TURLENDANA RITORNA.

La compagnia camminava lungo il mare.

Già per i chiari poggi litorali ricominciava la primavera; l'umile

catena era verde, e il verde di varie verdure distinto; e ciascuna

cima aveva una corona d'alberi fioriti. Allo spirar del maestro quelli

alberi si movevano; e nel moto forse si spogliavano di molti fiori,

poichè alla breve distanza le alture parevano coprirsi d'un colore tra

il roseo e il violaceo, e tutta la veduta un istante pareva tremare

e impallidire come un'imagine a traverso il vel dell'acqua o come una

pittura che lavata si stinge.

Il mare si distendeva in una serenità quasi verginale, lungo la costa

lievemente lunata verso austro, avendo nello splendore la vivezza d'una

turchese della Persia. Qua e là, segnando il passaggio delle correnti,

alcune zone di più cupa tinta serpeggiavano.

Turlendana, in cui la conoscenza dei luoghi per i molti anni d'assenza

era quasi intieramente smarrita e in cui per le lunghe peregrinazioni

il sentimento della patria era quasi estinto, andava innanzi senza

volgersi a riguardare, con quel suo passo affaticato e claudicante.

Come il camello indugiava ad ogni cespo d'erbe selvatiche, egli gittava

un breve grido rauco d'incitamento. E il gran quadrupede rossastro

risollevava il collo lentamente, triturando fra le mandibole laboriose

il cibo.

— Hu, Barbarà!

L'asina, la piccola e nivea Susanna, di tratto in tratto, sotto

gli assidui tormenti del macacco si metteva a ragliare in suono

lamentevole, chiedendo d'esser liberata dal cavaliere. Ma Zavalì,

instancabile, senza tregua, con una specie di frenesia, con gesti

rapidi e corti ora di collera e ora di gioco, percorreva tutta la

schiena dell'animale, saltava su la testa afferrandosi alle grandi

orecchie, prendeva fra le due mani la coda sollevandola e scotendone

il ciuffo dei crini, cercava tra il pelo grattando con l'unghie

ostinatamente e recandosi quindi l'unghie alla bocca e masticando con

mille vari moti di tutti i muscoli della faccia. Poi, d'improvviso, si

raccoglieva su 'l sedere, tenendosi in una delle mani il piede ritorto

simile a una radice d'arbusto, immobile, grave, fissando verso le acque

i tondi occhi color d'arancio che gli si empivano di meraviglia, mentre

la fronte gli si corrugava e le orecchie fini e rosee gli tremavano

quasi per inquietudine. Poi, d'improvviso, con un gesto di malizia

ricominciava la giostra.

— Hu, Barbarà!

Il camello udiva; e si rimetteva in cammino.

Quando la compagnia giunse al bosco dei salci, presso la foce della

Pescara, su la riva sinistra (già si scorgevano i galli sopra le

antenne delle paranze ancorate allo scalo della Bandiera), Turlendana

si arrestò, poichè voleva dissetarsi al fiume.

Il patrio fiume recava l'onda perenne della sua pace al mare. Le rive,

coperte di piante fluviatili, tacevano e si riposavano, come affaticate

dalla recente opera della fecondazione. Il silenzio era profondo su

tutte le cose. Gli estuarii risplendevano al sole tranquilli, come

spere, chiusi in una cornice di cristalli salini. Secondo le vicende

del vento, i salci verdeggiavano o biancheggiavano.

— La Pescara! — disse Turlendana soffermandosi, con un accento di

curiosità e di riconoscimento istintivo. E stette a riguardare.

Poi discese al margine, dove la ghiaia era polita; e si mise in

ginocchio per attingere l'acqua con il concavo delle palme. Il camello

curvò il collo, e bevve a sorsi lenti e regolari. L'asina anche bevve.

E la scimmia imitò l'attitudine dell'uomo, facendo conca con le esili

mani ch'erano violette come i fichi d'India acerbi.

— Hu, Barbarà!

Il camello udì e cessò di bere. Dalle labbra molli gli gocciolava

l'acqua abbondantemente su le callosità del petto, e gli si vedevano le

gencive pallidicce e i grossi denti giallognoli.

Per il sentiero, segnato nel bosco dalla gente di mare, la compagnia

riprese il viaggio. Cadeva il sole, quando giunse all'Arsenale di

Rampigna.

A un marinaio, che camminava lungo il parapetto di mattone, Turlendana

domandò:

— Quella è Pescara?

Il marinaio, stupefatto alla vista delle bestie, rispose:

— È quella.

E tralasciò la sua faccenda per seguire il forestiero.

Altri marinai si unirono al primo. In breve una torma di curiosi si

raccolse dietro Turlendana che andava innanzi tranquillamente, non

curandosi dei diversi comenti popolari. Al ponte delle barche il

camello si rifiutò di passare.

— Hu, Barbarà! Hu, hu!

Turlendana prese ad incitarlo con le voci, pazientemente, scotendo

la corda della cavezza con cui ora egli lo conduceva. Ma l'animale

ostinato si coricò a terra e posò la testa nella polvere, come per

rimanere ivi lungo tempo.

I plebei d'in torno, riavutisi dalla prima stupefazione, schiamazzavano

gridando in coro:

— Barbarà! Barbarà!

E, come avevano dimestichezza con le scimmie perchè talvolta i marinai

dalle lunghe navigazioni le riportavano in patria insieme ai pappagalli

e ai cacatua, provocavano Zavalì in mille modi e gli porgevano certe

grosse mandorle verdi che il macacco apriva per mangiarne il seme

fresco e dolce golosamente.

Dopo molta persistenza di urti e di urli, alla fine Turlendana riuscì a

vincere la tenacità del camello. E quella mostruosa architettura d'ossa

e di pelle si risollevò barcollante, in mezzo alla folla che incalzava.

Da tutte le parti i soldati e i cittadini accorrevano allo spettacolo,

sopra il ponte delle barche. Dietro il Gran Sasso il sole cadendo

irradiava per tutto il cielo primaverile una viva luce rosea: e, come

dalle campagne umide e dalle acque del fiume e del mare e dagli stagni

durante il giorno erano sorti molti vapori, le case e le vele e le

antenne e le piante e tutte le cose apparivano rosee; e le forme,

acquistando una specie di trasparenza, perdevano la certezza dei

contorni e quasi fluttuavano sommerse in quella luce.

Il ponte, sotto il peso, scricchiolava su le barche incatramate, simile

ad una vastissima zattera galleggiante. La popolazione tumultuava

giocondamente. Per la ressa, Turlendana con le sue bestie rimase fermo

a mezzo il ponte. E il camello, enorme, sovrastante a tutte le teste,

respirava contro il vento, movendo tardi il collo simile a un qualche

favoloso serpente coperto di peli.

Poichè già nella curiosità degli accorsi s'era sparso il nome

dell'animale, tutti, per un nativo amore degli schiamazzi e per una

concorde letizia che sorgeva a quella dolcezza del tramonto e della

stagione, tutti gridavano:

— Barbarà! Barbarà!

Al clamore plaudente, Turlendana, che stava stretto contro il petto del

camello, si sentiva invadere da un compiacimento quasi paterno.

Ma l'asina d'un tratto prese a ragliare con sì alte ed ingrate

variazioni di voci e con tanta sospirevole passione che un'ilarità

unanime corse il popolo. E le schiette risa plebee si propagavano da un

capo all'altro del ponte, come uno scroscio di scaturigine cadente giù

pe' i sassi d'una china.

Allora Turlendana ricominciò a muoversi attraverso la folla, non

conosciuto da alcuno.

Quando fu su la porta della città, dove le femmine vendevano la pesca

recente dentro ampi canestri di giunco, Binchi-Banche, l'omiciattolo

dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, gli si fece

innanzi, e, secondo soleva con tutti i forestieri che capitavano nel

paese, gli offerse i suoi servigi per l'alloggiamento.

Prima chiese, accennando a Barbarà:

— È feroce?

Turlendana rispose che no, sorridendo.

— Be'! — riprese Binchi-Banche, rassicurato — ci sta la casa di Rosa

Schiavona.

Ambedue volsero per la Pesceria e quindi per Sant'Agostino, seguiti

dal popolo. Alle finestre e ai balconi le donne e i fanciulli

si affacciavano guardando con stupore il passaggio del camello e

ammiravano le minute grazie dell'asinetta bianca e ridevano ai lezii di

Zavalì.

A un punto Barbarà, vedendo pendere da una loggia bassa un'erba mezzo

secca, tese il collo e sporse le labbra per giungerla, e la strappò. Un

grido di terrore ruppe dalle donne che stavano su la loggia chine; e il

grido si propagò nelle logge prossime. La gente dalla via rideva forte,

gridando come in carnovale dietro le maschere:

— Viva! Viva!

Tutti erano inebriati dalla novità dello spettacolo e dall'aria della

primavera.

Dinanzi alla casa di Rosa Schiavona, in vicinanza di Portasale,

Binchi-Banche accennò di sostare.

— È qua — disse.

La casa, molto umile, a un solo ordine di finestre, aveva le mura

inferiori tutte segnate d'iscrizioni e di figurazioni oscene. Una fila

di pipistrelli crocifissi ornava l'architrave; e una lanterna coperta

di carta rossa pendeva sotto la finestra media.

Ivi alloggiava ogni sorta di gente avveniticcia e girovaga: dormivano

mescolati i carrettieri di Letto Manoppello grandi e panciuti; gli

zingari di Sulmona, mercanti di giumenti e restauratori di caldaie; i

fusari di Bucchianico; le femmine di Città Sant'Angelo venute a far

pubblica professione d'impudicizia tra i soldati; gli zampognari di

Atina; i montagnuoli domatori d'orsi, i cerretani, i falsi mendicanti,

i ladri, le fattucchiere.

Gran mezzano della marmaglia era Binchi-Banche. Giustissima

proteggitrice, Rosa Schiavona.

Come udì i rumori, la femmina venne su 'l limitare. Ella pareva in

verità un essere generato da un uomo nano e da una scrofa.

Chiese, da prima, con un'aria di diffidenza:

— Che c'è?

— C'è qua 'stu cristiano che vuo' alloggio co' le bestie, Donna Rosa.

— Quante bestie?

— Tre, vedete, Donna Rosa: 'na scimmia, 'n'asina e 'nu camelo.

Il popolo non badava al dialogo. Alcuni incitavano Zavalì. Altri

palpavano le gambe di Barbarà, osservando su le ginocchia e su 'l petto

i duri dischi callosi. Due guardie del sale, che avevano viaggiato sino

ai porti dell'Asia Minore, dicevano ad alta voce le varie virtù dei

camelli e narravano confusamente d'averne visti taluni fare un passo di

danza portando il lungo collo carico di musici e di femmine seminude.

Gli ascoltatori, avidi di udire cose meravigliose, pregavano:

— Dite! dite!

Tutti stavano a torno, in silenzio, con gli occhi un po' dilatati,

bramando quel diletto.

Allora una delle guardie, un uomo vecchio che aveva le palpebre

arrovesciate dai venti del mare, cominciò a favoleggiare dei paesi

asiatici. E a poco a poco le parole sue stesse lo trascinavano e lo

inebriavano.

Una specie di mollezza esotica pareva spargersi nel tramonto.

Sorgevano, nella fantasia popolare, le rive favoleggiate e luminavano.

A traverso l'arco della Porta, già occupato dall'ombra, si vedevano le

tanecche coperte di sale ondeggiar su 'l fiume; e, come il minerale

assorbiva tutta la luce del crepuscolo, le tanecche sembravano

materiate di cristalli preziosi. Nel cielo un po' verde saliva il primo

quarto della luna.

— Dite! dite! — ancora chiedevano i più giovini.

Turlendana intanto aveva ricoverate le bestie e le aveva provviste

di cibo; e quindi era uscito in compagnia di Binchi-Banche, mentre la

gente rimaneva accolta innanzi all'uscio della stalla, dove la testa

del camello appariva e spariva dietro le alte grate di corda.

Per la via, Turlendana domandò:

— Ci stanno cantine?

Binchi-Banche rispose:

— Sì, segnore; ci stanno.

Poi, sollevando le grosse mani nerastre e prendendosi co 'l pollice

e l'indice della destra successivamente la punta d'ogni dito della

sinistra, enumerava:

— La candina di Speranza, la candina di Buono, la candina di Assaù, la

candina di Zarricante, la candina della cecata di Turlendana...

— Ah — fece tranquillamente l'uomo.

Binchi-Banche sollevò i suoi acuti occhiolini verdognoli.

— Ci sei stato 'n'altra volta a qua, segnore?

E, non aspettando la risposta, con la nativa loquacità della gente

pescarese, seguitava:

— La candina della cecata è grande e ci si vende lu meglio vino. La

cecata è la femmina delli quattro mariti...

Si mise a ridere, con un sorriso che gli increspava tutta la faccia

gialliccia come il centopelle d'un ruminante.

— Lu primo marito fu Turlendana, ch'era marinaro e andava su li

bastimenti del re di Napoli, all'Indie basse e alla Francia e alla

Spagna e infino all'America. Quello si perse in mare, e chi sa a dove,

con tutto il legno; e non s'è trovato più. So' trent'anni. Teneva la

forza di Sansone: tirava l'áncore co' un dito... Povero giovane! Eh,

chi va pe' mare quella fine fa.

Turlendana ascoltava, tranquillamente.

— Lu secondo marito, dopo cinqu'anni di vedovanza, fu 'n'ortonese,

lu figlio di Ferrante, 'n'anima dannata, che s'er'unito co' li

contrabbandieri, a tempo che Napolione stava contro l'Inglesi.

Facevano contrabbando da Francavilla infino a Silvi e a Montesilvano,

di zucchero e di cafè, co' li legni inglesi. C'era, vicino a Silvi,

'na torre delli Saracini, sotto il bosco, da dove si facevano

li segnali. Come passava la pattuglia, plon plon, plon plon, noi

'scivamo dall'alberi.... — Ora il parlatore accendevasi al ricordo;

ed obliandosi descriveva con prolissità di parole tutta l'operazion

clandestina, ed aiutava di gesti e di interiezioni vive il racconto. La

sua piccola persona coriacea si raccorciava e si distendeva nell'atto.

— In fine, il figlio di Ferrante era morto d'una schioppettata nelle

reni, per mano de' soldati di Gioacchino Murat, di notte, su la

costiera.

— Lu terzo marito fu Titino Passacantando che morì nel letto suo, di

male cattivo. Lu quarto vive. Ed è Verdura, bonomo, che no' mestura li

vini. Sentarai, segnore.

Quando giunsero alla cantina lodata, si separarono.

— F'lice sera, segnore!

— F'lice sera.

Turlendana entrò, tranquillamente, fra la curiosità dei bevitori che

sedevano a certe lunghe tavole in giro.

Avendo chiesto da mangiare, egli fu da Verdura invitato a salire in una

stanza superiore ove i deschi erano già pronti per le cene.

Nessun cliente ancora stava nella stanza. Turlendana sedette e

incominciò a mangiare a grandi bocconi, con la testa su 'l piatto,

senza intervalli, come un uomo famelico. Egli era quasi intieramente

calvo: una profonda cicatrice rossiccia gli solcava per lungo la

fronte e gli scendeva fino a mezzo la guancia; la barba folta e grigia

gli saliva fino ai pomelli emergenti; la pelle, bruna, secca, piena

di asperità, corrosa dalle intemperie, riarsa dal sole, incavata

dalle sofferenze, pareva non conservare più alcuna vivezza umana;

gli occhi e tutti i lineamenti erano, da tempo, come pietrificati

nell'impassibilità.

Verdura, curioso, sedette di contro; e stette a riguardare il

forestiero. Egli era piuttosto pingue, con la faccia d'un color roseo

sottilissimamente venato di vermiglio come la milza dei buoi.

Alla fine, domandò:

— Da che paese venite?

Turlendana, senza levar la faccia, rispose semplicemente:

— Vengo di lontano.

— E dove andate? — ridomandò Verdura.

— Sto qua.

Verdura, stupefatto, tacque. Turlendana levava ai pesci la testa e la

coda; e li mangiava così a uno a uno, triturando le lische. Ad ogni due

o tre pesci, beveva un sorso di vino.

— Qua ci conoscete qualcuno? — riprese Verdura, bramoso di sapere.

— Forse — rispose l'altro semplicemente.

Sconfitto dalla brevità dell'interlocutore, il vinattiere una

seconda volta ammutolì. Udivasi la masticazione lenta ed elaborata di

Turlendana tra l'inferior clamore dei bevitori.

Dopo un poco, Verdura riaprì la bocca.

— Il camello in che siti nasce? Quelle due gobbe sono naturali? Una

bestia così grande e forte come può essere mai addomesticata?

Turlendana lasciava parlare, senza rimuoversi.

— Il vostro nome, signor forestiere?

L'interrogato sollevò il capo dal piatto; e rispose, semplicemente:

— Io mi chiamo Turlendana.

— Che?

— Turlendana.

— Ah!

La stupefazione dell'oste non ebbe più limiti. E insieme una specie di

vago sbigottimento cominciava a ondeggiare in fondo all'animo di lui.

— Turlendana!... Di qua?

— Di qua.

Verdura dilatò i grossi occhi azzurri in faccia all'uomo.

— Dunque non siete morto?

— Non sono morto.

— Dunque voi siete il marito di Rosalba Catena?

— Sono il marito di Rosalba Catena.

— E ora? — esclamò Verdura, con un gesto di perplessità. — Siamo due.

— Siamo due.

Un istante rimasero in silenzio. Turlendana masticava l'ultima crosta

d'un pane, tranquillamente; e si udiva nel silenzio lo scricchiolío

leggero. Per una naturale benigna incuranza dell'animo e per

una fatuità gloriosa, Verdura non era compreso d'altro che della

singolarità dell'avvenimento. Un improvviso impeto d'allegrezza lo

prese, salendo spontaneo dai precordii.

— Andiamo da Rosalba! andiamo! andiamo! andiamo!

Egli traeva il reduce per un braccio, a traverso il fondaco dei

bevitori, agitandosi, gridando:

— Ecc'a qua Turlendana, Turlendana marinaro, lu marito de mógliema,

Turlendana che s'era morto! Ecc'a qua Turlendana! Ecc'a qua Turlendana!

Le Novelle della Pescara · 第 88 / 101 题