GREGORIO _e_ DETTI.
GREG. (_di dentro_) È permesso?
GINA. (_c. s._) Oh!
GREG. (_c. s._) Abita qui il fotografo Ekdal?
GINA. (_c. s._) Appunto, passi.
ERM. (_andando alla porta_) Gregorio? Tu qui? Entra, entra.
GREG. (_entrando seguito da Gina_) Non ti avevo detto che sarei venuto
da te?
ERM. Hai abbandonato gli invitati?
GREG. E la mia famiglia. (_a Gina_) Buona sera signora Ekdal, mi
riconosce?
GINA. (_turbata_) Il figlio del signor Werle, non è difficile a
riconoscere.
GREG. No, io assomiglio a mia madre. Se ne ricorda ancora, lei?
(_Gina si turba_).
ERM. (_che non si è accorto del turbamento di sua moglie._) Hai
abbandonato la casa?
GREG. Sì, sono andato ad alloggiare all’albergo.
ERM. Giacchè sei qui, togliti il pastrano.
GREG. Grazie. (_si toglie il paletot, anche lui non sarà più in
marsina_)
ERM. Vieni, siediti vicino a me. (_Gregorio si siede sul divano ed
Erminio su una sedia in faccia a lui_).
GREG. (_guardandosi attorno_) Qui tu dimori! tu lavori qui?
ERM. Questo è il mio laboratorio.
GINA. È la camera più grande.
ERM. Questa casa ha un grande vantaggio, che in faccia a noi abbiamo
dei campi, non case che ti tolgono la luce e l’aria.
GINA. In fondo al corridoio poi, c’è una stanza da affittare.
GREG. (_ad Erminio_) Affitti stanze?
ERM. Se mi capita. (_a Edvige_) Ma tu volevi portare della birra.
EDVIGE. (_che si sarà tenuta in disparte, assente col capo e corre in
cucina_).
GREG. E quella graziosa fanciulla è tua figlia?
ERM. Sì, è la mia.... la nostra Edvige.
GREG. La vostra unica figlia.
ERM. Sì, il nostro tesoro, la nostra gioia più grande e....
(_abbassando la voce_) e il nostro più grande dolore.
GREG. Cosa intendi dire?
ERM. Gregorio mio, mia figlia deve divenire cieca!
GREG. (_stupito_) Cieca?
ERM. Sì, i primi sintomi si sono già manifestati, non vi è rimedio,
capisci, non v’è rimedio, è questione di tempo.
GREG. Qual terribile sciagura! E le cause?
ERM. (_sospirando_) Atavismo.
GREG. (_con stupore_) Malattia ereditaria?
GINA. La madre d’Erminio era malata d’occhi.
ERM. Almeno così mi disse mio padre, tu lo sai che io non l’ho
conosciuta.
GREG. Povera fanciulla, e lei....
ERM. Lei non sa nulla, non ci regge il cuore di dirglielo. A che scopo
funestarle questi pochi anni che le restano di felicità? Allegra e
noncurante quel vispo uccellino vola verso l’eterna notte (_commosso_)
Credi, Gregorio, questi sono dei gravi dolori!
(_Edvige rientra portando su un vassoio una bottiglia di birra e
delle tazze, e pone il vassoio sul tavolo_).
Grazie, Edvige mia.
(_Edvige gli getta le braccia al collo e gli sussurra delle parole
all’orecchio_).
ERM. Per me no. (_a Gregorio_) Vuoi dei sandwichs?
GREG. No, no, grazie.
ERM. Però se ti fa piacere, portali pure, chissà che avendoli sottomano.
(_Edvige contenta va in cucina correndo_).
GREG. (_seguendola con gli occhi_) Eppure pare tanto sana.
GINA. Grazie a Dio non soffre che agli occhi.
GREG. Con l’andare degli anni assomiglierà a sua madre. Quanti anni ha
ora?
GINA. Compie domani i sedici.
GREG. Come è alta!
GINA. Sì, è cresciuta presto.
GREG. Essi crescono e noi invecchiamo (_ad Erminio_) Da quanto tempo
sei ammogliato?
ERM. Da sedici anni.
GREG. Quanto tempo!
(_Gina lo guarda con inquietudine_).
ERM. E a te parvero lunghi gli anni nelle miniere?
GREG. Allora sì, ora mi pare sieno volati.