Il violino a corde umane

Correva l'anno 1831.

Paganini, il diabolico Paganini, si era prodotto al teatro dell'_Opera_

in sei concerti, suscitando entusiasmi anche maggiori di quelli lo

aveano accompagnato nelle sue trionfali escursioni in Italia e in

Germania.--In presenza dell'artista fenomenale, alcuni professori

d'orchestra del grande teatro aveano spezzato i loro strumenti.

Alla medesima epoca, era in Parigi un altro violinista dotato di una

abilità straordinaria, ma tuttora ignorato nel gran mondo dell'arte. Si

chiamava Franz Sthoeny;--era nato a Stocarda, e in quella città avea

trascorso la gioventù nella pace della famiglia, alternando alle severe

meditazioni della filosofia, gli esercizi dell'istrumento a quattro

corde.

All'età di trentacinque anni, Franz era rimasto orfano e solo. Al

morire della madre che lo avea adorato, che aveva esaurite per l'unico

figlio tutte le economie di un patrimonio assai tenue, Franz si era

accorto di esser povero.

La prospettiva dell'avvenire gli si era affacciata alla mente coi più

lugubri colori.

Che fare?--Il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss si era

incaricato di rispondere alla terribile domanda. E la risposta, muta di

parole, era stata eloquente.

Klauss avea preso per mano il suo allievo diletto, e, condottolo nella

piccola sala dove tante volte avevano diviso insieme i fantastici

diletti della musica, gli aveva additato la piccola cassetta dove il

violino stava rinchiuso come un essere vivente in una tomba obbliata.

Quel cenno apriva a Franz Sthoeny una nuova carriera. Vendute le

mobilie e le suppellettili della casa, l'artista era partito per Parigi

in compagnia del suo maestro ed amico.

Prima che Paganini avesse dato al teatro dell'_Opera_ i suoi

meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di

esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito

irremovibile.--La convinzione era questa: di ritenersi superiore a

tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva uditi nella capitale

della Francia--il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e

con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo

posto fra i suonatori dell'epoca. Il vecchio Klauss si compiaceva di

quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona

fede una sant'opera.

Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato

con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue

prove a Parigi. Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una

spina rovente al cuore di Franz--un incubo, un fantasma minaccioso allo

spirito del vecchio Samuele.

Sì l'uno che l'altro aveano più volte tremato per quel nome di

artista--sì l'uno che l'altro avevano presagito sinistramente della sua

venuta a Parigi.

Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di

quella nefasta serata?--Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini,

avevano rabbrividito. Il maestro e l'allievo, compresi da un entusiasmo

che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in

faccia, non che ricambiarsi un accento.

A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro

appartamento.

--Samuele!--disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento

disperato--va!... noi altri non siamo buoni a nulla--hai capito?--a

nulla!... proprio a nulla!...

Le rughe del vecchio maestro divennero livide.--Dopo breve silenzio,

Samuele riprese con voce cupa:

--Eppure tu hai torto, Franz--io ti ho insegnato quanto si può

insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può

imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani,

per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del

diavolo ed agli obbrobri della magia?...

Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione

sinistra:--quello sguardo parea dire: «ebbene! a che mai tanti

scrupoli?... pur di elevarmi a tanta potenza nell'arte, ed io pure mi

darei al diavolo, anima e corpo!»

Samuele indovinò quell'atroce pensiero, e riprese la parola con calma

simulata:

--Tu conosci la storia miseranda del celebre Tartini. Egli morì in una

notte di sabbato, strangolato dal suo demonio familiare che gli aveva

insegnato la maniera di dare anima al violino, incorporando in esso

lo spirito di una vergine. Paganini ha fatto di più. Paganini, per

comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note

più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell'uomo che

più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima

ha composto le quattro corde del suo violino fatato. Eccoti il segreto

di quel fascino, di quella potenza irresistibile di suoni, che tu, mio

povero Franz, non potresti mai uguagliare, se prima...

E il vecchio troncò a mezzo la frase.

La sua voce era paralizzata da uno sgomento misterioso.

Franz, abbassando gli occhi, uscì dopo alcuni minuti in questa domanda:

--E tu credi, Samuele, che arriverei anch'io ad ottenere gli effetti

inauditi, a suscitare gli entusiasmi di Paganini, qualora le corde del

mio istromento fossero composte di fibra umana?

--Pur troppo!--esclamò il maestro con singolare espressione--ma per

ottenere l'intento, non basta che le corde sieno composte di fibra

umana; è necessario che questa fibra abbia fatto parte di un corpo

simpatico. Tartini comunicò la vita al proprio violino, introducendo

in esso l'anima di una vergine--ma quella vergine era morta di amore

per lui; e il satanico artista, assistendola nelle ultime agonie,

a mezzo di una cannuccia, avea fatto passare nello istromento lo

spirito della moribonda. Quanto a Paganini, t'ho già detto che egli

assassinò il migliore dei suoi amici, la persona che più gli era

legata di benevolenza--e la assassinò per strappargli le viscere e per

convertirle in altrettante corde da suono.

--Oh! la voce umana!--il miracolo della voce umana, proseguì Samuele

dopo breve silenzio.--Credi tu dunque, mio povero Franz, che io non ti

avrei insegnato a produrla, se questa si potesse ottenere coi mezzi

dell'arte, di quell'arte nobile e santa che vuol vivere di sè stessa,

che vuol risplendere della sua propria luce, che disdegna le bassezze e

le ciurmerie, che ha in orrore i delitti?

Franz non ebbe forza di proferire un accento. Si levò in piedi con

una pacatezza sinistra che rivelava la più profonda agitazione--prese

in mano il violino--fissò nelle corde un'occhiata sprezzante e

minacciosa--e poi, afferratele con impeto convulso, le strappò dallo

istrumento.

Il vecchio Samuele mandò un grido. Le corde ridotte a gomitolo erano

state lanciate nelle brage del caminetto, e quivi si contorcevano

stridendo, come al contatto del fuoco un gruppo di serpenti assiderati.

Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da

letto senza salutare l'allievo.

Passarono settimane--passarono mesi. Una cupa malinconia si era

impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla

parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme

ogni giorno e ogni sera stavano assisi l'uno di fronte all'altro,

nel medesimo salottino--ma l'uno non osava rivolgere all'altro la

parola--si guardavano in silenzio come due muti. Dal momento che il

violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero

smarrire l'uso della favella.

--È tempo che ciò finisca!--esclamò finalmente il vecchio Samuele.

E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò

all'amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal

suo triste letargo, e ripetè meccanicamente le parole del maestro--«È

tempo che ciò finisca!»

Si separarono--e ciascuno andò a coricarsi.

All'indomani, quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si

meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che

era solito levarsi prima di lui.

--Samuele! mio buono... mio ottimo Samuele!--gridò Franz balzando

dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.

Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio

lugubre che a quella rispose.

Vi sono dei silenzi profondi che annunziano la morte.

Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio

acquista una intensità misteriosa che colpisce l'anima di terrore.

La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale--i contorni

salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e

una barba grigia accuminata che pareva erigersi al cielo.

Alla vista di quel cadavere Franz provò una scossa terribile--ma la

natura dell'uomo e la natura dell'artista si risentirono in lui ad un

medesimo tempo, e in quella lotta di sentimenti, il dolore rimase ben

tosto paralizzato. Le passioni dell'artista prevalsero sui più teneri

istinti dell'uomo, e li soffocarono.

Una lettera all'indirizzo di Franz giaceva sulla tavola da notte.--Il

violinista l'aperse tremando:

«_Mio caro Franz_,

«Al momento in cui leggerai questo scritto, avrò compiuto il più grande

e l'ultimo sacrifizio che io, tuo maestro e tuo unico amico, poteva

fare per la tua gloria.--La persona, che al mondo ti amava sopra ogni

altro, non è più che un corpo insensibile: del tuo vecchio maestro non

rimane oggimai a te dinanzi che la materia organica impassibile. Io non

ti suggerirò ciò che ti resta a fare.

»Non lasciarti atterrire da scrupoli vani o da stolte

superstizioni.--Io ti immolo il mio cadavere perchè tu abbia ad usarne

per la tua gloria--ti macchieresti della più nera ingratitudine

rendendo vano il mio sacrificio.--Quando tu avrai ridonate le corde

al tuo violino--quando queste corde si comporranno della mia fibra, e

avranno la voce, il gemito, il pianto del mio fervido amore--allora, o

Franz, non temere di nessuno,--allora prendi il tuo istrumento, mettiti

sulle orme dell'uomo che ci ha fatto tanto male--presentati nel campo

dov'egli superbamente ha potuto imperare fino a questo giorno--gettagli

in volto il tuo guanto di sfida! Oh! sentirai come la nota di amore

uscirà potente dal tuo violino, quando tu, accarezzando le corde, ti

sovverrai che desse furono parte del tuo vecchio maestro, che ora ti

bacia per l'ultima volta e ti benedice.

_Samuele_.»

Due lacrime sgorgarono dagli occhi di Franz, ma tosto parvero

essiccarsi per effetto di una vampa latente. Le pupille del fantastico

suonatore, fisse nel morto, lampeggiavano come quelle della strige.

La nostra penna rifugge dal descrivere ciò che accadde in quella stanza

di morte, dacchè i medici ebbero praticata l'autopsia del cadavere.--A

noi basti accennare che le ultime volontà dell'eroico Samuele vennero

compiute, che Franz non esitò punto a procacciarsi le corde fatali onde

egli sperava dar anima al suo violino.

Quelle corde, di là a quindici giorni, erano distese sullo stromento.

Franz non osava guardarle. Una sera volle provarsi a suonare, ma l'arco

gli tremava nella mano come lama di stocco nel pugno di un assassino

esordiente.

--Non importa! esclamò Franz, rinserrando il violino nella

cassetta--questi sciocchi terrori spariranno quando io mi troverò in

presenza del mio potente rivale. La volontà del mio povero Samuele

vuol essere compita... sarà un grande trionfo per me e per lui... se

riescirò ad uguagliare... a superare Paganini!

Ma il celebre violinista non era più a Parigi. A quell'epoca Paganini

dava al teatro di Gand una serie di concerti.

Una sera, mentre il diabolico artista sedeva a mensa circondato da una

eletta compagnia di musicisti, Franz entrò nella sala dell'albergo, e

muovendo all'indirizzo di Paganini, senza dir motto, gli consegnò un

biglietto di visita.

Paganini lesse--lanciò sullo sconosciuto una di quelle occhiate

fulminee cui l'occhio più temerario non può sostenere--ma vedendo che

l'altro teneva fermo e pareva a sua volta sfidarlo colla impassibilità

dello sguardo: Signore, gli disse con voce secca, i vostri desiderii

saranno esauditi!--E Franz, salutando cortesemente i convitati, uscì

dalla sala.

Due giorni dopo, nella città di Gand era esposto un avviso che

annunziava l'ultimo concerto di Paganini. Nelle ultime linee del

programma, stampato a lettere cubitali, spiccava una nota singolare che

eccitava in sommo grado la pubblica curiosità, ed era oggetto di mille

commenti!

_In detta sera, diceva la nota, si produrrà per la prima volta

l'egregio violinista alemanno signor Franz Sthoeny, il quale si è

recato espressamente a Gand per gettare il guanto di sfida all'illustre

Paganini, dichiarandosi pronto a competere con lui nella esecuzione dei

pezzi più difficili. Avendo l'illustre Paganini accettata la sfida,

il signor Franz Sthoeny dovrà eseguire, in confronto dell'insuperato

violinista, la famosa_ FANTASIA-CAPRICCIO _che si intitola_

LE STREGHE.

L'effetto di quell'annunzio fu magnetico. Paganini, che in mezzo alle

agitazioni ed ai trionfi, non perdeva mai d'occhio il punto luminoso

della speculazione, credette bene, per quella occasione, di rincarire

del doppio il prezzo dei biglietti.--È inutile dire ch'egli aveva

calcolato perfettamente. Tutta la città di Gand, quella sera, parve

riversarsi in teatro.

All'ora terribile del cimento, Franz si recò nella sala del ridotto,

dove Paganini lo aveva preceduto.

--Bravo figliuolo! avete fatto bene ad anticipare la vostra

venuta--disse Paganini--sarà bene che noi invertiamo l'ordine del

programma. Mi preme di sbrigare questa faccenda, per non essere

disturbato nella esecuzione degli altri miei pezzi.--Siete voi pronto?

--Io sono ai vostri ordini, rispose Franz pacatamente.

Paganini fece alzare il sipario e tosto si presentò al proscenio fra un

uragano di applausi e di grida frenetiche.

Non mai l'artista italiano, nell'eseguire quella diabolica composizione

che si intitola le _Streghe_, aveva rivelato una potenza così

diabolica. Le corde del violino, sotto la pressione delle falangi

scarnate, si contorcevano come viscere palpitanti--l'occhio satanico

del violinista evocava l'inferno dalle cavità misteriose del suo

istromento.--I suoni prendevano forma, e, intorno a quel mago

dell'arte, parevano danzare oscenamente delle figure fantastiche. Nel

vuoto del palco scenico una inesplicabile fantasmagoria formata dalle

vibrazioni sonore rappresentava le orgie invereconde e gli osceni

connubi del Sabba.

Quando Paganini potè finalmente ritirarsi dalla scena, ove ad ogni

tratto lo richiamavano le strepitose acclamazioni del pubblico, nella

sala del ridotto incontrò Franz che aveva finito di accordare il

violino, e già muoveva per slanciarsi nell'arringo.

Paganini rimase stupito nel mirare l'impassibilità del suo competitore,

e l'aria di sicurezza che gli brillava nel volto.

Franz si avanzò verso il proscenio, accolto da un silenzio glaciale.

Soggiogati dal fascino di Paganini, gli spettatori guardavano il nuovo

arrivato come si guarda un povero ebete, che affronta un assurdo

cimento.

Nullameno, alle prime arcate di Franz, l'attenzione degli spettatori si

fece vivissima.

Franz era un esecutore abilissimo, uno di quegli esecutori pei quali

la difficoltà non esiste. Il vecchio Samuele non aveva mentito il

giorno in cui gli aveva detto: io ti ho insegnato tutto ciò che si può

insegnare, e tu hai imparato tutto quello che si può apprendere.

Ma ciò che Franz aveva sognato di ottenere per effetto delle corde

simpatiche; il gemito della passione, il grido straziante dell'agonia,

il ruggito della foresta e l'ululo dei dannati--ciò che il vecchio

Samuele avrebbe voluto comunicare al suo allievo ed amico, immolandogli

se stesso e dotando di corde umane lo strumento di lui--tutto questo

edifizio di illusioni, di speranze, che nell'anima dell'artista

alemanno si erano tramutate in fede sicura--tutto svanì in un istante..

Sotto il colpo di un terribile disinganno, Franz smarrì il coraggio

e le forze.... Invocò sommessamente il nome del defunto maestro--lo

pregò... lo maledì nel segreto dell'anima sua--lo gridò traditore,

scellerato. Poi, stanco della prova, disperato dell'esito, strappò dal

violino le corde fatali, le gettò al suolo, e si fece a calpestarle con

rabbia feroce.

--È pazzo! è pazzo!--fermatelo... soccorretelo! gridarono cento voci

dalla platea.

Franz si allontanò dal proscenio, ed entrato precipitosamente nelle

quinte, andò a prostrarsi ai piedi di Paganini.

--Perdono! mille volte perdono!--gridò Franz con accento disperato--io

aveva creduto... io aveva sperato...

Paganini stese le braccia a quel povero sconfitto; lo sollevò da terra,

e, abbracciandolo come un fratello, gli disse:

--Tu hai suonato divinamente... tu sei un grande artista... ciò che

ti manca...

--Oh! so ben io ciò che mi manca--esclamò Franz singhiozzando; ma il

vecchio Samuele mi ha tradito!....

E Franz narrò a Paganini l'istoria delle corde umane, esponendogli

ingenuamente le illusioni a cui si era affidato.

--Povero Franz!--esclamò il violinista italiano con sarcastica

pietà--tu hai dimenticato una circostanza per la quale le corde del tuo

violino non potevano competere colle mie nella vivacità, nel calore,

nell'impeto della passione... Non hai tu detto che il tuo vecchio

maestro era tedesco?

--Senza dubbio--egli era tedesco come io lo sono....

--Ebbene: ecco appunto la circostanza sfavorevole--proseguì Paganini

battendo sulla spalla del povero Franz.--Un'altra volta, quando vorrai

comunicare al tuo violino l'anima, il fuoco, la passione, la vivacità

che io possiedo, fa che le tue corde sieno composte di fibra italiana.

E aggiunse sottovoce: «E fa anche di procacciarti, se lo puoi, un'anima

da italiano».

Racconti e novelle · 第 187 / 234 题