XXI.

Un intermezzo glorioso.

Nonostante il caldo, l'aula di Montecitorio presentava quello che i

giornalisti dicono _un aspetto imponente_. C'erano bensì, durante la

lettura del processo verbale, parecchi vuoti nei vari settori, ma si

sapeva che i deputati erano sparsi nei corridoi, e avrebbero preso il

loro posto al momento opportuno. Gremite erano le tribune; così quella

della stampa e la diplomatica come quella riservata al pubblico; due

dame di Corte erano nella tribuna reale. E le signore, in eleganti

_toilettes_ estive, abbondavano. Mogli e figliuole di senatori e di

deputati, donne politiche e semplici curiose, forestiere di passaggio

per Roma, attratte dal desiderio di veder la Camera italiana e di

assistere a quell'interessante spettacolo che si chiama _la caduta di

un Ministero_.

Poichè sulla crisi non c'era dubbio, e il Gabinetto combatteva

puramente per l'onor delle armi.

Nei crocchi femminili, dall'alto, si additavano i morituri. Il

Presidente del Consiglio vecchio e floscio benchè gli scintillassero

ancora sotto le lenti gli occhietti furbi; il Ministro della guerra

troppo grasso; il Ministro della marina troppo magro; quello del

tesoro troppo mastodontico quasi avesse ingoiato il collega delle

finanze che infatti non era presente perchè indisposto; il

Guardasigilli troppo negletto nel vestire e come tale poco indicato a

regger un dicastero che s'intitola di _grazia_ e giustizia; solo i

titolari degli esteri, dei lavori pubblici, dell'agricoltura e

commercio, delle poste e telegrafi avevano l'aria _comme il faut_, e

avrebbero meritato di salvarsi dalla catastrofe.

Ma quando il Presidente disse: l'_onorevole Varedo ha la parola_, il

cinguettìo delle tribune cessò: solo si udì quel bisbiglio

caratteristico ch'è segno d'intensa aspettazione e precede i grandi

raccoglimenti. Nell'aula gli scanni ancor vuoti si empirono quasi

tutti, parecchi deputati scesero nell'emiciclo per esser più vicini

all'oratore.

Alberto Varedo cominciò con una discreta allusione alle sue angustie

domestiche che alla Camera non fece nè caldo nè freddo, ma gli

conciliò la simpatia di buona parte del pubblico.

Solo un supremo dovere lo induceva oggi a parlare, solo la convinzione

profonda che vi siano momenti nei quali chi ha accettato un ufficio

non possa, per sue private ragioni e per quanto il cuore gli sanguini,

in alcun modo sottrarvisi. Il più sacro degli affetti umani lo

chiamava altrove e certo egli avrebbe risposto all'appello; non prima

però d'aver sciolto l'obbligo ch'egli primo firmatario dell'ordine del

giorno, aveva assunto verso gli amici, verso il partito, verso sè

stesso.

Ed egli proseguì dicendo che quantunque l'ordine del giorno si

limitasse a esprimere sfiducia assoluta verso il Gabinetto, egli

credeva d'interpretare, oltre al proprio, anche il pensiero degli

amici suoi affermando ch'essi miravano a un fine molto più alto che

non fosse quello di dar l'ultimo colpo ad uomini personalmente

rispettabili ma politicamente già morti. E forse appunto perch'egli li

considerava morti consacrò dieci minuti a farne l'autopsia rilevando

tutte le malattie mentali da cui erano afflitti e provocando gli

applausi e l'ilarità dei vari gruppi dell'opposizione. Ma questi, egli

ripetè, non erano che esercizi da sala anatomica, e il paese voleva

ben altro che la critica degli errori passati.

Dopodichè, l'oratore si elevò a un esame sereno e obbiettivo della

situazione presente, ne additò i pericoli economici, politici,

sociali; le istituzioni insidiate, perfino il concetto dell'unità e

della libertà della patria affievolito nelle coscienze; ogni

disciplina dello spirito scossa; ogni più formidabile problema gettato

in pascolo alle moltitudini analfabete; ogni decoro prostituito

dinanzi ai due idoli della giornata, il danaro e la folla.

Era un conservatore che parlava, e le sue sferzate contro le

aberrazioni demagogiche suscitavano qualche mormorio sui banchi della

montagna, ma egli riebbe il favore dell'intera sinistra stigmatizzando

le cosidette classi dirigenti che nulla dirigono e di nulla si curano

tranne che di accumulare e di goder la ricchezza, e mendicano croci e

trafficano titoli nobiliari, e costituiscono a poco a poco una nuova

aristocrazia che della vecchia ha i vizi e non le virtù.

Indi Alberto Varedo proclamò la necessità d'una riforma morale che

nessun Governo può operare, ma che _un buon_ Governo può agevolare se

comincia a dar l'esempio della probità e dell'austerità, se non vizia

le elezioni, se non corrompe i suoi funzionari, se non cede ai

sollecitatori, se non promette ciò che non può mantenere, se non

induce negli animi il sospetto che la giustizia sia un nome vano, se

colpisce pronto gli abusi, se onora i degni e prostra gli abbietti, se

rinuncia a viver di sotterfugi e d'intrighi.

Uno scroscio d'applausi salutò le generose parole. Non applaudivano

solo i puri, i sinceri, gli ingenui: quelli ch'erano stati a vicenda

corruttori e corrotti, quelli che avevano sollecitato e ottenuto,

quelli che avevano promesso e fallito agl'impegni, quelli che avevano

mercanteggiato il voto, quelli che si erano inchinati alla viltà

trionfante, quelli che, potendo, avrebbero rinnovato domani gli errori

e le colpe di ieri, applaudivano con più calore degli altri.

Al sommo d'una delle scalette che scendono nell'emiciclo comparve un

usciere di servizio con un dispaccio in mano. E accennava a dirigersi

verso il banco di Alberto Varedo, ma ristette vedendo che il discorso

non era ancora finito, e, a un deputato che lo interrogava con lo

sguardo, disse a bassa voce:

--C'è un telegramma d'urgenza per l'onorevole Varedo.

--Or ora--rispose piano il deputato. E gli fece segno d'attendere.

Varedo concludeva intanto la sua arringa con una perorazione a cui la

brevità non toglieva efficacia.

--Sì, l'Italia domanda un Ministero che abbia un programma di Governo

e sappia attuarlo. Ma se questo non fosse consentito dalla malignità

dei tempi, sarebbe già un gran passo verso la rinnovazione morale che

tutti invochiamo l'aver su quei banchi un gruppo d'uomini

irrevocabilmente decisi a cader con la propria bandiera (_bravo,

benissimo_). Voi che delle bandiere ne avete agitato una mezza dozzina

(_ilarità fragorosa_), voi che per prolungare una tisica esistenza

avete innumerevoli volte mutato idee, amicizie, indirizzi (bene) voi

dovete rassegnarvi ad abbandonare ingloriosamente quel posto che

sarebbe stato meglio per la vostra fama e per noi non aveste mai

occupato.

Tranne i pochi rimasti fedeli al Ministero, tutti i deputati si

levarono ad acclamar l'oratore.

--La seduta è sospesa per dieci minuti--disse il Presidente. E

soggiunse per ossequio al regolamento:--Prego le tribune di far

silenzio.

Intanto i colleghi si affollavano con braccia aperte o con mani tese

intorno a Varedo, prodigando gli epiteti ammirativi.

--Splendido!

--Superbo!

--Stupendo!

--Tanto più terribile quanto più misurato.

--Come li hai bollati!

--Che chiusa!

--Tutto, tutto era bello.

Le congratulazioni di San Giustino e di Zonnini non erano le meno

calorose, quantunque il primo trovasse che il suo collaboratore aveva

avuto torto a far un discorso da Presidente del consiglio, e il

secondo, invidiosetto per sua natura, giudicasse in cuor suo

l'eloquenza di Varedo un po' vuota ed enfatica. Magnifiche frasi, chi

lo nega? Ma sotto il brillante involucro, che cosa c'è?

Comunque sia, e San Giustino e Zonnini si guardarono bene dal lasciar

trasparire i loro intimi sentimenti.

--Bravo!--disse il capo preconizzato del futuro Gabinetto.--Avete

avuto una delle vostre migliori giornate.

--Quando si parla così--seguitò Zonnini--non è permesso di cercar

sostituti... Sarai contento del tuo trionfo.

--Eh, miei cari--replicò Varedo--io vi ringrazio dal fondo dell'anima,

ma non posso pensare a quello che voi chiamate il mio trionfo... Sono

sulle spine... Dopo questa mattina non ho ricevuto altre notizie di

casa mia...

Di San Giustino principiò:--Nessuna nuova...

Ma dovette interrompersi alla vista dell'usciere che s'era fatto

coraggio e s'insinuava tra i deputati biascicando:--Con permesso, con

permesso... Un dispaccio per l'onorevole Varedo.

--Ah--disse questi scartando bruscamente i vicini e afferrando il

telegramma.

Un gran silenzio successe alle congratulazioni clamorose di prima.

Dalle tribune qualche signora sporgendosi con mezza la persona,

guardava curiosamente in giù.

Varedo lesse, impallidì, e con faccia stravolta si slanciò fuori

dell'aula seguito da San Giustino, da Zonnini e da altri intimi.

--Morta?--si arrischiò a chiedere San Giustino.

--No, ma è lo stesso... E prima di stasera non c'è una corsa... E

prima di domani alle 10.25 non posso essere a Torino... Fatemi la

grazia, consultate gli orari... Se ci fosse modo di anticipare... per

la via di Sarzana e Parma... che so io?... Ah perchè, perchè non mi

avete lasciato partire?

Zonnini ebbe un'impercettibile scrollatina di spalle.

Gl'indicatori ufficiali delle ferrovie, sfogliati in ogni senso, non

davano un responso favorevole. Ormai non c'era altra corsa da prendere

che quella delle 20.50.

I campanelli elettrici tintinnavano in tutte le sale di Montecitorio

chiamando a raccolta i deputati.

--Andate, andate--insisteva lo stesso Varedo.--La seduta ricomincia.

La Camera è impaziente, e forse si voterà oggi.

--Se c'è il voto, dobbiamo farti avvertire?

--No, il mio voto non conta... Il Ministro avrà contro di sè una

maggioranza enorme... E io passerò all'albergo per gli ulteriori

preparativi... Addio, addio... e grazie... Scusate, che ore sono?

--Quasi le cinque.

--È già tardi... Non ho tempo da perdere.

--Ci rivedremo a ogni modo alla stazione... Se si vota oggi ci sarà un

assalto ai treni.

--Mi raccomando--ripigliò Varedo.--che la stampa non dia notizie

inesatte... Pur troppo non ho illusioni, ma la catastrofe non è ancora

successa.

In fatti il telegramma, spiegato sul tavolino, diceva soltanto:

_Le cose precipitano. Nessuna speranza. Non

tardare di più._

I coniugi Varedo · 第 39 / 44 题