Dalle sette e mezzo della mattina fino alle dieci la carneficina delle
vacche, al macello di Poggioreale, si compie tra uno strano
affollamento di bevitrici di sangue, dura tra i desideri sanguinosi
delle anemiche, delle clorotiche, delle povere fanciulle sbiancate in
faccia come la cera. Esse accostano alle pallide labbra il bicchiere
colmo di quello spumante _vin delle vene_ e bevono d'un fiato,
socchiusi gli occhi, la mano che leggermente trema. Intorno seguita la
strage, tra un continuo romore di battiture, di tonfi sordi, di catene
che si sciolgono, d'argani che rizzano i cadaveri ancor palpitanti
delle povere bestie. Dopo bevuto il caldo sangue spicciato dalle
carotidi incise, si passa in una stanzaccia nuda e sporca e lì si
sciacquano le coraggiose bocche femminili e le mani insanguinate. A
parte il bene che può fare questo rimedio novello, lo spettacolo è
orribile.
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Appena entrati nel macello, come il visitatore si va accostando allo
scannatoio, ode un rapido succedersi di colpi sordi, i quali danno la
precisa idea di una gran quantità di tappeti sciorinati e battuti da
servitori invisibili a un invisibile terrazzo. I tappeti sono cadaveri
ancor palpitanti di vitelli, di vacche, di bovi smisurati. I
carnefici, appena caduto l'animale sotto il coltello pugnale di questi
_toreadores_ del macello, cominciano a menar di gran colpi di mazze
sulle reni e sul ventre delle bestie, perchè la pelle se ne stacchi. E
mentre uno compie codesta bisogna, un altro si vale d'un mantice per
gonfiare l'animale, e un altro d'un lungo ferro tondo per frugar nelle
viscere. Il sangue scorre d'ogni parte e inonda il pavimento. I
garzoni s'accovacciano, radunano con le mani il sangue a pezzi già
quasi coagulato, riempiscono scodelle di ferro e queste rovesciano
nelle botti preparate in un angolo. Tutto questo è fatto con
grandissima rapidità, l'ammazzamento durando tutta la giornata e
dovendo i beccai sbarazzarsi in un giorno fin di ottocento animali.
Le vacche entrano malinconicamente nell'ammazzatoio. Piegano fino a
terra la testa. Annusano il sangue e si volgono intorno. Un primo
leggero fremito inconsciente increspa loro la pelle, gli occhi grandi
e dolci s'inumidiscono. Attaccate per le corna ai pali dei cavalletti
enormi, alle forche bruttate di sangue rappreso, continuano a
dondolare la testa inquieta, lasciando mescolare al sangue, per terra,
i fili argentei della bava, ond'hanno tutto umido il muso. Subitamente
un carnefice s'accosta: nascoso il pugnaletto nella destra, guardingo.
Leva la mano. Il pugnale s'abbassa, colpisce tra le corna, penetra,
rapidissimo, fin nel cervello, e riappare fumante. Il carnefice dà un
balzo, e si scosta. La vacca cade, fulminata. Una sola, breve
convulsione le agita le gambe, ed è tutto; è morta. La sua compagna si
agita, cerca di liberarsi, leva il capo, sbarra gli occhi, spaventata.
Ma cade anch'essa sotto l'orribile forca, accanto alla prima. Lì per
lì comincia la battitura, cominciano ad agire il soffietto, il ferro
tondo, il gran coltello sventratoio. Ma prima, appena l'animale piega
le gambe e si rovescia sul dosso, il fornisore di sangue, scalzo,
sguazzanti i piedi nel sangue, accosta alla viva fontanella il
bicchiere e, correndo, lo porta alla fanciulla anemica. E costei beve
d'un subito fino all'ultimo gocciolo, e le labbra e il mento le si
dipingono d'un rosso fortissimo, e le dita si sporcano, e gli anellini
luccicano tra il sangue gocciante.
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La gran parte di queste bevitrici si compone di un elemento assai
borghese. Sono modistine, sartine, fioriste e simili. Escono
dall'ammazzatoio con le punte delle scarpette, coi tomai alti,
macchiati. In Napoli l'anemia serpeggia un po' da per tutto: ora
pensate a queste povere ragazze che fanno una vita sedentaria, in un
laboratorio, coi lumi a gas d'inverno; pensate a queste giovanette
elegantemente vestite che a casa loro dormono in un miserabile
sottoscala, senza luce; pensate alle privazioni, alla mancanza
dell'aria, del sole, alla mancanza del cibo sano, della carne che
costa troppo, e vi spiegherete la mancanza dei globuli rossi.
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Ma guardatele, quando, nelle prime ore della mattina, queste fanciulle
del popolo attraversano Toledo, in cappellino lucente di conterie,
vestite come tante marchesine, le calze nere, di seta, lo stivalino
verniciato, la punta ricamata d'un moccichino che scappa fuori dalla
saccoccia in petto, la mantiglia sul braccio e l'ombrellino in mano.
Son quelle che ieri han bevuto, fortemente, il sangue vivo vivo. Ora
guardatele; hanno due soldi in tasca per la merenda, ma le labbra
carezzano il gambo d'un fiore, o sorridono deliziosamente a un
giovanotto cocchiere padronato, che sorride e minaccia con la frusta
elegante...