SCENA V.

GREGORIO _e_ DETTI.

GREG. (_di dentro_) È permesso?

GINA. (_c. s._) Oh!

GREG. (_c. s._) Abita qui il fotografo Ekdal?

GINA. (_c. s._) Appunto, passi.

ERM. (_andando alla porta_) Gregorio? Tu qui? Entra, entra.

GREG. (_entrando seguito da Gina_) Non ti avevo detto che sarei venuto

da te?

ERM. Hai abbandonato gli invitati?

GREG. E la mia famiglia. (_a Gina_) Buona sera signora Ekdal, mi

riconosce?

GINA. (_turbata_) Il figlio del signor Werle, non è difficile a

riconoscere.

GREG. No, io assomiglio a mia madre. Se ne ricorda ancora, lei?

(_Gina si turba_).

ERM. (_che non si è accorto del turbamento di sua moglie._) Hai

abbandonato la casa?

GREG. Sì, sono andato ad alloggiare all’albergo.

ERM. Giacchè sei qui, togliti il pastrano.

GREG. Grazie. (_si toglie il paletot, anche lui non sarà più in

marsina_)

ERM. Vieni, siediti vicino a me. (_Gregorio si siede sul divano ed

Erminio su una sedia in faccia a lui_).

GREG. (_guardandosi attorno_) Qui tu dimori! tu lavori qui?

ERM. Questo è il mio laboratorio.

GINA. È la camera più grande.

ERM. Questa casa ha un grande vantaggio, che in faccia a noi abbiamo

dei campi, non case che ti tolgono la luce e l’aria.

GINA. In fondo al corridoio poi, c’è una stanza da affittare.

GREG. (_ad Erminio_) Affitti stanze?

ERM. Se mi capita. (_a Edvige_) Ma tu volevi portare della birra.

EDVIGE. (_che si sarà tenuta in disparte, assente col capo e corre in

cucina_).

GREG. E quella graziosa fanciulla è tua figlia?

ERM. Sì, è la mia.... la nostra Edvige.

GREG. La vostra unica figlia.

ERM. Sì, il nostro tesoro, la nostra gioia più grande e....

(_abbassando la voce_) e il nostro più grande dolore.

GREG. Cosa intendi dire?

ERM. Gregorio mio, mia figlia deve divenire cieca!

GREG. (_stupito_) Cieca?

ERM. Sì, i primi sintomi si sono già manifestati, non vi è rimedio,

capisci, non v’è rimedio, è questione di tempo.

GREG. Qual terribile sciagura! E le cause?

ERM. (_sospirando_) Atavismo.

GREG. (_con stupore_) Malattia ereditaria?

GINA. La madre d’Erminio era malata d’occhi.

ERM. Almeno così mi disse mio padre, tu lo sai che io non l’ho

conosciuta.

GREG. Povera fanciulla, e lei....

ERM. Lei non sa nulla, non ci regge il cuore di dirglielo. A che scopo

funestarle questi pochi anni che le restano di felicità? Allegra e

noncurante quel vispo uccellino vola verso l’eterna notte (_commosso_)

Credi, Gregorio, questi sono dei gravi dolori!

(_Edvige rientra portando su un vassoio una bottiglia di birra e

delle tazze, e pone il vassoio sul tavolo_).

Grazie, Edvige mia.

(_Edvige gli getta le braccia al collo e gli sussurra delle parole

all’orecchio_).

ERM. Per me no. (_a Gregorio_) Vuoi dei sandwichs?

GREG. No, no, grazie.

ERM. Però se ti fa piacere, portali pure, chissà che avendoli sottomano.

(_Edvige contenta va in cucina correndo_).

GREG. (_seguendola con gli occhi_) Eppure pare tanto sana.

GINA. Grazie a Dio non soffre che agli occhi.

GREG. Con l’andare degli anni assomiglierà a sua madre. Quanti anni ha

ora?

GINA. Compie domani i sedici.

GREG. Come è alta!

GINA. Sì, è cresciuta presto.

GREG. Essi crescono e noi invecchiamo (_ad Erminio_) Da quanto tempo

sei ammogliato?

ERM. Da sedici anni.

GREG. Quanto tempo!

(_Gina lo guarda con inquietudine_).

ERM. E a te parvero lunghi gli anni nelle miniere?

GREG. Allora sì, ora mi pare sieno volati.

L'anitra selvatica · 第 20 / 72 题