I padroni rifiutarono ogni offerta, preferendo tenere inoperose le reti.

Lo scaltro nemico fece ad arte spargere voce che una mortalità grande

affliggeva Pescara. Si adoperò per via d'amicizia a sollevare tutti gli

animi della provincia teramana e gli animi anche dei Chietini contro la

pacifica città dove il morbo già era scomparso.

Respinse con violenza o ritenne prigionieri alcuni onesti viandanti

che, usando d'un comun diritto, prendevano la strada provinciale per

recarsi altrove. Lasciò che su la linea di confine un branco di suoi

lanzichenecchi stesse dall'alba al tramonto schiamazzando contro

chiunque si avvicinava.

La ribellione cominciò allora a fermentare nei Pescaresi, contro

gli ingiusti arbitrii; poichè sopraggiungeva la miseria e tutta la

numerosa classe dei lavoratori languiva nell'inerzia e tutti i mercanti

incorrevano in gravissimi danni. Il _cholèra_, scomparso dalla città,

accennava a scomparire anche dalla marina dove soltanto alcuni vecchi

invalidi erano morti. Tutti i cittadini, fiorenti di salute, amavano

riprendere le consuete fatiche.

I tribuni sorsero: Francesco Pomárice, Antonio Sorrentino, Pietro

D'Amico. Per le vie la gente si divideva in gruppi, ascoltava la

parola tribunizia, applaudiva, proponeva, gittava gridi. Un gran

tumulto andavasi preparando fra il popolo. Per eccezione, taluni

raccontavano il fatto eroico del Moretto di Claudia. Il quale, preso

dai lanzichenecchi a forza e imprigionato nel lazzeretto ed ivi

trattenuto per cinque giorni senz'altro cibo che pane, riuscì a fuggire

dalla finestra; passò a nuoto il fiume, e giunse tra i suoi grondante

di acqua, alenante, famelico, raggiante di gloria e di gioia.

Il sindaco, nel frattempo, sentendo il mugolio precursore della

tempesta, si accinse a parlamentare co 'l Gran Nimico castellammarese.

È il sindaco un piccolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente

ricciutello, con omeri sparsi di forfora, con chiari occhietti

esercitati alle dolci simulazioni. E il Gran Nimico un degenere nepote

del buon Gargantuasso; enorme, sbuffante, tonante, divorante. Il

colloquio avvenne in terra neutrale; e presenti vi furono gli illustri

prefetti di Teramo e di Chieti.

Ma, verso il tramonto, un lanzichenecco, entrato in Pescara per recare

un messaggio a un consiglier del Comune, si mise in cantina con altri

bravi a bevere; e quindi prese bravamente a girovagare. Come lo videro

i tribuni, gli corsero sopra. Tra le grida e le acclamazioni della

plebe lo spinsero lungo la riva, sino al lazzeretto. Era il tramonto

su le acque luminosissimo; e il bèllico rossore dell'aria inebriava gli

animi plebei.

Allora dall'opposta riva ecco una torma di Castellammaresi, uscente di

tra i salici ed i vimini darsi con molta veemenza di gesti ad inveire

contro l'oltraggio.

Rispondevano i nostri con eguale furia. E il lanzichenecco imprigionato

percoteva con tutta la forza dei piedi e delle mani la porta della

prigione, gridando:

— Apríteme! Apríteme!

— Tu adduòrmete a esse, e nen te n'incaricà, — gli gridavano per beffa

i popolani. E qualcuno crudelmente aggiungevagli:

— Ah, si sapisse quante se n'hanne muorte a esse dendre! Siente

l'uddore? Nen te s'ha cumenzate a smove nu poche la panze?

— Urrà! Urrà!

Verso la Bandiera scorgevasi un luccichío di canne di fucile. Il

sindachetto veniva a capo di un manipolo militare per liberar dal

carcere il lanzichenecco, a fin di non incorrere nelle ire del Gran

Nimico.

Subitamente la plebe, irritata, tumultuò; grida altissime si levarono

contro quel vil liberatore di Castellammaresi.

Per tutta la via, dal lazzeretto alla città, fu un clamoroso

accompagnamento di sibili e di contumelie. Al lume delle torce, la

gazzarra durò fin che le voci non furon roche.

Dopo quel primo impeto, la rivolta si andò svolgendo a mano a mano con

nuove peripezie. Tutte le botteghe si chiusero. Tutti i cittadini si

raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in familiarità, presi da una

furiosa smania di parlare, di gridare, di gesticolare, di manifestare

in mille diversi modi un unico pensiero.

Ad ogni tratto giungeva un tribuno recando una notizia. I gruppi si

scioglievano, si ricomponevano, variavano, secondo le correnti delle

opinioni. E, poichè su tutte le teste la libertà del giorno era vitale

e i sorsi dell'aria letificavano come sorsi di vino, si ridestò nei

Pescaresi la nativa giocondità beffarda; ed essi seguitarono a far

ribellione in una maniera gaia ed ironica, così, per il diletto, per il

dispetto, per l'amore delle cose nuove.

Gli stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano. Qualunque accordo

rimaneva inosservato a causa di abili temporeggiamenti che la debolezza

del piccolo sindaco favoriva.

Il mattino d'Ognissanti, verso la settima ora, mentre nelle chiese si

celebravano i primi uffici festivi, i tribuni si misero in giro per la

città, seguiti da una turba che ad ogni passo accrescevasi e diveniva

più clamorosa. Quando l'intero popolo fu raccolto, Antonio Sorrentino

arringò. La processione, in ordine, quindi si diresse al Palazzo

comunale. Le strade erano ancora azzurre nell'ombra e le case erano

coronate dal sole.

In vista del Palazzo un immenso grido scoppiò. Tutte le bocche

scagliavano vituperii contro il leguleio; tutti i pugni si levavano

in attitudine di minaccia; tra un grido e l'altro, certe lunghe

oscillazioni sonore rimanevano nell'aria, come prodotte da uno

strumento; e su la confusion delle teste e delle vesti i lembi vermigli

delle bandiere sbattevano, come agitati dal largo soffio popolare.

Su 'l comunal balcone non appariva alcuno. Il sole discendeva a poco

a poco dal tetto verso la gran meridiana tutta nera di cifre e di

linee su cui lo gnomone vibrava l'ombra indicatrice. Dalla Torretta

dei D'Annunzio al campanil badiale torme di colombe svolazzavano

nell'azzurro superiore.

Le grida si moltiplicarono. Una mano di animosi diede l'assalto alle

scale del Palazzo. Il piccolo sindaco, pallido e pavido, si arrese al

volere del popolo; lasciò il seggio; rinunziò all'ufficio; discese su

la strada, tra i gendarmi, seguito dai consiglieri. Uscì quindi dalla

città; si ritrasse su 'l colle di Spoltore.

Le porte del Palazzo furono chiuse. Un'anarchia provvisoria si

stabilì nella città. Le milizie, per impedire l'imminente lotta tra i

Castellammaresi e i Pescaresi, fecero argine su l'estremità sinistra

del ponte. La turba, deposte le bandiere, si avviò alla strada di

Chieti; poichè di là era per giungere il Prefetto chiamato in furia da

un Commissario reale. I proponimenti parevano feroci.

Ma la mite virtù del sole a poco a poco pacificò le ire. Nell'ampia

strada venivano, uscenti dalla chiesa, le femmine del contado tutte

in vesti di seta multicolori e coperte di gioielli giganteschi,

di filigrane d'argento, di collane d'oro. Lo spettacolo di quelle

facce, rubiconde e gioconde come grandi pomi, rasserenava ogni animo.

I motti e le risa nacquero spontaneamente; ed il non breve tempo

dell'aspettazione parve quasi dilettevole.

Su 'l mezzodì la vettura prefettizia giunse in vista. Il popolo

si dispose in semicerchio per chiuderle la via. Antonio Sorrentino

arringò, non senza un certo sfoggio di eloquenza fiorita. Gli altri,

fra le pause dell'arringa, chiedevano in vari modi giustizia contro

gli abusi, sollecitudine e validità di provvedimenti nuovi. Due grandi

scheletri equini, ancora animati, scotevano di tratto in tratto le

sonagliere, mostrando ai ribelli le gencive pallidicce, con una smorfia

di derisione. E il delegato di polizia, simile non so a qual vecchio

cantator di teatro che ancora portasse per divozione in torno al volto

una finta barba di druido, moderava dall'altitudine del serpe l'ardor

del tribuno, con cenni gravi della mano.

Come il perorante nella foga saliva a culmini di eloquenza troppo

audaci, il Prefetto, sorgendo su 'l predellino, colse il momento per

interrompere. Proferì una frase ambigua e timida che le grida del

popolo copersero.

— A Pescara! A Pescara!

La vettura camminò quasi sospinta dall'onda popolare ed entrò in città;

e, poichè il Palazzo era chiuso, si fermò dinanzi alla Delegazione.

Dieci nominati a voce dal popolo salirono insieme col Prefetto,

per parlamentare. La turba occupò tutta la via. Impazienze qua e là

scoppiavano.

La via era angusta. Le case riscaldate dal sole irraggiavano un tepor

dilettoso; e non so qual lenta mollezza emanava dal cielo oltremarino,

dall'erbe fluttuanti lungo le gronde, dalle rose delle finestre, dalle

mura bianche, dalla fama stessa del luogo. Ha il luogo fama d'albergare

le più belle popolane pescaresi: vive e di generazione in generazione

nella contrada si va perpetuando una tradizion di beltà. La immensa

casa decrepita di Don Fiore Ussorio è un vivaio di bimbi floridi e

di fanciulle leggiadre; ed è tutta coperta di piccole logge che sono

esuberanti di garofani e che si reggono su rozze mènsole scolpite di

mascheroni procaci.

A poco a poco, le impazienze della folla si placavano. I parlari oziosi

propagavansi da un capo all'altro; dall'uno all'altro bivio.

Domenico di Matteo, una specie di Rodomonte villereccio, motteggiava

ad alta voce sull'asinità e l'avidità dei dottori che facevano morire

gli infermi per prendere dal Comune una maggior mercede. Egli narrava

certe sue cure mirabili. Una volta egli aveva un gran dolore al petto

ed era quasi prossimo all'agonia. Poichè il medico gli proibì di bere

acqua, egli ardeva di sete. Una notte, mentre tutti dormivano, si levò

piano piano, cercò a tentoni la conca, vi tuffò la testa e rimase lì

a bevere come un giumento, fin che la conca non fu vuota. La mattina

dopo egli era guarito. Un'altra volta egli ed un suo compare, avendo

da lungo tempo la febbre terzana contro cui ogni virtù di chinino

pareva inutile, deliberarono di fare una esperienza. Si trovavano su

la riva del fiume, ed alla riva opposta una vigna solatia li allettava

con i grappoli. Si spogliarono, si gittarono nelle fredde acque,

tagliarono la corrente, toccarono l'altra riva, si saziarono d'uva;

poi di nuovo attraversarono. La terzana disparve. Un'altra volta,

essendo egli infermo di mal francioso ed avendo speso più di quindici

ducati vanamente in opere di medici e di medicine, come vide la madre

attendere al bucato, fu colto da un pensiero felice. Tracannò, l'un

dopo l'altro, cinque bicchieri di lisciva; e si liberò.

Ma ai balconi, alle finestre, alle logge il bello sciame muliebre

si affacciava tumultuariamente. Tutti gli uomini dalla via levavano

gli occhi a quelle apparizioni e restavano con la faccia al sole per

guardare; e tutti, poichè la consueta ora del pasto era già trascorsa,

si sentivano la testa un poco vacua e nello stomaco un languore

infinito. Brevi dialoghi dalla via alle finestre si intrecciavano.

I giovini gittarono motti salaci alle belle. Le belle risposero con

gesti schivi, con scuotere di capo; o si ritrassero, o forte risero.

Le fresche risa di quelle bocche si sgranellavano come collane di

cristallo, cadendo su gli uomini che già il desio incominciava a

pungere. Dalle mura il calore s'irradiava più largo e mescevasi al

calor dei corpi agglomerati. I riverberi bianchissimi abbarbagliavano.

Qualche cosa di snervante e di stupefacente discendeva su quella turba

digiuna.

Apparve su una loggia, d'improvviso, la Ciccarina, la bella delle

belle, la rosa delle rose, l'amorosa pèsca, colei che tutti han

desiato. Per un moto unanime, gli sguardi si volsero verso di lei.

Ella, nel trionfo, stava semplicemente sorridendo, come una dogaressa

dinanzi al suo popolo. Il sole le illuminava la piena faccia carnosa,

che è simile alla polpa di un frutto succulento. I capelli, di quel

color lionato di sotto a cui par trasparisca una fiamma d'oro, le

invadevano la fronte, le tempie, il collo, mal frenati. Un natural

fàscino venereo le emanava da tutta la persona. Ed ella stava

semplicemente, tra due gabbie di merli, sorridendo, non sentendosi

offesa dalle brame che lucevano in tutti quelli occhi intenti a lei.

I merli fischiarono. I madrigali rustici batterono l'ali verso la

loggia. La Ciccarina si ritrasse, sorridendo. La turba rimase nella

via, quasi abbacinata dai riverberi, dalla vista di quella femmina,

dalle prime vertigini della fame.

Allora uno dei parlamentari, affacciatosi a una finestra della

Delegazione, disse con voce squillante:

— Cittadini, si risolverà la cosa fra tre ore!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Le Novelle della Pescara · 第 87 / 101 题