Non era passata una settimana che già Nancy aveva scoperto che è ardua
cosa essere la madre di una celebrità. Torrenti di lettere le piovevano
in casa, e tutte domandavano delle risposte; diluvi di estranei le
invadevano il tranquillo appartamento nel Vinohrady e tutti
s'aspettavano di essere ricevuti.
A partire dalle sette del mattino, giovani violinisti rivali
passeggiavano sotto le loro finestre per sentire se Anne-Marie studiava;
e che cosa studiava; e come studiava. Ragionavano che, per suonare così,
certo doveva studiare tutto il giorno. Non udendola, erano convinti che
si esercitava su un violino muto, e se ne andavano delusi e amareggiati.
Verso le dieci la sorridente cameriera, Lori, aveva già aperto la porta
a due o tre giornalisti, a due o tre impresarii, a due o tre mamme con
due o tre bambini; e nessuno di essi pareva sentire la necessità di
andare a casa a far colazione.
Facevano a Nancy molte domande e le davano molti consigli. E i
giornalisti prendevano molte note.
--Quante ore al giorno studia la bambina?
--Due o tre ore,--rispondeva Nancy.
--Troppo!--esclamavano le madri.
--Troppo poco!--esclamavano gli impresarii.
E i giornalisti prendevano note.
--A che età ha cominciato?
--Tra i sette o gli otto anni,--rispondeva Nancy.
--Troppo presto!--gridavano le madri.
--Troppo tardi,--gridavano gli impresarii.
--Dorme, di notte?--domandavano le madri.
--Che onorari vi aspettate?--chiedevano gli impresarii.
--Perchè la vestite di celeste?--chiedevano le madri.
--Perchè non la vestite da maschio e dite che ha cinque
anni?--chiedevano gli impresarii.
--Speriamo che la lascerete suonare molto per beneficenza,--dicevano le
madri.
--Speriamo che non la lascerete mai suonare per beneficenza,--dicevano
gli impresarii.
--Chi sa com'è nervosa!--dicevano le madri.
--Chi sa quanti quattrini guadagnerà!--dicevano gli impresarii.
E i giornalisti prendevano note.
Uscendo, gli impresarii dicevano a Lori:
--E' vero che ha sedici anni e le danno del «whiskey», per tenerla
piccola?
E le madri uscendo dicevano a Lori:
--E' vero che suo padre la bastona tutto il giorno per farla studiare?
E Nancy era mortificata e piangeva.
Ma Anne-Marie in quell'ore andava fuori a passeggio con Fräulein e, coi
capelli stretti in due treccie per non farsi riconoscere, saltellava nel
parco e giocava al cerchio e alla palla colle bambinette boeme che non
sapevano che ella fosse una celebrità. E le bambine boeme le tiravano le
treccie e le davano dei pizzicotti e mettevano anche fuori la lingua,
sempre non sapendo che fosse una celebrità. (E se lo avessero saputo,
avrebbero fatto lo stesso). Anche Anne-Marie non sapeva di essere una
celebrità; e voleva molto bene alle bambine boeme che mettevano fuori la
lingua e le tiravano i capelli.
Frattanto la fama del «Wunderkind» era arrivata a Vienna; e tosto
Anne-Marie fu invitata a suonare in quella città nella grande sala del
Musik-Verein.
Dissero addio al Professore con molte lagrime di riconoscenza, e
partirono, portando via il suo miglior violino e il suo unico
assistente, perchè fu deciso che Bemolle andrebbe con loro a Vienna, per
portare il violino, e fare le commissioni, e badare ai bagagli; e
sopratutto per incaricarsi, quale uomo pratico, di trattare gli affari.
Perchè di ciò che riguardava gli affari, nè Fräulein, nè Anne-Marie--e
meno ancora Nancy--potevano dirsi competenti. Anche Bemolle era
nervosissimo a questo proposito, perchè, come diceva lui, di transazioni
finanziarie non ne aveva mai fatte in vita sua. Ma il Professore (che di
affari se ne intendeva quanto Anne-Marie) s'incaricò di addottrinarlo.
--Bada,--disse a Bemolle,--che bisogna diffidare degli impresarii. Tutti
lo dicono.
--Lo so,--disse Bemolle, già terrorizzato.
--Bisogna essere armati di tutto punto,--continuò il Professore.--Vedi;
tu dopo il concerto vai alla cassa, e lì c'è l'agente o l'impresario che
ti dà tutti i biglietti e tutto il denaro che ha preso. E tu devi
contare i biglietti e contare il denaro; e devono corrispondere. Vedi?
Sì, Bemolle vedeva.
E così partì, armato di tutto punto. E seguì a puntino i consigli
datigli dal Professore. Sempre, in tutte le città, dopo tutti i
concerti, si presentava con aria d'uomo positivo e rotto agli affari,
alla cassa, dove il sorridente agente o impresario aveva già fatto da
due ore i conti. E Bemolle prendeva con viso fosco e aria importante il
nitido «bordereau», e i bene ordinati biglietti d'ingresso, e i denari
ben accomodati a pacchi e mucchietti.
Allora Bemolle guardava accuratamente il bordereau, e contava i
biglietti, e contava i denari; (il sorridente impresario intanto
girellava fumando, o se n'andava addirittura, osservando a Bemolle che
tanto aveva completa fiducia in lui!) E tutto corrispondeva sempre con
la massima accuratezza.
Dunque dal lato affari le cose erano in ordine; e Bemolle si domandava
perchè mai fosse prevalente quell'ingiusta superstizione riguardo alla
disonestà degli impresarii.
La immensa sala del Musik-Verein era affollata per il primo concerto di
Anne-Marie. Era gremita e rigurgitante per il secondo, e per il terzo, e
per il quarto. Una bionda arciduchessa invitò la fanciulletta a suonare
per i suoi bambini, e la piccola bocca di Anne-Marie apprese a formulare
le frasi che si rivolgono alle Altezze Reali, e le sue gambette nere
furono addestrate a inchini e riverenze.
Poi fu Berlino che telegrafò perchè venisse «das Wunderkind»; e la
piccina miracolosa andò a Berlino e suonò del Bach e del Beethoven nella
consacrata «Saal der Philharmonie». Due vecchi alti e canuti vennero
alla fine del concerto a vederla nella sala degli artisti; e
solennemente le baciarono la fronte innocente ed ispirata, invocando su
lei la benedizione del cielo.
Quando partirono, Nancy vide Bemolle che si precipitava dietro a loro;
vide le due venerande figure fermarsi e parlare con lui, poi,
sorridendo, stringergli la mano.
--Ma che cosa avete fatto, Bemolle?--chiese Nancy.
E Bemolle, che dal debutto di Anne-Marie in poi pareva costantemente
dibattersi in un mare di commozioni, esclamò col viso pallido e gli
occhi rossi:
--Ho stretto la mano a Max Bruch e a Joachim! Ora non m'importa di
morire!
E sempre alla fine dei concerti la folla aspettava all'uscita la piccola
Anne-Marie. Ed essa passava tra le grida d'evviva, tra gli applausi e le
acclamazioni, sorridendo a destra, sorridendo a sinistra, salutando da
una parte e dall'altra, ringraziando e sorridendo ancora. E dietro a lei
veniva Nancy, tremante e commossa, ringraziando, sorridendo,
salutando...
Sovente la folla era così grande che la bambina non poteva passare; e
doveva essere portata a braccia traverso la calca, ridendo dall'alto a
tutti, e agitando le mani piene di fiori. Poi era uno stiparsi ed
accalcarsi intorno alla carrozza. Nancy vi entrava dietro ad Anne-Marie
come poteva, affannata e ansante, lagrimosa e ridente. Le portiere erano
chiuse, e via! si partiva al galoppo, mentre Anne-Marie salutava ancora,
ridendo e picchiando le dita ai vetri, prima dell'una finestra e poi
dell'altra, in segno d'addio... Finalmente le grida e gli applausi, e i
giovani che ancora tentavano di seguire la carrozza a corsa, tutti
erano lasciati indietro, e la piccina ricadeva con un piccolo sospiro di
gioia nelle braccia di sua madre.
--Ti è piaciuto il mio concerto, Liebstes? Ho suonato bene, cara mamma
mia?
Era quella l'ora felice di Nancy. Durante i concerti essa non
viveva--quasi non respirava: sedeva immobile, agghiacciata di paura. I
concerti stessi erano per lei una tortura: la tramutavano in una statua
di terrore, la avviluppavano di spavento come di un lenzuolo di
ghiaccio.
Mentre la piccola Anne-Marie suonava, calma e estatica, lievemente mossa
dall'alitare della melodia come ondeggia un fiore al vento--Nancy
bianca, rigida, agghiacciata dal panico, sedeva in mezzo al pubblico
(dove Anne-Marie sempre la voleva); teneva le mani convulsamente
strette, e sentiva il suo cuore martellare rapido e cupo nelle tempia.
L'azzurra luce sognante degli occhi di Anne-Marie girava per l'uditorio,
poi si fermava sul viso di sua madre... E l'angelica figurina suonante
sorrideva.
Nancy si sforzava allora di rispondere a quel sorriso: Anne-Marie la
vedeva torcere la bocca in una smorfia strana, un sorriso terrorizzato
che rimaneva poi impietrito su quel viso stravolto dalla paura.
Allora la bambina, anche mentre suonava, era presa dalla voglia di
ridere. E se, per l'appunto stava eseguendo qualche sbalorditiva
difficoltà del Paganini, qualche fantastica bravura dell'Ernst o del
Bazzini, essa fissava il volto terrorizzato di sua madre, e un lampo
malizioso le scintillava negli occhi. Intanto sulle corde le dita
correvano, balzavano, balenavano, e l'arco volava aereo, come un raggio,
come una saetta!
Nancy, guardandola, e sempre foggiando le pallide labbra a
quell'agghiacciato sorriso, diceva tra sè e sè:
--Mio Dio! mio Dio! adesso si fermerà, dimenticherà, si confonderà! Non
è possibile che tenga a mente quelle mille e mille note! Adesso si
romperà una corda! Mio Dio mio Dio! ora succederà qualche cosa! e se il
mio cuore continua a battere così, io cadrò per terra, e morirò.
Ma nulla accadeva--e Nancy non moriva; e il pezzo finiva. E gli applausi
crepitavano e scrosciavano intorno a lei.
Il concerto terminava... E poi erano insieme, sole insieme, nella
movente penombra della carrozza piena di fiori.
--Sei felice, mamma mia cara?
--Sì, sì, sì! sono felice, adorata mia!
Nel mite mese di maggio andarono a Londra.
Londra! la patria del padre di Nancy--Londra, vicina all'Hertfordshire,
dove Nancy aveva passato i primi otto anni della sua vita!
A bordo dell'agitato battello sulla Manica, Nancy additò alla sua
bambina le bianche scogliere britanniche.
--Guarda piccola mia,--e la sua voce era tremante e intenerita,--quella
è l'Inghilterra!
--Lo so,--disse Anne-Marie.
--Devi amare l'Inghilterra,--disse Nancy.
--Vedremo,--rispose il prodigio, che non intendeva d'amare su comando.
Fräulein Müller era agitata da mille reminiscenze. Era lì, a Dover, che
la madre di Nancy,--Valeria--dolce e giovine e Italiana, le era venuta
incontro ventiquattro anni fa!... Avevano preso il thè, con pane e
burro, nel treno... Avevano entrambe perduto l'ombrello... e pioveva...
Anche oggi pioveva, grevemente, malinconicamente, sul triste paesaggio
verde della contea di Kent, che il treno attraversava, correndo verso
Londra.
Bemolle, rannicchiato in un angolo colla fronte appoggiata al vetro
lacrimoso, pensava all'Italia.
Rivedeva un villaggetto ai piedi dell'Appennino, dove la sua vecchia
madre viveva, rassegnata e solitaria, seguendo coi semplici pensieri il
figlio errabondo in paesi lontani. Egli doveva ritornarle un giorno
celebre e ricco: partendo non le aveva egli promesso che quando si
sarebbe data la sua prima Opera alla Scala di Milano, vi avrebbero
assistito insieme, loro due, in un palco colle tende di velluto
rosso?... Anche l'opera di Bemolle aspettava, mentre egli correva per
l'Europa portando il violino di Anne-Marie. Anche Bemolle era uno dei
Divorati.
Il primo concerto a Londra ebbe luogo otto giorni dopo il loro arrivo.
Il «Manager», roseo e pulito, con una faccia di bambino ben lavato su
due spalle d'Ercole, girava per i corridoi del Queen's Hall battendo
sulle spalle i conoscenti, i critici e gli intenditori.
--Che cosa ne dite, eh? Rivelazione! Miracolo! Io non ho mai creduto
alla storia di Giona che ha vissuto tre giorni nella balena. Ebbene,
adesso ci credo. Adesso credo a tutto. Se questa bambina può suonare
così il concerto di Beethoven, non c'è una ragione al mondo perchè non
si possa vivere in una balena. Non vi sono più miracoli. Non vi sono più
impossibilità.
--E' vero,--dicevano i musicisti inglesi.--E' proprio vero. Ah! la
musica! Come innalza! Come commuove! Allora domattina siamo intesi, si
va a giocare al golf?