CAPITOLO PRIMO.

_Il Prologo._

Avvegnachè antica questione sia stata tra’ savi, nondimeno la mente

nostra s’è affaticata in ricercare gli esempi degli autori d’ogni tempo

per avere più chiarezza, quale sia al mondo di maggiore operazione,

o la potenza dell’armi nelle mani de’ potentissimi duchi e signori

senza la virtù dell’eloquenza, o la nobile eloquenza diffusa per

la bocca de’ principi con assai minore potenza; e parne trovare,

avvegnachè il mio sia lieve e non fermo giudicio, che l’eloquenza abbi

soperchiata la potenza, e fatte al mondo maggiori cose; e l’eloquenza

di Nembrot, ammaestrato da Gioniton suo maestro, raunò d’oriente

tutta la generazione umana in un campo a edificare la torre di Babel;

la confusione della lingua mise la loro forza e la loro opera in

distruzione. Serse volendo occupare la Grecia coprì il mare di navi,

e il piano e le montagne d’innumerabili popoli; la leggiere forza

di Leonida, con cinquecento compagni inanimati dall’ammaestramento

dell’eloquenza di quello uomo, fece sì incredibile resistenza a quello

sformato esercito, che a’ Greci diede speranza di vincerlo, e al

re volontà con pochi de’ suoi di ritornare indietro. Alessandro di

Macedonia con piccolo numero di cavalieri infiammati dall’informazione

della compiacevole lingua di colui, vinse le infinite forze di Dario

e’ suoi tesori. I nobili principi romani più per savio ammaestramento

della disciplina militare, che per arme o per forza di loro cavalieri

domarono l’universo. E cominciando a Tullio Ostilio re de’ Romani,

condotto in campo per combattere co’ Toscani, vedendosi in su gli

estremi abbandonato e tradito da’ compagni, e preda de’ nemici, tanta

virtù ebbe la sua provveduta ed efficace eloquenza nel confortare i

suoi con fitte suasioni, ch’e’ li fece vincitori. E che fece il nobile

Scipione affricano? Non rimoss’egli con la virtù della sua lingua

il malvagio consiglio de’ senatori, che per paura voleano ardere e

abbandonare la città di Roma, e per questo vinse e soggiogò Affrica

al romano imperio? Il magnifico Cesare con poca compagnia, a rispetto

della moltitudine de’ suoi nemici, potendosi arbitrare in Francia,

in Borgogna, in Sassonia e in Inghilterra molte volte preda de’ suoi

avversari, per l’ammaestramento e conforto della sua voce tante volte

vinse i nemici forti e potenti, che li ridusse sotto la sua libera

signoria. Che si può dire di questo, quando con un pugno di piccolo

fiotto di cavalieri, per lo suo conforto domò e sottomise tutte le

nazioni del mondo in un campo a Tessaglia? Ma tornando alle minori

cose, Zenone filosofo vecchio, posto in croce miserabilmente a gran

tormento, usando la forza della sua magnifica eloquenza, fece abbattere

la sfrenata e gran potenza del tiranno siracusano. Dunque chi commuove

i popoli chi apparecchia le grandi schiere, se non la eloquenza

risonante negli orecchi degli uditori? E però senza comparazione pare,

che l’eloquenza ordinata al bene più giovi che l’armi, e indotta al

male più nuoce che altra cosa. E perocchè il nostro trattato per debito

ci apparecchia di fare comincia mento all’ottavo libro, uno lieve e

piccolo esempio per lo fatto, ma assai strano e maraviglioso per lo

modo, prima ci s’offera a raccontare.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 5 / 233 题