XXI.

Non era passata una settimana che già Nancy aveva scoperto che è ardua

cosa essere la madre di una celebrità. Torrenti di lettere le piovevano

in casa, e tutte domandavano delle risposte; diluvi di estranei le

invadevano il tranquillo appartamento nel Vinohrady e tutti

s'aspettavano di essere ricevuti.

A partire dalle sette del mattino, giovani violinisti rivali

passeggiavano sotto le loro finestre per sentire se Anne-Marie studiava;

e che cosa studiava; e come studiava. Ragionavano che, per suonare così,

certo doveva studiare tutto il giorno. Non udendola, erano convinti che

si esercitava su un violino muto, e se ne andavano delusi e amareggiati.

Verso le dieci la sorridente cameriera, Lori, aveva già aperto la porta

a due o tre giornalisti, a due o tre impresarii, a due o tre mamme con

due o tre bambini; e nessuno di essi pareva sentire la necessità di

andare a casa a far colazione.

Facevano a Nancy molte domande e le davano molti consigli. E i

giornalisti prendevano molte note.

--Quante ore al giorno studia la bambina?

--Due o tre ore,--rispondeva Nancy.

--Troppo!--esclamavano le madri.

--Troppo poco!--esclamavano gli impresarii.

E i giornalisti prendevano note.

--A che età ha cominciato?

--Tra i sette o gli otto anni,--rispondeva Nancy.

--Troppo presto!--gridavano le madri.

--Troppo tardi,--gridavano gli impresarii.

--Dorme, di notte?--domandavano le madri.

--Che onorari vi aspettate?--chiedevano gli impresarii.

--Perchè la vestite di celeste?--chiedevano le madri.

--Perchè non la vestite da maschio e dite che ha cinque

anni?--chiedevano gli impresarii.

--Speriamo che la lascerete suonare molto per beneficenza,--dicevano le

madri.

--Speriamo che non la lascerete mai suonare per beneficenza,--dicevano

gli impresarii.

--Chi sa com'è nervosa!--dicevano le madri.

--Chi sa quanti quattrini guadagnerà!--dicevano gli impresarii.

E i giornalisti prendevano note.

Uscendo, gli impresarii dicevano a Lori:

--E' vero che ha sedici anni e le danno del «whiskey», per tenerla

piccola?

E le madri uscendo dicevano a Lori:

--E' vero che suo padre la bastona tutto il giorno per farla studiare?

E Nancy era mortificata e piangeva.

Ma Anne-Marie in quell'ore andava fuori a passeggio con Fräulein e, coi

capelli stretti in due treccie per non farsi riconoscere, saltellava nel

parco e giocava al cerchio e alla palla colle bambinette boeme che non

sapevano che ella fosse una celebrità. E le bambine boeme le tiravano le

treccie e le davano dei pizzicotti e mettevano anche fuori la lingua,

sempre non sapendo che fosse una celebrità. (E se lo avessero saputo,

avrebbero fatto lo stesso). Anche Anne-Marie non sapeva di essere una

celebrità; e voleva molto bene alle bambine boeme che mettevano fuori la

lingua e le tiravano i capelli.

Frattanto la fama del «Wunderkind» era arrivata a Vienna; e tosto

Anne-Marie fu invitata a suonare in quella città nella grande sala del

Musik-Verein.

Dissero addio al Professore con molte lagrime di riconoscenza, e

partirono, portando via il suo miglior violino e il suo unico

assistente, perchè fu deciso che Bemolle andrebbe con loro a Vienna, per

portare il violino, e fare le commissioni, e badare ai bagagli; e

sopratutto per incaricarsi, quale uomo pratico, di trattare gli affari.

Perchè di ciò che riguardava gli affari, nè Fräulein, nè Anne-Marie--e

meno ancora Nancy--potevano dirsi competenti. Anche Bemolle era

nervosissimo a questo proposito, perchè, come diceva lui, di transazioni

finanziarie non ne aveva mai fatte in vita sua. Ma il Professore (che di

affari se ne intendeva quanto Anne-Marie) s'incaricò di addottrinarlo.

--Bada,--disse a Bemolle,--che bisogna diffidare degli impresarii. Tutti

lo dicono.

--Lo so,--disse Bemolle, già terrorizzato.

--Bisogna essere armati di tutto punto,--continuò il Professore.--Vedi;

tu dopo il concerto vai alla cassa, e lì c'è l'agente o l'impresario che

ti dà tutti i biglietti e tutto il denaro che ha preso. E tu devi

contare i biglietti e contare il denaro; e devono corrispondere. Vedi?

Sì, Bemolle vedeva.

E così partì, armato di tutto punto. E seguì a puntino i consigli

datigli dal Professore. Sempre, in tutte le città, dopo tutti i

concerti, si presentava con aria d'uomo positivo e rotto agli affari,

alla cassa, dove il sorridente agente o impresario aveva già fatto da

due ore i conti. E Bemolle prendeva con viso fosco e aria importante il

nitido «bordereau», e i bene ordinati biglietti d'ingresso, e i denari

ben accomodati a pacchi e mucchietti.

Allora Bemolle guardava accuratamente il bordereau, e contava i

biglietti, e contava i denari; (il sorridente impresario intanto

girellava fumando, o se n'andava addirittura, osservando a Bemolle che

tanto aveva completa fiducia in lui!) E tutto corrispondeva sempre con

la massima accuratezza.

Dunque dal lato affari le cose erano in ordine; e Bemolle si domandava

perchè mai fosse prevalente quell'ingiusta superstizione riguardo alla

disonestà degli impresarii.

La immensa sala del Musik-Verein era affollata per il primo concerto di

Anne-Marie. Era gremita e rigurgitante per il secondo, e per il terzo, e

per il quarto. Una bionda arciduchessa invitò la fanciulletta a suonare

per i suoi bambini, e la piccola bocca di Anne-Marie apprese a formulare

le frasi che si rivolgono alle Altezze Reali, e le sue gambette nere

furono addestrate a inchini e riverenze.

Poi fu Berlino che telegrafò perchè venisse «das Wunderkind»; e la

piccina miracolosa andò a Berlino e suonò del Bach e del Beethoven nella

consacrata «Saal der Philharmonie». Due vecchi alti e canuti vennero

alla fine del concerto a vederla nella sala degli artisti; e

solennemente le baciarono la fronte innocente ed ispirata, invocando su

lei la benedizione del cielo.

Quando partirono, Nancy vide Bemolle che si precipitava dietro a loro;

vide le due venerande figure fermarsi e parlare con lui, poi,

sorridendo, stringergli la mano.

--Ma che cosa avete fatto, Bemolle?--chiese Nancy.

E Bemolle, che dal debutto di Anne-Marie in poi pareva costantemente

dibattersi in un mare di commozioni, esclamò col viso pallido e gli

occhi rossi:

--Ho stretto la mano a Max Bruch e a Joachim! Ora non m'importa di

morire!

E sempre alla fine dei concerti la folla aspettava all'uscita la piccola

Anne-Marie. Ed essa passava tra le grida d'evviva, tra gli applausi e le

acclamazioni, sorridendo a destra, sorridendo a sinistra, salutando da

una parte e dall'altra, ringraziando e sorridendo ancora. E dietro a lei

veniva Nancy, tremante e commossa, ringraziando, sorridendo,

salutando...

Sovente la folla era così grande che la bambina non poteva passare; e

doveva essere portata a braccia traverso la calca, ridendo dall'alto a

tutti, e agitando le mani piene di fiori. Poi era uno stiparsi ed

accalcarsi intorno alla carrozza. Nancy vi entrava dietro ad Anne-Marie

come poteva, affannata e ansante, lagrimosa e ridente. Le portiere erano

chiuse, e via! si partiva al galoppo, mentre Anne-Marie salutava ancora,

ridendo e picchiando le dita ai vetri, prima dell'una finestra e poi

dell'altra, in segno d'addio... Finalmente le grida e gli applausi, e i

giovani che ancora tentavano di seguire la carrozza a corsa, tutti

erano lasciati indietro, e la piccina ricadeva con un piccolo sospiro di

gioia nelle braccia di sua madre.

--Ti è piaciuto il mio concerto, Liebstes? Ho suonato bene, cara mamma

mia?

Era quella l'ora felice di Nancy. Durante i concerti essa non

viveva--quasi non respirava: sedeva immobile, agghiacciata di paura. I

concerti stessi erano per lei una tortura: la tramutavano in una statua

di terrore, la avviluppavano di spavento come di un lenzuolo di

ghiaccio.

Mentre la piccola Anne-Marie suonava, calma e estatica, lievemente mossa

dall'alitare della melodia come ondeggia un fiore al vento--Nancy

bianca, rigida, agghiacciata dal panico, sedeva in mezzo al pubblico

(dove Anne-Marie sempre la voleva); teneva le mani convulsamente

strette, e sentiva il suo cuore martellare rapido e cupo nelle tempia.

L'azzurra luce sognante degli occhi di Anne-Marie girava per l'uditorio,

poi si fermava sul viso di sua madre... E l'angelica figurina suonante

sorrideva.

Nancy si sforzava allora di rispondere a quel sorriso: Anne-Marie la

vedeva torcere la bocca in una smorfia strana, un sorriso terrorizzato

che rimaneva poi impietrito su quel viso stravolto dalla paura.

Allora la bambina, anche mentre suonava, era presa dalla voglia di

ridere. E se, per l'appunto stava eseguendo qualche sbalorditiva

difficoltà del Paganini, qualche fantastica bravura dell'Ernst o del

Bazzini, essa fissava il volto terrorizzato di sua madre, e un lampo

malizioso le scintillava negli occhi. Intanto sulle corde le dita

correvano, balzavano, balenavano, e l'arco volava aereo, come un raggio,

come una saetta!

Nancy, guardandola, e sempre foggiando le pallide labbra a

quell'agghiacciato sorriso, diceva tra sè e sè:

--Mio Dio! mio Dio! adesso si fermerà, dimenticherà, si confonderà! Non

è possibile che tenga a mente quelle mille e mille note! Adesso si

romperà una corda! Mio Dio mio Dio! ora succederà qualche cosa! e se il

mio cuore continua a battere così, io cadrò per terra, e morirò.

Ma nulla accadeva--e Nancy non moriva; e il pezzo finiva. E gli applausi

crepitavano e scrosciavano intorno a lei.

Il concerto terminava... E poi erano insieme, sole insieme, nella

movente penombra della carrozza piena di fiori.

--Sei felice, mamma mia cara?

--Sì, sì, sì! sono felice, adorata mia!

Nel mite mese di maggio andarono a Londra.

Londra! la patria del padre di Nancy--Londra, vicina all'Hertfordshire,

dove Nancy aveva passato i primi otto anni della sua vita!

A bordo dell'agitato battello sulla Manica, Nancy additò alla sua

bambina le bianche scogliere britanniche.

--Guarda piccola mia,--e la sua voce era tremante e intenerita,--quella

è l'Inghilterra!

--Lo so,--disse Anne-Marie.

--Devi amare l'Inghilterra,--disse Nancy.

--Vedremo,--rispose il prodigio, che non intendeva d'amare su comando.

Fräulein Müller era agitata da mille reminiscenze. Era lì, a Dover, che

la madre di Nancy,--Valeria--dolce e giovine e Italiana, le era venuta

incontro ventiquattro anni fa!... Avevano preso il thè, con pane e

burro, nel treno... Avevano entrambe perduto l'ombrello... e pioveva...

Anche oggi pioveva, grevemente, malinconicamente, sul triste paesaggio

verde della contea di Kent, che il treno attraversava, correndo verso

Londra.

Bemolle, rannicchiato in un angolo colla fronte appoggiata al vetro

lacrimoso, pensava all'Italia.

Rivedeva un villaggetto ai piedi dell'Appennino, dove la sua vecchia

madre viveva, rassegnata e solitaria, seguendo coi semplici pensieri il

figlio errabondo in paesi lontani. Egli doveva ritornarle un giorno

celebre e ricco: partendo non le aveva egli promesso che quando si

sarebbe data la sua prima Opera alla Scala di Milano, vi avrebbero

assistito insieme, loro due, in un palco colle tende di velluto

rosso?... Anche l'opera di Bemolle aspettava, mentre egli correva per

l'Europa portando il violino di Anne-Marie. Anche Bemolle era uno dei

Divorati.

Il primo concerto a Londra ebbe luogo otto giorni dopo il loro arrivo.

Il «Manager», roseo e pulito, con una faccia di bambino ben lavato su

due spalle d'Ercole, girava per i corridoi del Queen's Hall battendo

sulle spalle i conoscenti, i critici e gli intenditori.

--Che cosa ne dite, eh? Rivelazione! Miracolo! Io non ho mai creduto

alla storia di Giona che ha vissuto tre giorni nella balena. Ebbene,

adesso ci credo. Adesso credo a tutto. Se questa bambina può suonare

così il concerto di Beethoven, non c'è una ragione al mondo perchè non

si possa vivere in una balena. Non vi sono più miracoli. Non vi sono più

impossibilità.

--E' vero,--dicevano i musicisti inglesi.--E' proprio vero. Ah! la

musica! Come innalza! Come commuove! Allora domattina siamo intesi, si

va a giocare al golf?

I divoratori: romanzo · 第 72 / 90 题