CAP. XXVI.

_Come la compagnia passò in Toscana, e cercò concordia con i

Fiorentini._

Poichè la gran compagnia del conte di Lando, afflitta e consumata la

Romagna e la Marca, aveano dal legato ricevuta la paga e la promessa

che detta avemo da’ comuni di Toscana, superba e baldanzosa si mosse, e

sotto la guida de’ cittadini che dati l’erano a condotta dal comune di

Perugia passò per lo distretto di Perugia, cioè per quello della Città

di Castello e del Borgo a Sansepolcro, che allora erano a’ comandamenti

e al seguo del comune di Perugia, e tutto che ne’ patti avessono

promesso non fare danno, le rapaci mani non si poteano contenere che

non predassono, e offendessono chi le facesse contesa; e ciò non passò

senza querele de’ paesani, poco intese da’ loro signori Perugini.

Loro passata ne’ detti luoghi fu nel detto anno 1359 entrando il mese

di maggio; e nel detto stallo e trapasso, credendo ogni gente d’arme

arricchire in sul nostro contado della preda e ricetto, e di quello

che insieme pensavano fare rimedire il comune di Firenze, abbandonato

nell’impresa, come detto avemo, dal legato e da’ comuni di Toscana,

che per invidia e mal talento prendevano speranza che molto abbassasse

nostro comune, tanto crebbe e multiplicò la detta compagnia sì di gente

cassa dal legato, e da’ Perugini, e da’ Sanesi, e da altri comuni, che

passava il numero di cinquemila cavalieri, e di mille Ungheri, e di

più di duemila masnadieri di gente senza arme fornite, ch’erano assai

più di dodicimila bocche senza le bestie. Il perchè avveniva, che

dovunque s’alloggiavano, eziandio per pochi dì, secondo i loro patti

e convegne tutto consumavano e guastavano in forma, che a’ paesani

toglieano la fatica di fare la ricolta. Quando i conducitori della

compagnia e i loro capitani si vidono in luogo che poteano per aperto

cammino, venire in sul contado di Firenze, con sottile modo e con molta

sagacità e astuzia feciono da molte parti muovere amici del comune

di Firenze, e alcuno scrivere, e alcuni venire infino a Firenze a

cercare convegna, offerendo ogni concordia, lega e patto che sapessono

o volessono domandare il comune. Stando in queste mene, e di continovo

fortificandosi il comune, in processo di tempo arrivarono a Firenze

ambasciadori del marchese di Monferrato, i quali erano stati nella

compagnia per conducerla al soldo suo e de’ suoi collegati, i quali

domandavano cortesemente al nostro comune per parte di loro signore

solo il titolo della concordia senza pagare danari, e il passo sicuro

per lo distretto del comune di Firenze, più offerendo per ammenda

dare al comune nostro fiorini dodicimila d’oro: e oltre a costoro per

simigliante cagione vennono segretamente certi cittadini di Perugia.

Il comune che per suo onore avea presa la tira, nel proposito suo

stette fermo e costante, e non intralasciava per ragionamenti che non

intendesse continovamente alla difesa, cercando di mettersi a prova

di spegnere la compagnia in Italia. E certo fu mirabile cosa, che

’l nostro comune si volesse mettere a partito e a fortuna con gente

con cui non potea guadagnare altro che fama e onore; ma così era per

quella volta disposto, e tanto pertinace al servigio, che minacce, nè

offerta di larga e onorata concordia, nè altro qual’altro vantaggio

lo potè ritrarre della pertinacia del suo proponimento; essendo tutto

di combattuto da molti grandi e potenti suoi cittadini, i quali o che

conoscessono il pericolo, o che temessono di loro possessioni, o perchè

fossono d’animo vile, apertamente ne’ pubblichi e aperti consigli

aoperavano e consigliavano che si prendesse l’accordo; ma il desiderio

di vivere in libertà vinse l’appetito de’ cittadini, che consigliavano

e voleano per maggioranza che ’l comune facesse a loro modo, e la paura

della compagnia, e ogni stimolo degli amici che si provarono di ciò.

Questo addivenne per l’unità de’ cittadini mercatanti, e artefici, e di

mezzano stato, che tutti concorsono in uno volere all’onore e bene del

comune.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 141 / 233 题