Prima d'Adriano nell'inclita città di Roma non vi erano pubbliche
Accademie. I Maestri nelle loro private stanze, ch'essi chiamavan
_pergole_, insegnavano alla gioventù[198]; ed i Giureconsulti stessi,
oltre a quelle commendabili loro funzioni d'interpretare, scrivere,
rispondere, consigliare, ed altre rapportate di sopra, avean ancora
per costume nelle lor case insegnare a' giovani la ragion civile;
e Cicerone racconta di se, ch'egli attese a questi studj sotto la
disciplina di Q. Scevola figliuolo di Publio, ancorchè questi, com'e'
dice, _nemini ad docendum se dabat_[199]. Labeone[200] così s'avea
diviso l'anno, che sei mesi era in Roma frequentato da' studiosi, che
andavan da lui ad apprender la legal disciplina, e sei altri mesi si
ritirava in Villa a comporre libri, onde lasciò quattrocento volumi.
Sabino, come anche narra Pomponio[201], poichè non era dei beni di
fortuna abbastanza fornito, sovente da' suoi scolari era sovvenuto:
_huic nec amplae facultates fuerunt: sed plurimum a suis auditoribus
sustentatus est_; e così anche si praticava nell'altre professioni,
siccome per le matematiche n'abbiamo il testimonio di Svetonio[202], e
per la grammatica l'Autore del libro degl'illustri Grammatici.
Adriano fu il primo, che nella regione VIII del Foro romano fondò
l'Ateneo, ove pubblicamente dovessero insegnarsi le discipline, e le
lettere; e quel luogo, ch'è posto alle radici del monte Aventino, ancor
oggi ritiene la memoria delle scuole de' Greci[203], imperocchè in esso
si facea professione non meno della latina, che della greca eloquenza,
e non meno i Retori, e Poeti latini, che i greci vi avevan il loro
luogo. Fanno di questo Ateneo onorata memoria Dione[204], Lampridio,
Capitolino, Gordiano, e Simmaco[205].
Alessandro Severo l'ampliò, e ridusse in forma più nobile. Stabilì il
salario a' Retori, Medici, Grammatici, ed a tutti gli altri Professori.
Instituì gli Auditori pubblici, ed assegnò ancora alcune rendite a'
Studenti, figliuoli di poveri, pur che però fossero ingenui[206].
I Romani di queste genti di lettere non facevan ordine a parte, ma
le lasciavano mescolate nel terzo stato, e non avean tante persone,
quante noi, che prendesser le lettere per professione e vocazione loro
speciale[207]: da poi quelle poche ch'essi n'aveano, le ridussero in
milizie, le quali eran uffici quasi perpetui, di maniera che facevan di
loro più stima, che noi, e di grandissimi privilegi onoravangli, come
si vede nel Codice di Teodosio.
Or per la celebrità di questa famosa Accademia, concorrevano in Roma in
gran numero i giovani da tutte le parti per apprender le buone lettere,
e spezialmente la legal disciplina. Non eran sole queste nostre
province, ch'oggi forman il Regno di Napoli, a mandar lor giovanetti
a studiare in Roma, ma le province più remote e lontane eziandio;
e non pur dalle Gallie, ma dalla Grecia, e dall'Affrica ancora ne
venivano. Nelle nostre Pandette sono ancor rimasi alcuni vestigi, che
n'accertano di quest'usanza di mandarsi in Roma i giovani a studiare:
abbiamo un responso di Scevola, che diede a favor d'un giovane, che
_studiorum causa Romae agebat_, rapportato da Ulpiano[208], il qual
anche parla del viatico solito assegnarsi dai padri a' figliuoli
quando gli mandavan in Roma a studiare: e questo medesimo Giureconsulto
altrove[209] fa anche memoria di quest'usanza di mandare i giovani a
Roma a studiare, della quale ne fa altresì menzione Modestino[210],
ed altri nostri Giureconsulti. E venivano, particolarmente per dare
opera allo studio delle leggi, sin dalla Grecia i giovani in Roma;
onde si rendè celebre anche perciò la sfacciata libidine di Domiziano,
che imprigionò Arca avvenente fanciullo, il qual fin dall'Arcadia era
venuto in Roma per apprender la giurisprudenza, solamente perchè con
rado e memorando esempio non volle acconsentire alle sue impudiche
voglie[211]: di che il giovanetto appresso Filostrato[212] tutto
dolente accagionava suo padre, che potendo farlo instruire delle
greche lettere in Arcadia, l'avea mandato in Roma per apprender le
leggi. I Greci medesimi, che non sogliono esser paghi, se non di loro
stessi, e delle cose proprie, pur furono costretti confessare, che
dalle leggi romane solamente potevasi apprender una giusta e diritta
norma di costumi; onde Dione Crisostomo[213] orando presso a' Corinti,
e volendo persuader loro, ch'egli essendo dimorato per lungo tempo in
Roma appresso l'Imperador Trajano, avea sempre onestamente vivuto, di
quest'argomento si valse: ch'egli stando in Roma, era stato in mezzo
alle leggi, non potendo traviare, chi fra quelle conversava. Ne vennero
anche dall'Affrica, come nei tempi più bassi testimonia d'Alipio
l'incomparabil Agostino[214], del quale narra, che _Romam processerat,
ut jus disceret_. Dalla Gallia, e dall'altre province occidentali in
questi medesimi tempi men a noi lontani era frequente il concorso
de' giovani in Roma per lo studio delle leggi. Di Germano Vescovo
altissiodorense n'è testimone Errico altissiodorense in que' suoi
versi[215]. E Costanzo[216] nella di lui vita pur dice: _Post Auditoria
Gallicana, intra Urbem Romam Juris scientiam plenitudini perfectionis
adjecit_. Rutilio Numaziano[217] favellando di Palladio gentil giovane
franzese, pur disse, ch'era stato mandato in Roma ad apprender legge.
E Sidonio[218] Apollinare persuade Eutropio, che vada ad apprender
giurisprudenza in Roma, che perciò chiamolla, _domicilium legum_.
Onde non pur dagli Scrittori di questi tempi, ma anche de' tempi
che seguirono, meritò Roma questi encomi, non solamente per la
giurisprudenza, ma per l'eloquenza, e per tutt'altre discipline. Così
leggiamo appresso Claudiano, Roma esser chiamata _Armorum, Legumque
parentem, quae prima dedit cunabula juris_[219]: ed altrove _legum
genitricem_: appresso Simmaco, _Latiaris facundiae domicilium_[220]: e
così appresso Ennodio, Girolamo, Cassiodoro, e molt'altri Scrittori.
E fu cotanta la cura degl'Imperadori, ed il loro studio d'invigilar
sempre al decoro e ristabilimento di quest'Accademia, ch'essendo,
ne' tempi di Valentiniano il vecchio, Roma già caduta dal suo antico
splendore, ed i giovani dati in braccio a' lussi, e ad ogni sorte di
vizio, tanto che l'Accademia era molto scaduta dal suo instituto, ed
introdotti in essa molti abusi, pensò questo Principe, di cui era
molto grande la sollecitudine de' studj di Roma, riparare a cotali
disordini, e promulgò quivi a tal effetto quella celebre costituzione,
che dirizzò nell'anno 370. ad Olibrio Prefetto di quella città, parte
della quale ancor si legge nel Codice Teodosio[221], ove stabilì
undici leggi accademiche per rimediare a tanti abusi, delle quali
in più opportuno luogo farem parola. Tanto che ristorata per queste
leggi potè poi lungamente mantenere il suo lustro, e tirare a se,
come innanzi, i giovani da tutte le parti d'occidente per apprender
le lettere, e massimamente la Giurisprudenza. Così ne' tempi di
Teodorico Ostrogoto vediamo ancor durare quest'usanza di mandarsi a
Roma i giovani ad apprender le discipline; anzi volle questo Pincipe,
che non dovesse concedersi licenza a' medesimi di far ritorno alle
paterne case, se non compiuti in quella città i loro studj. In fatti
negò tal licenza a Filagrio, ancorchè suo benemerito, il quale avendo
mandat'in Roma a studiare alcuni suoi nipoti, e volendo richiamarli,
ordinò a Festo, che non gli lasciasse partire, esagerando cotanto la
stanza di Roma per li giovani: _Nulli sit ingrata Roma, quae dici non
potest aliena: illa eloquentiae faecunda mater: illa virtutum omnium
latissimum templum_[222]. La negò parimente a Valeriano, il quale avea
mandati li suoi figliuoli a Roma a studiare, e scrisse a Simmaco, che
non lasciassegli partire[223]. Questo medesimo instituto fu da poi
continuato da Atalarico suo nipote, il qual imitando Valentiniano
ne prese anche spezial cura e pensiero, e si legge ancora appresso
Cassiodoro[224] una lettera, che volle scrivere perciò al Senato di
Roma, nella quale riordina i studj, e stabilisce i soliti stipendi
per coloro, che militavano in quell'Accademia, nella quale oltre a'
Grammatici, Oratori ed altri Professori, v'avevan ancora luogo gli
_Espositori delle leggi_: onde per questo nuovo ristoramento potè da
poi, eziandio ne' tempi più barbari, meritar Roma que' pregi e quegli
encomj, che le danno più Scrittori di questa bassa età, raccolti dal
Savarone[225] sopra Sidonio[226] Apollinare.