Quando le disgrazie cominciano...!...
--Dio! che ciera da funerale!--disse Diana a Eugenio Bardelli venuto
come il solito a sentir se le occorreva qualche cosa e a prender
notizie della bimba.
Egli si sforzò di ricomporsi e sviando il discorso chiese:--Bebè?
--Così... Ha dormito discretamente... Ora è di là con l'Irene che la
veste per condurla fuori... Io stamattina non posso... La giornata è
buona?
--Deliziosa.
--Non c'è vento?
--Punto.
--E il sole non dà disturbo?
--No... È proprio una temperatura giusta.
Diana sospirò:--Purtroppo non ci sono mai tutele che bastino.
Bebè entrò a mano dell'Irene; vide il suo _Elli_ e gli tese le braccia
sottili. Egli la tirò a sè, la sollevò, se la pose sulle
ginocchia.--Hop, hop, cavallo!
La testolina della bimba dondolò alquanto come frutto maturo sopra un
ramo esile; poi, vinta dalla stanchezza, si abbandonò sulle spalle
dell'amico.
Diana si torceva le dita.--E non ride, e non si diverte più nemmeno
con lei, Bardelli!
Questi riconsegnò la piccina alla bambinaia, dicendo
malinconicamente:--Sono io che non so più farla divertire.
Di nuovo la Varedo fu colpita dall'espressione dolorosa della sua
fisonomia.
--Ma che cos'ha oggi?... Altri dispiaceri in famiglia?
Egli chinò il capo in silenzio.
Diana, fatta un segno all'Irene, riaccompagnò lei e Bebè fino
all'uscio, aggiunse alcune raccomandazioni e tornò con ansiosa
sollecitudine presso Bardelli che teneva gli occhi fissi a terra per
nasconder le sue lacrime.
--Parli, via--insistè Diana.--Che cos'ha?
Senza mutare atteggiamento, egli borbottò con voce sorda:--Ho torto...
Non è permesso portare in giro le proprie miserie... specialmente dove
ci sarebbe bisogno d'un po' d'allegria.
--Non dica questo--ribattè la Varedo.--Sa che io... sa che noi le
siamo amici, e gli amici si cercano appunto nei giorni tristi...
E--soggiunse--sono più atti ad intenderci quando hanno anch'essi le
loro afflizioni.
--Ella è buona, signora Diana!--esclamò Bardelli alzando il viso
commosso.--È una santa, meglio di quelle che si adorano sugli altari.
--Lasci le iperboli--ella interruppe con un languido sorriso,--e mi
racconti... Si tratta sempre di quella disgraziata questione
domestica?
Bardelli accennò di sì. E, guardandosi intorno, narrò che in casa sua
erano ai ferri corti. Paolo era riuscito a far mettere un sequestro
sul calice che suo fratello s'impuntava a regalare al Museo piuttosto
di venderlo, e Girolamo dal canto suo protestava che il giorno in cui
quell'oggetto di arte gli fosse stato portato via avrebbe appiccato il
fuoco al negozio... Non lo si riconosceva, Girolamo... Un uomo così
mite, così pacifico, che non aveva in vita sua torto un capello a
nessuno, adesso schizzava veleno da tutti i pori, non ascoltava
consigli di moderazione, rispondeva seccamente alla madre, rispondeva
male a lui verso il quale s'era pur mostrato sempre tanto affettuoso;
insomma una trasformazione completa, di quelle che non si credono
possibili da chi non ne sia testimonio... E come sarebbe andata a
finire?... Come sarebbe andata a finire?
--Ma l'altro--disse Diana--ma Paolo non intende ragione? Non capisce
che non gli conviene spinger le cose agli estremi? Perchè Girolamo,
l'orefice, ha qui a Torino molte aderenze, è stimato un perfetto
galantuomo, un figlio e un fratello esemplare, e sarà difficile
persuader la gente ch'egli sia dalla parte del torto.
--Paolo--ripigliò Bardelli--ha un gran cattivo inspiratore, il
bisogno... E se non bastasse, è sobillato dalla moglie, dagli amici
malfidi, da quel leguleio di pochi scrupoli che ha assunto la sua
causa... È un artista, Paolo, è un ragazzo impressionabile, non si può
domandargli il sangue freddo... Ah, cara signora Diana, che disgrazia!
E pensi, la mia mamma, alla sua età, assistere a questa catastrofe!
Eugenio Bardelli singhiozzava.
La Varedo si provò a rincorarlo.--Andiamo, non si perda d'animo. È il
solo che possa interporsi fra i litiganti... Si rimetta all'opera con
calore, con perseveranza, con fede in sè stesso...
Egli scrollava la testa.--Non ne ho più della fede in me stesso... Non
ho diritto di averne... Non c'è cosa che non mi vada a rovescio... Che
autorità ho io sui miei fratelli, io che vivo a carico d'uno di loro,
io che dopo tanti anni di studi non mi sono ancora fatto una posizione
indipendente?... E non ero mica pessimista per natura... può dirlo
lei... anzi m'illudevo troppo, m'illudevo sempre... Adesso basta...
--Perchè si accascia in questo modo?--soggiunse Diana.--Lei ha
ingegno, cultura, buon volere... dunque?...
Ma Bardelli seguitava a far segni negativi col capo.
--No, signora Diana... Vedrà che anche a Palermo sarà un fiasco...
Tutti ne sono convinti... Tutti, mio fratello Paolo per primo, mi
ricantano l'antifona che già io non concluderò mai nulla... Non c'è
che lei, signora Diana, che creda nel mio avvenire!... E io non mi
sento un po' rinfrancato che vicino a lei... Ma nemmen questo
durerà... Non ci verrò più da lei, non mi riceverà più.
Diana lo guardò stupita.--Vuol proprio crearseli i dispiaceri....
Perchè non dovrei riceverlo più?
D'improvviso egli le afferrò la mano, e gliela coperse di baci.
Ella si svincolò dolcemente ritraendosi alquanto, mentre Bardelli,
esaltandosi, diceva:--Com'è buona! Com'è misericordiosa!... Come
meriterebbe di esser felice!... Invece, per una delle solite
ingiustizie della fortuna, è piena di tribolazioni, è trascurata da
chi...
Diana, severa, gli troncò le parole in bocca.
--Non si occupi di me, Bardelli, non tenga questo linguaggio... Glielo
proibisco.
Mortificato, confuso, il giovine ammutolì per un momento; poi, come se
una forza irresistibile lo spingesse, riprese con l'impeto, con la
furia disordinata e scomposta di un timido che ha paura della propria
resipiscenza:--No, bisogna ch'ella mi lasci terminare... Sarà l'ultima
volta... Non ci tornerò più in questa casa... non avrò più neanche
questa consolazione... ma non posso tacere.... non posso... Mancherei
di sincerità se le tacessi questo sentimento che provo per lei...
Pallidissima, Diana s'era levata in piedi, e con la voce alterata e
col gesto intimava a Bardelli di smettere.
--Basta, Bardelli, basta... Non può immaginarsi che dolore mi dà... Se
avessi supposto, se avessi avuto il più lontano sospetto...
--Neppur io credevo--balbettò l'antico assistente di Varedo,--neppur
io... Avrei voluto esser sempre il suo servo docile, devoto, che non
osa alzare il pensiero fino alla sua signora... E a poco a poco, quasi
senza ch'io me ne accorgessi vedendola così pietosa con me, così buona
e paziente con tutti... vedendola soffrire, piangere in silenzio....
oh la ho sorpresa più d'una volta che piangeva... a poco a poco ho
capito che la mia affezione per lei era d'altra natura... ch'ella era
per me quell'ideale che ogni uomo ha nel cuore...
--Insomma, Bardelli--ripetè Diana non ancora rimessa dallo stupore
dell'inattesa rivelazione,--le ho ordinato di smettere...--E vada
via... perchè avrà anche capito che ormai...
Egli le risparmiò l'ufficio penoso di pronunciar la parola di sfratto,
e retrocedendo a piccoli passi con l'aria umile del cane percosso che
accetta la sua condanna,--Lo so--singhiozzava,--lo dicevo io stesso...
È finito... Addio, signora Varedo... E dia per me un bacio a Bebè... E
che il cielo faccia risanare, faccia rifiorire quel suo angioletto...
Appena l'uscio si fu richiuso dietro Bardelli, Diana, come esausta di
forze, si abbandonò sulla sedia e si coperse il viso colle mani. Le
pareva d'uscire da un sogno. Era possibile? Eugenio Bardelli, il
giovine goffo, impacciato, dall'aspetto d'adolescente, ch'ella, a
Torino, era usa a vedere ogni giorno e a trattare con la dimestichezza
d'uno di famiglia, il piccolo Bardelli le aveva fatto una
dichiarazione d'amore? A lei che non aveva da rimproverarsi la più
innocente civetteria con nessuno, a lei per cui la donna galante era
un fenomeno incomprensibile? Ed ecco che ora un'amicizia di oltre tre
anni era rotta per sempre e Bardelli non sarebbe entrato più in
casa!... Oh, egli aveva ben compreso che non poteva rientrarvi, e
Diana gli era riconoscente di essersi licenziato da sè... E pure, a
pensare ch'egli non sarebbe venuto nè quella sera, nè il dì appresso,
nè mai, ch'egli non avrebbe mai ripreso in collo Bebè a cui voleva
tanto bene, ella provava una pena, uno strazio!... E l'assaliva il
dubbio d'esser stata troppo rigida, troppo impassibile, e la crucciava
il rimorso di non aver saputo fermar sul labbro dell'imprudente
ragazzo le frasi irrevocabili... Se subito, assumendo verso di lui non
già l'aria d'una regina offesa ma quella d'una sorella maggiore, ella
lo avesse richiamato al senso della realtà, forse egli si sarebbe
ravveduto in tempo, forse...
Diana scattò dalla seggiola, si mise a passeggiar su e giù per la
stanza.
No, a nulla avrebbero approdato le sue ammonizioni; no, quand'anche
Bardelli non avesse detto tutto ciò che aveva nell'animo, la
condizione delle cose non sarebbe stata diversa, e l'incendio nascosto
non sarebbe stato meno pericoloso. La dichiarazione Bardelli
gliel'aveva fatta prima ancora di parlare, quand'egli, afferrandole
con impeto la mano, l'aveva coperta di baci. Diana li sentiva quei
baci, come una bruciatura acuta, sul dorso della sua mano bianca,
sentiva in tutta la persona, il calore dell'atmosfera di fuoco che
l'aveva investita. Ben è insidioso e maligno l'amore se, pur non
diviso, turba così. E in questo turbamento, troppo comprensibile in
lei che udiva per la prima volta il linguaggio della passione, Diana
trovava una scusa alla propria severità. Oggi, non mai, era il caso
d'invocar quel _dovere_, che, in bocca di suo marito, le suonava da un
pezzo come una parola vana, ma ch'ella non aveva cessato un istante di
considerar legge suprema della vita. Sì, ella _doveva_ condursi come
s'era condotta, _doveva_ stare in guardia contro ogni debolezza
improvvida, contro ogni indulgenza funesta.
Mentre per la disposizione, insita in noi, di esagerar l'importanza di
ciò che ci accade, Diana ingrandiva la sua facil vittoria, e il povero
Eugenio Bardelli prendeva a' suoi occhi le forme d'un seduttore
temibile, spuntava nel suo animo e si mesceva alle impressioni
dolorose, inavvertito forse, non confessato certo, un sentimento
diverso, quasi un risveglio di femminilità, quasi una compiacenza
segreta d'aver potuto inspirare un palpito, un desiderio, una simpatia
che non avesse i soli caratteri della rispettosa amicizia.
Ah, se Alberto sapesse! Ma Alberto _non_ avrebbe saputo. Ella non gli
avrebbe dato un comodo pretesto di non occuparsi più affatto di
quell'infelice Bardelli, il quale, adesso sopra tutto, aveva la
necessità imprescindibile di ottenere un impiego... Senza dubbio,
Alberto, tornando a Torino, si sarebbe maravigliato di non aver tra i
piedi il suo fido satellite, ma, come sogliono gli uomini pieni
d'affari, egli avrebbe accettato per buona moneta qualunque pretesto.
Intanto la posta di quella sera recava a Diana nuove emozioni e nuove
sorprese.
«--Mi son decisa a venir a passar teco qualche settimana--le scriveva
sua madre da Venezia--e spero che Gustavo mi accompagni. Mi par
mill'anni d'abbracciar te e la bambina le cui condizioni non buone di
salute mi affliggono».
E subito dopo la signora Valeria soggiungeva:--«Sono tutta sossopra
per la morte (dopo due giorni di malattia; una pneumonite acuta) d'una
mia carissima amica, l'Adelaide Nocera. Tu le facevi il viso
dell'arme, e io non pretendo che fosse una donna perfetta; ma era così
buona, così intelligente e vivace! E aveva il segreto della eterna
giovinezza. A quarantacinque anni ne mostrava poco più di trenta...
Anche adesso, composta nel suo letto, se tu la vedessi!... L'abbiamo
assistita, Gustavo ed io... Povero Gustavo che l'amava tanto, da tanto
tempo, che affrettava col desiderio il momento di darle il suo
nome!... Povero Gustavo!... In che stato è ridotto!... È per questo
che lo voglio portar via da Venezia... Andrà a Parigi, andrà a
Londra... Domani ci sono i funerali... Partiremo doman l'altro
mattina, telegrafandoti...
«Non badare alla sconnessione di questa lettera. Io domando ancora a
me stessa: È vero, o non è vero?... L'Adelaide, qualche ora prima di
morire, ha nominato anche te.--Credo--ella mi diceva--che Diana
avrebbe finito col volermi bene...».
Nelle condizioni d'animo in cui Diana si trovava, l'annunzio datole da
sua madre le fece una impressione immensa. Sì certo, ell'aveva sempre
resistito al fascino che l'Adelaide Nocera esercitava su quanti
l'avvicinavano, ell'aveva sempre giudicata con severità quella donna
briosa e leggiadra, che, vivente il marito, aveva una tresca palese e
alla quale la voce pubblica attribuiva, almeno in passato, altre
galanterie. Ma, tra perchè alcune sue idee andavano a mano a mano
modificandosi, tra perchè l'Adelaide, ormai vedova, sarebbe diventata
presto sua zia, Diana non aspettava che un'occasione per riannodare i
suoi rapporti con lei. Non le aveva parlato più dopo la sera di quella
scena breve e violenta, al Lido, tra lo zio Gustavo ed Alberto, (eran
quasi tre anni!) e le sembrava ancora vederla ritta, immobile, con le
mani dietro la schiena, col dorso appoggiato al parapetto della
terrazza, la piccola testa ed il busto spiccanti in ombra sul nitido
azzurro del cielo ove sorgeva alta la luna... Ah, nella memoria di
Diana riviveva, minuto per minuto, quella sera, in cui, provvida
diversione allo scandalo minacciato, il suo repentino malessere aveva
attratto la curiosità dei presenti, ed ella, per segni non dubbi,
s'accorgeva d'esser madre... Così un intimo, misterioso legame univa
il suo ultimo incontro con l'Adelaide alla nascita di Bebè... E oggi
l'Adelaide, l'immagine della forza e della salute, era morta, e Bebè
era tanto gracile, tanto pallida, tanto debole!
Diana scacciò da sè con un grido le terribili suggestioni di queste
coincidenze fortuite, corse dalla bimba, la prese sulle ginocchia, la
baciò e ribaciò, le disse che domani sarebbe venuta la nonna... Non se
la ricordava la nonna Valeria, che la faceva giocar l'estate scorsa a
Belgirate, sul lago... dove c'era il piccolo battello con la
banderuola azzurra, e c'era _Cinci_, il cane dell'ortolano....?
--_Bau_, _bau_--fece la piccina.
Sicuro, _bau_, _bau_... Ma adesso bisognava accoglier bene la nonna
che si moveva apposta per abbracciar la sua bimbetta, e chi sa che
belle cose le avrebbe portate da Venezia....
--Nonna--ripetè Bebè, senza entusiasmo, e piuttosto perch'era avvezza
a sentirla nominare che perchè ne conservasse, dopo un anno,
l'immagine chiara e distinta.
Diana invece pensava con infinita tenerezza, con riconoscenza infinita
alla sua mamma che cercava un conforto al proprio dolore venendo a
star qualche tempo con lei; ne magnificava in cuor suo la bontà
operosa, lo spirito equilibrato, il consiglio sicuro... Ah com'era
provvidenziale questo arrivo della mamma, in questo momento, come
avrebbe potuto giovare anche a Bebè!... E il povero zio Gustavo, chi
sa se si sarebbe trattenuto almeno un pajo di giorni a Torino?... A
ogni modo, col solo venirci, egli mostrava di volersi riconciliare
appieno con lei... Ah sì, sì; troppo era stato penoso, troppo a lungo
era durato il dissidio, troppo era triste che occorresse una sventura
per porvi termine.
Nella sua impazienza di far giungere a' suoi cari una parola
d'affetto, Diana buttò giù due righe di telegramma alla signora
Valeria:
_Profondamente commossa, vi aspetto a braccia aperte._
E firmava. Ma non le parve d'aver detto a bastanza, ed aggiunse: _I
vostri lutti sono i miei lutti. Dì allo zio Gustavo che soffro con
lui._
--Al telegrafo, subito, con questo dispaccio--ell'ordinò alla Luisa.
--Signora--obbiettò la cameriera che adempiva anche agli uffici di
cuoca;--com'è possibile?... Ho l'arrosto... Se andasse l'Irene?
--No, non mi piace che l'Irene esca sola di casa a quest'ora.
--Non è poi una Venere--rispose, alquanto piccata, la cameriera,--e
non credo che gli uomini debbano correr dietro più a lei che a
un'altra.
--Tss, tss!--fece Diana.--Tornate pure in cucina, e mandate qui
l'Irene.
La Luisa rimase un istante perplessa, divisa fra il pensiero
dell'arrosto e gli stimoli della nativa petulanza; indi l'arrosto
prevalse ed ella si ritirò in dignitoso silenzio.
--Scendi in portineria--disse la Varedo all'Irene--e prega in mio nome
il portinaio o sua moglie d'impostare immediatamente questo
telegramma.
La bambinaia tentennò la testa.--Ho paura che non ci sia nessuno di
disponibile... Gasparo è fuori senza dubbio, e la moglie ha i suoi
reumi e non è in grado di muoversi... Se vuole, vado io.
--Quando non ci sia altri, per forza...
--Ha furia?
--Un telegramma, s'intende... Perchè?
--Perchè, se non aveva una gran furia, sarebbe capitato il professor
Bardelli...
--Non viene oggi Bardelli--interruppe precipitosamente Diana,
imporporandosi in viso.--Vai tu allora... Va e torna... Ecco il
danaro...
--E ce la darà lei la pappa a Bebè?
--Ce la darò io... Va, va.
Seduta sopra un tappeto, con un simulacro di bambola (erano i miseri
avanzi della bambola che lo zio Gustavo le aveva spedita a Roma pel
suo dì natalizio) Bebè si era mantenuta tranquilla, assorta nella
grave occupazione di strappar gli ultimi quattro capelli all'infelice
pupattola. Ridotta ch'ebbe costei nello stato di assoluta calvizie, la
prese uno de' suoi accessi d'inquietudine accorata, e voleva l'Irene e
voleva Bardelli, e piangeva, piangeva di quel pianto irrefrenabile
ch'è proprio dei bambini gracili e malaticci.
--Oh, Signore, Signore, non vedrò più la mia Bebè d'una
volta?--esclamava Diana dopo aver tentato inutilmente con celie, con
fiabe, con baci e sorrisi e carezze di rasserenare quella piccola
fronte.
Nella notte insonne che seguì la tempestosa giornata Diana non riuscì
a staccar la mente dall'Adelaide Nocera.--«Domani ci sono i
funerali»--le aveva scritto sua madre, e Diana evocava con la fantasia
la chiesa affollata, le armonie solenni dell'organo, il fumo degli
incensi, la luce gialla dei ceri, la bara coperta di fiori... Ma ormai
la chiesa era deserta, e muto l'organo, e spenti i ceri, e dissipati
gli incensi... Ormai l'Adelaide era sepolta, forse, amara ironia,
accanto al marito ch'ella non aveva potuto soffrire, e le ghirlande
appassivano sul tumulo recente nella triste isola di San Michele.
Del resto, non era ella stata felice? Non aveva attraversato la vita
come in una striscia di sole, nel calore degli sguardi accesi ed
intenti, nella musica delle parole dolci ed appassionate? Non aveva
conservato oltre i limiti ordinari del tempo il bene supremo della
giovinezza? Non aveva avuto al suo capezzale fino all'ultimo l'uomo
nobile, integro che l'aveva tanto amata, che l'amava tanto?... Perchè
dunque commiserarla? Che poteva ella sperare di più vivendo altri
dieci, altri venti, o trent'anni?... Le gioie d'un esistenza
casalinga, d'un tramonto placido e sereno?... Ma s'ella non era nata
per gustar quelle gioie, per apprezzar la quiete di quel tramonto? Se
avesse ripreso le sue abitudini leggere, se a dispetto dell'età avesse
voluto essere ancora una donna galante, se avesse reso ridicola sè
stessa, ridicolo il nuovo marito?... Ah in tal caso meglio per lei,
meglio per lo zio Gustavo che fosse morta!
Vani discorsi! Intanto lo zio spargeva sulla tomba dell'Adelaide
Nocera assai più lacrime di quelle che non avrebbe sparse Alberto
sulla moglie e sulla figliuola se le avesse perdute entrambe in un
giorno. O che Alberto si curava di loro, laggiù alla capitale, in
mezzo agli intrighi parlamentari, in mezzo ai preparativi della grande
battaglia per rovesciare il Ministero abborrito?
Ricondotta insensibilmente a meditar sulle proprie miserie, Diana
tornava col pensiero alla dichiarazione di Bardelli, allo strappo
irreparabile che n'era seguito, al vuoto che la mancanza di
quell'amico fedele lasciava nella casa. E le spuntava una strana
domanda sul labbro:--Come si sarebbe regolata in una contingenza
simile l'Adelaide Nocera?