DETTI _e il_ VECCHIO EKDAL.
EKDAL. (_a Erminio_) Sei tornato?
ERM. Or ora.
EKDAL. Non mi avevi visto?
ERM. No, ma appena seppi che tu eri stato là, ti volli seguire.
EKDAL. Va bene, va bene. — E chi erano quegli invitati?
ERM. C’erano dei consiglieri, dei ciambellani.
EKDAL. (_assentendo col capo_) Senti Gina, è stato con dei consiglieri,
con dei ciambellani.
GINA. Era dunque una festa di gala?
EDVIGE. (_ingenuamente_) E cosa hanno fatto questi signori Consiglieri,
hanno cantato? Hanno letto?
ERM. No, hanno detto molte sciocchezze. Volevano che io declamassi.
EKDAL. E non hai voluto?
ERM. No! non ero mica andato là per divertirli, a loro tocca far
divertire, loro che passano la vita a pranzi e colazioni.
GINA. Non avrai detto ciò a loro?
ERM. Sotto altra forma. (_sprezzante_) In fine, poi, per poco non si
accendeva una discussione sul Tokai.
EKDAL. Oh! il mio vino favorito!
ERM. Ma non parliamo più di ciò... del resto erano persone amabili e
ben educate.
EDVIGE. (_accarezzando Erminio_) Papà, come sei carino in marsina.
ERM. Nevvero? Pare sia fatta per me, solo mi è stretta di spalle, dammi
la mia giacca.
EDVIGE. Subito (_corre all’attaccapanni e prende una giacca che Erminio
si infila dopo essersi levato il frak_).
ERM. (_a Gina_) Domani mattina subito mandala a Moldik.
GINA. Non dubitare. (_dà ad Edvige il frak che l’appende
all’attaccapanni_).
ERM. così sto più comodo, eppoi è più adattata a me. Nevvero Edvige?
EDVIGE. Sì, papà.
(_Il vecchio Ekdal va alla poltrona innanzi alla stufa di ghisa e
si siede_).
ERM. E sono bello lo stesso anche se mi levo questa cravatta che mi
strozza, dillo tu. (si leva la cravatta).
EDVIGE. Sei sempre bello con questi baffoni e coi tuoi capelli ricci.
ERM. (_sorridendo_) Dì piuttosto arruffati. (bacia Edvige).
EDVIGE. (_tirando per la giacca_) Papà.
ERM. Cosa vuoi?
EDVIGE. Tu lo sai quello che voglio.
ERM. Non so niente io.
EDVIGE. (_con voce piagnucolosa_) Non farmi penare, brutto cattivo.
ERM. Cosa vuoi?
EDVIGE. Cosa mi hai promesso?
ERM. (_battendosi la fronte_) Scusami piccina mia, me ne sono
dimenticato.
EDVIGE. Tu vuoi scherzare, ma non ci credo.
ERM. No, non scherzo, ti prego scusarmi. Però ho qualche cosa per te
(_va alla marsina e ne prende una carta_) Prendi.
EDVIGE. Ma questo è un pezzo di carta.
ERM. È il _menù_; qui sta la lista di tutto ciò che ho mangiato. — Via
Edvige, per poche ghiottonerie non mettere il broncio.
EDVIGE. Grazie. (_caramente prende il menù e si siede sul divano senza
leggerlo, Gina le fa dei cenni ed Erminio se ne accorge_).
ERM. Ebbene cosa c’è? Un padre di famiglia per esser buono, per essere
perfetto non può nemmeno dimenticarsi la più piccola cosa. Per cosa
da nulla si devono vedere visi lunghi e corrucciati. Ciò non voglio,
non voglio. (_fermandosi vicino a Ekdal_) Papà hai guardato là dentro?
(_accenna nel fondo_).
EKDAL. E puoi dubitarne? È andata nel cesto.
ERM. Sì? Allora comincia ad addomesticarsi.
EKDAL. Però dobbiamo fare dei miglioramenti.
ERM. Vieni qui allora babbo, parliamo sul da farsi.
EKDAL. Ora no; lascia che vada ad accendere la pipa. (_entra nella sua
stanza_).