GREGORIO _e_ VECCHIO WERLE.
(_Il vecchio Werle entra in iscena e si mette a sfogliare carte
alla scrivania, pare desideri che Gregorio parta, vedendo che
questo non si muove, si dirige verso la porta di destra_).
GREG. Avrei bisogno di parlarti.
WERLE. (_fermandosi_) Non puoi aspettare quando saremo soli?
GREG. Forse, non ci troveremo mai soli.
WERLE. (_avvicinandosi_) Cosa vuoi?
(_Si ode il suono del piano-forte che continuerà fino quasi alla
fine della scena_).
GREG. Come mai quella famiglia è andata sì in basso?
WERLE. Parli degli Ekdal, mi immagino.
GREG. Sì del luogotenente Ekdal, una volta il tuo grande amico.
WERLE. Pur troppo; dovetti sopportarlo parecchi anni ed ebbi a
pentirmene; fu per mia colpa che sul mio nome è rimasta una piccola
macchia.
GREG. (_a voce bassa_) E lui solo era il colpevole?
WERLE. Di chi sospetti ancora?
GREG. Voi, avevate comprato insieme il bosco.
WERLE. Ma! prima li aveva lui, lui aveva i disegni fatti, fu lui che
fece abbattere gli alberi sopra terreno municipale; il responsabile del
lavoro era lui, io non sapevo cosa si facesse.
GREG. Forse era Ekdal che non sapeva quello che si faceva.
WERLE. Può essere. Ma al giudizio lui fu condannato ed io assolto....
GREG. Per mancanze di prove, lo so.
WERLE. Un’assoluzione è sempre un’assoluzione. Ma perchè vai a
rinnovare quei tristi fatti che mi fecero invecchiare innanzi tempo?
Pensavi a ciò forse lassù alle miniere? Gregorio, queste storie sono
dimenticate.... almeno per ciò che mi riguarda.
GREG. E quell’infelice famiglia?
WERLE. Cosa poteva fare? Quando Ekdal uscì di prigione era un uomo
perduto, non è di quelle fibre che resistono ai colpi violenti e
che sanno riabilitarsi. Io feci quello che stava in me, sempre senza
compromettermi perchè non avessero a sospettare. Gli ho dato del lavoro
pagandolo molto, molto di più di quello che si meritava.
GREG. (_sorridendo tristamente_) Non ne dubito.
WERLE. Credi forse che io menta? Sui miei libri non troverai il suo
salario, tali spese sui libri non le metto.
GREG. Già, certe spese stanno bene fuori dei registri.
WERLE. (_guardandolo_) Che intendi dire?
GREG. (_parlando a stento_) Hai tu tenuto conto delle spese fatte per
impiantare a Ekdal una fotografia?
WERLE. Io? In che modo?
GREG. So, so tutto, so che fosti tu ad aiutarlo.
WERLE. Dunque vedi che per gli Ekdal ho fatto qualche cosa.
GREG. Dimmi, fu quando Erminio era fidanzato che tu lo prendesti tanto
a cuore?
WERLE. Non me ne ricordo.
GREG. Mi annunciasti il matrimonio di Erminio in un poscritto, dopo una
lunga lettera d’affari; in poche parole! Ekdal si sposa con una certa
signorina Hansen.
WERLE. È il nome di sua moglie.
GREG. Ma non riflettesti che questa Hansen era Gina la nostra ex
governante!
WERLE. (_tentando sorridere_) Non supponevo che la nostra ex governante
ti interessasse tanto.
GREG. (_parlando lentamente_) A qualcun altro interessava molto.
WERLE. Cosa vuoi dire con ciò. (_alzando la voce_) Alluderesti a me?
GREG. (_c. s_.) Sì, alludo a te.
WERLE. E tu osi?... Come mai quel dannato fotografo ti mise simili idee
per il capo?
GREG. Erminio non mi ha detto nulla, sono certo che lui neppure lo
immagina.
WERLE. Ma chi fu allora?
GREG. (_con voce triste_) La mia povera madre, l’ultima volta che la
vidi.
WERLE. Tua madre!... Dovevo immaginarlo, voi altri due andaste sempre
d’accordo. Essa anzi ha sempre cercato di alienarmi la tua affezione.
GREG. Non fu lei, ma la vista di quello che dovette sopportare prima di
morire.
WERLE. Ma se non aveva nulla da soffrire.... almeno meno delle altre;
con la gente stravagante, già difficilmente si va d’accordo e ne parlo
per esperienza. Ora tu, dopo tanti anni torni per lanciarmi calunnie
che credevo dimenticate e contro tuo padre.... Gregorio alla tua età
dovresti occuparti di qualche cosa di più utile.
GREG. (_triste_) Lo so, lo so.
WERLE. (_con voce carezzevole_) Ti sentirai il cuore più libero. A
che ti servì rimanere alle miniere tanti anni non volendo che il solo
stipendio di uno scrivano? Fu una sciocchezza da parte tua.
GREG. Se non fossi sicuro direi....
WERLE. Ti comprendo, non vuoi nulla da me. Ebbene ora ti si presenta
l’occasione per renderti indipendente.
GREG. In che modo?
WERLE. Quando ti scrissi di venire in città.... (_parla
impacciatissimo_)
GREG. Ma infine che vuoi da me? È tutto il giorno che desidero saperlo.
WERLE. Ti propongo di entrare socio nella mia azienda.
GREG. Io, tuo socio?
WERLE. Sì, non c’è bisogno di vivere uniti, tu dirigerai l’azienda in
città, io mi ritirerò alle miniere.
GREG. Tu lassù?
WERLE. Sì; sento che invecchio, non lavoro più con l’ardore di un tempo
e poi i miei occhi continuano a indebolirsi.
GREG. Furono sempre deboli.
WERLE. Non mai come adesso. Eppoi ora desidero quel soggiorno.
Ascoltami Gregorio. Noi due, non ci siamo mai amati; ma però siamo
sempre padre e figlio. Cerchiamo di stabilire una specie di accordo.
GREG. In apparenza?!
WERLE. Sarebbe sempre qualche cosa. Riflettici.
GREG. (_fissandolo_) Dove miri?
WERLE. Perchè?
GREG. Tu hai bisogno di me?
WERLE. Un padre ha sempre bisogno di suo figlio.
GREG. Queste sono parole.
WERLE. Ti vorrei in casa per qualche tempo; io sono solo, Gregorio, e
fui sempre solo durante tutta la mia vita. Ora che sono vecchio questo
abbandono mi fa male; abbisogno di qualcuno.
GREG. Hai la Sorbi.
WERLE. È vero; ormai quella donna mi è diventata indispensabile, lei
sola arreca un soffio di vita nella mia casa.
GREG. Ma hai ciò che desideri!
WERLE. Temo che ciò non possa durare; questa donna in faccia al mondo
occupa un posto equivoco, temo che presto si stancherà. E, se non si
stancherà, perchè ha per me della vera affezione, temo che abbia a
stancarsi delle calunnie.... Tu Gregorio, tu sei giusto... dovresti
comprendere....
GREG. (_interrompendolo_) Sii franco, la vuoi sposare?
WERLE. E se avessi questa intenzione mi contrarieresti tu?
GREG. No.
WERLE. Credevo, che per riguardo a tua madre....
GREG. Non sono uno sciocco.
WERLE. Mi hai tolto una spina dal cuore.
GREG. (_fissandolo_) Ora capisco come ti sei servito di me.
WERLE. Servirmi di te? Che brutta espressione!
GREG. Non misuriamo le parole.... almeno a quattr’occhi. (_ride_)
Ed è per sposare la Sorbi che mi facesti venire in città; per lei mi
proponevi una vita quieta.... Una vita di famiglia. La riconciliazione
tra padre e figlio.
WERLE. Non parlare così.
GREG. Ma quando abbiamo conosciuto noi la vita di famiglia? Certo,
sarà un bello spettacolo nel vedere il figlio assistere alle nozze
del padre; testimonio ai suoi amori..... Oh! povera morta, di te che
tanto hai sofferto, che resta ormai? Anche tuo figlio è sul punto di
dimenticarti.
WERLE. Io credo che nessun uomo al mondo ti disgusti quanto me.... Mi
hai sempre guardato con gli occhi di tua madre. (_abbassando la voce_)
Ma ricordati che spesso tua madre aveva un velo sugli occhi.
GREG. (_molto commosso_) Ti comprendo.... Ma chi fu colpevole nella
disgraziata malattia di mia madre?... Tu, tu e.... e quelle.... e
l’ultima di esse fu quella giovane che desti in moglie ad Ekdal.
WERLE. (_alzando le spalle_) Mi pare di rivedere tua madre.
GREG. (_come parlando a sè_) E quell’uomo vive nella sua innocenza,
ignaro dell’inganno. Vive con una donna che... Lui non sa come la sua
casa sia fabbricata sulla menzogna. (_avvicinandosi a suo padre_) La
tua vita mi sembra un campo cosparso di membra umane.
(_A questo punto il piano-forte cessa di suonare_).
WERLE. (_con voce asciutta_) Temo che la distanza che ne separa sia
troppo grande.
GREG. (_inchinandosi freddamente_) Me ne ero accorto, per questo me ne
vado.
WERLE. Parti?
GREG. Sì. Oramai ho uno scopo, per raggiungere il quale posso vivere.
WERLE. E sarebbe?
GREG. Rideresti se te lo dicessi.
WERLE. Un uomo melanconico come me non ride mai. (_Si odono gli ospiti
ridere e si vede la Sorbi che con gli occhi bendati rincorre degli
invitati fino al salone della festa_).
GREG. (_additando al fondo_) Vedi là, dei consiglieri, dei dignitari
che si rincorrono con la signora Sorbi.... Buona notte. Addio. (_parte
per la porta di destra in fondo_)
WERLE. (_dopo che è partito_) Poveretto e vuole sostenere che non è
pazzo! (_si avvia lentamente verso il fondo_)