_Di certa novità ch’ebbe in Perugia in questi tempi._
Chi vorrà con animo riposato recare alla mente quello che scritto si
trova degli stati mondani dal tempo di Nembrotte primo tiranno infino
ne’ giorni presenti, vedrà manifesto, che mai niuno tempo fu tanto
pacifico nè tanto durato tranquillo che ne’ reami, e nelle città, e
(che è più da maravigliare) nelle piccole e povere ville, non sieno
stati di quelli che hanno cerco e a tutti i sentimenti del corpo e
dell’animo di soprastare agli altri, e di farsi maggiori e governatori,
usurpando le pubbliche e le private ricchezze; e senza recare esempi
a prova di ciò, che sono infiniti, e notori e manifesti, cercate le
note volgarmente hanno fatto quelli di nostra famiglia intorno alle
cose che sono occorse ne’ tempi da farne memoria, troverà che non
di Roma città in Italia, ma in tutto il mondo mai non fu in tanto
riposo che per tutto non sentisse affanno di questa materia; onde li
savi, che ricordano delle cose antiche, veggendo questi casi tutto
giorno addivenire, non si dogliono nè si maravigliano, ma i semplici
e idioti, che solo tengono gli occhi alle cose che sono loro davanti,
si turbano e rammaricano, e mormorando stoltamente favellano, e non
sapendo vedere nè dare riparo potendo si contristano. Essendo dunque
questa vita comune, molte più e così ne sono state maculate l’altre
città di Toscana, come la nostra. E in questi tempi ne fece sperienza
la città di Perugia, che essendo il popolo suo villanamente barattato
per Leggieri d’Andreotto e per gli altri grandi cittadini appellati
Raspanti, che con lui s’intendeano ne’ fatti dell’impresa della
città di Cortona e della guerra de’ Sanesi ch’era seguita, quelli
che voleano vivere mezzano e popolare senza fare danno o vergogna
al suo comune ebbono tanto di podere, che feciono in Perugia venire
per sindaco di comune messer Geri della casa de’ Pazzi di Firenze,
cavaliere sagace e di grande cuore, voglioso e vago di novità come più
volte mostrò per l’opere sue. L’uficio fu con gran podestà e balía,
in ritrovare chi avesse male preso della pecunia del comune e’ beni,
e punire agramente cui trovasse colpevole; il valente cavaliere,
come giunse informato appieno per solenne investigagione di quelli
che ne’ detti casi aveano errato, non prese gli uccellini, ma formò
francamente suo processo contro al detto Leggieri, e altri maggiorenti
di quelli dello stato, ad animo di farne giustizia, senza tenere in
collo il processo. Gl’inquisiti non s’osavano rappresentare veggendo
l’uficiale coraggioso e disposto a punire, per tema di non essere
posti al tormento, e condannati personalmente e vituperosamente per
barattieri e rubatori del loro comune: e colla forza de’ Raspanti, che
li favoreggiavano, procuravano il dì e la notte come potessono impedire
l’uficiale in forma ch’e’ non potesse procedere. I gentili uomini
con tutto il seguito loro riscaldavano e francheggiavano il sindaco
perchè condannasse, stimando che se ciò fosse avvenuto rimaneano senza
dubbio i maggiori, e volgeano lo stato. Onde avveggendosi di ciò i
popolari, eziandio quelli ch’aveano cominciato la mena, si dierono
a cercare de’ rimedi, e trovarono uno statuto, che essendo eletto
per ambasciadore di comune, qualunque fosse e qualunque uficiale
inquisito, mentre che durasse il tempo dell’ambasciata si sospendea il
processo; onde operarono co’ signori, che gl’inquisiti fossono eletti
per ambasciadori, e così seguette; perchè convenne che i processi
cominciati fossono sospesi. Il perchè il valente cavaliere, veggendo
che gli erano presi i dadi, e ch’e’ non potea fare niente di suo
intendimento, lasciò l’uficio, e tornossi a Firenze. Il suo successore
trovati i processi pendenti assolse i detti grandi cittadini, e per
mostrare di fare uficio condannò i minori e gl’impotenti, onde a
furore di popolo anzi ch’e’ finisse l’uficio fu messo in prigione e
vituperosamente condannato fornì i giorni suoi in prigione.