare dalle ruote di una carrozza o dalle

zampe dei cavalli, e senza un filo di voce per chiedere soccorso. In

quelle smanie una sola apparizione pietosa veniva di quando in quando

a sorreggerla: il personale e i modi parevano quelli dell’Anna; ma il

viso era coperto da un velo bianco, e se spirava un alito di vento

per sollevarlo, i suoi occhi non potevano stare aperti: ma intanto

l’enorme peso che le piombava sullo stomaco diveniva più leggiero, la

saliva era meno amara, il respiro non tanto affannoso. In questo modo

passò tutta la notte quant’ella fu lunga senza trovar mai pace di sè,

e allo svegliarsi era pallida, rifinita, milensa. La fiaccona e la

svogliatezza durarono più giorni; il buon umore, le ciarle e i progetti

di Cintio non bastavano a darle sollievo; ma cominciando egli a

mostrarsene infastidito ed a rampognarla, bisognò che almeno la facesse

le viste d’essere allegra. Col fingere, a poco per volta la riprese il

solito brio, e la giovinezza le tornò a rifiorire le gote.

Del resticciòlo della vincita non ne fu fatto quell’uso che la vecchia

e la Maria s’erano figurate. Chi si mette addosso gli ori e la seta

non la finisce più; improvvisamente scappa fuori il bisogno di tante

altre brìcciche[83] da far seguito; chè dopo la prima spesaccia non

siamo a nulla. Come quello che principia a murare in sull’angolo d’una

casa: È stato fatto il più; si può fare il meno, e spesso il meno,

alla fin de’ conti, viene a costare il doppio del più. — Ormai il

vestito c’è: che s’ha a buttar via? L’ho portato una volta che non ha

a veder più lume? E’ direbbero ch’e’ non era mio, o che non l’avessi

pagato, o che il Presto[84] ci servisse di guardaroba. Dunque tiriamo

via. Quel che ci va ci vuole; e’ s’intende! la casa coll’orto.[85]

— Ma il più essenziale, che sarebbe il giudizio, non è mai messo in

capo di lista: e’ viene in ballo al tirar delle tende, quando s’arriva

all’ergo di pagare; ma allora è tardi, ed è seguito dal pentimento

che è una compagnia bella e buona per chi può scialare, non già per

quelli che non hanno da rifarsi. Nello stesso tempo la fanciulla,

per quell’impasto di vanità, di buon cuore e d’inesperienza che

l’aveva fatta capitar male, s’assuefece a vedere con meno ripugnanza

i compagnoni di Cintio. Inoltre quelle persone che a prima vista

non ci vanno a’ versi, a forza di machia,[86] di baciabassi,[87] di

studiate cortesie, di sfrontatezza e d’elogi smaccati, adagio adagio

entrano in grazia a chi non ha esperienza de’ loro costumi e a chi si

lascia infinocchiare da’ loro ammennicoli. E poi, lasciate fare alla

servitù vagabonda di certi forestieri libertini ed oziosi, che si

danno l’aria di signori splendidi e ragguardevoli scialacquando nei

vizi i doni della Provvidenza; che presumono d’arricchire un paese

spargendovi oro, mal esempio e debiti! Questa servitù, con l’arroganza

dello schiavo che si rende necessario al padrone e che si sottomette

volontariamente a’ suoi capricci, con la finzione che pare sincerità,

con certa insensibilità ciarliera che passa per tenerezza di cuore,

s’invernicia l’anima come le scarpe dall’aver di continuo sott’occhio

quell’artefatta gentilezza, colla quale sanno mascherarsi i padroni per

usurpare la stima dovuta al merito di coloro, chè senza dubbio ve ne

sono, i quali anche fuor di patria sanno farsi onorevoli con la virtù,

con l’ingegno e col buon uso della ricchezza. Chè anzi la povera Maria,

credula alle immaginazioni di Cintio, il quale si figurava di doversi

acquistare riputazione e ricchezza bazzicando le locande e stando

dietro ai servitori di piazza, si compiaceva di quest’abiezione del

suo amante. Nello stesso modo la vanità e la bassezza d’animo conducon

talora anche le persone, così dette, d’alta sfera,[88] a passar coi

forestieri i limiti dell’ospitalità doverosa, corteggiandone l’albagía

ruvida o raffinata, imitandoli a guisa di scimmie in tutto e per tutto,

rinnegando perfino i costumi, le inclinazioni e la lingua del proprio

paese, quasichè si vergognino d’appartenere a una patria, della quale,

operando così, senza dubbio diventano indegni.

Questa correntezza trascinò la sconsigliata tessitorina sull’orlo d’un

precipizio, dal quale per buona sorte scampò come per miracolo, senza

che la s’accorgesse nè punto nè poco della grandezza del rischio.

Più di tutti gli altri faceva premure, feste e finezze tragrandi

agli amanti un certo cameriere, non saprei di qual nazione, perchè

taluni a forza di mutar padroni e usanze e paesi perdono ogni vestigio

della loro origine. Costui era uomo di età matura, si dava l’aria

di protettore e d’uomo che la sa lunga, aveva sempre in bocca il

risettino obbligato, era il caporione e l’oracolo d’ogni comitiva, e

pareva un fior di senno; vestito con molta lindura, in giubba nera e

in corvattone: anelli massicci alle dita, catena d’oro, ripetizione e

occhialetto; e sempre gaia la borsa, da fare alla palla delle monete.

Il suo linguaggio era un guazzabuglio di parole prese da un visibilio

di paesi, ricucite a modo suo, da muovere spesso alle risa o piuttosto

a dispetto; sgranava una guardatura fissa e penetrante, ma sempre a

sghimbescio, e gli atti poi erano melati, svenevoli, seducenti, come

di coloro che si pigliano gusto di mostrar la luna nel pozzo a’ gonzi.

Un giorno volle regalare alla Maria due paia di guanti sopraffini.

La non gli avrebbe voluti; ma Cintio, considerando a parer suo che

si trattava d’un uomo di proposito, non ci trovò alcun male, e la

obbligò a prenderli; e così d’alcune altre bazzecole di minor conto.

Parlavano con lui del loro futuro matrimonio, ed egli voleva esser uno

dei testimoni, far tutte le carte, e con un sorriso misterioso dava a

divedere che avrebbe preparato un regalo co’ fiocchi. Venne il tempo

delle corse degl’Inglesi alle Cascine. L’espettativa e i preparativi

dei forestieri e de’ giovani eleganti del paese per quello spettacolo,

il chiacchierìo che ne facevano i servitori e i cocchieri degli uni e

degli altri, la curiosità degli sfaccendati e del popolo invogliarono

anche la Maria ad andarvi; e il cameriere, come se avesse indovinato

il suo desiderio, non richiesto le portò due nomine per salire col damo

sopra un palco. Ma come fare ad approfittarsene senza potervi condurre

la Lisabetta? Inoltre, e per l’appunto quel giorno, Cintio aveva avuto

una chiamata da una signora forestiera in campagna, tre miglia fuor

di porta. V’erano anche delle altre difficoltà, perchè la Maria non

aveva così subito la roba da rivestirsi di tutto punto.... Insomma

il donativo delle nomine riesciva inutile. Allora il cameriere messe

innanzi un ripiego. E’ doveva condurre a veder le corse una sua zia,

donna rispettabile al servizio d’una gran signora; e avrebbe avuto il

comodo della carrozza. Dunque ecco la compagnia per la fanciulla, ecco

levato di mezzo il maggiore intoppo. Pel vestiario ci voleva poco:

la stagione permetteva un abbigliamento semplice; con piccola spesa

e in un batter d’occhio era provvisto a ogni cosa. La Maria, sebbene

smaniosa di veder quelle corse, nondimeno aveva una certa repugnanza

a cedere a questi accordi. Ma Cintio messe in campo tante ragioni,

che gli riuscì di persuaderla a fare a modo suo e dell’amico. Quindi

se n’andò in campagna che già la fanciulla era vestita, e aspettava

il cameriere con la zia e con la carrozza. Ma aspetta aspetta, nissun

venne. Passò un’infinità di carrozze, di gente a cavallo, di curiosi;

furon fatte le corse, tutti tornarono dalle Cascine; e infine anche

Cintio tornò dalla sua gita in campagna. Appena la Maria e la Lisabetta

gli ebbero fatto sapere come colui avesse mancato di parola, Cintio

che era trafelato, e aveva un diavolo per capello, raccontò come dopo

aver fatto a gambe tre buone miglia fuori di porta, e aver girato non

so quanto per que’ dintorni in cerca della villa, nissun gliel’avesse

saputa insegnare, e alcuni a vederlo così sperso, sbalordito, come uno

venuto di Val di Strulla,[89] e con quella eleganza tutta malconcia

dalla polvere e dal sudore, avessero malignamente preso a canzonarlo.

E come raccapezzarsi in questa faccenda? Il parrucchiere andò subito

alla locanda, e seppe allora che quel cameriere ed il suo padrone

erano spariti, e che la polizia era in cerca di loro, ma troppo tardi;

e correva voce che nella notte passata, in un palazzo dove si teneva

occultamente un gioco rovinoso, quello stesso forestiere avesse fatto

una vincita esorbitante e sospetta. Cintio sbigottito cercò di mostrare

indifferenza a questa notizia, perchè altri non ricavasse cattive

induzioni dalla sua amicizia col cameriere; ma almeno qualche beffa

anche per questo gli venne addosso. Poi ripensando tra sè e sè ai

regali, alla villa negli spazj immaginarj, alla finta zia, alle corse,

dubitò dell’orribile tradimento che gli poteva essere stato tramato da

quel ciurmadore, se la necessità di affrettare una fuga non l’avesse

per avventura mandato a vuoto; e gli convenne intanto almanaccare

una filastrocca di fandonie per levar di sospetto la Maria. Il giorno

dopo ne seppe dell’altre, che gli fecero conoscere con più evidenza

il pericolo che aveva corso; ma credete voi che questa lezione gli

servisse? Ahimè! Diciotto di vino,[90] diceva il lanzo:[91] e quand’uno

ha perduto la bussola e s’è lasciato abbacinare gli occhi dalle

apparenze, è molto difficile che si ravveda. Infatti presto dimenticò

l’accaduto; proseguì a praticare i soliti gabbatori, che per lo meno si

burlavano poi della sua vanità e delle sue baggianate; e intanto veniva

l’inverno e crescevano le conoscenze per l’aumentata affluenza degli

stranieri, e con esse le occasioni di nuovi spassi e di nuove spese,

prima ch’egli avesse pensato con fondamento a metter su bottega e ad

accasarsi, non ostante le esortazioni della giovane e della vecchia. E’

badava a traccheggiare e a mandarla in lungo con un’infinità d’inciampi

inventati, di pretesti, di scuse; e assicurandosi sempre sopra

mille speranze senza fondamento, gli riusciva di trattenere la loro

impazienza e di far chetare la Lisabetta quando voleva dir qualche cosa

fuor de’ denti.

Tra’ signori arrivati a Firenze da ogni parte della terra in

quell’anno, ve ne fu uno spropositatamente ricco, e quanto mai si

può dire pazzamente prodigo e dissipato. Costui mutando in veleno

per gli altri i doni gettati nelle sue mani dalla fortuna, conduceva

seco per istrascico una ciurma di mangiapani, un branco di bestie e

di servitori d’ogni razza e d’ogni paese, come quando il turbine mena

seco la spazzatura a mulinello ne’ crocicchi delle strade. Qualche

migliaio di poveri schiavi s’arrapinava tutte le ore del giorno in

mezzo agli stenti per riempirgli ogni mese lo scrigno, e cento paia

di granfie di libertini tornavano ogni mese a vuotarlo. — Ecco una

provvidenza, — dicevano coloro che vivendo la maggior parte dell’anno

in ozio vituperevole aspettano il tempo dei facili e spesso illeciti

guadagni.... — Beata la città che gode di queste grasse entrate! —

Ma Giotto, Brunellesco, Michelagnolo e cento poi, non crearono tante

maraviglie di belle arti perchè i posteri ne facessero mercimonio col

mostrarle ai vagabondi che non le intendono o che le sbeffano; bensì

le lasciarono a testimonianza della magnanimità d’un popolo libero

e vigoroso, che sapeva arricchirsi con nobili industrie, onorare di

generosa ospitalità gli stranieri amici, e difendere i costumi e le

mura di casa sua dalle pessime usanze o dalla mala signoria de’ nemici.

Nè voi, patrie colline, di tanta vaghezza vi rivestite sotto l’azzurro

d’un cielo sereno per divenire raddotti di lascivie per lo straniero!

Cintio ebbe subito che fare con alcuni del seguito di costui; e gli

parve d’esser saltato a piè pari nel paese della Cuccagna.

Un vasto palazzo, di bella architettura, casa una volta di rinomata

famiglia spenta con la Repubblica,[92] bastò appena a contenere tutta

quella corte babilonica; e subito sotto gli occhi dell’usuraio, che

se l’era acquistato chi sa come, le pareti splendide d’antiche e di

gloriose pitture, adorne di venerate immagini o d’arazzi maravigliosi

furono qua e là sfondate con barbarica furia, o imbrattate coi moderni

frastagliumi d’un’arte bastarda, per adattare al gusto ed agli usi

del forestiere una dimora ch’egli avrebbe abitato per pochi mesi. I

vecchi ma suntuosi mobili adoperati dai padri della patria, le tele

che sotto la polvere de’ secoli nascondevano bellezze squisite non

conosciute, le statue di maestri celebri e di scolari più celebri

dei maestri, ai quali forse mancò solo il testimonio d’un artista

intelligente per meritare onorato posto nelle pubbliche gallerie,

le pergamene ed i libri rimasti in preda dei tarli e dei topi, ma

forse ricchi di sapienza e di storia, tutto ciò insomma che vi poteva

essere di più venerando fu cacciato e ricacciato alla rinfusa in

oscuri ripostigli; le stanze consacrate agli affetti di famiglia

divennero luogo di profanazione; e i terreni e le loggie dove un

tempo il cittadino ragguardevole discuteva le pubbliche faccende

sotto gli occhi del popolo, o mercatava le ricchezze dell’Oriente

e dell’Occidente, furono imbrattati dalla greppia e dallo strame

dei cavalli, dai covili dei cani, dalle ruote delle carrozze. Forse

una zampa ferrata percoteva sciupando quel pavimento dove uno dei

Ghirlandai si prostese a disegnare con la brace le prime ispirazioni

dei suoi dipinti, o dove Dante sedette a colloquio, non già per

servile diletto del ricco padrone, come fecero molti poeti di tempi

più corrotti, ma per isvolgere ed invigorire in esso le virtù del

cittadino. Così uno sbruffo d’oro gettato con alterigia nelle mani

dell’ingorda ignoranza bastava a convertire in bordello un tempio,

dove i secoli accumularono le reliquie della gloria nazionale. Invano

ne muovon lamento o rimprovero il dotto che le tiene in venerazione

conoscendone l’importanza, l’artista che sa pregiarle e valersene pe’

suoi studj, il poeta che ne trarrebbe magnanime ispirazioni: la loro

voce non suona come lo scrigno impinguato dalle ricchezze d’un nuovo

mondo che gl’Italiani aprirono e donarono ad altri popoli; e la santa

verità degli affetti che cosa vale dirimpetto agli argomenti inumani

dell’avarizia?

Racconti popolari · 第 5 / 35 题