La casetta di Fräulein a Staten Island nel crepuscolo, coi lumi accesi e
con una piccola cuffia di neve sul tetto, pareva una cartolina d'auguri
Natalizi; e Nancy vedendola da lontano affrettò i trepidi passi. Era
arrivata a New York un'ora fa, e aveva lasciato tutte le sue cose al
porto, per correre al Gartenhaus senza perdere un istante. Le dita rosee
di Anne-Marie le serravano il cuore. Bisognava vederla subito! subito!
Fräulein, che era sempre vaga e nebulosa in fatto di orarii e di arrivi
di bastimenti, aveva deciso che era meglio non andarle incontro, anche
per evitare alla bambina l'attesa allo sbarco, sotto le gelide arcate
piene di gente e di correnti d'aria. Da tre giorni ella tratteneva in
casa Anne-Marie colla frase: «La tua mamma può essere qui da un momento
all'altro». Ma dopo le prime ore di febbrile aspettativa e di folli
corse al cancello per vedere se la mamma arrivava, Anne-Marie aveva
detto a Fräulein che era una bugiarda, ed essendo stata punita per ciò
(Fräulein l'aveva con gravità privata di un immaginario dolce di crema
che Anne-Marie sapeva essere inesistente) la bimba aveva sussurrato nel
peloso orecchio di Schopenhauer, che non crederebbe mai più una parola
di ciò che Fräulein le direbbe. Schopenhauer, di cui il nome era stato
scelto da Fräulein con intenti educativi, (cioè, come ella scrisse nel
suo diario «per sviluppare la mente infantile, familiarizzandola di
buon'ora coi nomi di Autori e di Filosofi») aveva abbaiato
scetticamente, dandole ragione; poichè anche a lui Fräulein con
sibilanti incoraggiamenti aveva detto: «Adesso viene mistress!
Schopenhauer, senti mistress! Cercala, Scioppi!»
Scioppi aveva subito cercato e annasato per tutto il giardino, fiutando
e graffiando lungo la siepe e scavando rapidi buchi nelle aiuole e
intorno ai cavoli primaticci; ma ben presto aveva compreso che
«Mistress» era una vana parola, un mero suono--eccitante, ma illusorio.
E così, per averla troppo presto e troppo a lungo attesa, nessuno
aspettava Nancy quando essa entrò per il piccolo cancello e traversò
correndo i minuscoli viali del giardino.
Il cuore le batteva in trepida gioia. Quante paure, quante ansie aveva
avuto per Anne-Marie! Durante gli ultimi giorni della traversata, era
stata assalita da angoscianti e tragiche immaginazioni. Mio Dio! Se
Anne-Marie correndo attorno per l'isola fosse caduta in mare? Se il
piccolo fox-terrier fosse diventato idrofobo e l'avesse morsicata? Se un
automobile--il cuore di Nancy diede un balzo, e ricadde come una palla
di piombo, facendola venir meno per il terrore di quella reminiscenza...
No! non ci penserebbe più a queste terribili cose! Non ci penserebbe più
affatto.
Ma--se Anne-Marie avesse la scarlattina?! D'un tratto Nancy si sentì
convinta che Anne-Marie aveva la scarlattina, e che arrivando a Staten
Island vedrebbe sventolare dal balconcino del Gartenhaus la bandieretta
rossa che avverte...
Nancy era sulla soglia e si apprestò a battere alla porta. Poi, prima di
osarlo, si lasciò cadere in ginocchio sul gradino coperto di neve, e
congiunse in puerile gesto di preghiera le mani:
--Signore, fate ch'io trovi Anne-Marie sana e felice! Così sia.
Quasi in risposta alla sua preghiera un suono le colpì l'orecchio: un
accordo di dolcezza e d'armonìa... poi una lunga nota tenuta e vibrante,
seguìta da un rapido gruppetto di note, scoppiettanti e perlate come una
risata--
_Il violino!_
Nancy balzò dalla soglia e corse sotto la finestra del pian terreno
illuminata. S'arrampicò sulle roccie ornamentali ammonticchiate sotto
alla finestra e, lacerandosi le mani ai spogli rami dei rosai, riuscì ad
afferrare il davanzale della finestra e a spingere lo sguardo traverso i
vetri chiusi e le lievi tende di mussola. E vide Anne-Marie.
Ritta nel cerchio di luce della lampada, col violino alto sul braccio
sinistro e la guancia lievemente posata allo strumento, essa pareva un
piccolo angelo musicante di Beato Angelico. Teneva le palpebre
abbassate, fluttuanti capelli biondi le ondeggiavano sul viso, lievi e
increspati come l'acqua d'un ruscello d'oro.
La gola di Nancy si strinse, e il divino quadro tremò e si confuse
davanti ai suoi occhi. Poi la mente di Nancy vacillò, ascoltando. La
bambina suonava come un'artista. Trilli e arpeggi le scorrevano dalle
dita come cascatelle d'argento. Talvolta un accordo pieno e sonoro ne
arrestava la saltellante leggerezza; poi subito scaturivano nuovi
trilli, nuove scale rapide e chiare come razzi di luce, sprizzando di
musica il crepuscolo.
La mano di Nancy scivolò dall'orlo del davanzale, e un ramo del rosaio
picchiò nel vetro. Subito s'udì l'acuto e insistente abbaiare del cane;
rapidi passi nel corridoio--e la porta fu aperta dalla sorridente
Elisabeth.
Ed ecco Fräulein tutta esclamazioni e domande, ed ecco--ecco Anne-Marie
chiusa nelle materne braccia!
Palpitante e viva e stretta se la tenne sul cuore, la sua creatura,
ringraziando Iddio per i morbidi capelli che le sfioravano il viso, per
la fresca guancia che odorava di sapone, per l'alito dolce che sentiva
d'erba e di fiori.
--Anne-Marie! Anne-Marie! Adorata! Sei stata triste? Dimmi, dimmi. Mi
hai desiderata tanto? Hai avuto nostalgia di me?
Anne-Marie singhiozzava disperatamente:
--No! no! no! solo adesso! solo adesso!
--Ma adesso mi hai, tesoro mio!
--Non importa! Ma adesso ho la nostalgia, ho la nostalgia,--gridò
Anne-Marie incoerente e disperata.
E sua madre la comprese.--Le madri comprendono.
--Anne-Marie! Non ti lascierò mai più. Te lo prometto.
Anne-Marie la guardò traverso le luccicanti lagrime. Sporse la manina
umida.
--Parola d'onesto Indiano?--disse gravemente.
--Parola d'onesto Indiano,--disse Nancy mettendo solennemente la sua
mano in quella di sua figlia.
Schopenhauer, contorcendosi per gli abbaiamenti e i dimenamenti di coda,
fu carezzato e ammirato, e dimostrò la sua bravura nello stare seduto
sulle zampe posteriori, colla schiena appoggiata al muro. E Fräulein
narrò tutte le notizie riguardo ai cibi che aveva mangiato Anne-Marie, a
cui la tapioca non dispiaceva più, ma a cui le prugne cotte dispiacevano
sempre. Poi siccome era tardi e Anne-Marie doveva andare a letto, tutti
la accompagnarono disopra, anche Schopenhauer. E mentre Elisabeth
slacciava nastrini e bottoni, e Fräulein spazzolava i capelli dorati e
ne faceva due treccie, Nancy in ginocchio davanti alla piccina rideva
con lei e la baciava; e Schopenhauer le mangiava le scarpette.
Quando fu in letto, Nancy e Fräulein la lasciarono; ma Elisabeth e
Schopenhauer dovettero rimanere--come sempre--seduti nel buio vicino a
lei, finchè si addormentava.
--Ma Fräulein, Fräulein! come la vizii!--disse Nancy scendendo, a
braccetto con lei, le piccole scale.
--Zitta,--disse Fräulein misteriosamente.--Ti spiegherò.
E quando furono nel salotto--dove il violino di Anne-Marie era sul
tavolo, e il suo arco su una sedia a bracciuoli, e un suo pezzetto di
pece sul sofà--Fräulein si fermò e disse con voce solenne:
--Ma tu non sai che quella creatura è un Genio?--Nella voce di Fräulein,
pronunciando la parola «Genio» eravi timore riverenziale, omaggio e
genuflessione.
Nancy sedette, e fissò con sguardo distratto il pezzetto di pece
attaccato al quadrello di panno verde, buttato sul sofà. «Un Genio!» La
parola, e il tono di trepidante stupore in cui fu pronunciato, le destò
nel cuore un ricordo.
Anni fa, quando la Gloria si era schiusa come un immenso fiore di luce
innanzi a lei, e che, all'improvviso fragore del suo successo, tutti i
poeti d'Italia erano venuti a felicitarla e ad adularla--Uno non era
venuto. Quegli era il grande Cantore della rivolta, il Poeta pagano
della nuova Roma. Egli era il Genio, il puro e formidabile Genio latino,
ora glorificato, ora vituperato dall'impetuosa ed esaltata gioventù
d'Italia. Viveva solitario e lontano dal mondo, sordo ai clamori che si
facevano intorno al suo nome; disdegnoso di laudatori come di
detrattori; impassibile dinanzi all'invettiva o all'acclamazione.
A trovar lui--dietro suo laconico consenso--Nancy stessa era andata. Un
discepolo, lungo di barba e breve di parola, era venuto a prenderla, per
condurla alla casa del Poeta, sulle mura d'una turrita città...
Era una vecchia casa; e davanti ad essa Nancy ricordava di aver veduto
una sentinella che camminava in su e in giù col fucile sulla spalla.
Nancy, allora, aveva riso frivola e stolta:
--Oh! il Poeta ha il soldato di guardia perchè nessuno gli rubi le sue
idee!--aveva detto al discepolo.
Ma questi non aveva sorriso.
Poi ella era entrata sola in quella casa, perchè il discepolo non era
invitato.
Lo spirito del Silenzio regnava sulla fredda e buia scala.
La porta le era stata aperta da una pallida serva trasognata, di cui
l'unica missione al mondo pareva essere quella di non far rumore. Tre
tacite donne, figlie forse del Poeta, le avevano detto con voci sommesse
di prendere posto. Tutte avevano un'aria dolce e soggiogata come se
vivessero giorno per giorno con qualche cosa che le struggesse, che le
divorasse. E pareva che ne fossero contente. Esse esistevano unicamente
per badare a ciò che il Genio non fosse disturbato.
Ed ecco che la porta si aprì bruscamente e il Genio entrò. Era un fiero
uomo, colla testa grigia e leonina e gli occhi impazienti. E Nancy,
vedendolo, comprese che si potesse volentieri traversare la vita in
punta di piedi per non disturbarlo. Comprese che si abbassasse la voce e
si frenasse il gesto davanti a lui. Comprese che egli aveva il diritto
di divorare.
Egli teneva tra le mani il piccolo libro di Liriche. Poi parlò in
accenti brevi e staccati. Disse:
--Tre sole donne furono poeti: Saffo; Desbordes Valmore; Elisabetta
Browning. Ed ora--voi... Andate; e lavorate.
Pronunciò poche altre parole; e tutte colla voce austera e gli occhi
foschi sotto le ciglia aggrottate. Ma Nancy gli aveva detto addio,
tremante e abbagliata di felicità.
Le Divorate le avevano silenziosamente aperta la porta, ed ella già
scendeva, vacillante e col cuore inondato d'emozione, la scala--quando
udì un greve passo sopra a lei; si fermò e si guardò indietro.
Egli era uscito sul pianerottolo e la seguiva cogli occhi saettanti
sotto la fiera fronte. Essa si fermò e il cuore le batteva forte.
--Addio,--disse il Poeta.--Aspetto e confido.
Ella aveva mormorato:
--Grazie.
E poi era scesa rapida, colla vista turbata da subite lagrime, e non
s'era più voltata indietro. Ma sapeva che egli era rimasto lassù, fermo,
a guardarla.
«Aspetto e confido». Le tre parole l'avevano scossa e ridestata.
Suonavano come una fanfara nel suo cuore.
Ahimè! egli aveva aspettato e confidato invano.
Ella non aveva mai scritto un altro libro.
Ed ora i severi occhi non leggerebbero più nulla. E il grande cuore non
aspettava più.
*
* *
... Nancy fissava ancora, con occhi vacui, il piccolo pezzo di pece
ambrata, attaccato al pezzetto di panno verde, sul sofà--lo fissava
senza vederlo. Un Genio!... Era un Genio la sua piccola Anne-Marie?
Quella creaturina tenera e gaia come un uccelletto selvatico, era essa
uno dei Divoratori?
Sì. Regnava già nel Gartenhaus quell'atmosfera di peritante attesa, di
riverente silenzio, d'anelanza al sacrificio: l'atmosfera del
Divoratore. Fräulein parlava a voce bassa; Elisabeth e il cane stavano
seduti nel buio, mentre il Genio s'addormentava. Il suo violino
possedeva la tavola, il suo arco la poltrona, la sua pece il sofà. E
Fräulein aveva nei suoi atteggiamenti tutta la sua stupefazione d'una
Divorata.
--Quella bambina è un Genio,--continuava a ripetere.--Sarà come Wagner.
Ma molto più grande.
Poi parve risvegliarsi e ricordare le cose di minore importanza, le
piccole realtà della vita.
--Ah! ma non m'hai detto ancor nulla del tuo viaggio. Che cos'hai
combinato cogli editori? Il tuo libro quando escirà? Ma poverina,
poverina! devi essere stanca! devi aver fame!... Zitta! facciamo
piano!... La stanza della piccina è proprio qui sopra!--E Fräulein si
mise un timoroso indice sul labbro.--Se non ti spiace, ti preparerò la
cena in cucina. Anne-Marie, quando non è lei che mangia, non vuol sentir
rumore di piatti.