I conoscenti di Alberto sapevano che la sua figliuola era inferma.

--Mi arriva questo telegramma. Leggete.

E il professore consegnò a San Giustino un dispaccio di poche

parole:--_Condizioni peggiorate. Giraldi inquieto. Parti subito.

Diana._

--Però la vostra signora è apprensiva?--soggiunse San Giustino,

restituendo il foglio.

--In quanto a questo sì... Non per sè, ma per la bimba... Apprensiva

al massimo grado.

--E allora è probabile che esageri--osservò Zonnini.

E Fraschelli, tanto per dir qualche cosa, spifferò questa sentenza

peregrina:--Quando si tratta dei loro figliuoli le mamme esagerano

sempre.

Alberto Varedo tentennò il capo.

--Vorrei che fosse così anche questa volta... ma perchè mia moglie mi

avrebbe telegrafato proprio stasera sapendo che avrei da parlare

domani alla Camera?... Perchè, se non ci fosse un'urgenza?

--Le donne, caro amico--ripigliò San Giustino,--certi riguardi non li

capiscono... Io ho avuto la disgrazia di perder la mia ancora giovane

e la ricordo e la rimpiango... Credo tuttavia che con lei la mia

carriera politica sarebbe stata troncata a mezzo... Quello che mi ha

tempestato di lettere e di dispacci una volta che la nostra

primogenita ammalò di morbillo! Pareva che una catastrofe fosse

imminente... Io ebbi la debolezza di darle retta; abbandonai la

capitale, piantai in asso il Parlamento, gli uffici, due commissioni

che dovevo presiedere, corsi in Toscana nella nostra villa e trovai la

mia figliuola già in piedi... ciò che non toglie che la mia signora

consorte mi strapazzasse come un cane perchè non ero arrivato prima...

Ell'aveva una scusa, ell'era sola, in una campagna fuori di mano...

Vostra moglie invece è in una grande città, ha compagnia...

--Ha sua madre e suo zio... Ho pregato apposta mia suocera di andar a

Torino.

--Vedete bene!--soggiunse il vedovo rassegnato con un accento che

suonava amaro rimprovero all'egoismo di Diana Varedo.--Vedete bene!...

A ogni modo, non è possibile che partiate subito.

--Veramente quest'era la mia intenzione...

--Di partir subito? Stasera?... Se non c'è una corsa?

--Per la Maremmana è tardi, lo so... Quando è capitato il

telegramma... forse, con un buon cavallo, volando, sarei potuto

giungere in tempo alla stazione... Forse... non ne son neanche

sicuro... E poi come partirei senza che ci fossimo scambiati due

parole?... Adesso potrei prendere la via di Bologna.

--Parte alle 23,10--notò Zonnini.

--Siete matto?--esclamò San Giustino.--Una corsa eterna che sarebbe a

Torino domani alle sette pomeridiane... Via, non ci pensate nemmeno...

meno... Partirete domani sera... Anche se non ci sarà stato il voto...

pazienza... Avrete fatto il vostro discorso, svolto il vostro ordine

del giorno... Se no, chi lo svolge?... Voi, Zonnini, siete il secondo

firmato... Toccherebbe a voi...

L'idea di dare il gambetto al suo carissimo amico non era lungi dal

sorridere al buon Zonnini; però egli fece il modesto e il ritroso.

--Per carità, allontanate da me questo calice... Non si renderebbe un

servizio al partito... Io non ho l'eloquenza di Varedo... Certo che se

fosse assolutamente necessario, mi sacrificherei... Ma sarebbe una

tegola che mi casca sul capo.

Quanto più Varedo s'accorgeva che Zonnini sarebbe stato disposto a

_sacrificarsi_, tanto maggior riluttanza egli provava a spianargli il

cammino.

--Vedremo--egli sospirò.--Capisco che prima di domattina non mi

converrebbe di partire... Intanto spedirò un telegramma.

--Naturale... Usciremo insieme, se non vi dispiace--propose San

Giustino.

--Ma scusa--disse Zonnini a Varedo,--che tu parta stasera o domattina,

se non vieni domani alla Camera per me è lo stesso. Bisogna ch'io lo

sappia.

--Te lo farò sapere, diamine.

--Presto.

--Prestissimo. Magari con un telegramma.

--Me ne incaricherò io--dichiarò San Giustino.--Ma non partirà, non

partirà.

Ormai erano discesi tutti e quattro in istrada.

--Io volterei verso Ponte Sant'Angelo--disse Varedo.--Imposterò il mio

dispaccio alla succursale di Borgo Nuovo.

--Vengo anch'io volentieri da quella parte--soggiunse San

Giustino.--S'incontra meno gente.

Ma Zonnini e Fraschelli erano dispiacenti di dover prendere la

direzione opposta.

--C'è questo demone tentatore--spiegò Zonnini accennando al

giornalista--che vuol condurmi all'Alhambra, a veder _la rivale di

Venere_.

Fraschelli protestò.--Non gli date retta. Ne ha più voglia lui di

me... Ci va tutte le sere.

--Che esagerazioni! Ci fui due volte... Ma vi assicuro io ch'è un

bocconcino...

A commento delle sue parole, l'onorevole Zonnini portò la mano alla

bocca e si baciò le punte delle dita.

--Basta; tu Varedo, hai ben altro pel capo, e poi, si sa, sei un

puritano. Di San Giustino è in un momento in cui tutti gli occhi son

fissi sopra di lui e non deve prestar il fianco alle malignità... Se

no, insisterei perchè ci faceste compagnia... È un vero godimento

estetico...

--Addio, addio, capiscarichi.

--Buona sera, Varedo--gridò Zonnini, e Fraschelli gli fece eco,--ti

auguro di ricevere migliori notizie da Torino.

--Grazie, buona sera.

--Ecco il ristoratore del sentimento religioso--disse Varedo a San

Giustino appena furono soli.

--Bah, Zonnini è un furbo che sente di dove il vento spira.

--Se partissi domattina alle 8--ripigliò Alberto--sarei a casa prima

di mezzanotte.

--Ma no, ma no--insisteva San Giustino--non potete partire che domani

sera.

Era una bella notte estiva, un po' fresca come sogliono esser le notti

di Roma. I due camminavano frettolosi; solo quando furono sul Ponte

Sant'Angelo rallentarono alquanto il passo.

Gonfio per le pioggie recenti, il Tevere s'ingolfava con un rumore

cupo sotto le arcate; torreggiava di fronte, quasi in atto di

minaccia, la mole Adriana; a sinistra, slanciandosi altera fuor del

viluppo degli edifizi minori, s'ergeva la cupola di San Pietro; la

curva del Gianicolo si protendeva con netti contorni sul cielo

limpido, senza luna; qua e là, mobili o fissi, brillavano piccoli

punti luminosi.

--È pur suggestiva questa Roma--notò San Giustino.

Varedo fece un segno d'adesione, ma il suo pensiero era altrove.

--E dire che tutta quanta la colpa è di questo sciagurato Ministero il

quale non ha mai avuto un lampo d'ingegno, non ha avuto altro che una

qualità (se si può chiamarla tale), quella di saper menare il can per

l'aia.

--È vero--rispose San Giustino che non intendeva bene.--Ma, scusate,

la colpa di che?

--La colpa del bivio terribile in cui mi trovo--ripigliò Alberto con

impeto.--Non siamo qui da più di due settimane? Non si doveva

spicciarci subito?... Oh sì, il Ministero è riuscito a guadagnare

ancora otto o dieci giorni... Con che frutto poi? che la caduta è

forse meno sicura? Solo che invece d'esserne fuori, si è proprio oggi

al momento critico, e io sono in questa bella situazione: che, se

resto, manco ai miei obblighi verso la famiglia, se parto, manco a

quello verso me stesso, verso i principî, verso le idee che sostengo,

che desidero di far trionfare.

Era buio, e San Giustino, scettico amabile, poteva liberamente

sorridere. Più che della ingenua sfuriata contro il Ministero

temporeggiatore egli sorrideva di quell'allusione superba di Varedo

alle idee da far trionfare. O che si va al potere per questo?

--Partendo domani sera voi concilierete ogni cosa--egli disse.--Del

rimanente, a dispetto del Ministero, voi avreste fatto il vostro

discorso e la Camera avrebbe già dato il suo voto, se, al solito, non

si fossero avuti troppi oratori... Anche dalla nostra parte, Dio

buono, quanta eloquenza!... Quanti aspiranti a un portafoglio o a un

sottosegretariato!... Come contentarli tutti?... E gli scontenti non

tarderanno a diventare avversari.

--È ignobile.

--Non lo nego... E non nego che vi saranno eccezioni... Voi, per

esempio, non ne dubito... Però, siate sincero, o che non mi serbereste

rancore se dessi a Zonnini o a un altro il posto che ho promesso a

voi?...

Varedo si voltò bruscamente.--Scusate... Questo non c'entra... Qui c'è

una promessa.

--Lo so, e volevo scherzare.

San Giustino non aveva parlato a caso. Il miglior modo di trattenere

Varedo era quello di ricordargli che fra i suoi cari amici ce n'era

più d'uno pronto a levargli la polpetta di bocca.

All'Ufficio di Borgo Nuovo, Alberto Varedo spedì un lungo telegramma a

sua moglie. Diceva che il dispaccio di lei non gli era giunto in tempo

da permettergli di prender il diretto di quella sera, che i colleghi

lo scongiuravano di assistere alla importantissima seduta di domani

alla Camera e di svolgervi il suo ordine del giorno, che sarebbe

partito domani sera al più tardi. In ogni modo si sarebbe regolato

sulle ulteriori notizie che pregava di fargli aver subito e che

sperava migliori.

--Va bene così?--egli chiese a San Giustino mostrandogli la minuta.

--Benissimo. E fatevi animo. Il diavolo non sarà tanto brutto come

pare.

Poich'erano in via e non avevano voglia nè l'uno nè l'altro di

rincasare, si spinsero fino a San Pietro, discorrendo animatamente di

politica, facendo il computo dei voti pei quali il Ministero sarebbe

stato battuto, almanaccando sulla maggiore o minor probabilità di

risolver presto la crisi. Sicuro di ricever l'incarico dal Sovrano,

San Giustino aveva già il suo bravo Gabinetto in pectore, ma egli era

troppo pratico dell'ambiente parlamentare da non temer gli ostacoli,

le sorprese, le insidie dell'ultima ora.

La vasta piazza era quasi deserta; pochi _fiacres_ immobili erano

allineati a destra e a sinistra lungo il colonnato del Bernini; nel

gran silenzio s'udiva solo la voce liquida, monotona, delle due

fontane i cui zampilli ricadendo a terra spargevano intorno come un

pulviscolo acqueo.

--Si sta più freschi qui--disse San Giustino fermandosi tra l'obelisco

e una delle fontane.

Alberto Varedo levò gli occhi verso il Vaticano.

--Ecco la forza.

Di San Giustino lo guardò.--Siete un convertito?

--Non mi fraintendete... La forza d'inerzia, una delle più formidabili

che ci siano. Aver dietro di sè una tradizione di diciotto secoli; per

diciotto secoli aver bandito gli stessi dogmi, aver ripetuto, con

poche varianti, le stesse parole, aver detto audacemente alle

generazioni che si succedono:--Noi siamo la salute, noi siamo la luce,

ecco la potenza vittoriosa, inespugnabile della Chiesa.... Anche una

menzogna ribadita per diciotto secoli diventa, agli occhi di molti,

una verità... Noi, che militiamo nell'altro campo, siamo più leali e

sinceri negando l'esistenza d'una verità assoluta, immutabile,

sostenendo il principio dell'evoluzione; ma le nostre schiere si

sgretolano, ma non avremo mai intorno a noi un esercito compatto,

disciplinato come quello che ci sta di fronte.

--Credete dunque che la Chiesa finirà col vincere?

--Ah no. Non vincerà nessuno... Noi non costruiremo nulla di solido,

di durevole, ma non saremo vinti per questo. Nè noi, nè loro. Nessuna

tendenza dello spirito umano può esser vinta. Non quella che porta

verso la fede e s'appaga d'una certezza comunque ottenuta, non quella

che ricerca e che dubita e si gloria delle sue affannose inquietudini.

Sarà una lotta lunga quanto il mondo.

--Caro Varedo--interruppe San Giustino tra serio e scherzoso,--voi

parlate d'oro ma vi raccomando di non dir queste cose domani alla

Camera. Fareste arricciare il naso a più di qualcheduno... in tutti e

due i campi. E non dimenticate che il nostro dovrebb'essere un

Ministero conciliativo.

--La politica a base di puntigli e dispetti, le guerricciuole meschine

non piacciono neppure a me--replicò Alberto Varedo.--E poi non giova

esasperare i nemici che non si possono spegnere.

Chiacchierando così, ritornarono sui loro passi. Di San Giustino

accompagnò Varedo fino all'albergo di Santa Chiara.

--Procurate di riposar qualche ora--gli disse nel prender commiato--e

ricordatevi che per domani facciamo assegnamento sopra di voi... No,

non voglio fermarmi sull'ipotesi che siate costretto a partir

domattina... E, in qualunque caso, badate di non partire senza che ci

siamo rivisti... Non abbiate riguardi, potete passar da me alle sei,

alle cinque, quando vi piace... Se non vi vedo prima delle sette e

mezzo è buon segno, e ci troveremo più tardi a Montecitorio.

Alberto Varedo andò a letto ma non dormì. Per quanti sofismi egli

accumulasse, la sua coscienza non era tranquilla. Il suo posto non era

a Roma, non era in Parlamento, era a Torino presso sua moglie, presso

la sua piccola Bebè. Da oltre a due settimane egli l'aveva lasciata

pallida, malaticcia, simile a una pianta che intristisce miseramente,

e dopo d'allora non era stata mai bene, nè mai egli aveva ricevuto da

Diana o dalla signora Valeria una lettera che gli concedesse d'aprir

l'animo a liete speranze. E più d'una volta l'intonazione di quelle

lettere gli era parsa amara, più d'una volta egli vi aveva trovato

un'allusione alla sciagurata politica che lo teneva lontano; non lo si

richiamava però, si era rassegnati a vederlo rimanere a Roma sino al

termine della battaglia parlamentare... Che cosa era accaduto nella

giornata di ieri, da un momento all'altro? Che cosa aveva indotto

Diana a telegrafargli? Era stata un'ispirazione sua? O un suggerimento

del medico? Se Giraldo aveva consigliato il dispaccio, le condizioni

della bimba dovevano esser ben gravi!... E allora perchè non usare un

linguaggio più esplicito? Perchè non dire:--C'è pericolo imminente. La

tua presenza è indispensabile?

Ma, in fin dei conti (e di nuovo Varedo s'arrampicava sugli specchi

per giustificare la propria condotta) aveva egli forse risposto con un

rifiuto? No, aveva chiesto una breve proroga di ventiquattr'ore per

compiere il suo ufficio di cittadino, di deputato, di uomo al quale il

vigor dell'ingegno, la tenacità dei propositi, la serietà degli studi

assegnavano una parte cospicua nella vita del suo paese. Questo a casa

sua non volevano intenderlo; non volevano intendere che vi sono

obblighi pubblici sacri quanto i privati e che il venirvi meno è colpa

e viltà.

Nella notte insonne tornavano in mente a Varedo i passi principali del

suo discorso, frutto di lunghe meditazioni, destinato, se non lo

illudeva l'orgoglio, ad allargar gli angusti orizzonti della politica

italiana, a sollevarla dalle miserie parlamentari, ad additar forse

lui, Alberto Varedo, come un possibile rinnovatore della coscienza

nazionale. A nessuno, neanche a San Giustino, egli aveva comunicato

tutti i punti salienti di quella arringa; egli ne serbava le primizie

alla Camera di dove la sua voce, udita dai colleghi, raccolta dagli

stenografi, sarebbe volata lontano... E ora, alla vigilia del suo

trionfo, egli avrebbe disertato il campo? Avrebbe lasciato che Zonnini

parlasse in vece sua? Che impicciolisse le questioni con quel suo

spirito di stenterello?... Varedo si rifiutava a fregiar del nome di

emulo questo Zonnini leggero, superficiale, che aveva inforcato per

_snobismo_ il cavallo delle idealità religiose, e mentre pretendeva

ristorar la fede in Italia frequentava assiduo i _cafés chantants_ e

correva dietro a tutte le _cocottes_ di Roma... In verità, se non

sorgevano rivali più formidabili!... Però qualche volta anche i

mediocri, se le occasioni li favoriscono, fanno un buon tratto di via

e sarebbe stata per Zonnini una gran bella occasione quella di potere,

in una giornata memorabile, prendere alla Camera il posto di Alberto

Varedo...

Prima delle cinque Alberto era in piedi, meravigliato di non veder

giungere altre notizie da Torino, incerto sul significato da darsi a

questo silenzio. Aveva aperto la finestra, e ogni tanto si affacciava

al davanzale, guardando nella via di Santa Chiara ancora buia e

deserta.

E pensava: Veglieranno essi pure laggiù.... Veglieranno accanto a una

culla.... Diana, mia suocera, forse lo zio Gustavo che deve voler

molto bene a sua nipote, se, nonostante la sventura che l'ha colpito,

ha rinunziato al suo viaggio in Francia e in Inghilterra per restare

in mezzo alle malinconie della mia casa... Veglieranno tutti... chi sa

che non ci sia Giraldi con loro... mandato a chiamare in fretta...

L'aria frizzante della mattina gli metteva dei brividi addosso: l'ora

grigia lo disponeva ai tristi presentimenti. Varedo si ricordava

d'aver letto che sul far dell'alba è maggiore la depressione nervosa

degli organismi, maggiore quindi il numero delle morti... Se adesso,

appunto adesso, la sua Bebè?... Ma no, ma no, perchè accoglier queste

lugubri idee, perchè disperare?... Ecco il sole rischiarava già i

comignoli delle case, rigava di una striscia luminosa le cornici e gli

sporti; in alto il cielo si tingeva d'azzurro; il giorno s'annunziava

pieno di liete promesse agli uomini; perchè sarebbe stato apportatore

di sventura a lui solo?

Da Piazza della Minerva, da Piazza del Panteon veniva il rumore di

qualche carrozza; qualche pedone attraversava la via solitaria di

Santa Chiara. A ogni passo che Varedo sentiva avvicinarsi, il sangue

gli dava un tuffo.--Sarà il fattorino del telegrafo.

Le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo... Nessuno.... Ormai la

città era svegliata; come acqua che uscendo da' suoi serbatoi si

riversa per mille rigagnoli, da per tutto si spargeva la vita.

L'onorevole finì di vestirsi.--Che faccio?--egli chiedeva a sè

stesso.--Se per le sette e mezzo non mi capita nessun telegramma parto

o rimango?...

E non sapeva decidersi, e si crucciava con quelli di Torino che lo

lasciavano in queste ambasce. Egoisti! Egoisti!

Zitto! Qualcheduno sale le scale, qualcheduno s'inoltra nel corridoio,

s'arresta all'uscio, picchia.

--Avanti!

Varedo, pallidissimo, strappò dalle mani del telegrafista il dispaccio

e lo aperse con dita tremanti. Quando alzò gli occhi dal foglio, vide

che il fattorino era immobile in mezzo alla stanza, aspettando.

--Ah,--disse il deputato.--Scusate.

Firmò rapidamente la ricevuta, la consegnò con pochi soldi di mancia,

e rilesse:

_Condizione stazionaria, sempre grave. Parti appena puoi._

I coniugi Varedo · 第 36 / 44 题