V.

Ora mi si permetta una breve digressione.

La barchetta errava in balìa delle onde....

In qual anno? in qual mese? in qual'ora? Era di notte, o di

giorno?--Si accomodi il lettore come gli aggrada meglio.

La barchetta errava in balìa delle onde, e il pallido raggio della

luna, o se più vi piace il limpido chiarore dell'alba, rischiarava la

fronte di Luigia.

Chi era Luigia? Una giovinetta di quattro lustri.--Troppo acerba, dirà

taluno.--Aggiunga altri sei anni.--Troppo matura, dirà un altro.--Ne

levi cinque.--V'è modo di appagare tutti i gusti.

E mentre in estasi d'amore io mi stringeva al cuore la sua mano, ella

introdusse dolcemente l'indice e il pollice nella taschetta del mio

_gilet_ (altri direbbe _panciotto_), e dopo averne frugate le più

intime nicchie, ne trasse fuori una dozzina di monetuzze di vario

conio; poi, liberandosi dal mio fervido amplesso, si diede a contarle

sul palmo della mano.

--Dodici lire!

Erano proprio dodici lire.

--Gli è quanto basta per tornare a Milano.

--E noi torneremo a Milano?

--Si, mia Luigia; convien cedere alla necessità. Vedi; se una di queste

monetuzze ci mancasse, noi saremmo nella imbarazzante posizione di

dover o l'uno l'altra far tutto il cammino a piedi, ovvero restar qui

in ostaggio fino a quando la fortuna non ci inviasse altro denaro: e

tranne il caso poco probabile d'una vincita al lotto...

--Una vincita al lotto!.... Sono già due anni che il venerdì d'ogni

settimana io palpito di questa dolce speranza. Un terno!... oh! un buon

terno secco!...

--Cinquemila lire.... guadagnate senza fatica....

--Sai tu che la è una bella somma: cinque mila lire!... Se mai

giungessi a possederle!...

--Via; sentiamo qual impiego ne faresti...

--Io amo tanto di fabbricare dei castelli in aria... In primo luogo,

mi affretterei a prendere in affitto quattro stanzette al secondo od

al terzo piano. La mia povera madre è sempre malata; mio padre fuma

le otto ore al giorno, io stiro continuamente; è ben trista cosa lo

starcene così appollaiati in una soffitta priva d'aria e di luce,

corrotta dalle esalazioni del tabacco e del carbone! Vorrei che il mio

piccolo appartamento sorgesse nelle vicinanze dei bastioni; che dalle

mie finestre si vedessero gli alberi, la campagna e largo spazio di

cielo; sicchè alla mattina, aprendo le imposte, i primi raggi del sole

venissero a corteggiarmi; poi, alla notte, attraverso le invetriate, la

luna... mi servisse di lampada quando vado a coricarmi.

--La luna, il sole, le stelle si ponno godere a buon mercato, Luigia

mia; eppure anche queste bellissime cose in città non sono tanto belle

come qui all'aperta campagna. Se io fossi ricco, mi guarderei bene dal

circoscrivere la mia esistenza entro il limite impuro di una capitale.

--Oh certo, se fossimo ricchi.... io... lo saprei ben io... come si

fa per vivere felici.

--Supponiamo che il signor lotto ti favorisca un centinaio di mila

lire; vediamo qual uso ne faresti.

--Cento mila lire! tu vedi bene, amico mio, che questi sono sogni; la

piccola somma ch'io rischio ogni settimana non potrà mai rapportarmi

tanto. Contiamo sul positivo....

--Di positivo in questo momento non havvi per noi che una dozzina di

lire, e domani, giungendo alle porte di Milano saremo tutti e due senza

un obolo. Poichè siamo in sul fantasticare, tanto è che disponiamo di

larghi capitali. Metti dunque ch'io sia un tuo banchiere; per ora ti

concedo centomila lire: quando altra somma ti abbisogni, ricorri alla

cassa.

--Tu vedrai come io sia buona massaia. La nostra abitazione, per

esempio, vorrei fosse posta al piede di quella collinetta là in fondo.

Due piani di due camere ciascuno; abbasso la cucina ed una piccola

sala; di sopra il tuo gabinetto da studio e la camera da letto. Dal

lato destro una gradinata di marmo pulito, che scendesse fino al lago,

e al fianco di quella gradinata una folta siepe di rose e gelsomini. A

sinistra, un giardino, protetto da alte muraglie e da alberi frondosi;

quindi una fertile ortaglia irrigata da un ruscello, che scendendo

dalla collina, carezzasse in passando le erbette ed i fiori, e noi

rallegrasse col suo mormorio.

--Non dimenticare che l'anno si divide in due stagioni (altre volte in

quattro), e convien pensare seriamente a procurarci qualche comodità

anche nel rigido inverno. Questo paese è dominato dai venti.

--Da una parte ci protegge la collina, dall'altra faremo alzare un gran

muraglione alto dieci metri più della casa..

--E per tal modo non godremo più la vista del lago e delle campagne...

--Non ci pensava. Dunque, abbasso il muraglione!... quando il vento

soffierà gagliardo, chiuderemo le imposte delle finestre, e staremo

nelle nostre stanze accanto al camino. Le nostre camere saranno

mobigliate con molta semplicità; un letto, un piccolo divano, una

dozzina di scranne, gli attrezzi per la cucina, e basta. Nel vestire

eviteremo ogni superfluità di lusso; per me, quattro gonnelline di lana

e due di seta pei giorni festivi; per te...

--Un cappotto e un pajo di brache di panno bigio l'inverno e la state;

con questa sola differenza, che in estate il cappotto e le brache

rimarranno tutto il giorno nella guardaroba...

--Quanto al vitto...

--Perdono, Luigia, ma è tempo di ricorrere alla cassa; le centomila

lire sono già esaurite nelle prime spese d'impianto. Il proprietario

del fondo, l'architetto, i muratori, il mercante di mobili, il

tappezziere, il sarto e la modista si sono portati via ogni cosa; anzi,

quando avrai ben calcolato, vedrai che ti rimane qualche debituzzo.

Se tosto non ti procuri nuove somme, io temo che noi saremo ridotti a

morire di fame nel nostro delizioso casino. Via! Eccoti altre centomila

lire; usane moderatamente e con profitto.

--Che? Non ricaveremo noi alcun frutto dal denaro che abbiamo impiegato

nella compera dell'ortaglia e nella costruzione della casa? Più volte

ho inteso ripetere che centomila lire danno una rendita annua di

cinquemila.

--Ciò potrebbe realizzarsi quando tu ti risolvessi ad affittare

camere mobigliate, od a portare ogni mattina al mercato l'insalata ed

i ravanelli della nostra ortaglia. Ma siccome questo casino dev'essere

abitato da noi, e tu non aspiri a cangiare la tua professione di

modista in quella di erbivendola, converrà pure che tu accetti le

centomila lire che io ti offersi, e le impieghi o in compere di

terreni, o in qualche speculazione commerciale, perchè ci rendano tanto

da provvedere agli altri nostri bisogni. Non farmi la ritrosa; prendi

quanto ti occorre, e tiriamo avanti!

--Quand'è così... disporrò anche di queste cinque mila lire di

rendita. Sai tu che cinque mila lire, quando si ha una casa ed una

ortaglia del proprio, sono perfino di superfluo?--Ecco adunque come

io intenderei di regolare i nostri pasti. Alla mattina (ci leveremo

allo spuntar dell'alba), alla mattina, caffè, burro e qualche frutto

dell'orto; a mezzo giorno un pranzo frugale di tre piatti e la zuppa:

alla sera una cenetta di uova e legami secondo la stagione. Faremo la

colazione e la cena, sempre a l'aria aperta, sotto l'ombra dei castani,

al chiaro della luna, fra il gorgheggio degli uccelli e il mormorio

delle onde...

--Il chiaro di luna, il canto degli uccelli, il mormorio dell'onda,

torno a ripeterlo, son tutte cose che si hanno a buon mercato, quindi

non devono entrare nei nostri calcoli. Frattanto, Luigia mia, sappi che

io non ti permetterò mai di passare l'intera giornata presso i fornelli

a invigilare le pentole e i tegami, nè vorrei che tu ti occupassi di

spiumacciare i letti e scopare le camere. Io voglio che le tue mani

conservino la freschezza della neve, la candidezza dell'alabastro, la

voluttuosa morbidezza del velluto.

--Una cameriera è dunque indispensabile. Troveremo una contadinella che

sia giovane, bella e di mite carattere; con cinque mila lire di rendita

possiamo mantenerci noi ed anche una donna di servizio....

--E di soprappiù un cane, un gatto, e se vuoi, anche un papagallo.

--Eccoci adunque installati nel nostro piccolo Eden....

--Togli quella parola _installati_; mi suona male all'orecchio.

--Eccoci adunque ricoverati nel nostro delizioso romitaggio, in mezzo

al silenzio ed alla pace dei campi; liberi, indipendenti, felici, come

due tortorelle innamorate.

--Quale esistenza deliziosa!... Peccato che dugento mila lire di

capitale non bastino ancora... Sai tu che accade alle tortorelle

innamorate, quando hanno vissuto insieme parecchi giorni?

--Volano pei campi, salgono sui rami degli alberi, scherzano,

folleggiano, cantano, si beccano, e poi...

--Poi, viene il giorno in cui una delle tortorelle depone le uova.

--Vedo a che mira il tuo discorso... Tu pensi dunque che noi avremo

dei figli...

--Non solo ci penso, ma li desidero con tutto il cuore. I figli sono il

vincolo sacro che annoda eternamente due anime innamorate. Talvolta,

col lungo convivere insieme, due persone, marito e moglie, per esempio,

inaridite le rose della giovinezza o intiepiditi gli istinti del

piacere, si addormentano nella indifferenza e nella noia; quindi a poco

a poco si scostano, si fuggono, si disgiungono, e l'amore più fervido

ed appassionato degenera in reciproca antipatia, sovente anche in

odio. Un figlio soltanto può impedire questo doloroso divorzio dei due

cuori. Sì, o Luigia; se tu vuoi che il nostro amore duri tutta la vita,

implora dal cielo il favore di divenir madre. Forse un giorno, vicini

a separarci per sempre, il nostro figliuolo si lancierà in mezzo a noi

lacrimoso; ricongiungerà la tua mano alla mia, e mi trasmetterà, come

pegno di pace e di conciliazione, il bacio che tu avrai deposto sulle

sue labbra innocenti.

--Oh si!... voglio avere un figliuolo!

--Uno?... e se ne avessimo dodici, Luigia mia?

--Dodici figli! Misericordia!... Ciò non è possibile...--È tanto

possibile l'averne dodici come l'averne uno. Prendiamo la cifra media;

supponiamo che essi non oltrepassino la mezza dozzina. Ad ogni modo, il

nostro casino non sarebbe abbastanza capace....

--No, certo. Io non vorrei che i miei figliuoli stessero ammucchiati

l'uno sull'altro, come i passerotti nel loro nido.... Ciascuno dovrebbe

avere la propria cameretta o il proprio letticciuolo.

--Io veggo che ci converrà fabbricare di bel nuovo... e la sarà una

fabbrica un po' dispendiosa. Dimmi: ti bastano altre duecento mila lire?

--Via! si faccian le cose senza risparmio; queste nostre creature

non devono soffrire alcun disagio; non basta metterli al mondo, i

figliuoli, bisogna anche pensare a renderli felici.

--La loro educazione mi preoccupa seriamente. L'educazione è la prima

base d'ogni felicità umana.

--E come si fa in questo romitaggio ad avere dei buoni maestri? Io

vorrei che le ragazze fossero istruite di buon'ora in ogni donnesco

lavoro, che apprendessero l'italiano, il francese, la musica, il ballo,

il disegno; e tutto ciò sotto la sorveglianza della madre. Ai maestri

confiderei l'incarico della loro coltura intellettuale, ma il cuore di

quelle mie creature vorrei educarlo io.

--E i figli maschi?... onde crescano sani, robusti, degni della stima

universale, decoro ed ornamento della famiglia, e quanto si possa

desiderare virtuosi e felici, molte cose devono apprendere. Cominciamo

dagli esercizi ginnastici: il ballo, la scherma, l'equitazione, sono

arti che esigono un istitutore speciale per ciascheduna, e, ben

calcolati i vari rami dello scibile umano in che i nostri figliuoli

dovrebbero essere versati, la loro educazione verrebbe a costare circa

ventimila lire all'anno.

--Questi tuoi calcoli mi spaventano. Basta per oggi; abbandoniamo

le regioni immaginarie; rinunziamo al nostro bel casino, ai piaceri

della vita campestre... e torniamo alla realtà. Io credo che la vera

beatitudine sia riposta nell'amore. Per amarsi non è necessario di

possedere un casino in riva al lago, nè una rendita di cinque mila

lire. La vera felicità, anzichè un riverbero degli oggetti che ne

circondano, è una emanazione di noi stessi, che ha la sua sorgente

nell'intimo dei nostri cuori. Amiamoci; e una povera soffitta nuda

d'ogni ornamento, esposta alle intemperie delle stagioni, fredda,

oscura, tappezzata di ragnateli, sarà per noi un paradiso di delizie!

Luigia mi gettò al collo le braccia, poi, dopo breve silenzio....

Amico, mi disse... quand'è che ci sposeremo?....

--Quando sarò padrone di quattrocentonovantanove mila novecento

ottantotto lire, che aggiunte alla somma che oggi possediamo, faranno

appunto un capitale di L. 500.000.--Concedo che due amanti possano

vivere beati anche in una soffitta; ma un marito ed una moglie...

--Alfredo Leoni non ha forse detto a sua moglie che la sola poesia,

nello stato coniugale, mantiene sempre vivo l'amore?

--È vero; ma per mantenere questa poesia, ci vogliono per lo meno

ventimila lire di rendita all'anno. Vuoi tu sapere come sia finita la

istoria di Alfredo e di Clotilde? Io ti servo sul momento; leggiamo

quest'altra lettera:

Racconti e novelle · 第 175 / 234 题