IX.

Per una nativa irresolutezza, Anna differiva continuamente il

matrimonio. Dubbii religiosi la tormentavano. Ella aveva sentito dire

che soltanto le vergini sarebbero ammesse a far corona in torno alla

Madre di Dio, nel paradiso. Dunque? Doveva ella rinunciare a quella

dolcezza celeste per un bene terreno? Un più vivo ardore di divozione

allora la invase. In tutte le ore libere ella andava alla chiesa del

Rosario; s'inginocchiava innanzi al gran confessionale di quercia,

e rimaneva immobile in quell'attitudine di preghiera. La chiesa era

semplice e povera; il pavimento era coperto di lapidi mortuarie; una

sola lampada di metallo vile ardeva innanzi all'altare. E la donna

rimpiangeva nell'animo il fasto della sua basilica, la solennità delle

cerimonie, le undici lampade d'argento, i tre altari di marmo prezioso.

Ma nella Settimana Santa del 1857, sorse un grande avvenimento.

Tra la Confraternita capitanata da Don Fileno d'Amelio e l'abate

Cennamele, coadiuvato dai satelliti parrocchiali, scoppiò la guerra;

e ne fu causa un contrasto per la processione di Gesù morto. Don

Fileno voleva che la pompa, fornita dai congregati, uscisse dalla

chiesa della Confraternita; l'abate voleva che la pompa uscisse dalla

chiesa parrocchiale. La guerra attrasse e avviluppò tutti i cittadini

e le milizie del Re di Napoli, residenti nel forte. Nacquero tumulti

popolari; le vie furono occupate da assembramenti di gente fanatica;

pattuglie armigere andarono in volta per impedire i disordini; il

conte arcivescovo di Chieti fu assediato da innumerevoli messi d'ambo

le parti; corse molta pecunia per corruzioni; un mormorio di congiure

misteriose si sparse nella città. Focolare degli odii la casa di Donna

Cristina Basile. Don Fiore Ussorio sfolgorò per mirabili stratagemmi

e per audacie novissime, in quei giorni di lotta. Don Paolo Nervegna

ebbe un grave spargimento di bile. Don Ignazio Cespa adoperò in vano

tutte le sue blande arti conciliative e i suoi sorrisi melliflui. La

vittoria fu contrastata con un accanimento implacabile, fino all'ora

rituale della pompa funeraria. Il popolo fremeva nell'aspettazione; il

comandante de le milizie, partigiano dell'abbadia, minacciava castighi

ai facinorosi della Confraternita. La rivolta stava per irrompere.

Quand'ecco giungere su la piazza un soldato a cavallo latore di un

messaggio episcopale che dava la vittoria ai congregati.

L'ordine della pompa si dispiegò allora con insolita magnificenza per

le vie sparse di fiori. Un coro di cinquanta voci bianche cantò gli

inni della Passione; e dieci turiferarii incensarono tutta la città.

I baldacchini, gli stendardi, i ceri per la nuova ricchezza empirono

gli astanti di meraviglia. L'abate sconfitto non intervenne; ed in sua

vece Don Pasquale Carabba, il Gran Coadiutore, vestito dei paramenti

badiali, seguì con molta solennità d'incesso il feretro di Gesù.

Anna, nel frangente, aveva fatto voti per la vittoria dell'abate. Ma

la suntuosità della cerimonia la abbagliò; una specie di rapimento

la invase, allo spettacolo; ed ella sentì gratitudine anche per Don

Fiore Ussorio che passava reggendo nel pugno un cero immane. Poi, come

l'ultima schiera dei celebranti le giunse dinanzi, ella si mescolò

alla turba fanatica degli uomini, delle donne e de' fanciulli; e andò

così, quasi senza toccar terra, tenendo sempre gli occhi fissi al serto

culminante della _Mater dolorosa_. In alto, dall'uno all'altro balcone,

stavano tesi i drappi signorili consecutivamente; dalle case dei

panettieri pendevano rustiche forme d'agnelli materiate di fromento; ad

intervalli, nei trivii, nei quadrivii, un braciere acceso spandeva fumo

di aròmati.

La processione non passò sotto le finestre dell'abate. Di tratto in

tratto una specie di movimento irregolare correva lungo le file, come

se la schiera antesignana incontrasse un ostacolo. E n'era causa il

contrasto tra il crocifero della Confraternita e il luogotenente

delle milizie, i quali ambedue avevano ricevuto il comando di

seguire un itinerario diverso. Poichè il luogotenente non poteva usar

violenza senza commetter sacrilegio, vinse il crocifero. I congregati

esultavano; il comandante generale ardeva d'ira; il popolo s'empiva di

curiosità.

Quando la pompa, in vicinanza dell'arsenale, si rivolse per rientrare

nella chiesa di San Giacomo, Anna prese un vicolo obliquo e in pochi

passi fu su la porta madre. S'inginocchiò. Giungeva primo verso di lei

l'uomo portante il crocifisso gigantesco; seguivano gli stendardieri

che tenevano l'altissima asta in equilibrio su la fronte o sul mento,

atteggiandosi con dotto giuoco di muscoli. Poi, quasi in mezzo a una

nuvola d'incenso, venivano le altre schiere, i cori angelici, gli

incappati, le vergini, i signori, il clero, le milizie. Lo spettacolo

era grande. Una specie di terrore mistico teneva l'animo della donna.

Si avanzò sul vestibolo, secondo la consuetudine, un accolito munito

d'un largo piatto d'argento per ricevere i ceri. Anna guardava. Allora

fu che il comandante, spezzando tra i denti aspre parole contro la

Confraternita, gittò violentemente il suo cero nel piatto e voltò le

spalle con piglio minaccioso. Tutti rimasero allibiti. E nel momentaneo

silenzio si udì tintinnare la spada di colui che si allontanava. Solo

Don Fiore Ussorio ebbe la temerità di sorridere.

Le Novelle della Pescara · 第 33 / 101 题