La Tromba di Rubly

Ogni giorno la cronaca dei giornali registra un suicidio per amore.

Eppure: sentiteli un po', questi imberbi filosofi dello scetticismo!

Interrogatele, queste larve nuotanti nella seta e nei pizzi, queste

mummie intonacate di cosmetico che si chiamano le donne del gran mondo!

Vi diranno che l'amore è una metafora da poeti, un mito ingegnoso e

gentile, con che si piacquero gli idealisti raffigurare l'attrazione

fisica dei due sessi.

E frattanto, i figli della ignobile plebe amano e si uccidono--e mentre

una bella fanciulla del popolo, irradiata di innocenza e di giovinezza

tacitamente e coll'estasi in volto, dà il fuoco ai carboni che devono

addormentarla per sempre; un colpo di pistola annunzia la fine di un

appassionato artista, di un povero operaio, di un bersagliere animoso,

i quali lasciarono scritto col loro sangue queste due sante parole: ho

amato!

Il suicidio è una grande follia, forse... un delitto; ma le follie e

i delitti qualche volta rappresentano l'unico sintomo vitale di una

generazione. Le anime candide e serene, che respirano l'amore, hanno

bisogno, per rattemprare la loro fede, che qualcuno sparisca dal mondo

per aver troppo amato. L'amore è la religione del cuore; è necessario

che essa abbia i suoi martiri.

Era un giovane suonatore di tromba, nato--se non m'inganno--sulle coste

della Dalmazia, e venuto adolescente a domiciliarsi in Venezia, dove

all'età di venti anni aveva preso posto nell'orchestra del teatro la

_Fenice_.

Paolo Rubly aveva sortito dalla natura una di quelle fisonomie

caratteristiche, le quali, in chi le abbia vedute una volta, lasciano

una impressione indelebile.

Mi ricordo di esser partito con lui da Venezia, nell'estate del 1857.

Egli recavasi a Padova per suonare alla fiera del Santo; io doveva

proseguire sino a Milano.

Appena lo vidi entrare nella sala d'aspetto, i miei occhi, il mio

cuore, tutta l'anima mia furono assorti in lui e nella giovine donna

che si appoggiava al di lui braccio.

La più parte dei viaggiatori, vedendolo entrare nella sala, rimasero

ugualmente impressionati. Nel volto di tutti io lessi una commozione di

vivissima simpatia.

--Chi sono?--domandai ad un signore veneziano che li aveva salutati.

--È il Rubly... un professore della Fenice.... un bravo professore di

tromba; e la poveretta che gli sta al fianco è sua moglie--una sposina

da tre mesi che forse non ne vivrà altrettanti.

--Voi credete, signore?

--Guardatela bene, e vedrete che non c'è luogo ad illudersi.... Là

dentro ci lavora il _mal sottile_ da un pezzo.

Mentre noi parlavamo, il giovine, colla sua pallida compagna, si era

posto a sedere in un angolo della sala.

Si tenevano allacciati per le mani con ingenua famigliarità, come due

fanciulli--si parlavano cogli sguardi.... coi sorrisi.... come non è

dato parlarsi colla voce--Ma i sorrisi erano brevi, e spegnendosi, non

lasciavano traccia, o solo una traccia di dolore.

La campanella invitava i viaggiatori a salire nel convoglio; tutti si

precipitarono verso la porta. Io feci come gli altri--e, lasciando

dietro me quei due simpatici personaggi che tanto mi avevano

interessato, andai in cerca del mio vagone di seconda classe.

Sbadatamente entrai in uno di quei compartimenti dove non è permesso

fumare, e già io muoveva per uscirne, quando mi si affacciarono i due

giovani sposi che accennavano di voler salire.

--Qui dentro non si fuma? domandò languidamente la donna.

--No, Maria! E poi.... non c'è che un solo viaggiatore... e tu potrai

adagiarti comodamente.

In luogo di discendere, io mi ritirai verso l'estremità della

carrozza--i due sposi vennero a collocarsi sulla panchetta che stava di

fronte alla mia, e, come se nessuno fosse là ad osservarli, la giovane

donna abbandonò la sua pallida testa sulla spalla del marito, e questi

la attirò a sè dolcemente, accarezzando i bruni capelli e baciando la

pallida fronte.

--Ciò le farà bene--mi disse--vedrete ch'ella dormirà tosto.

E mi parlava come se io lo conoscessi da un pezzo, come se io,

consapevole d'ogni sua disavventura e partecipe de' suoi dolori, avessi

a ritrarre qualche conforto dalle sue parole.

Poco dopo (il convoglio era già uscito dalla stazione, e quell'uomo

singolare non aveva mai levati gli occhi dalla sua donna) egli portò

l'indice al labbro, e volgendosi a me colla espressione della più

viva compiacenza «ella dorme!--mi disse--così giungerà a Padova senza

avvedersene--non soffrirà! Osservate! Quando ella dorme, la sue guancie

prendono un bel colore di rosa... Credete voi che la sua malattia sia

grave?»

Io rimasi colpito da quella inattesa interpellanza, ma più ancora

dall'ansia affannosa ond'egli attendeva la mia risposta.

Tentai di rassicurarlo. Gli feci osservare che il respiro della

dormente era dolce e regolarissimo.

Per tutta risposta, egli mi strinse la mano--e stette parecchi minuti

senza profferire parola.

Poi, contemplando con espressione ineffabile la povera malata--no!

non è possibile!....--parlava fra sè--una donna non può morire quando

è amata come tu la sei, o mia buona Maria!--E voltosi di nuovo a me

«Io credo, mi disse, che se questa poveretta avesse a morire, ella

mi trarrebbe seco inesorabilmente dopo pochi giorni, o io avrei tale

potenza da farla rivivere!»

Queste parole mi afflissero come un lugubre vaticinio.--Ed ora, nel

ricordarle, mi sento commuovere da superstizioso terrore, poichè la

fine del povero suonatore di tromba fu quale egli stesso la aveva

preconizzata in quel giorno.

Quel signore, che alla stazione della ferrovia aveva presagita la

prossima fine dell'ammalata, non si era punto ingannato.

Quella debole fiammella, che era l'anima della povera Maria, a Padova

si andava spegnendo di ora in ora. Finita la fiera del Santo, la malata

espresse il desiderio di trasferirsi ad un paesetto in vicinanza dei

colli Euganei,--dove--sperava ella--avrebbe respirato la salute e la

vita. Una mattina fu veduta uscire dalla città una grande carrozza

tirata da un solo cavallo che andava al passo. Dentro la carrozza,

adagiata tra quattro guanciali, stava la pallida Maria sorridendo

mestamente al marito che, seduto di faccia, la accarezzava con sguardi

di madre.

Giunsero al paesello in sull'ora del tramonto. Dalle colline

verdeggianti spirava il tiepido soffio della vita--da ogni parte un

cinguettio, un tripudio, una festa. Le contadine uscivano dalle case, e

vedendo passare quel lento convoglio, cessavano dal canto e guardavano

attonite.

La carrozza si fermò presso una casetta di fresco costruita, bianca

come una sposa.

Il Rubly scese a terra.

--Ah! siamo dunque arrivati! Grazie... Paolo!...come si sta bene qui

... Oh... qui... non si può morire.

--Vedrai... vedrai la bella stanzetta che ti ho preparata! No... non

muoverti, Maria!... Lascia aprire la porta... e poi... Ecco... hanno

aperto!... Ora vieni!...

Così parlando, il Rubly si prese fra le braccia la donna, e questa

si abbandonò a lui come una bimba dormente--e così entrarono nella

casetta, e salirono al piano superiore.

«Che Iddio le renda la salute»--esclamò una giovane donna, facendo

il segno della croce.--I fanciulli, che erano accorsi festosamente

all'arrivo della carrozza, d'un tratto ammutirono. Un vecchio prete

crollò la testa mormorando: «Sarà bene che io non mi allontani!»

Il Rubly frattanto entrava in una cameretta al primo piano, e,

deponendo sovra un candido letticciuolo la gracile creatura che non

aveva parlato sin là--qui starai bene--diceva--qui vivrai felice,

Maria! Domattina verranno gli uccelletti a svegliarti come il giorno

... ti ricordi?--Fu appunto in una stanzetta come questa che noi ci

siamo destati all'indomani del nostro matrimonio... Tu hai schiuse

le finestre allo spuntare dell'alba ed hai esclamato: come il mondo è

felice!

Maria aperse gli occhi--portò la mano alla fronte di Paolo, e,

accarezzandogli i capelli--è tempo che tu ti riposi, gli disse, son due

notti che non dormi--va!--domattina sarai tu che aprirai le finestre;

sarai tu che farai entrare nella stanza la bella luce dell'alba. Se

dormo, svegliami... Vedrai come sarò bella... come sarò allegra

domani!

La tisi ha un presagio infallibile di morte, la gioia. Quando il povero

Rubly si destò all'indomani, quando ebbe schiuse le finestre per dar

adito alla luce, chiamò dolcemente per nome la sua Maria, ma questa non

rispose. La chiamò una seconda volta baciandola in fronte, ma le sue

labbra sentirono in quel bacio i geli della morte. Dalle finestre si

versava nella stanzetta il tripudio mattutino della natura; ai riflessi

di quell'alba, il mondo pareva ancora felice, ma nell'anima del Rubly

entrava la notte e la disperazione. A Padova, a Venezia, si disse per

alcun tempo che il professore di tromba del teatro la _Fenice_ aveva

smarrita la ragione. Era altresì corsa voce ch'egli si fosse suicidato

sulla tomba della sua donna. Fatto è che dopo la morte di Maria, il

Rubly divenne invisibile nel paesello dov'era accaduta la dolorosa

catastrofe; nessuno ebbe più nuove di lui; non vi era quindi chi fosse

in grado di darne agli altri.

All'approssimarsi del carnevale, l'impresario della Fenice stava in

forse di scritturare un altro professore di tromba per sostituirlo a

questo assente misterioso, che non dava più segno di esistere; ma ecco

sopraggiunge una inattesa lettera diretta al presidente del teatro--è

il Rubly che annunzia il suo prossimo ritorno a Venezia, che promette

di trovarsi al suo posto la sera della prima prova d'orchestra.

Il Rubly, all'ora fissata, entrò nel teatro e si assise dinanzi al

leggio senza far motto ai colleghi. La sua nobile fisonomia, improntata

di mestizia serena, attraeva irresistibilmente gli sguardi. Nessuno

osava interrompere quel misterioso silenzio, nel quale si rivelava un

profondo cordoglio e una speranza sublime.

Ma ciò che sorprese, ciò che scosse di ineffabile meraviglia i

professori dell'orchestra, fu il primo squillo che il Rubly evocò dalla

tromba--un squillo potente, febbrile, convulso, ma pieno di dolcezza.

La prova fu sospesa per un istante. Tutti i professori si alzarono come

un sol uomo per fissare in volto l'artista.

Il Rubly comprese il suo trionfo, e senza levarsi dallo sgabello salutò

i colleghi con uno sguardo irradiato di gioia.--Poi, come uno che parli

a sè stesso: non basta ancora, mormorò sommessamente--ma quattro o

cinque mesi di esercizio costante mi renderanno onnipotente.

In quel carnevale, la tromba del Rubly divenne famosa a

Venezia, e i frequentatori del teatro la Fenice, ad ogni nuova

rappresentazione, notavano nell'artista un sensibile progresso. Le

signore di temperamento delicato, al prorompere di quegli squilli,

impallidivano--gli uomini di carattere appassionato si sentivano

compresi da una tristezza inesplicabile, e qualche volta erano

costretti a fuggire dal teatro, come si fugge, per istinto, da ciò che

affascina e soggioga.

Il Rubly era additato nelle vie come una eccentricità della specie

umana. Egli passeggiava sempre solo: suoi occhi si affissavano, con

rapida vicenda ora al cielo ed ora alla terra, mutando ad ogni tratto

espressione. I più lo dicevano pazzo.

In quell'anno, uno spettacolo insolitamente grandioso si allestiva al

teatro di Padova per la fiera del Santo. La stagione doveva aprirsi

coll'opera _Roberto il diavolo_, concertata e diretta da Angelo Mariani.

Il Rubly fu chiamato a far parte dell'orchestra.

Tutti ricordano la fantastica evocazione di Beltrame nel convento

di Santa Rosalia: tutti sanno come in quella stupenda ispirazione

fantastica predomini lo squillo della tromba. Il Rubly, nell'accentare

le potenti frasi del sublime maestro, divenne a sua volta

sublime.--Quanti assistevano alla prova si sentirono, a quegli accenti,

correre per le vene un brivido di terrore.

Il direttore dell'orchestra impallidì--egli non ricordava di aver udito

mai tanta potenza di suoni; gli pareva che quello squillo di tromba

rappresentasse qualche cosa di sopranaturale, di divino.--E poichè

nessuno alla fine di quel pezzo si levò per applaudire, tanto era lo

stupore e lo sgomento di tutti, il Mariani, nel cupo silenzio della

sala, si volse al Rubly:--«Quando Iddio avrà bisogno di una tromba

per evocare dagli avelli i trapassati e chiamarli al finale giudizio,

non potrà affidare meglio che a voi la solenne missione--voi siete

predestinato ad essere l'arcangelo del giudizio universale.»

A tali parole, insorse dall'orchestra e dal palco scenico un grido di

approvazione.--Il Rubly non si mosse dal suo posto. Solamente affissò

il direttore dell'orchestra colla espressione del dubbio e della

speranza.--Poi abbassò il capo, e, stringendosi al petto lo strumento

col trasporto d'un amico che abbraccia l'amico--ora, a noi due, esclamò

sospirando--il momento è venuto!

All'indomani, gli artisti del teatro erano convocati alla seconda

prova--il Rubly non comparve. Al direttore dell'orchestra fu presentata

una lettera nella quale era detto: «perdonate se oggi manco ai miei

impegni--io sono chiamato altrove da una necessità prepotente--se

non torno fra ventiquattro ore, non contate di rivedermi più mai.» È

egli necessario di aggiungere che quella lettera portava la firma del

Rubly?...

E voi avete già indovinato, o lettori, quale via abbia preso il

povero suonatore di tromba.--Non chiamatelo pazzo--questa parola

rappresenta la nefanda calunnia con che lo scettico mondo pretenderebbe

demolire tutte le grandi e generose passioni. Il Rubly era dominato

dall'esaltazione dell'amore.

Arrivò nel paesello a un'ora di notte--visitò divotamente la camera

dove era morta la sua Maria; poi andò tutto solo a vagare nei campi

infino a quando dalle ville, dalle colline non si intese più suono

di voce umana.--Il di lui volto, come il modo di camminare, nulla

presentava di strano. Era calmo, sereno. Portava sotto le ascelle la

sua tromba involta in una tela verde.

Innanzi che battesse la mezzanotte, per una stradicciola obliqua, egli

si diresse verso il piccolo Campo Santo che sottostava alla collina.

Il paesello bianco, illuminato dalla luna, era muto. I viventi

dormivano come i morti--le case non erano più animate delle tombe.

Si accostò al muricciuolo--si guardò intorno--poi in un lampo lo

sorpassò--Le croci erano scarse in quell'ultimo asilo dei poveri--ma

una ve n'era, più bianca delle altre e costeggiata da un'ajuola di

fiori.--Il Rubly si diresse a quella. Là, da circa un anno, giaceva la

sua Maria.

Si inginocchiò dinanzi alla croce, e curvata la testa, parlò

sommessamente, come un giovane parla all'orecchio della sua innamorata.

Dei suoni indistinti, dei susurri quasi impercettibili si alzavano

dalle zolle.--Forse quella ardente fantasia di innamorato credette

udire degli accenti conosciuti.

«Io sono venuto, Maria!... Perdonami se mi sono fatto aspettare...

Io ho sofferto al pari di te. Ma oramai non è più possibile che noi

viviamo disgiunti--o tu verrai meco o io non partirò più da questo

luogo.»

Batteva la mezzanotte.--Il Rubly si alzò in piedi, e levato l'involto

alla sua tromba, la portò alle labbra, e cominciò ad emettere degli

squilli pieni di un fascino sovrumano. Non si può descrivere l'effetto

di quei suoni, lanciati così improvvisamente a traverso i silenzi della

notte, e ripercossi con varie gradazioni dagli echi delle case e delle

colline.

Quegli echi parevano la risposta dei sepolti, il gemito della umanità

tutta intera che da un sonno profondo e misterioso si riscuote ai

terrori della vita.

Il villaggio sovrastante al cimitero si destò ai primi squilli--le

finestre si illuminarono--si vedevano, attraverso la luce, agitarsi

delle creature umane che avevano l'aspetto di ombre.

Il Rubly, già stranamente impressionato dagli effetti sonori della

propria tromba, parve ravvisare in quella reale agitazione di viventi

il miracolo della risurrezione. Le upupe e le strigi, che spaventate

battevano le ali mandando strida sinistre, crescevano le illusioni di

quella scena fantastica...

Vi fu un momento in cui gli squilli della tromba divennero

spaventevoli. Le case dei viventi risposero con un grido di terrore.

La era l'ultima crisi di un sublime delirio. A poco a poco, i

suoni rallentarono; la disperazione parve placarsi, gli accenti

illanguidirono e l'ultima voce limpida e amorosa, come la nota di un

flauto, fu simile all'ultima favilla di una face che si spegne.

Gli abitatori del villaggio chiusero le finestre, e si ritrassero nelle

loro stanze.

All'indomani, verso l'alba, il curato ed il sacrista entrarono nel

Campo Santo, e quivi trovarono il povero Rubly abbracciato ad una croce

di marmo. Lo chiamarono a nome, lo scossero leggermente. Quella nobile

fronte era piena di sorriso e di luce, ma irrigidita dalla morte.

La promessa di due anime innamorate si era compiuta.--Maria non era

tornata al suo Paolo, ma questi era andato a lei.

Racconti e novelle · 第 188 / 234 题