Davos scintillava adamantino e terso nel sole invernale.
Edith giaceva sulla terrazza dell'Hôtel Belvedere, con una coltre
ravvolta intorno alle ginocchia e un parasole aperto sul capo.
Era felice. Sua madre le aveva allora allora portato una lettera di
Nancy.
La piccola Nancy, che l'aspettava in Italia--(oh, non avrebbe avuto
molto da aspettare! Ancora un po' di tempo, ed Edith sarebbe
completamente guarita!)--le scriveva una lettera, tutta d'amore e di
tenerezza, dicendole di far presto a guarire! La vita senza Edith,
scriveva la bimba, era un brutto sogno; l'Italia senza Edith non era che
una macchietta verde e un nome sulla carta geografica, ma in realtà non
esisteva affatto! La zia Carlotta e la cugina Adele erano buone e care
persone con voci forti e risate larghe--come tutti, del resto, a
Milano--ma Nancy non le capiva e non le amava. Non amava che Edith. Non
voleva che rivedere Edith, essere vicina a Edith! e non lasciarla
più.--Ah, quasi dimenticava di dirle che aveva scritto due poesie in
italiano; e sua mamma le trovava più belle di tutte le altre cose
scritte prima. E addio! e arrivederci! e che Edith guarisse presto
presto, per poter tornare tutti insieme in Inghilterra ed essere felici.
V'era un affettuoso poscritto di Valeria che le diceva di essere buona e
di guarir presto.
Sì, sì! Edith sentiva che sarebbe guarita presto. Era l'ora in cui la
temperatura le saliva, e il leggiero frizzore che la febbre le metteva
nel sangue le dava un senso di eccitazione, quasi di fretta. Essa si
sentiva vivere, intensamente, smaniosamente.
Strinse sulle labbra la lettera della piccola Nancy, e riaffondò il capo
nei cuscini.
La sua seggiola a sdraio era la penultima di una lunga serie di seggiole
identiche, tutte in fila sulla terrazza a mezzogiorno dell'Hôtel
Belvedere. Da ambo i lati, Edith vedeva altre figure adagiate con coltri
e parasoli, come lei. La sua vicina di destra era una giovane russa, di
pochi anni, forse, maggiore di lei, con una faccia magra e contratta e
un rossore fisso al sommo delle gote. A sinistra giaceva Herr Fritz
Klasen, un tedesco di ventiquattro anni, fresco di carnagione, largo di
spalle, con grandi occhi azzurri e irrequieti.
Quando Edith volse lo sguardo verso di lui, egli subito le parlò.
--Come le piace Davos?--chiese.
--Tanto,--rispose Edith.
E il giovane approvò col capo e sorrise.
La ragazza russa aprì gli occhi neri e guardò Edith.
--E' appena arrivata?--domandò.
--Sì, da tre giorni soltanto,--rispose Edith.--E lei, da quanto tempo è
qui?
--Da quattro anni,--disse la ragazza, richiudendo gli occhi.
Edith volse il capo verso il giovane tedesco, scambiando con lui
un'occhiata di compassione.
--E lei?--gli domandò.
--Io sono qui da otto mesi,--rispose il giovane.--Sono guaritissimo, e
torno a casa in maggio.
La russa riaprì i cupi occhi infossati, ma non parlò.
--Va al ballo lei, questa sera?--chiese il giovane a Edith dopo un
momento di silenzio.
--Un ballo? qui?--domandò Edith, sorpresa.
--Già, già! Proprio in questo hôtel, nel gran salone. Sicuro, si balla
ogni mercoledì qui al Belvedere. E al Grand Hôtel ogni sabato. Questo è
un posto dove ci si diverte molto!--E il giovane diede un piccolo colpo
di tosse per schiarirsi la gola e canticchiò la «Valse bleue».
Quella sera Edith andò con sua madre nel gran salone, e sebbene non
ballasse, si divertì assai. La signora Avory le chiedeva ogni momento:
--Sei stanca? Sei stanca?
Ma Edith non era stanca. Sentiva nell'atmosfera intorno a lei un
vibrante e intenso eccitamento, a cui ella partecipava senza capirlo:
era il perturbante, febbrile eccitamento di una danza macabra.
Fritz Klasen le venne davanti e, dritto, battendo insieme i tacchi, si
presentò a sua madre e a lei.
--Mai più avrei pensato che Davos fosse così gaia,--disse la signora
Avory, levando sul viso del giovane i miti occhi celesti.
--Altro che gaia!--rispose lui, ridendo.--E' il posto più allegro del
mondo; non abbiamo tempo qui da perdere in malinconie.
Una signorina vestita di seta gialla si precipitò verso di lui:
--Presto. La quadriglia!--esclamò, prendendogli il braccio e
trascinandolo via.
Se ne andarono ridendo, e sdrucciolando come bimbi sul lucido
impiantito.
--Non pare ammalato, quel giovane,--osservò la signora Avory.
--E la ragazza neppure,--disse Edith.
--Ma nessuno qui sembra ammalato;--e la madre girò lo sguardo sulla gaia
folla danzante, chiedendosi con meraviglia se ciascuno di essi portava
chiuso in sè il funesto e spaventevole spettro che ella sapeva
rinserrato nel fragile petto di sua figlia.--Hai notato,--disse,--che
non si sente mai nessuno tossire?
--E' vero,--disse Edith.
Dopo una breve pausa, la signora Avory disse:
--Probabilmente tutta questa gente è qui per godersi gli sports
dell'inverno.
E per molto tempo, credette che fosse così. Vedeva intorno a sè visi
giovani, e guancie colorite, e occhi vividi; e udiva chiacchierare
molto, e ridere. Oh! sopratutto ridere, sempre ed eccessivamente.
V'erano balli e concerti, feste e bazars; e sempre e dapertutto si
ritrovavano gli occhi vividi e le guancie colorite e le folli risate.
Un'unica cosa singolare notava la signora Avory, ed era questa: quando,
nell'augurare la buona notte ai nuovi amici, stringeva loro le mani,
quelle mani erano strane al tocco, e la facevano trasalire. Non erano
come le mani dell'altra gente, della cui stretta non ci si accorge.
«Buona notte,» all'uno. («Dio, che mano calda!» pensava la signora
Avory). «Buona notte,» all'altro. («Che mano fredda e umida!») Mani di
fuoco e mani di ghiaccio; mani aride che parevano doversi sbriciolare al
tocco; mani umide che la facevano rabbrividire; deboli mani bagnate, da
cui le sue palme rifuggivano. Ognuna di esse narrava la sua tragica
storia. Ma i visi ridevano, ed i piedi danzavano e nessuno tossiva mai.
In breve anche Edith cessò di tossire. Il dottore glielo vietò. Ed essa
tossiva soltanto di notte; quando nessuno fuor che sua madre la poteva
udire.
Così passarono i giorni pieni di promesse, e pieni di delusioni. E
Edith, sottomessa, con passo lieve, andava verso il suo fato.
Una sola cosa le straziava l'anima: era il desiderio angoscioso, lo
struggimento intenso di vedere Nancy.
Nancy! Oh, Nancy! Nancy! Essa ripeteva piano quel nome mille volte al
giorno, e chiudendo gli occhi, tentava rievocare il visino allettatore e
i ricci neri ondeggianti al sommo della vaga testolina. Le pareva di
sentire un vuoto, quasi doloroso, nelle mani febbrili, per la smania di
stringere in esse quelle morbide mani infantili che in passato si erano
così soavemente aggrappate a lei.
La signora Avory la consolava. In primavera, o al più tardi in estate,
Edith rivedrebbe Nancy! Oh! certo, fra un mese o due Edith starebbe
benissimo! Purchè bevesse molte uova crude e fosse ragionevole.
E Edith beveva molte uova crude ed era ragionevole.
Primavera, esitante e timida, scalò i mille cinquecento metri di
montagna e arrivò a Davos alla fine di maggio.
Fritz Klasen partiva per tornare a Lipsia.
--Addio! addio!--Faceva il giro della terrazza nell'ora del riposo,
stringendo la mano a tutti, e dicendo: «Gute Besserung» e «Auf
wiedersehen in Deutschland!» a due o tre amici tedeschi.
Quando giunse presso la ragazza russa, questa dormiva. Edith lo salutò
con un sorriso radioso:
--Addio! sono tanto contenta per lei, che parta. Sono proprio tanto
contenta!
Quando egli fu partito, Edith si avvide che la russa aveva aperto gli
occhi e la guardava fissamente.
--Mi avete parlato?--domandò Edith.
--No,--disse la russa, nella sua strana voce vuota--Ho pensato.
Edith sorrise.
--Che cosa?
--Ho pensato: perchè mentite, voi?
Edith si rizzò a sedere facendosi rossa in viso.
--Come?--esclamò.
Rosalia Antonowa tenne i suoi occhi profondi inchiodati sul viso di
Edith.
--Avete detto che siete contenta di vederlo partire. Forse era
vero,--soggiunse.--Voi non siete qui che da poco!... Ma tra un anno, tra
due anni, tra quattro anni, le vostre labbra non potranno più
pronunciare tali parole, e il vostro cuore si stringerà per l'amarezza
quando un altro partirà, mentre voi sapete che non partirete mai. Mai!
Le fosche palpebre si richiusero.
Edith cercò qualche cosa di consolante da dire.
--Non bisognerebbe affliggersi di star qui. Davos è così divinamente
bella! Non si può non amare questo splendore azzurro, queste montagne,
folgoranti di neve e di sole.
--Oh! le montagne!--mormorò Rosalia, con le mani contratte.--Le montagne
che mi pesano sul petto! E la neve che mi agghiaccia e mi soffoca, e il
sole che mi brucia e mi accieca! Oh!--e alzò il pugno sottile verso
l'immensità che torreggiava intorno a lei.--Oh! questa indescrivibile,
questa mostruosa prigione della Morte!
In quel momento passò una giovinetta belga, con le labbra pallide e il
vitino stretto, e si fermò per domandare a Rosalia come stava.
--Male,--rispose la russa, brevemente.
Quando la ragazza fu passata, si rivolse ancora a Edith.
--E saprete allora cosa vogliono dire quando vi domandano: «come state».
Non è il solito «come va?» che si dice, passando, quasi senza pensarci.
No; qui ~vogliono sapere~. Lo domandano sul serio. «Come state? state
meglio di me? E' possibile che possiate guarire più presto di me? No,
no; mi pare che stiate un po' peggio di me... Come? da un mese non avete
emorragie? E nessuna febbre? Ma brava!! così va bene!...» E poi vedete
nei loro occhi l'odio che vi vorrebbe morta.
--Oh!--esclamò Edith,--non mi pare possibile!
La russa tacque per un po', poi disse.
--Klasen tornerà qui. Non è guarito. Il dottore gli aveva detto di non
partire. Vedrete che fra poco tornerà.
Tornò, diffatti, quattro mesi dopo. Edith fu desolata di vederlo così
pallido, quasi grigiastro, in faccia. Ora doveva fermarsi a Davos ancora
due o tre anni. Ma Klasen diceva che non gliene importava! Era felice.
Era sposato da un mese!
Difatti sua moglie era con lui; ed egli la presentò a Edith e alla
signora Avory il giorno dopo l'arrivo. Era una biondina di diciannove
anni--un fiore di sangue azzurro dell'aristocrazia tedesca--e aveva
voluto sposare Klasen malgrado le preghiere e i divieti dei genitori.
--Lo farò guarire io,--diss'ella ridendo alla signora Avory e a Edith.
L'estate era splendida; e la sposina usciva molto a far lunghe
passeggiate e gite in montagna; e la sera cantava in tutte le feste e i
concerti, perchè aveva una voce limpida e chiara, tutta trilli e
gorgheggi come quella di un'allodola. Nelle ore del riposo stava sulla
terrazza accanto a suo marito e vicino a Edith (poichè egli aveva
ripreso il suo antico posto); ma dopo un po', la bella biondina si
stancava di star lì; baciava in fronte suo marito e scappava a far delle
visite, o andava in carrozza a Klosters; o studiava qualche romanza
nuova.
I lucenti occhi azzurri di Klasen la seguivano; e la russa, dal suo
giaciglio, lo guardava, leggendogli in volto i pensieri. Essa leggeva:
«Ho preso moglie per non essere più solo--solo col mio male e il mio
terrore, nel giorno e nella notte. Ma sono ancora solo. Quando mia
moglie è con me, se io tosso, ella dice: «Povero tesoro!» E quando di
notte soffoco e sudo, essa, nel sonno, sospira: «Povero tesoro!». Poi si
volta dall'altra parte e dorme. E io sono solo, col mio male e il mio
terrore». E alla russa pareva di vedere che gli occhi di Klasen
ardessero di una luce che non era tutta amore.
Dopo qualche tempo la sposina cantò meno e fece meno visite.
Disse che era calata di peso; e un giorno andò con suo marito dal
dottore. Sì... infatti... qualche cosa c'era--oh, una cosa da
niente!--all'apice del polmone sinistro.
Così venne posta anche per lei una seggiola a sdraio sulla terrazza,
accanto a quella di suo marito; e anche lei nel pomeriggio riposava con
una coltre intorno, e un parasole sul capo.
Fritz teneva stretta la manina su cui brillava ancora nuovo l'anello
nuziale; e quando lei tossiva, era lui che diceva: «Povero tesoro»! E
non era più solo. Durante il giorno i due ridevano ed erano allegri; e
di notte Fritz dormiva meglio. Ma sua moglie restava sveglia, e pensava
alla sorellina e ai suoi due fratelli che erano a casa, sani e salvi,
col papà e la mamma.
Talvolta, e specialmente d'inverno, arrivavano a Davos dei turisti e
degli amanti di sport per restarvi una quindicina o un mese. La signora
Avory notava che questi ridevano molto meno degli ammalati.
E Fritz Klasen diceva:
--Guardate un po' come esagerano lo sport, pattinaggio, ski,
«bobsleigh», «curling»! Si logorano, si affaticano! Sì, sì,--aggiungeva
piano a sua moglie e a Edith,--quasi tutti quelli che vengono qui come
«sportsmen» ci tornano poi come ammalati.--E il suo risolino faceva
rabbrividire Edith.
La sposina talvolta sussurrava al marito:
--Guarda, guarda, Fritz! altri due, arrivati oggi!
--Ma forse sono turisti?
--No, no! sono ammalati...--E negli occhi giovanili che si volgevano ai
nuovi venuti, non v'era dolore.
Caddero, uno dietro l'altro, i giorni, come goccie stillanti, lente,
limpide, uguali. Fluirono i mesi. Svanirono gli anni. Ed Edith li varcò
con passo leggiero e sempre più leggiero. Ma ancora e sempre il
desiderio di rivedere Nancy le mordeva, con dente avvelenato, il cuore.
Ogni ora della sua giornata era amareggiata dallo struggimento di udire
quella voce trillante e puerile, di sentire nella sua il tocco di quella
tiepida manina. Pensava: «Se io morissi, Valeria permetterebbe a Nancy
di dirmi addio!». Poi pensava: «Ma se Nancy venisse, io guarirei. Adesso
non posso mangiare, perchè ho sempre voglia di piangere... ma se Nancy
fosse qui, non piangerei. Andrei a passeggio con lei, e mi verrebbe
fame. E se potessi mangiare, lo so che guarirei. Nancy! Nancy!
Nancy!...»
Ma Nancy era in Italia in casa della zia Carlotta e della cugina Adele;
e nemmeno le lettere di Edith le venivano date, perchè su quei poveri
fogli si era chinata Edith--Edith, di cui l'affetto, di cui il tocco, di
cui l'alito, era veleno.
Nancy parlava italiano e scriveva versi italiani. Usciva a passeggio con
Adele; ed era Adele che teneva la morbida manina, che udiva il trillo
della voce puerile. Era Adele che imponeva il silenzio in casa, e faceva
aspettare i pasti quando Nancy componeva. E quando Nancy aggrottava le
sopracciglia, passandosi una mano sulla fronte con quel rapido gesto che
le era famigliare, Adele rideva; e la sua squillante risata milanese
faceva prendere il volo a tutte le farfalle della fantasia! Adele
metteva ordine nelle cose di Nancy, e aveva buttato via le
primole disseccate che Nancy aveva colte con Edith nei boschi
dell'Hertfordshire. E la fila di perline azzurre che Edith le aveva
messo al collo il giorno che era partita per Davos, Adele l'aveva
regalata alla figlia del portinaio. Aveva anche stracciato le poesie
scritte dalla piccola Nancy in Inghilterra, perchè, tanto, erano vecchie
cose che nessuno capiva!
E così fluirono i mesi, svanirono gli anni: ed Edith passò fuori dalla
memoria di Nancy. Pianamente, mitemente, con passo leggiero, la dolce
virginea figura uscì dal suo ricordo, e si dileguò. Poichè fanciulli e
poeti sono immemori ed egoisti. E un fanciullo che è poeta, è
doppiamente egoista e doppiamente immemore.
Quando Nancy ebbe quindici anni, una casa editrice milanese accettò il
suo primo libro: un ciclo di liriche. La posta che portò le prime bozze
di stampa alla giovanissima poetessa, portò anche una lettera, listata
di nero, dalla Svizzera per sua madre.
--Mamma,--gridò Nancy togliendo dalla larga busta i fogli stampati e
facendoli trionfalmente sventolare;--guarda! Ma guarda, mamma, le bozze!
Questo è il ~mio libro~! pensa che è il mio libro!--E la fanciulla,
chinando il viso sui sciolti fogli li baciò.
Valeria aveva aperta la lettera listata di nero, ed ora la contemplava
pallida, con gli occhi inondati di pianto.
--E' morta Edith,--disse con voce tremante.
--Oh, poveretta!--esclamò Nancy.--Che dispiacere! Non piangere, non
piangere, mamma adorata!--E baciò leggermente i capelli di sua madre.
Poi si rivolse alle bozze, e trepida e solenne ne voltò la prima pagina.
--E' morta giovedì mattina,--singhiozzò Valeria.--Oh, Nancy, Nancy! E tu
non sai come ti amava.
No, Nancy non sapeva.
Nè udiva più sua madre. Davanti a lei stava la sua prima poesia
stampata. La striscia dei brevi versi in mezzo al largo foglio bianco,
le pareva un sentiero...
E via per questo fantastico sentiero Nancy s'avviò, con occhi stellanti
e mattutini, là dove il richiamo dell'amore o della morte non le
giungeva più--guidando l'allucinante turba dei suoi sogni verso le lande
favolose dell'immortalità.