I bei ricordi ora travagliavano le animule delle fanciulle.

— E il medico quando viene? — chiese, con la voce impaziente,

Teodolinda, la figlia minore; che aveva una faccia di giovine

bertuccia, tutta bianca di cipria, e su la fronte una larga frangia di

capelli rossi.

L'infermo a tratti metteva una specie di gemito fioco aprendo gli

occhi e volgendo in torno lo sguardo supplichevole, uno sguardo lento

e dolce, fatto più umano dall'increspamento nervoso degli angoli delle

palpebre e da due linee brune che gli umori sgorganti avevano segnato

sotto le orbite. E come Donna Letizia tentava di fargli prendere un

cucchiaio di zuppa ristoratrice, egli agitava fuor della bocca la

lingua flessibile in tutti i sensi per lo sforzo dell'inghiottire e non

poteva chiudere le mascelle irrigidite.

Allora si udì nell'anticamera la voce del dottore Zenzuino che era

finalmente salito. Ed entrò nella stanza un signore dalla bella faccia

lucida di giovialità e di sanità.

— Oh Don Giovanni, guarite Sancio! Sta per morire — esclamò una voce

flebile.

Il medico guardò in torno tutta quella dolente famiglia che egli aveva

nutrita d'arsenico, di ferro e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico

per tanti anni in vano ed ebbe un lieve lampo di sorriso negli occhiali

d'oro. Poi, osservando l'infermo con una curiosità d'uomo ricercatore,

disse molto lentamente:

— Credo sia un caso di paralisi della mandibola e delle glandole

salivari sotto-mascellari. La malattia che ha sede in un'alterazione

nervosa centrale probabilmente delle meningi e che per la sua eziologia

può dipendere da una causa ereditaria o parassitaria, è d'indole

progressiva. Il processo che tende a diffondersi, andrà parzialmente

e progressivamente privando il corpo, organo per organo, della sua

funzionalità; finchè giunto in breve ad agire sul centro di una

delle funzioni vitali, sia della circolazione che della respirazione,

produrrà la morte...

Le terribili parole barbare misero un'ambascia suprema nelle

animule blandule; e le guance floride di Donna Letizia in un momento

impallidirono.

— Io credo che abbia influito su lo sviluppo del morbo l'alimentazione

— soggiunse Don Giovanni, senza pietà.

A quella specie di accusa, il rimorso cominciò a tormentare le

fanciulle che sempre per la golosità di Sancio erano state piene

d'indulgenza colpevole. E Teodolinda, con un atto di sconforto

ineffabile, chiese:

— Non c'è dunque rimedio?

— Tentiamo. Io consiglio l'applicazione di un cerotto vescicatorio alla

nuca — rispose il dottore licenziandosi in ultimo amabilmente.

Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava su l'orlo, non avendo

la forza di spiccare il salto, implorava l'aiuto con gli occhi fievoli

che già si velavano come due acini d'uva nera suffusi dalla pruina

argentea della maturità. Nella sua pinguedine il dolore a poco a

poco scavava ombre senili; le tinte rosee del muso, dove i peli erano

lunghi e radi, pareva si corrompessero divenendo quasi giallastre; le

orecchie mozze avevano di tratto in tratto un tremolìo leggerissimo;

e nello stesso tempo un brivido passava a traverso il pelame bianco

visibilmente.

Allora Isabella, la più eterea delle cinque fanciulle, che per crudeltà

della sorte ereditava dal padre il pio naso borbonico e la fronte

leprina, si accostò tutta commossa e prese l'infermo fra le mani

delicate per posarlo a terra.

Sancio prima rimase fermo un istante, senza poter muovere i passi,

con il dorso arcuato, e la testa in alto, oppresso dall'affanno

del respiro; poi cominciò a trascinarsi, barcollando, con lo stento

doloroso di un animale ferito alle due cosce. Forse aveva sete, perchè

quando gli fu accostata la scodella tentò di lambire con la lingua

il liquido. Ma, come la paralisi crescente già gli impediva anche

quell'atto, dopo sforzi inutili ed irosi egli si volse piegando su

le gambe posteriori e con una delle zampe davanti cominciò a battersi

la mascella, quasi per rimuovere alfine di là quell'ostacolo che gli

faceva tanto dolore.

E l'attitudine era così vivamente umana e le pupille erano così piene

di supplicazione e di disperazione umana, che d'un tratto Donna Letizia

scoppiò in pianto:

— Oh, povero bibì! Chi te l'avesse mai detto, povero bibì mio!..

In tutte le fanciulle la commozione raggiunse il supremo grado.

Teodolinda raccolse il morituro, lo portò sul canapè, chiese le

forbici. Era necessario un eroismo; bisognava infine esperimentare il

rimedio, ad ogni costo.

— Isabella, Maria, le forbici! Venite!

Tutte trepide e pallide, si chinarono intorno a Sancio, che aveva

di nuovo socchiuse le palpebre e alitava il fiato ardente nelle mani

della soccorritrice. E questa, vinta la prima ripugnanza, cominciò a

tagliare il pelo su la nuca dell'animale, pianamente, arrestandosi di

tratto in tratto, mettendo via via un soffio su la parte rasa. Una

specie di chierica irregolare si veniva allargando nella grassezza

della collottola; e il tonsurato assumeva così un nuovo aspetto

miserevolmente buffonesco.

Le tende del balcone, investite dalla brezza, s'inarcavano come due

vele. I clamori della strada salivano in confuso, vivi e giulivi;

una prospettiva di case plebee s'intravedeva al fondo nella doratura

pallida del tramonto; e un merlo fischiava.

Allora discese dalle camere superiori Natalia, la bella nuora di Donna

Letizia, con un bimbo su le braccia; ed entrò nella stanza. Ella aveva

la faccia ovale, la pelle fine e rosea, solcata di vene, gli occhi

chiarissimi, le narici diafane, tutta in somma la dolcezza di sangue

della donna bionda, tra una nera ribellione di capelli; e aveva nella

persona, nelle vesti, nell'incedere, quella negligenza semplice, quella

felice placidità quasi direi bovina, quella specie di freschezza lattea

delle giovani madri che nutrono con la propria mammella il figliuolo.

Appena ella vide il cane tonsurato, un impeto così spontaneo d'ilarità

la invase, che non potè ritenere le risa entro la chiostra dei denti.

— Ah, ah, ah, ah, ah!..

Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero Sancio moriva? — Le

innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla cognata

irriverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appressò

per tendere il bimbo verso l'animale. E il bimbo seminudo agitava le

piccole mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando di naturale

gioia e barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora

della bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere la testa

mansueta a quei cercamenti, aveva ancora nelle membra inferme una

esitazione di festevolezza e negli occhi un supremo barlume di bontà

conoscente.

— Povero Sancio Panza! — mormorò alfine Natalia ritraendo il figliuolo

che stava per bagnarsi di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le

labbra per piangere, ella fece due o tre giri nella stanza cullandolo e

palleggiandolo; poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse la chiave del

meccanismo.

Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre, attorcigliò la coda,

tutto animandosi internamente al suono d'una gavotta ben nota. Quel

voluttuoso ondeggiamento di danza moveva l'aria e la testa di Natalia

per ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo dei garofoli

entrava dai vasi del balcone aperto.

Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico del vescicante su la

nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa

in basso, con un lamentìo fievole. La lingua ritirata fra i denti,

violacea, quasi anzi nerastra, aveva già perduta ogni facoltà di

moto. Gli occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia

e umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella

dell'apparir rapido d'un lembo bianco agli angoli delle orbite. La bava

si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente.

— Oh Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore? — proruppe, con la

voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella.

La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla

chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e

molli, a spandersi su l'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo,

intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano

nella frescura.

Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, non reggendo più allo

strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo,

con i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità

si fece da presso al moribondo.

E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò in musica,

come l'eroe di un melodramma italiano.

Le Novelle della Pescara · 第 71 / 101 题