Donna Laura Albònico stava nel giardino, sotto la pergola, prendendo il
fresco all'ora meridiana.
La villa taceva, tutta bianca, con le persiane chiuse tra le piante
degli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi. Era
la metà di giugno; e i profumi degli aranci e dei limoni fioriti
si mescolavano all'odor delle rose, nell'aria tranquilla. Le rose
crescevano da per tutto, nel giardino, con una forza indomabile.
Le masse magnifiche si movevano, lungo i viali, ad ogni soffio di
vento, coprendo il terreno con l'abbondanza della loro neve odorante.
In certi momenti l'aria, pregna dell'aroma, aveva un sapore dolce e
possente come quello di un vino prelibato. Le fontane, invisibili tra
la verzura, mormoravano. A tratti, la cima mobile scintillante degli
zampilli appariva fuor del fogliame, scompariva, riappariva, con vari
giochi; e alcuni zampilli bassi producevano nei fiori e nelle erbe
un fruscìo e uno scompiglio singolari, sembrando bestie vive che vi
corressero a traverso o vi pascolassero o vi scavassero tane. Gli
uccelli, invisibili, cantavano.
Donna Laura, seduta sotto la pergola, meditava.
Ella era una donna già vecchia. Aveva il profilo fine e signorile;
il naso lungo, lievemente aquilino, la fronte un po' troppo ampia, la
bocca perfetta, ancora fresca, piena di benignità. I capelli canuti le
si piegavano su le tempie e le facevano intorno al capo una specie di
corona. Doveva essere stata molto bella, nella gioventù, ed amabile.
Era venuta da due soli giorni in quella casa solitaria, col marito e
con pochi servi. Aveva rinunziato alla villa magnatizia che sorgeva
sopra un colle del Piemonte, abituale soggiorno estivo; aveva
rinunziato al mare, per quella campagna deserta e quasi arida.
— Ti prego, andiamo a Penti, — aveva detto al marito.
Il barone settuagenario era rimasto da prima un po' stupefatto, a
quello strano desiderio della moglie.
— Perchè a Penti? Che s'andava a fare a Penti?
— Ti prego, andiamo. Per mutare — aveva insistito Donna Laura.
Il barone, come sempre, s'era lasciato persuadere.
— Andiamo.
Ora, Donna Laura custodiva un segreto.
Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata dalla passione.
A diciotto anni aveva sposato il barone Albònico, per ragioni di
convenienza familiare. Il barone militava sotto il primo Napoleone,
con molta prodezza; egli stava quasi sempre assente dalla sua casa,
poichè seguiva ovunque il volo delle aquile imperiali. In una di quelle
lunghe assenze, il marchese di Fontanella, un giovine signore che aveva
moglie e figliuoli, fu preso d'amore per Donna Laura; e, come egli era
bellissimo ed ardente, vinse alfine ogni resistenza dell'amata.
Allora pei due amanti una stagione passò nella felicità più dolce. Essi
vivevano nell'oblio di tutte le cose.
Ma un giorno Donna Laura s'accorse d'essere incinta; pianse, si
disperò, rimase in una terribile angoscia, non sapendo che risolvere,
come salvarsi. Per consiglio del suo amico, partì alla volta della
Francia; si nascose in un piccolo paese della Provenza, in una di
quelle terre solatíe piene di verzieri, dove le donne parlano l'idioma
dei trovatori.
Abitava una casa di campagna, circondata da un grande orto. Gli alberi
fiorivano: era la primavera. Fra i terrori e le nere malinconie, ella
aveva intervalli d'una infinita dolcezza. Passava lunghe ore seduta
all'ombra, in una specie d'inconsapevolezza, mentre il sentimento vago
della maternità le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori
in torno a lei emanavano un profumo acuto: leggiere nausee le salivano
alla gola e le propagavano per tutte le membra una lassitudine immensa.
Che giorni indimenticabili!
E, quando il momento solenne si avvicinava, giunse, desiderato, il
suo amico. La povera donna soffriva. Egli le stava accanto, pallido in
viso, parlando poco, baciandole spesso le mani. Ella partorì di notte.
Gridava, fra gli spasimi; si afferrava convulsamente alla lettiera;
credeva di morire. I primi vagiti dell'infante le scossero l'anima
dalle radici. Ella, supina, con la testa un po' arrovesciata oltre i
guanciali, bianca bianca, senza più voce, senza più forza per tenere
aperte le palpebre, agitava dinanzi a sè le mani esangui, debolmente,
in certi piccoli movimenti vaghi, come fanno talvolta i moribondi verso
la luce.
Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco, nel medesimo letto,
sotto la medesima coperta, il bambino. Era un essere fragile, molle, un
po' rossiccio, che vibrava d'una palpitazione incessante, di una vita
palese, e in cui le forme umane non avevano certezza. Gli occhi stavano
ancora chiusi, un po' gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco,
quasi un miagolío indistinto.
La madre, rapita, non si saziava di riguardare, di toccare, di sentirsi
su la guancia l'alito filiale. Dalla finestra entrava una luce bionda e
si vedevano le terre provenzane tutte coperte di mèssi. Il giorno aveva
una specie di santità. I canti dal fromento si avvicendavano, nell'aria
quieta.
Dopo, il bambino le fu tolto, fu nascosto, fu portato chi sa dove. Ella
non lo rivide più. Ella tornò alla sua casa; e visse col marito la vita
di tutte le donne, senza che nessun altro avvenimento sopraggiungesse a
turbarla. Non ebbe altri figliuoli.
Ma il ricordo, ma l'adorazione ideale di quella creatura ch'ella non
vedeva più, ch'ella non sapeva più dove fosse, le occuparono l'anima
per sempre. Ella non aveva se non quel pensiero; rammentava tutte le
minime particolarità di quei giorni; rivedeva chiaramente il paese, la
forma di certi alberi che stavano dinanzi alla casa, la linea d'una
collina che chiudeva l'orizzonte, il colore e i disegni del tessuto
che copriva il letto, una macchia nella vòlta della stanza, un piccolo
piatto figurato su cui le portavano il bicchiere, tutto, tutto,
chiaramente, minutamente. Ad ogni momento il fantasma di quelle cose
lontane le sorgeva nella memoria, così, senza ordine, senza legame,
come nei sogni. A volte ella ne rimaneva quasi stupita. Le tornavano
dinanzi, precisi e viventi, i volti di certe persone vedute laggiù, i
loro moti, un loro gesto insignificante, una loro attitudine, un loro
sguardo. Le pareva di avere negli orecchi il vagito della creatura, di
toccare le mani esilissime, rosee, molli, quelle manine che forse erano
la sola parte già tutta formata perfettamente, simile alla miniatura
d'una mano d'uomo, con le vene quasi impercettibili, con le falangi
segnate di pieghe sottili, con le unghie trasparenti, tenere, appena
appena suffuse di viola. Oh, quelle mani! Con che strano brivido la
madre pensava alla loro carezza inconsapevole! Come ne sentiva l'odore,
l'odore singolare che ricorda quello dei colombi nella prima piuma!
Così Donna Laura, chiusa in questa specie di mondo interiore che ogni
giorno più assumeva le apparenze della vita, passò gli anni, molti
anni, sino alla vecchiezza. Tante volte aveva chiesto all'antico amante
notizie del figliuolo. Ella avrebbe voluto rivederlo, sapere il suo
stato.
— Ditemi dov'è, almeno. Vi prego.
Il marchese, temendo un'imprudenza, si rifiutava. «Ella non doveva
vederlo. Ella non avrebbe saputo contenersi. Il figlio avrebbe
indovinato tutto; si sarebbe valso del segreto per i suoi fini; avrebbe
forse rivelato ogni cosa... No, no, ella non doveva vederlo.»
Donna Laura, dinanzi a queste argomentazioni d'uomo pratico, rimaneva
smarrita. Ella non sapeva imaginarsi che la sua creatura fosse
cresciuta, fosse già adulta, fosse già presso al limitare della
vecchiaia. Oramai erano passati circa quarant'anni dal giorno della
nascita; eppure ella nel suo pensiero non vedeva se non un bambino,
roseo, con gli occhi ancora chiusi.
Ma il marchese di Fontanella venne a morire.
Quando Donna Laura seppe la malattia del vecchio, fu presa da
un'angoscia così penosa che una sera, non potendo più resistere allo
spasimo, uscì sola, si diresse verso la casa dell'infermo, perchè un
pensiero tenace la sospingeva, il pensiero del figlio. Prima che il
vecchio morisse, ella voleva conoscere il segreto.
Camminò lungo i muri, tutta raccolta, come per non farsi vedere. Le
strade erano piene di gente; l'ultimo chiarore del tramonto faceva
rosee le case; tra una casa e l'altra un giardino appariva tutto
violaceo di lilla in fiore. Voli di rondini, rapidi e circolari,
s'intrecciavano nel cielo luminoso. Frotte di bambini passavano a
corsa, con grida e con richiami. Talvolta passava una femmina incinta,
a braccio del marito; e l'ombra della sua gonfiezza si disegnava sul
muro. Donna Laura pareva incalzata da tutta quella gioconda vitalità
delle cose e delle persone. Ella affrettava il passo, fuggiva. Gli
splendori varii delle vetrine, delle botteghe aperte, dei caffè le
davano agli occhi un senso acuto di dolore. A poco a poco una specie
di stordimento le occupava la testa; una specie di sbigottimento le
prendeva lo spirito. — Che faceva? Dove andava? — In quel disordine
della coscienza, le pareva quasi di commettere una colpa; le pareva che
tutti la guardassero, la indagassero, indovinassero il suo pensiero.
Ora la città s'invermigliava agli ultimi rossori del sole. Qua e là,
dentro le cantine, i cori del vino si levavano.
Come Donna Laura giunse alla porta, non ebbe forza di entrare. Passò
oltre, fece venti passi; poi ritornò in dietro, ripassò. Finalmente
varcò la soglia, salì le scale; si fermò, sfinita, nell'anticamera.
Nella casa c'era quell'animazione silenziosa di cui i familiari
circondano il letto dell'infermo. I domestici camminavano in punta
di piedi, portando qualche cosa fra le mani. Avvenivano dialoghi a
bassa voce, nel corridoio. Un signore calvo, tutto vestito di nero,
attraversò la sala, s'inchinò a Donna Laura, ed uscì.
Donna Laura chiese a un domestico, con la voce omai ferma:
— La marchesa?
Il domestico indicò rispettosamente col gesto un'altra stanza a Donna
Laura. Quindi corse ad annunziare la visita.
La marchesa apparve. Era una signora piuttosto pingue, con i capelli
grigi. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Aperse le braccia all'amica,
senza parlare, soffocata da un singulto.
Dopo un poco, Donna Laura chiese, non alzando gli occhi:
— Si può vedere?
Profferite le parole, strinse le mascelle per reprimere un tremito
violento.
La marchesa disse:
— Vieni.
Le due donne entrarono nella stanza dell'infermo. La luce ivi era mite;
l'odore di un farmaco, empiva l'aria; gli oggetti segnavano grandi e
strane ombre. Il marchese di Fontanella, disteso nel letto, pallido,
pieno di rughe, sorrise a Donna Laura, vedendola. Disse lentamente:
— Grazie, baronessa.
E le tese la mano ch'era umidiccia e tiepida.
Egli pareva aver ripreso gli spiriti d'un tratto, per uno sforzo di
volontà. Parlò di varie cose, curando le parole, come quando stava
sano.
Ma Donna Laura, all'ombra, lo fissava con uno sguardo così ardente di
supplicazione che egli, indovinando, si volse alla moglie.
— Giovanna, ti prego, preparami tu la pozione, come stamattina.
La marchesa chiese licenza, ed uscì senza sospetto. Nel silenzio della
casa si udirono i passi di lei allontanarsi su i tappeti.
Allora Donna Laura, con un moto indescrivibile, si chinò sul vecchio,
gli prese le mani, gli strappò le parole con gli occhi.
— A Penti... Luca Marino... ha moglie, figli... una casa... Non lo
vedere! Non lo vedere! — balbettò il vecchio, a fatica, preso da
un terrore subitaneo che gli dilatava le pupille. — A Penti... Luca
Marino... Non ti svelare mai!
Già la marchesa veniva, con il medicamento.
Donna Laura sedette; si contenne. L'infermo bevve; e i sorsi scendevano
nella gola con un gorgoglio, a uno a uno, distinti, regolari.
Poi successe un silenzio. E l'infermo parve preso da sopore: tutta
la faccia gli si fece più cava; ombre più profonde, quasi nere, gli
occuparono le occhiaie, le guance, le narici, la gola.
Donna Laura si accommiatò dall'amica; se ne andò, trattenendo il
respiro, pianamente.