_Alfredo Leoni a Valentina Montorio._
«Vi annunzio con sommo rammarico la dolorosa perdita, che oggi abbiamo
fatta della nostra povera Clotilde. Sono troppo oppresso dal dolore
per aggiungere altre parole. Questo angelo di bellezza e di bontà si è
diviso per sempre da noi. Io non seppi renderla felice; pure io l'ho
sempre desiderato ardentemente, e per lei avrei sacrificata la mia
vita. Lasciommi un'unica figliuola, un fiore gentile che noi generammo
nei primi trasporti del nostro amore, e che, per esser cresciuta fra
le lagrime, non è però men bella nè men cara al mio cuore. Qualche
giorno, se mi permetterete di farvi una visita, io voglio che voi pure
la vediate.... la mia Carolina. Ella somiglia a sua madre nel volto;
spero educarla in modo che divenga simile a lei anche per le qualità
del cuore. Vivrà oscura ed ignorata fin quando ella non sia in età da
prendere marito; poi l'unirò a qualche onesto artigiano od a qualche
campagnuolo laborioso e dabbene. Una trista esperienza mi ha convinto
che il matrimonio è fatto o per gli uomini che posseggono grandi
ricchezze, o pei semplici operai e coltivatori dei campi. Chi alla
propria sposa altra ricchezza non può offrire se non un cuore pieno di
poesia e di amore, diviene necessariamente il peggiore dei mariti.
Vostro devot. amico
ALFREDO LEONI.»
_Milano_, 30 _ottobre_ 1860.»