Per una nativa irresolutezza, Anna differiva continuamente il
matrimonio. Dubbii religiosi la tormentavano. Ella aveva sentito dire
che soltanto le vergini sarebbero ammesse a far corona in torno alla
Madre di Dio, nel paradiso. Dunque? Doveva ella rinunciare a quella
dolcezza celeste per un bene terreno? Un più vivo ardore di divozione
allora la invase. In tutte le ore libere ella andava alla chiesa del
Rosario; s'inginocchiava innanzi al gran confessionale di quercia,
e rimaneva immobile in quell'attitudine di preghiera. La chiesa era
semplice e povera; il pavimento era coperto di lapidi mortuarie; una
sola lampada di metallo vile ardeva innanzi all'altare. E la donna
rimpiangeva nell'animo il fasto della sua basilica, la solennità delle
cerimonie, le undici lampade d'argento, i tre altari di marmo prezioso.
Ma nella Settimana Santa del 1857, sorse un grande avvenimento.
Tra la Confraternita capitanata da Don Fileno d'Amelio e l'abate
Cennamele, coadiuvato dai satelliti parrocchiali, scoppiò la guerra;
e ne fu causa un contrasto per la processione di Gesù morto. Don
Fileno voleva che la pompa, fornita dai congregati, uscisse dalla
chiesa della Confraternita; l'abate voleva che la pompa uscisse dalla
chiesa parrocchiale. La guerra attrasse e avviluppò tutti i cittadini
e le milizie del Re di Napoli, residenti nel forte. Nacquero tumulti
popolari; le vie furono occupate da assembramenti di gente fanatica;
pattuglie armigere andarono in volta per impedire i disordini; il
conte arcivescovo di Chieti fu assediato da innumerevoli messi d'ambo
le parti; corse molta pecunia per corruzioni; un mormorio di congiure
misteriose si sparse nella città. Focolare degli odii la casa di Donna
Cristina Basile. Don Fiore Ussorio sfolgorò per mirabili stratagemmi
e per audacie novissime, in quei giorni di lotta. Don Paolo Nervegna
ebbe un grave spargimento di bile. Don Ignazio Cespa adoperò in vano
tutte le sue blande arti conciliative e i suoi sorrisi melliflui. La
vittoria fu contrastata con un accanimento implacabile, fino all'ora
rituale della pompa funeraria. Il popolo fremeva nell'aspettazione; il
comandante de le milizie, partigiano dell'abbadia, minacciava castighi
ai facinorosi della Confraternita. La rivolta stava per irrompere.
Quand'ecco giungere su la piazza un soldato a cavallo latore di un
messaggio episcopale che dava la vittoria ai congregati.
L'ordine della pompa si dispiegò allora con insolita magnificenza per
le vie sparse di fiori. Un coro di cinquanta voci bianche cantò gli
inni della Passione; e dieci turiferarii incensarono tutta la città.
I baldacchini, gli stendardi, i ceri per la nuova ricchezza empirono
gli astanti di meraviglia. L'abate sconfitto non intervenne; ed in sua
vece Don Pasquale Carabba, il Gran Coadiutore, vestito dei paramenti
badiali, seguì con molta solennità d'incesso il feretro di Gesù.
Anna, nel frangente, aveva fatto voti per la vittoria dell'abate. Ma
la suntuosità della cerimonia la abbagliò; una specie di rapimento
la invase, allo spettacolo; ed ella sentì gratitudine anche per Don
Fiore Ussorio che passava reggendo nel pugno un cero immane. Poi, come
l'ultima schiera dei celebranti le giunse dinanzi, ella si mescolò
alla turba fanatica degli uomini, delle donne e de' fanciulli; e andò
così, quasi senza toccar terra, tenendo sempre gli occhi fissi al serto
culminante della _Mater dolorosa_. In alto, dall'uno all'altro balcone,
stavano tesi i drappi signorili consecutivamente; dalle case dei
panettieri pendevano rustiche forme d'agnelli materiate di fromento; ad
intervalli, nei trivii, nei quadrivii, un braciere acceso spandeva fumo
di aròmati.
La processione non passò sotto le finestre dell'abate. Di tratto in
tratto una specie di movimento irregolare correva lungo le file, come
se la schiera antesignana incontrasse un ostacolo. E n'era causa il
contrasto tra il crocifero della Confraternita e il luogotenente
delle milizie, i quali ambedue avevano ricevuto il comando di
seguire un itinerario diverso. Poichè il luogotenente non poteva usar
violenza senza commetter sacrilegio, vinse il crocifero. I congregati
esultavano; il comandante generale ardeva d'ira; il popolo s'empiva di
curiosità.
Quando la pompa, in vicinanza dell'arsenale, si rivolse per rientrare
nella chiesa di San Giacomo, Anna prese un vicolo obliquo e in pochi
passi fu su la porta madre. S'inginocchiò. Giungeva primo verso di lei
l'uomo portante il crocifisso gigantesco; seguivano gli stendardieri
che tenevano l'altissima asta in equilibrio su la fronte o sul mento,
atteggiandosi con dotto giuoco di muscoli. Poi, quasi in mezzo a una
nuvola d'incenso, venivano le altre schiere, i cori angelici, gli
incappati, le vergini, i signori, il clero, le milizie. Lo spettacolo
era grande. Una specie di terrore mistico teneva l'animo della donna.
Si avanzò sul vestibolo, secondo la consuetudine, un accolito munito
d'un largo piatto d'argento per ricevere i ceri. Anna guardava. Allora
fu che il comandante, spezzando tra i denti aspre parole contro la
Confraternita, gittò violentemente il suo cero nel piatto e voltò le
spalle con piglio minaccioso. Tutti rimasero allibiti. E nel momentaneo
silenzio si udì tintinnare la spada di colui che si allontanava. Solo
Don Fiore Ussorio ebbe la temerità di sorridere.