Nino, prima di lasciar Londra, si era fatto prestare dei denari da
Fioretti, che se li era fatti prestare dalla sua «signora
dell'aristocrazia». Poi Nino aveva scritto all'impresario della Villari
rescindendo tutti i suoi contratti. Infine aveva scritto a suo padre
dicendogli che sentiva d'essere il trastullo del destino, e a Valeria
dicendole che sentiva d'essere l'ultimo degli uomini. Quindi era partito
per la Riviera con Nunziata; e Nunziata era docile e leggiadra,
drappeggiata in vesti meravigliose, e adorna di grandi cappelli
inverosimili.
Furono felici a San Remo, ma essendo già la fine di maggio faceva caldo,
e Nino suggerì che si andasse a passare il giugno in Isvizzera. Andarono
a Lucerna e salirono a Bürgenstock.
Il Grand Hôtel era già affollato, per lo più di famiglie inglesi; e la
elegante coppia italiana fu molto osservata e discussa. Al «déjeuner» si
trovarono vicini di tavola ad una famiglia americana--padre e madre, con
tre figlie, singolarmente belle e maleducate.
Le tre ragazze guardavano i nuovi arrivati, poi bisbigliavano tra loro
e soffocavano le risate nel fazzoletto, scotendo le esili spalle e le
teste inanellate. La sera apparvero tutte e tre in seriche vesti color
di rosa, strette nella vita, e molto scollate, perfino la minore che non
mostrava più di quattordici anni. Portarono a tavola tre orsacchiotti di
pelo giallo, che baciavano ogni tanto, chiamandoli «Darling
Teddy-bears!» Erano rumorose e irrequiete e volgari, e attiravano
l'attenzione di tutti. Ma la loro bellezza era indescrivibile. Le due
maggiori portavano i capelli in una massa di riccioli rosso-dorati
raccolti sulla sommità del capo con un immenso nodo nero; mentre la
minore aveva la fluente capigliatura disciolta e divisa nel mezzo, sì
che le cadeva, liscia e lucida come acqua dorata, fino alla cintura.
Nino alla sua tavola si arricciava i baffi, dimenticando di offrire le
vivande a Nunziata; e Nunziata, senza smettere di discorrere e di
sorridere, amabilissima, si mordeva le labbra scarlatte e faceva girare
e rigirare gli anelli sulle dita delicate.
D'un tratto disse--come per caso--che proprio oggi aveva ricevuto una
lettera dal conte Melindo di Tarbìa. Melindo di Tarbìa? Subito Nino si
rabbuiò. Il nome del ricchissimo siciliano lo urtava sempre, ed anche
stavolta s'imbronciò e fece a Nunziata delle osservazioni ingiuste ed
amare. Ella lo ascoltò dolce e paziente, mordendosi le labbra scarlatte,
e facendo girare e rigirare gli anelli sulle dita delicate; quindi disse
che Tarbìa intendeva di venire a Bürgenstock, verso la fine della
settimana...
Nino respinse il piatto, incrociò le braccia e disse che partirebbe
l'indomani. Allora Nunziata rise e disse:
--Anch'io.
Nino le strinse le dita sotto la tavola, le disse che era un angelo, e
finì il suo pranzo in pace.
L'indomani partirono.
Andarono a Engelberg. Qui trovarono molto tennis e molto golf e molte
ragazze in blusa bianca e cappello alla canottiera. Ragazze ridenti,
ragazze arrossenti, ragazze cinguettanti--Engelberg ne rigurgitava.
Nunziata ben presto ricevette una lettera dal conte, dicendo che egli
pensava di venire a Engelberg... E Nino la condusse ad Interlaken.
Ma tutta la Svizzera era infiorata di giovinezza. Pareva che tutte le
donne al mondo non avessero che diciasette o diciotto anni! Nunziata
diceva nervosamente mille volte al giorno:
--Dio! che bella ragazza!
E Nino diceva:
--Ah, sì? Dove?
--Ma l'hai pur vista... quella che è passata adesso.
Nino non aveva visto.
--Ma sì che l'hai vista,--insisteva Nunziata.
No, Nino non aveva veduto nessuno, non vedeva mai nessuno.
Ma Nunziata vedeva tutti. Ogni figuretta slanciata, ogni fine profilo,
ogni curva di guancia fresca, le figgeva spine e scheggie nel cuore
dolorante. Portava le sue vesti meravigliose e i suoi cappelli
inverosimili, ma stonavano nel grandioso ed elementare paesaggio
svizzero. E le fanciulle che andavano al tennis in camicetta bianca e
gonna corta, passando a braccetto, gaie nella spietata luce del sole di
giugno, si voltavano a guardarla, e ridevano.
In breve Nunziata sentì che ciò che era stato un mero capriccio per lei
durante quattro anni in cui aveva ancora per distrarla le sue parti e il
suo pubblico, i suoi impresari e i suoi critici, i suoi adoratori e i
suoi nemici--ora non era più un capriccio. La «toquade» di cui si
rideva non era più una toquade. La «cotta» era divampata e s'era fatta
incendio. Questa era la passione--la temuta e grande passione.
Ora non esisteva per lei altri che Nino. Nino non era più Nino: era la
giovinezza stessa, era l'amore, era la vita, era tutto quello che ella
aveva posseduto nella turbolenta ricchezza del suo passato, tutto quello
che tra poco le sfuggirebbe per sempre. E il suo cuore si fece amaro,
come amaro è il cuore di ogni donna che ama un uomo più giovane di lei.
Ella sentiva i suoi trentotto anni come una piaga vergognosa. A volte,
quando egli la guardava, ella con un piccolo singhiozzo nervoso, gli
copriva gli occhi colle mani.
--Non guardarmi, non guardarmi!
Egli allora, ridendo, le scostava la mano:
--Ma perchè, fantastico amor mio?
--I tuoi occhi sono i miei nemici, io ne ho terrore.
Poichè ella ben sapeva che quegli occhi avrebbero guardato e desiderato
tutta la leggiadrìa e la giovinezza che è nel mondo.
Un giorno, sul tardi, sedevano sul loro balcone, mentre nei giardini
sottostanti un'orchestra italiana suonava della musica di Sicilia,
languida ed eccitante.
Nunziata disse il suo pensiero:
--Non sei stanco di me, Nino? Oh, Nino! sei certo di non essere ancora
stanco di me?
--Ma cosa dici? Ma tu sogni. Io non mi stancherò mai di te. Mai! te lo
giuro.
Nunziata sorrise, amara.
--«Ils faisaient d'éternels serments...»--mormorò.
Nino le afferrò le bianche mani inerti.
--Perchè, non sei felice?--domandò.--Perchè?
--Non lo so!--sospirò lei.
--Tu soffri, tu soffri. Lo so, lo sento. Lo sento tutto il giorno,
anche quando ridi. E' colpa mia? dimmelo! dimmelo! Saresti più felice
senza di me?
--Nè con te, nè senza di te, posso vivere,--citò Nunziata.
L'orchestra suonava l'aria della «Manon» di Massenet. L'anima di
Nunziata era presa dalla sete dell'inafferrabile, dalla nostalgia della
morte.
Ma era tardi, e la campana della table-d'hôte era suonata da un pezzo.
Ella si alzò con un lieve sospiro. Si ravviò i capelli, si sfiorò la
faccia col piumino della cipria; poi, con una piccola e muta preghiera
alla Madonna, mise il braccio sotto quello di Nino e scese a pranzo.
--Non sarò più così stolta,--disse scendendo le scale.--E' assurdo, lo
so. E' una cosa morbosa.
Ma ecco che dopo il pranzo una ragazza di Budapest venne pregata di
ballare. Sulle prime, essa rise ed esitò; poi sparì per pochi istanti,
durante i quali Nunziata si sentì venir male.
La giovinetta riapparve, scalza ed avvolta in lievi drappeggiamenti. E
danzò. Danzò, rosea e fine come un petalo di fiori di pesco. Pareva
l'incarnazione di tutte le primavere.
E Nunziata fu di nuovo morbosa.
Nino era disperato. Sospirò cupamente un verso del Verlaine:
_Mourons ensemble, voulez-vous?_
La straziata amante lo guardò, poi diede una breve risatina stridula,
citando il verso che seguiva;
_Oh, la folle idée!_
Ed ella non era del tutto sincera nel suo riso,--come egli non lo era
stato nel suo sospiro.
Mentre gli amanti così, quasi per celia, invocavano la Morte,--lontano,
nella Casa Grigia, quella macabra Visitatrice si era avvicinata, si era
tolto il velo dall'orrore del viso, ed ora batteva, batteva alla
porta... Un mattino la signora Avory, svegliatasi, trovò l'ultima delle
sue figlie convulsa, con le labbra intrise di sangue.
Un dottore chiamato in gran fretta aveva suggerito: Davos! Uno
specialista venuto da Londra aveva ripetuto: Davos!
Otto giorni dopo, la casa era chiusa, la servitù licenziata. Fräulein,
disciolta in lagrime, era migrata in una famiglia americana del
vicinato. Valeria, pallida e triste, e la piccola Nancy, singhiozzante e
aggrappata al collo di Edith, avevano detto «Addio! Addio!» ed erano
partite per l'Italia con lo zio Giacomo.
Edith e sua madre, tragiche e sole, volsero i passi verso le cime dove
brilla eterna la neve e la speranza.