Come l'infermo venne adagiato in grembo a una delle poltrone, ci fu
nella stanza un intervallo di silenzio. Sancio si levò un momento
in piedi tremando, si rigirò più volte cercando una positura meno
dolorosa, nella irrequietudine della sofferenza, tentò di poggiare la
testa su uno dei bracciuoli, si piegò su le gambe di dietro; stette
così alfine con le palpebre socchiuse, respirando a fatica, come preso
da una sonnolenza improvvisa. Sul petto largo la pelle abbondante gli
faceva, con tre o quattro crespe, quasi una piccola giogaia; sopra
la collottola le crespe erano più grandi e più tonde; i lembi delle
labbra ai lati della mandibola superiore pendevano flosciamente; e il
povero animale aveva ora nella malattia quel non so che di ridevole
insieme e di miserevole che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e
dall'asma.
Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano mute, invase
da un rammarico immenso, colpite dal presentimento della sventura;
poichè Sancio era stato per molti anni la loro cura amorosa, l'oggetto
delle loro blandizie e dei loro vezzi, lo sfogo innocuo delle loro
mollezze e delle loro tenerezze di adolescenti clorotiche. Sancio
era nato e cresciuto nella casa, con quelle forme tozze e pesanti di
razza imbastardita, con quelle rotondità di bestia eunuca oziosa e
golosa; e a poco a poco eragli apparso negli occhi tondi uno sguardo
pieno di umanità e di devozione. Soleva agitar vivamente il tronco
della coda nelle ore di gioia, reggendosi su tre gambe sole e tutto
raggomitolandosi con un singolar tremolío del pelame e trotterellando
con la grazia d'un porcellino d'India in mezzo all'erbe primaverili.