II.

Come l'infermo venne adagiato in grembo a una delle poltrone, ci fu

nella stanza un intervallo di silenzio. Sancio si levò un momento

in piedi tremando, si rigirò più volte cercando una positura meno

dolorosa, nella irrequietudine della sofferenza, tentò di poggiare la

testa su uno dei bracciuoli, si piegò su le gambe di dietro; stette

così alfine con le palpebre socchiuse, respirando a fatica, come preso

da una sonnolenza improvvisa. Sul petto largo la pelle abbondante gli

faceva, con tre o quattro crespe, quasi una piccola giogaia; sopra

la collottola le crespe erano più grandi e più tonde; i lembi delle

labbra ai lati della mandibola superiore pendevano flosciamente; e il

povero animale aveva ora nella malattia quel non so che di ridevole

insieme e di miserevole che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e

dall'asma.

Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano mute, invase

da un rammarico immenso, colpite dal presentimento della sventura;

poichè Sancio era stato per molti anni la loro cura amorosa, l'oggetto

delle loro blandizie e dei loro vezzi, lo sfogo innocuo delle loro

mollezze e delle loro tenerezze di adolescenti clorotiche. Sancio

era nato e cresciuto nella casa, con quelle forme tozze e pesanti di

razza imbastardita, con quelle rotondità di bestia eunuca oziosa e

golosa; e a poco a poco eragli apparso negli occhi tondi uno sguardo

pieno di umanità e di devozione. Soleva agitar vivamente il tronco

della coda nelle ore di gioia, reggendosi su tre gambe sole e tutto

raggomitolandosi con un singolar tremolío del pelame e trotterellando

con la grazia d'un porcellino d'India in mezzo all'erbe primaverili.

Le Novelle della Pescara · 第 70 / 101 题