lʼobbiezione e hanno creduto di rispondervi, dicendo che gli Ebrei
guarivano dai morsi velenosi, quando innalzavano i loro occhi e la.
loro mente al cielo, cosa che veniva fatta, guardando lʼimmagine del
serpe posta sopra un alto stendardo.
[75] È stato proposto ancora di togliere del tutto questʼultimo comando
dalla originale composizione del Decalogo, e allora per compire il
numero di dieci si tiene come terzo comando la proibizione di farsi
immagini per adorarle. (V. MEIER, _Geschichte der poetischen national
Literatur der Hebräer_, pag. 43).
[76] GRAF, _Die geschichtlichen Bücher d. A. T._, pag. 19; REUSS,
_LʼHistoire Sainte et la Loi_, I, p. 183 seg.; _Geschichte der heiligen
Schriften d. A. T._, § 290.
[77] GRAF, op. cit., p. 8; WELLHAUSEN, _Die Composition des Hexateuchs,
Jahrb. f. d. Theol._, XXII, pag. 464.
[78] Op. cit., l. c.
[79] WELLHAUSEN, op. cit., XXI, pag. 559.
[80] _Einleitung_ del DE WETTE, 8ª ediz., § 188.
[81] Il Dillmann invece tiene per la maggior parte i primi 19 versi del
2º Elohista con interpolazioni jehovistiche, e il frammento 20–25 del
Jehovista. Cfr. WELLHAUSEN, _Die Composition des Hexateuchs_, pag. 556
e seg.
[82] Molti tentativi sono stati fatti dai critici, fra i quali
designarne principalmente quelli del Wellhausen (op. cit, pag. 556)
e del Bruston (_Les quatre sources des lois de lʼExode, Revue de
Théologie et de Philosophie_, Lausanne, juillet 1883). Questʼultimo,
come indica il titolo del suo scritto, vuole dividere in quattro gli
scritti originali, che cronologicamente si sarebbero succeduti nel
seguente ordine: 1. il 1º Jehovista; 2. il 1º Elohista; 3. il 2º
Jehovista; 4. il 2º Elohista. Dovremo più innanzi esaminare meglio
questa ipotesi in alcuni dei suoi particolari.
[83] LʼIsaacita per conciliare per quanto è possibile tante ascensioni,
fa che anche questa sia avvenuta prima della promulgazione del
Decalogo. Cfr. _Talmud B. Shabbath_, 88_a_.
[84] Popoli abitatori della terra promessa.
[85] Imagini della dea Asherà, rappresentata in origine da un semplice
palo o da una colonna di legno posta presso lʼaltare di Baal, di
cui era il principio femminino. (MERX, _Asherà_, _Bibel–Lexikon_ di
SCHENKEL; BAUDISSIN, _Studien zur semitischen Religionsgeschichte_, II,
pag. 218 e seg.).
[86] Qui pare si debba intendere che i primogeniti dovevano offrirsi, o
in natura o mediante il riscatto, in quelle tre feste annuali (v. 23),
nelle quali gli uomini si recavano in alcuni dei luoghi consacrati al
culto.
[87] Secondo lʼinterpretazione talmudica la proibizione è estesa a
qualunque specie di carne con qualunque specie di latte (_Ḣolin_,
103_b_, 133), e in egual modo intendeva questo passo il Michaelis
(_Mosaiches Recht_, § 205). Ma è certo che il significato letterale
del precetto è ben diverso. Probabilmente si voleva con esso proibire
soltanto un uso crudele, quale sarebbe stato quello di cuocere un
tenero animale con lo stesso latte che per legge di natura dovrebbe
servirgli di nutrimento. (Cfr. SAALSCHÜTZ, _Das mosaiche Recht_, cap.
XVII, § 5; SALVADOR, _Histoire des Institutions de Moïse_, IX, 1).
Altri hanno supposto che questo fosse un uso superstizioso di popoli
idolatri, dal quale il legislatore voleva tener lontani glʼIsraeliti
(MAIMONIDE, _Guide des Egarés_, parte terza, XLVIII).
[88] Il primo a proporre questa ipotesi fu il Göthe (_Zwo wichtige
bisher unerörterte biblische Fragen_). Lʼadottarono poi molti altri,
come lʼHitzig (_Ostern und Pfingsten im zweiten Decalog_), lʼEwald
(_Geschichte d. V. I._, II, pag. 238), il Reuss (_LʼHistoire Sainte et
la Loi_, II, pag. 94 e seg.), il Graf (_Die geschichtlichen Bücher d.
A. T._, pag. 28), il Wellhausen (op. cit., xxi, pag. 455), il Vernes
(_Rev. de lʼHistoire des Religions_, 1883, pag. 68).
[89] Op. cit., XXI, pag. 554.
[90] Che il XXXIV, 10–26 sia tolto dal XXIII e non viceversa è opinione
anche del Geiger (_Nackgelassene Schriften_, IV, pag. 247), del Maybaum
(_Die Entwickelung des altisraelitischen Priesterthums_, pag. 19, n. 1)
e del Bruston (_Revue de Théologie et de Philosophie_, Lausanne, 1883,
pag. 348, 361).
[91] REUSS, _LʼHistoire sainte et la Loi_, I, pag. 184.
[92] BERTHEAU, _Die sieben Gruppen der mosaischer Gesetze_, pag. 21–76;
BUNSEN, _Bibelwerk_, V, pag. 348–352; EWALD, _Geschichte d. V. I._, II,
pag. 224–239.
[93] Quando esporremo questa parte della legislazione del Levitico
esamineremo i diversi modi in cui è stata intesa dal Talmud e dai
critici.
[94] Per quanto il Talmud non conceda ai creditori diritto sulla
persona del debitore (MAIMONIDE, _Dei Servi_, I, 1), due passi biblici
provano il contrario (2º _Re_, IV, 1, _Nehemia_, v, 5).
[95] Era questo il segno che portavano i servi in molti paesi
dellʼOriente, come si sa anche da scrittori classici (PETRONIUS
ARBITER, _Satirarum Reliquiae_, Berlino, 1862, § 102, pag. 59;
JUVENALIS, _Satirae_, I, v. 104.)
[96] Senza pagare alcun riscatto.
[97] Sʼintende che lo dovesse condurre in uno dei luoghi sacri al
culto, nei quali risiedevano i magistrati per rendere giustizia.
[98] MAIMONIDE, _Dei Servi_, I, 3.
[99] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 1; _Qiddushin_, 17.
[100] _Qiddushin_, 14_b_.
[101] Ibidem, 17_b_.
[102] MAIMONIDE, _Dei Servi_, IV, 10.
[103] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 1; _Qiddushin_, 22. Vedremo a suo luogo
quando spiegheremo il testo del Levitico, XXV, 41, che la stessa
mitissima e umana interpretazione è stata data dal Talmud rispetto ai
figliuoli dello schiavo.
[104] _Qiddushin_, 14_b_.
[105] Ibidem, 20_a_.
[106] _Mechiltà_, ivi, § 2, _Qiddushin_, 15_a_.
[107] Così a ragione intende anche il Saalschütz (_Das Mosaische
Recht_, cap. 101, nota 901) contro lʼopinione del Bertheau (_Sieben
Gruppen Mosaïscher Gesetze_, pag. 22) e del Salvador (_Institutions
de Moïse_, VII, 5), i quali vorrebbero che la donna ebrea fatta dal
padrone sposare al servo compisse i suoi sette anni di servitù, e poi
escisse libera con i figli. Ma questo non appare dal testo; è anzi
contraddetto dal v. 6.
[108] _Mechiltà_, ivi; _Qiddushin_, ivi. Che in tal modo fosse
interpretata la legge da un certo tempo in poi si vede anche da
Giuseppe Flavio (_Ant._, iv, 8).
[109] MAIMONIDE, _Degli Schiavi_, cap. II, § 2, 3.
[110] Qiddushin, 17_b_.
[111] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 2; _Qiddushin_, 22_a_.
[112] Il _Kerì_ ha il pronome dativo come noi traduciamo, il _Chethib_
ha invece la particela negativa non, e allora bisognerebbe tradurre:
_in guisa che non la destini a sè_, come traducono il Rosenmüller, il
Luzzatto e il Bunsen. I codici dei _lxx_ danno anchʼessi varie lezioni.
Delle altre antiche traduzioni, solo la caldaica ha _a lui_, le altre
hanno _non_. Nel contesto certo si adatta meglio la lezione da noi
preferita (cfr. GEIGER, _Urschrift_, pag. 187–190).
[113] Per _carne_ sʼintende il nutrimento, usata quella parola in senso
generale di cibo.
[114] Così intende Samuele ben Meir: invece il Talmud e i più dei
commentatori si antichi che moderni intendono il concubito; ma a lato
del nutrimento e del vestire sembra più ragionevole che la legge abbia
parlato anche della abitazione.
[115] Il Saalschütz (op. cit., cap. 101, § 11) a torto sostiene
lʼipotesi tutta sua che nel Deuteronomio si parli soltanto di donne
già serve vendute dal primo padrone ad un altro. Se la legge avesse
trattato solo di questo caso, avrebbe dovuto farlo intendere, mentre
dice in generale senzʼalcuna distinzione: «Quando si vendesse a te il
tuo fratello ebreo, o lʼebrea».
[116] LʼIsaacita, Samuele ben Meir, Aben Ezra, Rosenmüller, Reuss,
Knobel, Bunsen, Luzzatto, Reggio. Il Nachmanide le riferisce al padre.
[117] Vedi lʼIsaacita e gli altri interpetri.
[118] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 3; _Sotà_, 23.
[119] _Mechiltà_, ivi; _Sotà_, ivi.
[120] MAIMONIDE, _Dei Servi_, IV, 2.
[121] _Mechiltà_, ivi. Questa interpretazione talmudica si appalesa
in contraddizione col passo di Nehemia (V, 5), ove si parla di aver
venduto per povertà i figli di ambedue i sessi.
[122] _Mechiltà_, ivi. _Qiddushin_, 14_b_.
[123] _Qiddushin_, 17.
[124] MAIMONIDE, _Dei Servi_, IV, 10.
[125] Secondo il concetto religioso, tutto accade per volere di Dio;
è quindi la Provvidenza, per suoi fini segreti, la quale fa si che
casualmente un uomo sia ucciso dallʼaltro.
[126] _Macchoth_, 12_a_.
[127] _Sanhedrin_, 40_b_, 41_a_.
[128] Ibidem, 81_b_.
[129] Ibidem, 76_b_.
[130] Cfr. SALVADOR, _Histoire des Institutions de Moïse_, VII, 3.
[131] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 95; _Sanhedrin_, 84_b_; _Babà Qamà_,
86_a_.
[132] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 66_a_; _Shebuòth_, 35.
[133] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 85_b_.
[134] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 84_b_.
[135] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 53_a_. È opportuno avvertire che
per i talmudisti lʼesecuzione della pena capitale si faceva in quattro
modi, cioè la lapidazione, il bruciamento, il taglio del capo, e
la strangolazione (vedi _Sanhedrin_, 49_b_). Lʼordine con cui sono
enunciati rappresenta per essi la maggiore o minore gravità del modo
di esecuzione, procedendo dal massimo al minimo. Per cui quando il
testo non specifica il modo, si doveva applicare la strangolazione.
Ma talvolta anche quando il testo non specifica, come nel caso di chi
maledice i genitori, i talmudisti, con sottili argomentazioni e tutte
proprie a loro, spiegano perchè si dovesse preferire lʼuna specie di
esecuzione allʼaltra. Nel Levitico (XX, 9), per il bestemmiatore dei
genitori, dopo la sanzione della pena di morte, è scritto: _il suo
sangue sia sopra di lui_, perchè egli stesso col delitto è cagione
della propria morte. Ora, siccome questa frase è usata anche per i
fattucchieri, contro ai quali chiaramente il testo stabilisce che
si debba applicare la lapidazione (ivi, 27), i talmudisti ne hanno
concluso che lo stesso modo di esecuzione è da usarsi per tutti quei
colpevoli rispetto ai quali si trova una frase eguale. Ma forse i
talmudisti con tale sottigliezza volevano soltanto trovare una origine
scritturale a un uso già invalso nella esecuzione della giustizia.
[136] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 85_b_.
[137] _Babà Qamà_, 83_b_.
[138] Ibidem.
[139] MAIMONIDE. _Haḣobel vehammeziq_, _Della lesione e del danno_, II,
10.
[140] _Babà Qamà_, 86.
[141] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 6; _Sanhedrin_, 78.
[142] _Mechiltà_, ivi; ISAACITA in locum.
[143] Ibidem.
[144] _Mechiltà_, ivi, § 7; cfr. SAALSCHÜTZ, op. cit., cap. 72, § 2.
[145] SAALSCHÜTZ, op. cit., cap. 72, § 2; MAYER, _Die Rechte der
Israeliten, Athener und Römer_, § 132. Così era anche presso gli
Egiziani (DIODORO SICULO, I, 77). Il Diodati però e con lui il
Michaelis (_Mosaiches Recht_, § 126) e alcuni dei moderni interpetri
(Knobel, Keil, Rosenmüller, Reuss, ecc.) intendono differentemente,
e vogliono che la pena secondo la diversità delle circostanze fosse
determinata dalla potestà giudiziaria (cfr. DILLMANN in locum). LʼEwald
si restringe a osservare che nel testo la pena non è specificata
(_Alterthümer d. V. I._, 3ª ediz., p. 282). Il Salvador (op. cit., VII,
5) traduce: _il est puní de mort_. Questo è fare troppo a confidenza
con i testi.
[146] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 52_b_. Concordano in questa
interpretazione la maggior parte dei commentatori ebrei, anche i più
indipendenti dalla esegesi tradizionale, come lʼAben Ezra fra gli
antichi, il Reggio e il Luzzatto fra i moderni.
[147] _Mechiltà_, ivi; MAIMONIDE, _Dellʼ Omicida_, II, 10–12.
[148] Così intendono Giuseppe Flavio (_Ant._, IV, 8), la _Mechiltà_, la
Vulgata, Samuele ben Meir, lʼAben Ezra, il Reggio e il Luzzatto. Altri
non credono che la parola _Ason_ del testo significhi morte, ma danno
in genere, e spiegano il v. 22 nel senso che non si cagionasse danno
nè alla donna nè al feto (KEIL in locum). Ma questa interpretazione
è da rigettarsi, perchè se danno alcuno non fosse cagionato, a quale
multa potrebbe giustamente essere condannato il percussore? Nè più
accettabile e la interpretazione di alcuni commentatori (KNOBEL;
EVALD, _Altherthümer_, pag. 234, n. 4; DILLMANN), che staccano del
tutto il v. 23 dal precedente, come se quello considerasse non
più il singolo caso della donna incinta, ma le lesioni in genere
cagionate in rissa. Chi legge però con attenzione il testo vede che
i due versetti costituiscono fra loro due proposizioni alterne che
considerano i due casi, o di aver prodotto colla percossa la morte,
o di non averla prodotta. E se poi nei versi seguenti si parla della
legge del taglione, ciò si spiega, perchè lo scrittore, invece di
seguire un ordine dʼidee rigorosamente logico e dominato da un concetto
regolatore, fa come tutti i Semiti, che si lasciano troppo spesso
trascinare dalla associazione delle idee. LʼEwald e chi lo ha seguito
hanno voluto nella mente di uno scrittore semita portare le regole con
cui compongono gli Ariani; e però non hanno rettamente inteso.
[149] MAIMONIDE, _Della lesione e del danno_, IV.
[150] _Mechiltà_, ivi, § 8; _Sanhedrin_, 79; _Chethuboth_, 35.
[151] MAIMONIDE, _Dellʼ Omicida_, IV.
[152] Vedi GIUSEPPE FLAVIO, _Ant._, iv, 8. Sappiamo che lo stesso
accadde presso i Romani (_Institut._, IV, c. 4, § 7). Cfr. MICHAELIS,
op. cit., v, § 240; SAALSCHÜTZ, op. cit., cap. 57.
[153] Così intende anche il Diodati (Commenti in questo luogo), e pare
che di eguale avviso fosse il Salvador (_Loi de Moïse_, 1^[re] partie,
liv. IV, chap. II, § V).
[154] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 8; _Babà Qamà_, 83_b_, 84_a_. Non fu
però questa interpretazione accettata senza una penosa e sottile
discussione, come può vedersi nel luogo citato del Talmud. E pare che
Rabbì Eliezer opinasse per la pena del taglione nel caso della lesione
dolosa, per la multa in quello della lesione involontaria. Cfr. le note
del Weiss nel citato luogo della _Mechiltà_.
[155] MAIMONIDE, _Dei Servi_, I, 1.
[156] _Mechiltà_, ivi, § 9; _Qiddushin_, 20_a_.
[157] ABEN EZRA; ROSENMÜLLER; SAALSCHÜTZ, op. cit., cap. 76, § 3.
[158] _Mechiltà_, ivi, _Qiddushin_, 16_a_, 24 e seg.
[159] Un siclo è da valutarsi poco più che tre delle nostre lire.
(MUNK, _Palestine_), pag. 403.
[160] È stranissima in questo punto lʼinterpretazione rabbinica che
vuole con le parole _figlio_ o _figlia_ siano compresi nella legge
anche i fanciulli, quasi potesse supporsi che nelle parole uomo o donna
non si comprendessero i danni recati ai minorenni. (_Mechiltà_, ivi, §
11; _Babà Qamà_, 43_b_).
[161] _Mechiltà_, ivi, § 10; _Babà Qamà_, 54_b_.
[162] _Babà Qamà_, 33_a_.
[163] _Mechiltà_, ivi, § 10, _Babà Qamà_, 27_a_ 40_a_, _Macchoth_, 2. I
dottori del Talmud hanno disputato (ivi) se la multa dovesse valutarsi
secondo il valore dellʼoffensore o dellʼoffeso. La disputa in questo
caso non è priva dʼimportanza; perchè, secondo la prima opinione,
sarebbe un vero riscatto che lʼuccisore pagherebbe per redimere la
propria persona dalla morte, secondo lʼaltra opinione, la multa si
ridurrebbe a una indennità. Nel Talmud si vuole però dimostrare che ad
avviso di tutti si tratta di riscatto valutato soltanto in modo diverso.
[164] LʼIsaacita, lʼAben Ezra, Rosenmüller, Reggio, Luzzatto.
[165] _Babà Qamà, 49b._
[166] _Mechiltà, ivi, § 11_; _Babà Qamà, 10b._
[167] LUZZATTO, Commento in questo luogo.
[168] _Mechiltà_, ivi, § 12. _Babà Qamà_, 79_b_. È troppo puerile la
ragione addotta da altro dottore nel Talmud che la pena sarebbe stata
minore nel furto del bestiame minuto, perchè il ladro dura fatica
a caricarlo addosso. E quale criterio giuridico sarebbe questo di
misurare la pena a seconda del disagio patito dal reo nel commettere il
delitto?
[169] Aben Ezra, Samuele Ben Meir, Diodati, Reggio, Rosenmüller,
Luzzatto, Dillmann, Keil, Reuss.
[170] In questo senso metaforico i talmudisti interpretano la frase del
testo: _se è sorto il sole_.
[171] _Mechiltà_, ivi, § 13, _Sanhedrin_, 72; MAIMONIDE, _Del furto_,
cap. IX.
[172] _Qiddushin, 18a_.
[173] MAIMONIDE, _Del Furto_, III, § 12.
[174] _Sotà_, 23.
[175] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 4, 5, 6, 14; _Sanhedrin_, 85_b_.
[176] _Qiddushin_, 18_a_. MAIMONIDE, _Del Furto_, III, 14.
[177] _Qiddushin_, ibidem. MAIMONIDE, ibidem.
[178] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 12; _Babà Qamà_, 62_b_.
[179] _Babà Qamà_, 2_b_, 3_a_.
[180] Samuele Ben Meir, Luzzatto, Dillmann.
[181] _Mechiltà_, ivi, § 14; _Babà Qamà_, 6_b_, 7_a_.
[182] MAIMONIDE, _Dei danni pecuniarii_, VIII, 10.
[183] Queste sono le parole di più che contiene la versione
alessandrina dopo quelle del testo ebraico: _campo altrui_:
_ἀποτίσει ἐκ τοῡ ἀγροῡ κατὰ τὸ γέννημα ἀυτοῡ, ἐὰν δὲ πάντα
τὸν ἀγρὸν καταβοσκήση_. Egualmente suona lʼaggiunta della versione
samaritana.
[184] Cioè il depositario.
[185] Vedi sopra, la nota 97, pag. 90.
[186] Così intendono i _LXX_, la Vulgata, lʼIsaacita, lʼAben Ezra,
il Rosenmüller, Dillmann, il Keil e altri; ma il Luzzatto interpreta
invece che lʼinnocenza del depositario doveva farsi chiara per ricerche
giuridiche del tribunale.
[187] La giustizia tenuta come divina per il luogo dove si amministrava.
[188] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 16; _Babà Meziȁ_, 94_b_.
[189] Ibidem.
[190] _Mechiltà_, l. c.
[191] Nel Talmud con ispirito quasi di critica moderna fu proposta
anche lʼipotesi che questo verso sia fuori del suo luogo. Ipotesi del
resto fatta dagli antichi dottori ebrei anche per altri passi della
Scrittura (_Babà Qamà_, 107; _Sanhedrin_, 2).
[192] _Mechiltà_, ivi, § 15; _Babà Qamà_, 107; _Babà Meziȁ_, 3;
_Shebùoth_, 42; _Chethuboth_, 18.
[193] MAIMONIDE, _Dellʼattore e del convenuto_, I, § 2.
[194] Questo principio fu prima oggetto di discussione fra due dottori,
volendo invece Rabbì Meir che chi paga il nolo fosse esente da ogni
indennità in qualunque caso (_Babà Meziȁ_, 80_b_), ma fu deciso come
lʼopinione contraria di Rabbì Jehudah (vedi _Babà Meziȁ_, 93_a_). La
Mishnà in una forma breve ha espresso le esposte distinzioni. Non
dispiacerà forse vederla nella traduzione latina pubblicata dal
Surenhusio: «Quatuor custodum genera sunt, custos gratuitus, qui mutuo
petit, qui mercedem recipit, et qui conducit; custos gratuitus jurabit
pro omnibus; qui mutuo petit, solvet omnia; qui mercedem recipit, et
qui conducit, jurabunt pro pecude confracta, et pro mortua, et solvent
rem amissam vel furto ablatam».
[195] Altri ha creduto di dover annoverare questa legge fra quelle
concernenti la proprietà (vedi DILLMANN), perchè la figlia non maritata
è come proprietà del padre. Ma lʼobbligo che si vuole imporre al
seduttore di sposarla, quando il padre acconsenta, cʼinduce a porre
questa legge piuttosto fra quelle che concernono la morale.
[196] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 17; _Chethuboth_, 10_a_.
[197] _Mechiltà_, ivi; _Chethuboth_, 39_b_; _Qiddushin_, 46_a_.
[198] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 67.
[199] Lascio qui, come altrove, il trapasso dal singolare al plurale,
idiotismo proprio dellʼebraico, come il trapasso dallʼuna allʼaltra
persona.
[200] _Mechiltà_, ivi, § 19.
[201] _Babà Meziȁ_, ivi.
[202] MAIMONIDE, _Dei Sinedrii_, XIX, § 4.
[203] Il testo direbbe alla lettera _la tua pienezza_, _e la tua
lagrima_, intendendo forse dʼincludere in queste frasi i prodotti
solidi come tutti i cereali e le frutta, e quelli liquidi, come il
vino e lʼolio. È impossibile in questo caso una traduzione letterale,
che non darebbe senso. Il pseudo Jonathan traduce: «Le primizie dei
tuoi frutti, e le primizie del vino del tuo tino»; e i _lxx_:
_ἀπαρχὰς ἄλωνος καὶ ληνοῦ σου_, cogliendo in questa maniera il vero
significato. La Vulgata poco diversamente traduce: «Decimas tuas et
primitias tuas».
[204] Del passo del Levitico XXVI, 29, che da alcuno è stato inteso
come se permettesse i sacrifizii umani, parleremo più innanzi a suo
luogo.
[205] _Mechiltà_, ivi, § 20; _Sanhedrin_, 2_a_.
[206] Intendi: il primo moto dellʼanimo tuo, il sentimento istintivo,
ti porterebbe a non soccorrerlo.
[207] Vedi HUPFELD, _De primitiva et vera temporum et feriatorum
apud Hebraeos ratione festorum_, III, pag. 10 e seg.; GRAF, _Die
geschichtlichen Bücher des Alten Testaments_, pag. 79; WELLHAUSEN,
_Geschichte Israels_, I, pag. 119; BUNSEN, _Bibelwerk_, nella
traduzione; GEIGER, _Nachgelassene Schriften_, IV, pag. 277; HORST,
_Leviticus XVII–XXVI und Ezechiel_, pag. 64; REUSS, _LʼHistoire Sainte
et la Loi_, I, pag. 176, II, pag. 64.
[208] Lo schiavo: bellissima frase, e in tutto rispondente a quella
italiana: _respirare_, _prender fiato_.
[209] Nel presentarsi a celebrare la festa nei luoghi santificati al
culto si dovevano portare dei sacrifizi, non doveva andarvisi a mani
vuote.
[210] _Die Composition des Hexateuchs_, XXI pag. 556 e seg.
[211] _Geshichte d. V. J._, I, 3ª ediz., pag. 103–111.
[212] Op. cit., XXI, pag. 559.
[213] _Les quatre Sources des Lois de lʼExode nella Revue de Théologie
et de Philosophie_, Lausanne 1883, n. 4.
[214] VERNES, _Les debuts de la nation juive_ nella _Revue de
lʼHistoire des Religions_, tom. VII, N. 3, mars–juin 1883.
[215] GRAF, _Die geschichtlichen Bücher des A. T._, pag. 94. REUSS,
_LʼHistoire Sainte et la Loi_, I, pag. 195, WELLHAUSEN, _Die
Composition des Hexateuchs_, XXI, pag. 392. KAYSER, _das Vorexilische
Buch der Urgeschichte Israels_, pag. 112.
[216] NÖLDEKE, _Untersuchungen zur Kritik d. A. T._, pag. 50; KAYSER,
op. cit., pag. 54. WELLHAUSEN, op. cit., XXI, pag. 550.
[217] I versi 11–13 sono frammento della legge jehovistica inserito
dallʼultimo compilatore in quella elohistica. Ciò apparisce
principalmente dal ritornare una seconda volta sul comando di tingere
di sangue gli stipiti, dandone una ragione troppo antropomorfica,
aliena dal concetto dello scrittore elohista, e dal formare questi tre
versi una interruzione fra il 10 e il 14; perchè in quello è compiuto
logicamente quanto concerne il sacrifizio pasquale, e in questo si
comincia a dire della festa delle azzime: cfr. KAYSER, op. cit., pag.
45 e seg.
[218] REUSS, op. cit., I, pag. 199, 267, _Die Geschichte d. h.
Schriften A. T._, § 213–216: KAYSER, op. cit., pag. 197.
[219] _Zum Gesetz und zum Zeugniss_, pag. 11.
[220] HUPFELD, _Osterprogramm_, 1858, pag. 9; EWALD, _Geschichte d. V.
I._, 3_a_, I, pag. 104.
[221] BUNSEN, _Bibelwerk_, V, pag. 341 e seg.; _Fürst_, _Geschichte der
biblischen Literatur_, I, pag. 288 e seg.
[222] GRAF, _Die geschichtlichen Bücher d. A. T._, pag. 29; REUSS,
_Geschichte der heiligen Schriften A. T._, § 200; MAYBAUM, _Die
Entwickelung des altisraelitischen Priesterthums_, pag. 19–20.
[223] Cfr. KUENEN, _Histoire critique_, I, pag. 248 e seg.
[224] KUENEN, _The Religion of Israel_, I, pag. 132.
[225] Nel passo di Samuele 1º, XIV, 3, le parole _sacerdote di Jahveh
in Shilò_ sono apposizione di Elì, ultimo nominato, non di Aḣijjà
sacerdote contemporaneo di Saul; e però non se ne potrebbe argomentare
lʼesistenza tuttora in Shilò di un luogo di culto. (Cfr. THENIUS,
commento in questo luogo.)
[226] Il luogo parallelo del 2º libro delle Croniche (I, 3) aggiunge
che in Ghibʼon _era il tabernacolo di Dio edificato da Mosè servo
di Jahveh nel deserto_, e che Salomone offrì i suoi sacrifizi sullo
stesso altare di rame che era stato costruito da Bezalel. Ma lʼautore
più antico del libro dei Re non sa nulla di tutto ciò, e chiama _Bamà_
il luogo consacrato al culto di Ghibʼon, mentre tal nome non avrebbe
potuto darsi allʼofficiale e ritualmente comandato tabernacolo. È
chiaro pertanto che lʼaggiunta delle Croniche fu posta dallʼautore
per adattare i fatti al concetto sacerdotale già prevalso, che sino
dai tempi mosaici fosse imposta dal rito lʼunità del culto. Lo stesso
cronichista è obbligato a riconoscere che lʼarca non si trovava in
questo immaginario tabernacolo. E come, si domanda, avrebbe potuto
non trovarcisi se questo fosse esistito? Vedi REUSS, _Cronique
ecclésiastique de Jérusalem_, pag. 124.
[227] Cfr. STÄHELIN, _Versuch einer Geschichte der Verhältnisse des
Stammes Levi_. ZDMG, 1855, pag. 704–730.
[228] Sembra essere provenuta da solo errore grafico la lezione
masoretica del Deuteronomio (v. 13) _Raʼah_ invece che _Daʼah_, come
leggesi nel Levitico, tanto più che le due lettere _D R_ hanno tanto
nel carattere samaritano quanto in quello ebraico forma molto simile e
da potersi facilissimamente scambiare.