Un intermezzo glorioso.
Nonostante il caldo, l'aula di Montecitorio presentava quello che i
giornalisti dicono _un aspetto imponente_. C'erano bensì, durante la
lettura del processo verbale, parecchi vuoti nei vari settori, ma si
sapeva che i deputati erano sparsi nei corridoi, e avrebbero preso il
loro posto al momento opportuno. Gremite erano le tribune; così quella
della stampa e la diplomatica come quella riservata al pubblico; due
dame di Corte erano nella tribuna reale. E le signore, in eleganti
_toilettes_ estive, abbondavano. Mogli e figliuole di senatori e di
deputati, donne politiche e semplici curiose, forestiere di passaggio
per Roma, attratte dal desiderio di veder la Camera italiana e di
assistere a quell'interessante spettacolo che si chiama _la caduta di
un Ministero_.
Poichè sulla crisi non c'era dubbio, e il Gabinetto combatteva
puramente per l'onor delle armi.
Nei crocchi femminili, dall'alto, si additavano i morituri. Il
Presidente del Consiglio vecchio e floscio benchè gli scintillassero
ancora sotto le lenti gli occhietti furbi; il Ministro della guerra
troppo grasso; il Ministro della marina troppo magro; quello del
tesoro troppo mastodontico quasi avesse ingoiato il collega delle
finanze che infatti non era presente perchè indisposto; il
Guardasigilli troppo negletto nel vestire e come tale poco indicato a
regger un dicastero che s'intitola di _grazia_ e giustizia; solo i
titolari degli esteri, dei lavori pubblici, dell'agricoltura e
commercio, delle poste e telegrafi avevano l'aria _comme il faut_, e
avrebbero meritato di salvarsi dalla catastrofe.
Ma quando il Presidente disse: l'_onorevole Varedo ha la parola_, il
cinguettìo delle tribune cessò: solo si udì quel bisbiglio
caratteristico ch'è segno d'intensa aspettazione e precede i grandi
raccoglimenti. Nell'aula gli scanni ancor vuoti si empirono quasi
tutti, parecchi deputati scesero nell'emiciclo per esser più vicini
all'oratore.
Alberto Varedo cominciò con una discreta allusione alle sue angustie
domestiche che alla Camera non fece nè caldo nè freddo, ma gli
conciliò la simpatia di buona parte del pubblico.
Solo un supremo dovere lo induceva oggi a parlare, solo la convinzione
profonda che vi siano momenti nei quali chi ha accettato un ufficio
non possa, per sue private ragioni e per quanto il cuore gli sanguini,
in alcun modo sottrarvisi. Il più sacro degli affetti umani lo
chiamava altrove e certo egli avrebbe risposto all'appello; non prima
però d'aver sciolto l'obbligo ch'egli primo firmatario dell'ordine del
giorno, aveva assunto verso gli amici, verso il partito, verso sè
stesso.
Ed egli proseguì dicendo che quantunque l'ordine del giorno si
limitasse a esprimere sfiducia assoluta verso il Gabinetto, egli
credeva d'interpretare, oltre al proprio, anche il pensiero degli
amici suoi affermando ch'essi miravano a un fine molto più alto che
non fosse quello di dar l'ultimo colpo ad uomini personalmente
rispettabili ma politicamente già morti. E forse appunto perch'egli li
considerava morti consacrò dieci minuti a farne l'autopsia rilevando
tutte le malattie mentali da cui erano afflitti e provocando gli
applausi e l'ilarità dei vari gruppi dell'opposizione. Ma questi, egli
ripetè, non erano che esercizi da sala anatomica, e il paese voleva
ben altro che la critica degli errori passati.
Dopodichè, l'oratore si elevò a un esame sereno e obbiettivo della
situazione presente, ne additò i pericoli economici, politici,
sociali; le istituzioni insidiate, perfino il concetto dell'unità e
della libertà della patria affievolito nelle coscienze; ogni
disciplina dello spirito scossa; ogni più formidabile problema gettato
in pascolo alle moltitudini analfabete; ogni decoro prostituito
dinanzi ai due idoli della giornata, il danaro e la folla.
Era un conservatore che parlava, e le sue sferzate contro le
aberrazioni demagogiche suscitavano qualche mormorio sui banchi della
montagna, ma egli riebbe il favore dell'intera sinistra stigmatizzando
le cosidette classi dirigenti che nulla dirigono e di nulla si curano
tranne che di accumulare e di goder la ricchezza, e mendicano croci e
trafficano titoli nobiliari, e costituiscono a poco a poco una nuova
aristocrazia che della vecchia ha i vizi e non le virtù.
Indi Alberto Varedo proclamò la necessità d'una riforma morale che
nessun Governo può operare, ma che _un buon_ Governo può agevolare se
comincia a dar l'esempio della probità e dell'austerità, se non vizia
le elezioni, se non corrompe i suoi funzionari, se non cede ai
sollecitatori, se non promette ciò che non può mantenere, se non
induce negli animi il sospetto che la giustizia sia un nome vano, se
colpisce pronto gli abusi, se onora i degni e prostra gli abbietti, se
rinuncia a viver di sotterfugi e d'intrighi.
Uno scroscio d'applausi salutò le generose parole. Non applaudivano
solo i puri, i sinceri, gli ingenui: quelli ch'erano stati a vicenda
corruttori e corrotti, quelli che avevano sollecitato e ottenuto,
quelli che avevano promesso e fallito agl'impegni, quelli che avevano
mercanteggiato il voto, quelli che si erano inchinati alla viltà
trionfante, quelli che, potendo, avrebbero rinnovato domani gli errori
e le colpe di ieri, applaudivano con più calore degli altri.
Al sommo d'una delle scalette che scendono nell'emiciclo comparve un
usciere di servizio con un dispaccio in mano. E accennava a dirigersi
verso il banco di Alberto Varedo, ma ristette vedendo che il discorso
non era ancora finito, e, a un deputato che lo interrogava con lo
sguardo, disse a bassa voce:
--C'è un telegramma d'urgenza per l'onorevole Varedo.
--Or ora--rispose piano il deputato. E gli fece segno d'attendere.
Varedo concludeva intanto la sua arringa con una perorazione a cui la
brevità non toglieva efficacia.
--Sì, l'Italia domanda un Ministero che abbia un programma di Governo
e sappia attuarlo. Ma se questo non fosse consentito dalla malignità
dei tempi, sarebbe già un gran passo verso la rinnovazione morale che
tutti invochiamo l'aver su quei banchi un gruppo d'uomini
irrevocabilmente decisi a cader con la propria bandiera (_bravo,
benissimo_). Voi che delle bandiere ne avete agitato una mezza dozzina
(_ilarità fragorosa_), voi che per prolungare una tisica esistenza
avete innumerevoli volte mutato idee, amicizie, indirizzi (bene) voi
dovete rassegnarvi ad abbandonare ingloriosamente quel posto che
sarebbe stato meglio per la vostra fama e per noi non aveste mai
occupato.
Tranne i pochi rimasti fedeli al Ministero, tutti i deputati si
levarono ad acclamar l'oratore.
--La seduta è sospesa per dieci minuti--disse il Presidente. E
soggiunse per ossequio al regolamento:--Prego le tribune di far
silenzio.
Intanto i colleghi si affollavano con braccia aperte o con mani tese
intorno a Varedo, prodigando gli epiteti ammirativi.
--Splendido!
--Superbo!
--Stupendo!
--Tanto più terribile quanto più misurato.
--Come li hai bollati!
--Che chiusa!
--Tutto, tutto era bello.
Le congratulazioni di San Giustino e di Zonnini non erano le meno
calorose, quantunque il primo trovasse che il suo collaboratore aveva
avuto torto a far un discorso da Presidente del consiglio, e il
secondo, invidiosetto per sua natura, giudicasse in cuor suo
l'eloquenza di Varedo un po' vuota ed enfatica. Magnifiche frasi, chi
lo nega? Ma sotto il brillante involucro, che cosa c'è?
Comunque sia, e San Giustino e Zonnini si guardarono bene dal lasciar
trasparire i loro intimi sentimenti.
--Bravo!--disse il capo preconizzato del futuro Gabinetto.--Avete
avuto una delle vostre migliori giornate.
--Quando si parla così--seguitò Zonnini--non è permesso di cercar
sostituti... Sarai contento del tuo trionfo.
--Eh, miei cari--replicò Varedo--io vi ringrazio dal fondo dell'anima,
ma non posso pensare a quello che voi chiamate il mio trionfo... Sono
sulle spine... Dopo questa mattina non ho ricevuto altre notizie di
casa mia...
Di San Giustino principiò:--Nessuna nuova...
Ma dovette interrompersi alla vista dell'usciere che s'era fatto
coraggio e s'insinuava tra i deputati biascicando:--Con permesso, con
permesso... Un dispaccio per l'onorevole Varedo.
--Ah--disse questi scartando bruscamente i vicini e afferrando il
telegramma.
Un gran silenzio successe alle congratulazioni clamorose di prima.
Dalle tribune qualche signora sporgendosi con mezza la persona,
guardava curiosamente in giù.
Varedo lesse, impallidì, e con faccia stravolta si slanciò fuori
dell'aula seguito da San Giustino, da Zonnini e da altri intimi.
--Morta?--si arrischiò a chiedere San Giustino.
--No, ma è lo stesso... E prima di stasera non c'è una corsa... E
prima di domani alle 10.25 non posso essere a Torino... Fatemi la
grazia, consultate gli orari... Se ci fosse modo di anticipare... per
la via di Sarzana e Parma... che so io?... Ah perchè, perchè non mi
avete lasciato partire?
Zonnini ebbe un'impercettibile scrollatina di spalle.
Gl'indicatori ufficiali delle ferrovie, sfogliati in ogni senso, non
davano un responso favorevole. Ormai non c'era altra corsa da prendere
che quella delle 20.50.
I campanelli elettrici tintinnavano in tutte le sale di Montecitorio
chiamando a raccolta i deputati.
--Andate, andate--insisteva lo stesso Varedo.--La seduta ricomincia.
La Camera è impaziente, e forse si voterà oggi.
--Se c'è il voto, dobbiamo farti avvertire?
--No, il mio voto non conta... Il Ministro avrà contro di sè una
maggioranza enorme... E io passerò all'albergo per gli ulteriori
preparativi... Addio, addio... e grazie... Scusate, che ore sono?
--Quasi le cinque.
--È già tardi... Non ho tempo da perdere.
--Ci rivedremo a ogni modo alla stazione... Se si vota oggi ci sarà un
assalto ai treni.
--Mi raccomando--ripigliò Varedo.--che la stampa non dia notizie
inesatte... Pur troppo non ho illusioni, ma la catastrofe non è ancora
successa.
In fatti il telegramma, spiegato sul tavolino, diceva soltanto:
_Le cose precipitano. Nessuna speranza. Non
tardare di più._